C'é ANCORA UNA SPERANZA?
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domenica 2 settembre 2018
Rigenerazione e recupero per Caltanissetta 2018/1
Prima di tutto, lo rammento per me stesso, il centro storico è parte integrante del sistema città-territorio. E non posso fare a meno di esternare il mio timore che su Caltanissetta incomba l’assurda scelta, mai accantonata ma tenuta in sonno, di calare dall’alto (per scelta del “principe”) una sorta di edilizia economica e popolare nei quartieri più degradati del centro in via di crollo, espellendo gli attuali residenti, autoctoni e non, che resistono in condizioni di estrema precarietà.
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venerdì 19 maggio 2017
LA FLESSIBILITA' (sic!)... DEGLI SPAZI URBANI!
Accadde non molto tempo fa...
Una vasca vuota, non vuol dire che
stiamo vedendo solo una breve interruzione di servizio, per una
pulizia manutentiva programmata. E tanto meno che dei ragazzi, i
quali giocano a pallone dentro, non vuol significare che hanno
necessariamente “sconfinato” in uno spazio ad altro scopo
dedicato. Ma allora....?
Allora può significare anche altre
cose. L'acqua che non c'è, per esempio, e perché; spazi pubblici
per adolescenti che scarseggiano o massima tolleranza per tutto, o
ancora, assenza di un servizio di vigilanza, etc..
Per l'acqua che non c'è, viene subito
da pensare semplicemente che una vasca d'acqua nella “piccola
Venezia delle montagne” orgogliosamente delle dolomiti non può
esistere. Altre città, che non hanno la fortuna di avere a vista
d'occhio le montagne innevate per un lungo periodo nel corso
dell'anno, micro (diciamo) problemi come questo l'hanno risolto con
il ricircolo di una minima stessa quantità d'acqua. A Belluno no! O
si ha l'acqua da mandare in fogna a ciclo continuo o niente! Ma a
parte questa notazione che è forse puramente estetica di ornato,
altre ne vengono in mente. La penuria d'acqua, mai vista prima,
associata alle cosiddette bombe d'acqua, alla siccità in genere,
sono segnali che meritano tutta l'attenzione possibile, anche
localmente, perché denunciano un'alterazione del clima di cui, anche
nel nostro piccolo, siamo tutti responsabili. Non a caso nel
cosiddetto “PATTO DEI SINDACI 20 20 20” anche Belluno ha firmato
un suo impegno. Per la cronaca i sindaci che hanno sottoscritto il
patto, si sono impegnati a ridurre le emissioni di gas serra del 20
%, alzare al 20 % la quota di energia prodotta da fonti rinnovabili e
portare al 20 % il risparmio energetico: il tutto entro il 2020.
Per questo impegno, non sapendo cosa è
stato fatto a Belluno, da quel che è visibile deduco ed esprimo una
mia dubbiosità sui risultati finora perseguiti.
Da anni, è sotto gli occhi di tutti,
questa città ha subito un considerevole depauperamento delle
essenze arboree, per tagli forse in massima parte ingiustificati. Le
più elementari conoscenze di ciascuno di noi, senza tante nozioni in
materia di climatologia, può rilevare che meno alberi significano
più anidride carbonica (gas serra) in contrasto con la promessa di
riduzione e le conseguenti ricadute che si hanno sul pianeta. Se la
vogliamo dire tutta, gli alberi in città sono diminuiti, nonostante
una legge favorevole all'incremento arboreo di qualche anno fa, che
poteva far compensare le perdite subite.
Detta legge (del 14/01/2013, n. 10),
impone ai sindaci di Comuni che superano i 15 mila abitanti di
dedicare un albero per ogni bimbo nato o adottato. Dunque, un utile
indirizzo, più che suggerimento per le città, di accrescere il
proprio patrimonio arboreo, che però a Belluno non sembra vedersene
i segni. Di risparmio energetico, non se ne vede neanche negli
edifici pubblici o nell'illuminazione stradale. A 'mo d'esempio,
volendo iscriversi ad un virtuoso risparmio energetico, basterebbe
fare accendere le luci sul Ponte degli Alpini, una metà per volta,
delle attuali lampade (spero a led); ridurre di pochi lux nelle ore
notturne l'illuminazione stradale; programmare un rigido controllo di
accensione/spegnimento di tutte utenze pubbliche mediante un'unica
gestione.
La serietà dell'impegno sulla
riduzione del CO2, che non è solamente locale, imporrebbe, una
politica accorta nel senso del risparmio energetico a cui si potrebbe
anche aggiungere quello idrico, con il recupero delle acque pluviali
e il ricircolo delle acque grigie depurate.
I ragazzetti in
vasca, fanno pensare ad un centro storico si vivo ma poco
attenzionato, e anch'esso privato di qualcosa. Per esempio, la prima
cosa che viene in mente sono gli spazi pubblici, e come per riflesso
condizionato viene da ricordarsi che tanti anni fa erano di moda gli
standard residenziali e tra questi gli spazi pubblici attrezzati a
parco e per il gioco e lo sport, per un totale minimo di 9mq per
abitante. E qui verrebbe da chiedersi se e quando è stata fatta
l'ultima verifica di questi standard (D. I. 02 /04/1968, n. 1444) in
centro storico.
Ecco, la vasca centrale del cuore di
Belluno a vedersi così e per lungo tempo fa tristezza, e viene da
attribuire la colpa a un qualcuno. Sì perché a pensar male quasi
sempre, diceva un noto politico: ci si azzecca!
Belluno è una città matura, che ha
bisogno di una conduzione attenta nei dettagli di una complessità
amministrativa, che solitamente sembra muoversi a vista, spesso,
rincorrendo i problemi e raramente prevenendoli.
L'alternativa ad una città che si
muove per inerzia, grazie al civismo dei suoi cittadini non basta
più. Solo una città dinamica pensata, analizzata e progettata - sempre attenta ai valori e ai bisogni - è capace di valorizzare le
proprie risorse ma anche di attingere ad altre risorse di livello
diverso, e può ambire ad una crescita sociale ed economica che i
tempi moderni richiedono.
Giuseppe Cancemi
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martedì 18 aprile 2017
BELLUNO:RIALLOCAZIONE DELLE EDICOLE DEI GIORNALI in prossimità di piazza dei Martiri
Atto semplicemente burocratico o di attenzione per il centro storico?
Il
tema delle due edicole ai lati di piazza dei Martiri, ricomparso in
questi giorni, riprende per l'ennesima volta la ricollocazione delle
stesse in un nuovo spazio. Non si capisce se la novità sta nelle
superfici individuate nelle medesime vie di prima: Matteotti e
Vittorio Emanuele o nell'approssimarsi di un bando per l'assegnazione
ad hoc degli spazi individuati.
Siamo
in tema di concessione di nuove aree pubbliche ma è come se fosse
una questione privata. E non tanto per gli annunciati criteri, forse
discutibili, di vantaggio per le preesistenti imprese ma per la
conduzione disinvolta della collocazione nel suo complesso. Si va
avanti con scelte di vertice, senza aver chiesto ai cittadini alcun
parere, noncuranti di una prevedibile alterazione dell'immagine del
centro storico. Nessuno che chieda: se va bene quel trasferimento
proprio negli spazi che qualcuno, forse arbitrariamente, senza un
criterio oggettivo, ha assegnato e destinato al trasloco. Meno ancora
si sa della forma di queste edicole: se si collocheranno
discretamente o se impatteranno con la storica piazza centrale.
Credo
che al cittadino comune, interessi di più non tanto la trattativa in
sé, ma piuttosto la modifica d'immagine che incide su una
conservazione prospettica di un ornato, che ha un suo effetto
presenza già storicizzato e consolidato.
In
una gestione partecipata delle scelte urbane, il centro storico in
particolare, necessita di cercate condivisioni e non di essere
trattato “burocraticamente” nel solco di una ordinaria
amministrazione. Mi pare che in passato, esistevano già due edicole
piazzate ai lati del teatro, e questo è un dato. Verrebbe da dire
che una qualche riflessione pubblica anche per questo oggettivo
particolare, andava e andrebbe fatta per comprendere quale logica
sottende la prevista collocazione e non altra. Il perché non è
stata prevista, per esempio, una opzione, diciamo zero, a favore di
locali sfitti esistenti in zona.
È
un buon motivo il “disturbo” per gli “addetti ai lavori”,
che porta l'attuale presenza di una delle due edicole l'immagine del
Fulcis?
Forse
sì, può darsi! Ma il groviglio di auto, pur se autorizzate,
parcheggiate a ridosso del citato museo, non sono forse anche peggio?
Tralasciando
altri particolari importanti come le forme dei futuri chioschi e dei
relativi materiali che non si conoscono, ma che meritano una
conoscenza, un confronto di idee e un discorso a parte, colpisce, e
non da ora, il complessivo silenzio di partiti, associazioni e
società civile. Gruppi, che solitamente non disdegnano di una
visibilità per i loro convincimenti di parte.
E
diciamolo, non convince neanche lo scarico di responsabilità della
ricollocazione legato all'obbligatorietà di un vago coinvolgimento
di soprintendenza e uno studio di architettura di Roma. Cittadini per
primi, amministratori e tecnici comunali, non sono in grado di
decidere per se stessi?
Infine,
l'attuale collocazione per una distribuzione strategica di vendita
trova, giustamente, le due edicole agli estremi della piazza dei
Martiri. E questo può andare bene. Ma a voler ragionare in termini
tutelativi per la piazza, per un bene che è di tutti, verrebbe da
consigliare di lasciare che dette edicole trovino alloggio in locali
fissi, specie in un momento in cui i locali in affitto sono tanti.
Per una amministrazione attenta, infatti, basterebbe in questo caso
l'adoperarsi per facilitare le locazioni, calmierando i prezzi. I
vantaggi di una simile scelta, avrebbero una prevedibile ricaduta su
tutto il commercio, con benefici, non solo per le edicole ma anche
per una nuova politica di ripopolamento del centro storico.
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lunedì 12 settembre 2016
AMMODERNAMENTO STRADA STATALE N. 640
OPERE DI COMPENSAZIONE
Il passaparola o web tam tam che circola nei blog nisseni di questi giorni, invita i cittadini a presenziare l'incontro che mette insieme amministratori del passato ed attuali sul tema delle “opere di compensazione” promesse alla città, a seguito dei lavori di raddoppio della carreggiata della strada statale 640 intesa anche come strada “degli scrittori”.
I prodromi di tale incontro sono stati finora parole in libertà, forse, dico foorse... volutamente cariche di aspettative salvifiche per un astratto aiuto all'economia ma soprattutto poco chiare per una obiettiva valutazione. Per essere più precisi, bisogna prima di tutto chiarire cosa sono le cosiddette opere di compensazione. Il termine appartiene ad una estensione, per linguaggio, di tutte quelle opere che hanno un impatto sul territorio e che debbono essere “ricompensate” e o “mitigate”. L'ambito linguistico di origine riguarda l'ambiente naturale e il paesaggio nonché la loro relativa interazione con le progettate trasformazioni, siano esse urbane che extraurbane. Le sbandierate “opere di compensazione” a Caltanissetta ci richiamano la difficile contesa sempre presente tra le decisioni politiche e la partecipazione democratica che VIA (Valutazione di Impatto Ambientale) e VAS (Valutazione Ambientale Strategica) normativamente contemplano. Queste sigle ci riportano al centro dell'eterna contesa tra interesse locale e interesse generale riassunto in un acronimo che nel linguaggio anglosassone è conosciuto come NIMBY (Not In My Back Yard) e che in italiano vuol dire: “Non nel mio cortile”. Ecco i nisseni parlano di “opere di compensazione” che più che tali sembrano una sorta di baratto che nulla ha a che vedere con una progettualità compensativa obiettiva, nella complessità socio-economica della comunità nissena da “compensare”. In uno dei sei punti ribaditi 18 mesi fa, dall'on. Pagano attraverso la stampa locale, si legge, per esempio, per un'opera di svincolo stradale: “Allo stato attuale non è stata posta in essere alcuna azione per mancanza di indirizzi da parte dell’attuale Amministrazione Comunale”. Un semplice esempio significativo di progettualità priva di una “rotta” per una “nave sanza nocchier in gran tempesta” mi sembra una compensazione massimamente rivolta, forse verso una migliore viabilità, ma non organica con quella che dovrebbe essere la fondamentale nozione di “sostenibilità” che si è affermata nella cultura ambientale nonché socio-economica. Trovo una sola opera, tra quelle contrattate, sicuramente idonea ad essere approfondita ed è il risanamento e la politica della discarica (controllata), esclusiva per la frazione organica, di Monte Stretto. Su quella, e sulla non più eludibile raccolta differenziata dei rifiuti, la comunità locale nissena, deve insistere. Deve cioè appropriarsi della giusta “etica della responsabilità”, come si diceva una volta a proposito dei rifiuti, ritenendo “imperativo il dovere” di smaltire i rifiuti dove si producono. Una perplessità, però mi assale, quando penso agli incontri pubblici tra ex e attuali amministratori che si annunciano con scaramucce bizantine come quelle apparse sulla rete (web) locale. Penso solo, ma spero sempre di sbagliare, che non finisca come per i capponi di Renzo nei Promessi Sposi di Manzoni.
Giuseppe Cancemi
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sabato 2 luglio 2016
L'ESPERIMENTO DI VIABILITA' (sic!) in Piazza Duomo a BELLUNO
LA MONTAGNA HA PARTORITO UN TOPOLINO
Qualche stallo legittimo tra gli spazi occupati da auto in sosta abusiva.
Sembra... che la città abbia solo un unico problema: dove parcheggiare le auto. La stampa quotidianamente riporta una qualche invenzione dei commercianti del centro storico, fatta apposta per fare confluire più auto nelle principali piazze che rappresentano il "genius loci", l'anima di Belluno città. Inutile dire che le auto non possono e non debbono stare in quella parte di città che è nata a misura d'uomo. Comunque, l'allontanamento delle auto dai centri storici oltre che salutare è anche culturale. E con la cultura sì, si mangia!
Già il cartello che associa una la parola "sperimentazione" con "viabilità" e non mobilità, la dice lunga sul modo di concepire la vivibilità urbana che dovrebbe avere al centro dei suoi interessi il benessere e la felicità dei cittadini.
Invece... invece a Belluno, in barba a qualsiasi principio, si continua a discutere solo e sempre in merito ai parcheggi.
L'Amministrazione della città - vuoi perché siamo a fine mandato, vuoi perché chi "grida" di più ha ragione, oppure che ha ragione chi mostra i "muscoli" di un ostentato seguito elettoralistico - alla domanda ossessiva di parcheggi rinuncia ad una politica che prima di tutto deve essere sostenibile. Assecondare un bisogno non reale ma indotto, significa socializzare i costi di una non sostenibilità e privatizzare i "guadagni".
Vorrei solo ricordare a chi legge, che il comodissimo parcheggio Lambioi, servito da una gratuita scala mobile è vicinissimo alla piazza Duomo e a pochi passi da due parchi. Ha sempre molti posti disponibili e il costo orario non è esoso. Eppure, chi esercita un commercio in centro storico, qualche decina di esercizi, vorrebbe e in parte lo ha, un centro invaso dalle auto. Il Comune, diciamo, per questa concessione, non di rado deve fare i conti con una diffusione acustica fuori controllo che non riesce a verificare per orario di servizio dei vigili e con mezzi propri.
A proposito, i vigili locali hanno un fonometro per controllare le emissioni che superano i decibel assegnati alle varie zone?
Ricercare a tutti i costi uno spazio per le auto (fuori luogo in centro storico) che hanno già un comodo e spazioso parcheggio è un assurdo. Non pensa, dunque, il Comune che i richiedenti nuovi e riorganizzati parcheggi debba cambiare strategia?
Per esempio: un Lambioi collegato ad apposita APP per pagare e allungare eventualmente i tempi e, da parte degli esercizi commerciali, dei bonus gratuiti per l'affezionata clientela non sarebbe meglio per tutti?
Pensate gente... pensate!
G. C.
Qualche stallo legittimo tra gli spazi occupati da auto in sosta abusiva.
Sembra... che la città abbia solo un unico problema: dove parcheggiare le auto. La stampa quotidianamente riporta una qualche invenzione dei commercianti del centro storico, fatta apposta per fare confluire più auto nelle principali piazze che rappresentano il "genius loci", l'anima di Belluno città. Inutile dire che le auto non possono e non debbono stare in quella parte di città che è nata a misura d'uomo. Comunque, l'allontanamento delle auto dai centri storici oltre che salutare è anche culturale. E con la cultura sì, si mangia!
Già il cartello che associa una la parola "sperimentazione" con "viabilità" e non mobilità, la dice lunga sul modo di concepire la vivibilità urbana che dovrebbe avere al centro dei suoi interessi il benessere e la felicità dei cittadini.
Invece... invece a Belluno, in barba a qualsiasi principio, si continua a discutere solo e sempre in merito ai parcheggi.
L'Amministrazione della città - vuoi perché siamo a fine mandato, vuoi perché chi "grida" di più ha ragione, oppure che ha ragione chi mostra i "muscoli" di un ostentato seguito elettoralistico - alla domanda ossessiva di parcheggi rinuncia ad una politica che prima di tutto deve essere sostenibile. Assecondare un bisogno non reale ma indotto, significa socializzare i costi di una non sostenibilità e privatizzare i "guadagni".
Vorrei solo ricordare a chi legge, che il comodissimo parcheggio Lambioi, servito da una gratuita scala mobile è vicinissimo alla piazza Duomo e a pochi passi da due parchi. Ha sempre molti posti disponibili e il costo orario non è esoso. Eppure, chi esercita un commercio in centro storico, qualche decina di esercizi, vorrebbe e in parte lo ha, un centro invaso dalle auto. Il Comune, diciamo, per questa concessione, non di rado deve fare i conti con una diffusione acustica fuori controllo che non riesce a verificare per orario di servizio dei vigili e con mezzi propri.
A proposito, i vigili locali hanno un fonometro per controllare le emissioni che superano i decibel assegnati alle varie zone?
Ricercare a tutti i costi uno spazio per le auto (fuori luogo in centro storico) che hanno già un comodo e spazioso parcheggio è un assurdo. Non pensa, dunque, il Comune che i richiedenti nuovi e riorganizzati parcheggi debba cambiare strategia?
Per esempio: un Lambioi collegato ad apposita APP per pagare e allungare eventualmente i tempi e, da parte degli esercizi commerciali, dei bonus gratuiti per l'affezionata clientela non sarebbe meglio per tutti?
Pensate gente... pensate!
Giuseppe Cancemi
P.S. Mi sovviene in mente, tardivamente, che all'art. 36 del Codice della strada al comma 5 - Il piano urbano del traffico viene aggiornato ogni due anni. Belluno, se non sbaglio, non mi risulta che di recente abbia aggiornato il suo Piano Urbano del Traffico e questo, forse, dà alla modifica di circolazione (parcheggio in piazza Duomo) una qualche ombra di illegittimità, risparmiata dal tempo tardivo di questa mia osservazione.G. C.
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sabato 20 febbraio 2016
CALTANISSETTA: IL MUSEO DELLA ZOLFARA
Tra sei mesi o più,
poco importa, avremo il museo della zolfara. Leggo che la struttura ospiterà
una importante museo mineralogico, paleontologico e della zolfara con
un’esposizione permanente dedicata alla tecnologia mineraria per l’estrazione
dello zolfo in Sicilia. Una struttura la cui impronta che si vuole ripercorrere
resterebbe di tipo scientifico-geologica, tecnica e tecnologica. A parer mio
assai riduttiva nei confronti dell'umanità che ha attraversato quel periodo.
Penso all'industrialismo ottocentesco siciliano e nisseno, in particolare, il
quale con la sua economia, non più solo primaria, proiettava nella città nuova
luce.
La parte materiale sintetizzava nel centro storico la cultura mittel
europea dell’abitare (spazi di vita collettiva, palazzi e arredi urbani), delle
prime conquiste nei diritti dei lavoratori ma, soprattutto, per la parte spirituale,
esprimeva una forte vocazione che trovava nei riti religiosi e negli oggetti di devozione un
culto unico. Insomma, ritengo che in una storicizzazione museale si debba
ospitare una ricostruzione il più possibile a 360 gradi.
![]() |
| Renato Guttuso - La zolfara |
Giuseppe Cancemi
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venerdì 15 maggio 2015
BELLUNO
I SEGNALI STRADALI VERTICALI, SIAMO SICURI CHE SONO TUTTI LEGITTIMI?
Non piace a nessuno essere multato, ma se poi ci confrontiamo con la nostra coscienza, specie se l’infrazione c'è, dovremmo serenamente ammettere il nostro torto e convircerci che la legalità è una garanzia per tutti. La CEI definisce la legalità «insieme rispetto e pratica delle leggi». C'è solo un piccolo particolare che andrebbe chiarito, si riferisce a tutti, compreso chi amministra e soprattutto a chi deve fare rispettare le leggi.
Il mio rifiuto di accettazione verso una recente multa, che poteva essere evitata, però non mi trova convinto per la modesta cifra (28,70 €) né rassegnato, nonostante la mia ragionevole e avvertita premessa. E voglio argomentare perché.
![]() | |||||
| Fronte- retro dello stesso cartello in Viale Fantuzzi. Articolo 77, regolamento di esecuzione del c.d.s. |
Mi colloco nella media degli automobilisti, tra quelli ligi al dovere. Infatti non ho mai preso una multa da trentanni a questa parte. L'altro ieri, però, ho svoltato dove un cartello indicava di procedere diritto e ho preso una sanzione. Il segnale è lì e nessuno può negarlo. Dunque, nulla Quaestio. Ma tornando a piedi sul luogo, mi sono domandato quale poteva essere stata la necessità che ha indotto il Comune a vietare la svolta a sinistra (davanti gli uffici della Questura) e mi interessava conoscere quali motivazioni avevano fatto deliberare quell'adozione. Ricordandomi che tutti siamo uguali di fronte alla legge, mi è venuto in mente di guardare se quel segnale stradale era stato posto legittimamente proprio lì. Sorpresa! Il retro del cartello non riporta quanto prescritto dal codice della strada e perciò non osserva l'obbligo ribadito da una recente sentenza di Cassazione. Dunque quel cartello potrebbe essere lì per una dimenticanza di una pregressa situazione di circolazione o per chissà quale altro motivo. E' perciò nasce un dubbio di legittimità (o quasi una certezza!) per quel cartello, privo di numero e data dall'atto amministrativo che lo ha imposto.
Il dubbio dell'illegittimità lo suggerisce proprio la stessa circolazione che sembra illogica. I veicoli che provengono dalla Piazza Piloni, dalla Via Caffi e dalla Via Tissi, diretti verso la stazione ferroviaria, sono costretti a dirigersi verso un nodo semaforico, Piazza Cesare Battisti, già con un suo carico di traffico importante. Il flusso dal Viale Fantuzzi verso la rotatoria, non sembra dettato apparentemente da alcuna evidente esigenza se non quella di alleggerire il traffico di Via Volontari della Libertà, una via relativamente poco trafficata. Comunque, allo stato, il mio errore apparentemente non giustificato, non può essere considerato sanzionabile se quel segnale stradale è e rimane illegittimo.
Facile anche porsi alcune domanda: perché un vigile proprio lì pronto a multare tutti senza nulla fare per evitare quell'infrazione? Esiste un motivo plausibile che ha indotto la sorveglianza urbana a reprimere proprio quella trasgressione senza se e senza ma? E ancora: Si fa altrettanto per la sosta selvaggia in Piazza Duomo, per l’uso del cellulare in marcia, per la sobrietà in auto o per il superamento dei limiti di velocità?
Nel caso, mi è sembrato di vedere archiviata una pedagogia di rapporto favorevole alla prevenzione, tra potere e cittadino. Forse, una multa a tutti i costi poteva essere evitata e non solo per me, ma anche per altri con ben altro valore educativo. Una sanzione amministrativa nel dubbio che lo strumento che l'ha determinata sia illegittimo solleva una questione tra potere e cittadino che si può semplificare ricordando il Marchese del Grillo: «io so' io (potere) e voi non siete un ca..o (cittadini)»
Mi sia lasciato ancora dire, che più di una giusta multa quella contestata mi è apparsa come un pretestuoso balzello stocastico.
Forse, un'azione costante preventiva, potrebbe andare meglio se si ha a cuore veramente la «legalità». Il vigile che ha multato la «pericolosa» mia deviazione si trovava in una posizione che bastava un semplice gesto per impedirmi di svoltare, mentre invece ha lasciato che si compisse l'infrazione. Ha scelto! Anziché prevenire, é più comprovante reprimere. La preziona presenza di un vigile in strada, graditissima, non mi è apparsa in effetti come un meritevole servizio ma piuttosto come un “agguato” fatto apposta, per un ulteriore raschiamento del fondo del barile in nome e per conto del Comune, a spese di un qualsiasi malcapitato. Mi soffermo ancora, nella fattispecie dell'infrazione, per assicurare che trattavasi di uninnocua deviazione ad angolo retto con le dovute precauzioni, lungi dal rappresentare una pericolosa situazione fissa da scongiurare. Per finire, verrebbe spontaneo dire: da quale pulpito viene la predica!
Sì perché il Comune, diciamo, che predica bene ma, in casi come questo, razzola male. Al cittadino contesta, ripeto “giustamente”, le inosservanze, ma scorda che nell'educare alla legalità la prevenzione non va esclusa. La credibilità verso le istituzioni deve essere fondata su comportamenti ineccepibili ed esemplari, le leggi e i regolamenti valgono per tutti grazie alla Costituzione.
Per capirci, queste ultime mie osservazioni, che possono apparire impertinenti, scaturiscono dalla constatazione dall'illegittimità del segnale stradale posto nel tratto Viale Fantuzzi - rotatoria, il quale obbliga a proseguire, senza potere svoltare all'altezza della Questura, lungo la via dei Volontari della Libertà. Quel cartello, anche per una recente sentenza di Cassazione, rientra tra quelli non a norma di legge, in quanto privo dell'apposita dicitura che ne attesta la sua validità. Nella sentenza tra l'altro si ribadisce: «L 'obbligatorietà della prescrizione contenuta in un segnale stradale deve ritenersi condizionata alla legittimità del provvedimento amministrativo che l'ha imposta»
Giudicate voi!
Giuseppe Cancemi
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venerdì 9 gennaio 2015
BELLUNO: la città nel suo essere insieme urbano
IL CENTRO STORICO NON E' DISNEYLAND
Credo che il centro storico meriti più
rispetto. Non si è mai spenta l'eco dei risentimenti dei suoi
abitanti che si rinnova di tanto in tanto. Non sono giustificabili
le “offese” e le “ferite” che vengono inferte tutte le notti
dal “nottam...bullismo e quasi settimanalmente dalle varie,
diciamo, “feste paesane”, in nome di un'economia che alla fine si
riduce alla sopravvivenza di qualche bar. Tutto insiste come se il
centro storico non fosse abitato da alcuno.
Eppure, bisognerebbe ringraziare
proprio la “resistenza” di quegli abitanti del centro, se viene
mantenuto un minimo di sopravvivenza per quegli esercizi commerciali
di vicinato, divenuti oramai i meno sostenibili.
La politica è sorda, considera e
percepisce il maggior luogo di rappresentanza della città, come
strumento semplicemente da usare: senz'anima e senza abitanti. I
progetti quasi sempre per il centro che mostra, sono presentati come
frutto di un “concorso” in fretta e furia sempre in chiave
mercantilista. Comunque, la recente volontà amministrativa di volere
calmierare i prezzi d'affitto delle abitazioni, potrebbe essere un
inizio di buona politica. Bisogna, però, affrontare il problema
delle abitazioni nella globalità di un progetto di città che fin
qui non si è visto. Tanti sono i segni che l'Amministrazione
cittadina naviga a vista. Non ha una rotta tracciata. Considera la
periferia urbanizzata come luogo aperto alla saturazione edilizia, il
centro storico come la Disneyland di città, il greto del
Fiume Piave come la futura Palm Beach, gli alberi un impiccio
per i parcheggi e viabilità e l'ambiente naturale non diverso dal
suolo agricolo. L'eccesso di feste “strapaesane” continuato ed
aggravato da emissioni acustiche inquinanti in alcune circostanze
oltre i limiti del dolore, gli affollamenti variopinti di cose e
persone, e perfino la circolazione di cibi e bevande non sempre
nostrani, per chi vorrebbe apprezzare, “gustare” il godimento del
genius loci nel silenzio, nei colori e nei sapori propri del
luogo dovrà accontentarsi
di una mistificante accozzaglia di
estemporanei segni in contrasto con quello che rappresenta un centro
storico. A tutti sono note le spese per i festini vari, l'aspettativa
di una spiaggia a Lambioi e l'abbattimento di quei poveri alberi,
sempre ritenuti malati, ma in verità utili per qualche posteggio in
più. Di non meno rilievo, anzi quasi dispettoso, nella conduzione
amministrativa di questa città, appare, anche, l'esclusione del
centro storico nel servizio di ecocentro su mezzo mobile.
Pendono adesso, sommariamente, sul capo
della città: una scelta di ammodernamento di Piazza dei Martiri che
si propone di stravolgere l'immagine consolidata del salotto buono di
Belluno; una permuta di volumi per agevolare nuova edilizia in zona
di espansione; nuovi gadget per allietare ulteriormente le notti
brave di Belluno sempre in centro storico, etc.. Bisogna riconoscere,
però, che qualche iniziativa all'orizzonte appare con una qualche
utilità, pur se non coordinata nel suo complesso, con risorse,
bisogni, problemi e progetti. Mi riferisco alla ricercata azione
amministrativa di volere con l'ATER, un approccio progettuale che
potrebbe diventare ambizioso, se non si esaurisce e si limita al solo
reperimento di qualche abitazione a costo contenuto. L'occasione,
invece, dovrebbe estendersi e prevedere per la città un piano
complessivo nella direzione di un rinnovo edilizio a rotazione
continua, magari dando, forse, meglio impulso, da parte del Comune,
all'Ufficio
Politiche per la Casa. Non secondario è anche l'interessamento che
si ha per la scuola primaria. Restituire la scuola “Gabelli” ai
cittadini e ripristinare lo spazio occupato provvisoriamente, dagli
attuali edifici scolastici nel Parco Città di Bologna, farebbe
cessare quella deprecabile emergenza di cui l'Italia è solita
abusarne.
Insomma, il primo cittadino non me ne
voglia, se mi sono permesso di sottolineare una certa carenza
politica che nulla ha a che vedere con le ristrettezze economiche
comunali, che esistono e limitano l'azione politica, ma ciò che mi
sembrava utile mettere in evidenza resta la visione d'insieme della
città che rimarco: non deve mancare. Ricordo soltanto, che il centro
storico non è luogo a se stante ma, piuttosto, parte nobile di un
luogo abitato. L'umanità che l'ha attraversato con i suoi segni
tangibili lo ha reso unico e irripetibile. Pertanto, lo ricordo per
me stesso, chi non riconosce nel centro storico l'alta pregnanza
storico-culturale e baratta la sua essenza di città per valori
miseri ed effimeri, non solo sbaglia ma fa anche proselitismo per
l'ignoranza!
Giuseppe Cancemi
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sabato 3 gennaio 2015
Caltanissetta: La Grande Piazza
Il danno è fatto
Tralascio la scelta di pavimentazione la quale allo stato
interessa corso Vittorio Emanuele, che contrasta di sicuro anche con
l'immagine del centro storico, e provo a commentare ciò che si
intravede attraverso le foto degli ultimi lavori. Intanto mi rifiuto
di accettare l'idea che alla base di quella esecuzione di lavoro
pubblico ci sia la guida di un tecnico comunale o di un libero
professionista. Senza offesa per nessuno, quelle linee bianche e
l'insieme della realizzazione in corso sembrano essere più opera
arbitraria d'iniziativa del "bravo capomastro" che non
l'esecuzione di un'opera sotto la guida di un tecnico
professionista.
Quelle linee bianche lungo i lati del corso
Vittorio Emanuele, che si fanno notare, danno alla percezione visiva
d'insieme una nota coloristica fine a se stessa, ambigua e pericolosa
per l'utenza automobilistica e dei pedoni. Senza troppo disquisire,
tornando al segno che divide lo spazio carrabile da quello
pedonabile, essendo non marcato dal rialzo di un marciapiede, dà
all'automobilista, la superficiale sensazione di segno valicabile,
abbassando così la ricercata soglia di sicurezza per il pedone.
Stessa erronea valutazione da parte sua potrebbe farla anche il
pedone, non percependo il limite in quella linea bianca
considerandola, con ogni probabilità, solo un segno decorativo. La
scelta poco idonea si giustifica con il dubbio progettuale non
risolto di spazio dalla duplice valenza: a volte perdonabile e altre
no. Insomma, l'immagine della Grande Piazza oltre a tradire la patina
di una conservazione storica, sempre più appare incerta, ambigua nel
suo uso e poco attenta all'incolumità del cittadino pedone.
E che dire del
passaggio pedonale che si affaccia in piazza Garibaldi?
Intanto,
esteticamente con le interruzioni dei raccordi e l'inclusione di
tombini che scombinano l'impianto fisso sembra un “oggetto
difettoso” ancor prima d'essere usato. Dunque non solo ambiguità
in quella realizzazione ma anche qualche inesattezza tecnica nel
passaggio zebrato realizzato nel tratto che incrocia Piazza
Garibaldi. Per la funzione intrinseca di passaggio pedonale, stando
alle linee guida e al codice stradale, qualche anomalia sembra
evidente. A spanna, non sembrano a norma larghezza e lunghezza delle
strisce (50 cm x 250 cm) bianche e soprattutto la distanza di esse
dallo sbocco in piazza (5 m). In buona sostanza, tutto appare
indeciso e titubante, più dettato da una (si fa per dire) ricerca
estetica che non da un complessivo studio che consideri nel progetto,
se prevista la viabilità, una ineludibile soluzione in termini anche
di sicurezza stradale.
Per concludere, ad esempio, fermo restando
l'obbrobrio della scelta in atto, si poteva, almeno, aggiungere al
rinnovo, un percorso con pavimento tattile per l'attraversamento in
sicurezza dei non vedenti, magari allungandolo verso altre
funzionalità di servizio. Quindi non solo spostamento da un lato
all'altro per tutti lungo la cosiddetta Grande Piazza, ma anche
massima fruibilità cittadina verso i pubblici uffici (p. e. Comune).
E perché no, pure verso i vari esercizi commerciali in un quadro di
città con centro storico veramente a misura d'uomo?
Quelle linee bianche lungo i lati del corso Vittorio Emanuele, che si fanno notare, danno alla percezione visiva d'insieme una nota coloristica fine a se stessa, ambigua e pericolosa per l'utenza automobilistica e dei pedoni. Senza troppo disquisire, tornando al segno che divide lo spazio carrabile da quello pedonabile, essendo non marcato dal rialzo di un marciapiede, dà all'automobilista, la superficiale sensazione di segno valicabile, abbassando così la ricercata soglia di sicurezza per il pedone. Stessa erronea valutazione da parte sua potrebbe farla anche il pedone, non percependo il limite in quella linea bianca considerandola, con ogni probabilità, solo un segno decorativo. La scelta poco idonea si giustifica con il dubbio progettuale non risolto di spazio dalla duplice valenza: a volte perdonabile e altre no. Insomma, l'immagine della Grande Piazza oltre a tradire la patina di una conservazione storica, sempre più appare incerta, ambigua nel suo uso e poco attenta all'incolumità del cittadino pedone.
Per concludere, ad esempio, fermo restando l'obbrobrio della scelta in atto, si poteva, almeno, aggiungere al rinnovo, un percorso con pavimento tattile per l'attraversamento in sicurezza dei non vedenti, magari allungandolo verso altre funzionalità di servizio. Quindi non solo spostamento da un lato all'altro per tutti lungo la cosiddetta Grande Piazza, ma anche massima fruibilità cittadina verso i pubblici uffici (p. e. Comune). E perché no, pure verso i vari esercizi commerciali in un quadro di città con centro storico veramente a misura d'uomo?
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mercoledì 12 novembre 2014
BELLUNO: PRG e Zone bianche
Inconciliabilità tra sicurezza del territorio e nuovo volume edilizio
_________________________________
Il mai
sopito mercantilismo economicistico dell'Amministrazione cittadina,
intende ancora prevalere sul buonsenso e su una inversione culturale
che si affaccia alle diverse tendenze culturali urbanistiche. I danni
del maltempo di questi giorni, imputati in parte alla
tropicalizzazione del clima cui stiamo assistendo, dovrebbe
insegnarci qualcosa? O no! Tutti i danni del territorio vengono sì
anche da lontano, ma il lontano è l'accumulo degli errori che si
sono commessi e si continuano a commettere, senza soluzione di
continuità, in una aberrante quotidiana gestione della città. Ma
niente, imperterriti si vuole continuare a costruire e ad urbanizzare
oltre ogni limite imposto dalla natura e così poi, essendo tutti
colpevoli, nessun è colpevole e chi paga è sempre la collettività.
Tutti riconoscono che i disastri del proprio territorio sono il
risultato delle cementificazioni, spesso non necessarie, ma la
eventuale responsabilità difficilmente è riconosciuta e imputabile
a qualcuno. Al massimo, si attribuisce ad ignoti altri. Tutti, si
stracciano le vesti per una mancata sicurezza del territorio in
termini di prevenzione idraulica, geologica e idrogeologica. Infatti
anche a Belluno si parla con lingua biforcuta: si vuole da una parte
fermare il consumo di suolo e proteggere il territorio, dall'altra
si continua a promuovere nuova urbanizzazione. E no! Non ci si può
continuare a nascondere dietro un dito. Dovrebbe essere illuminante
il fatto che le maggiori organizzazioni che raccolgono artigiani e
imprenditori dell'edilizia hanno da tempo pubblicato un manifesto
dove si esprimono per un freno assoluto alla cementificazione. Dicono
basta al consumo di suolo! La legge regionale dietro cui si trincera
il lassismo urbanistico cittadino, non va letta in chiave diversa da
quello spirito che l'ha generata. Nel governo del territorio e del
paesaggio non può essere implicita alcuna mano libera a coloro che
vogliono nuove costruzioni. Di nuova edilizia, di case sfitte ve n'è
sono abbastanza e comunque non certo in previsione di una
soddisfazione del bisogno di abitazioni. Non c'è nello sbandierato
disegno urbanistico (sic!) di volume che si sposta a una parte
all'altra della città alcuna possibilità di smaterializzazione.
Tutti capiscono che un volume che si aggiunge, resta tale anche se
spostato da un luogo all'altro. E senza volere fare alcuna
provocazione, credo che anziché aggiungere dovremmo pensare di
sottrarre volume al territorio, se si vuole veramente fare
prevenzione ai disastri.
Decostruire,
non è più un astratto imperativo o un'eresia ma piuttosto una
necessità se si vogliono sciogliere tutti i nodi dell'abitare nel
nostro territorio che oramai sono giunti al pettine.
Giuseppe
Cancemi
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martedì 11 novembre 2014
Riqualificazione del centro storico
RIQUALIFICARE
IL CENTRO STORICO Sì, MA CON QUALI RISORSE, QUALE PROGETTUALITA' DI
RIFERIMENTO A BREVE, MEDIO E LUNGO TERMINE?
L'operazione
"Riqualificazione del centro storico", è un atto di
rilevante valenza politica per la sua ricaduta sull'assetto
socio-economico della città di Caltanissetta. L'incidenza che avrà
sul patrimonio immobiliare e sulla vita delle persone, abbraccia un
lungo periodo che va al di là dei tempi amministrativi che possono
gestire questo o quel partito favoriti o meno dalle elezioni prossime
e future. Per tale motivo, trasparenza e partecipazione democratica
alle scelte fatte e da fare non sono un optional e dunque necessarie
per tutti.
Posto
preliminarmente questo preambolo, si può tentare di avviare una
iniziale ricognizione dei fatti, attraverso una dispersa
documentazione, non semplice da reperire. L'annuncio, rilevabile
dalla rivista Caltanissetta n. 54, è sì un primo approccio alla
comunicazione di un evento urbanistico di rilievo ma non
soddisfacente. Andando a cercare in altri documenti come il
protocollo d'intesa tra Comune e IACP si apprende che nei comparti
128 e 129, attraverso linee ed azioni programmatiche di insieme
definite di riqualificazione e statutarie d'Istituto Comune e IACP
intendono lavorare in sinergia.. Per questa intesa di partenariato,
del 3 febbraio 2013 tra i due enti, nel documento sottoscritto,
muovono da una svolta "attività monitoraggio",
successivamente "crono-organizzata", intervenuta da due
direttive dell'assessore all'urbanistica.
Una
successiva delibera, del Consiglio comunale citata, ha individuato
quali azioni di riqualificazione si intendono fare in centro storico;
quale gruppo di lavoro sarà incaricato e quali saranno "le
forme di urbanistica partecipata”, prevedendo un “contributo
volontario e gratuito” ai “professionisti per la redazione di
iniziativa pubblica dei piani di recupero".
A
volersi per un momento soffermare su questi atti, viene subito da
chiedersi: si sono spiegati male o hanno sorvolato agli adempimenti
che presiedono un simile impegno urbanistico?
L'azione
di monitoraggio che ha impegnato i tecnici che significa? Non doveva
essere organizzato il tutto con un quadro gestionale fatto di
strumenti legislativi e di riferimento; un quadro finanziario di
breve, medio e lungo periodo; con un esame del costruito e un'analisi
sociologica?
Giuseppe Cancemi
Giuseppe Cancemi
lunedì 20 ottobre 2014
Caltanissetta
ENNESIMO STUDIO PER IL RECUPERO DEL CENTRO STORICO
Come
primo elemento propedeutico, penso, e non da ora, che alla base di
qualcosa da realizzare per qualcuno, si deve sapere da dove iniziare
e per chi è, o chi sarà, quel qualcuno. In buona sostanza, quale
centro storico e per quale città nel suo complesso, e chi sono ora,
o chi saranno, gli abitanti nisseni da transitare nel futuro?
Secondo, la vastità del c. s. fa pensare ad una operazione di
recupero assai lunga nel tempo che impegna l'odierna generazione e,
senza tema di smentita, anche qualche altra ancora da venire. Terzo,
le risorse da utilizzare per il recupero oggi sono scarse e le
previsioni per il futuro non sono certo rosee. Quarto, attualmente le
aree del c. s. non sono appetibili per vari motivi, pregiudizi per
primi (i cittadini non graditi, da tempi remoti, sono sempre stati
confinati nelle stesse aree e, vedi caso, indovinate quali?). Ma gli
interrogativi non finiscono qui. Il c. s., anche se non intensamente
popolato, ha i suoi abitanti che non sono fantasmi e che nella
complessità del piano, vanno considerati ai fini di un inevitabile
trasferimento temporaneo (trasporto delle suppellettili, alloggio
provvisorio, etc.) quando saranno raggiunti dai lavori di recupero.
Eppoi, davvero si conoscono quali sono e saranno le dinamiche
anagrafiche, economiche e spaziali attuali e future?
Ecco,
credo che anche il migliore degli studi, se ancora una volta darà
tutto per scontato e non prenderà, quindi, in considerazione i
tratti socio-economici e spaziali di una comunità nei suoi bisogni
di risiedere, spostarsi, lavorare, etc., rischia di essere sì
un'ottima esercitazione accademica ma con effetti applicativi lontani
o estranei ai reali bisogni del contesto urbano.
Spero,
che riflettendo anche su queste brevi note, si possano prendere tutte
quelle misure che servono per una città, che va vista, letta e
progettata attraverso la sua complessità e interezza sistemica.
È convinzione, condivisibile, di J. J. Russeau che "la dove troviamo degli specialisti non troviamo dei cittadini". Si vuole che siano i politici e/o i tecnici a decidere, da soli, delle sorti di una città?
È convinzione, condivisibile, di J. J. Russeau che "la dove troviamo degli specialisti non troviamo dei cittadini". Si vuole che siano i politici e/o i tecnici a decidere, da soli, delle sorti di una città?
Buona
fortuna!
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mercoledì 15 ottobre 2014
PRG BELLUNO
Urbanistica contrattata o furbata per fare cassa?
Con l'annuncio di
stampa di qualche giorno fa, la Giunta Massaro, riscopre come
processo evolutivo di un già vantato “programma costruttivo”
per Col Cavalier, già foriero di nuovi volumi sul territorio, una nuova urbanistica contrattata (sic!) che richiama alla memoria
l'imprenditore Berlusconi con le Milano 1 e 2. Una sorta di permuta
già nota, apparentemente vantaggiosa per la comunità ma segno che
ancora una volta il potere pubblico è favorevole a derogare sul
rigore nel governo del territorio.
In effetti
l'operazione, con una annunciata modificazione degli indici di
edificabilità al Master plan di Cavarzano, intenderebbe spostare una
certa quantità di volume edificabile facendolo “saltare” da un
posto all'altro in cambio di cosiddette “opere di compensazione”,
insomma, senza mezzi termini si vuole ulteriormente raschiare il
fondo del barile. Si vogliono “smerciare” i vincoli scaduti di
volume progettato per uso pubblico contro vil moneta. In termini
molto più crudi, s'intende far ancora cassa a tutti i costi e in
tutti i modi. Mi chiedo se quelle aree per opere pubbliche già
titolate ora diventate (ritenute) “bianche” appartengono a
calcolati rapporti tra standard residenziali e popolazione, o
sopravanzano così perché i progettisti li hanno messi lì tanto per
gradire, per impedire qua e là che i privati edificassero. Il
dibattito urbanistico che non si è mai arreso alla cultura della
speculazione edilizia, dilagante - fino a compromettere sempre più
il territorio nella sua intrinseca fragilità geomorfologica - si
ritrova ancora una volta a subire un arretramento, grazie ad una
studiata furbata con la trovata del baratto. Tutto a posto con leggi,
regolamenti, e cavilli vari ma come la mettiamo con una realtà
fisica che impone sempre più attenzione per una urbanizzazione che
sommata ad altra preesistente aumenta il rischio di frane alluvioni e
disastri cosiddetti naturali ma che naturali poi non sono. Sa il
Comune qual è il bisogno di nuove abitazioni o di nuovi volumi per
il commercio e le attività economiche? Ha ipotizzato una qualche
previsione di crescita socio-economica alla luce di una evolvente
dinamica della popolazione, delle forze lavoro, dei settori
economici, dei bisogni per fasce d'età al fine inquadrare e
giustificare queste eventuali prefigurate domande di nuova edilizia
su aree inedificate? Si è sicuri che le aree per le quali si vuole
rinunciare al reitero del vincolo per opere pubbliche (già titolate)
non sia più necessario? E le aree “sottratte” a Cavarzano non
genereranno un qualche inevitabile contenzioso?
Sembra veramente
molto riduttivo, mi perdonino Sindaco e Assessore, e quasi offensivo
verso un dibattito sulla governace del territorio, lungo credo
di decenni, liquidare in poche informazioni giornalistiche, un serio
argomento che investe tutto l'assetto urbanistico della città di
Belluno.
Soffermarsi su
“incassi” per la vendita di volumetria traslata da altre aree,
sia pure in cambio di opere pubbliche vagamente citate nel pezzo
giornalistico, sembra quasi voler porre più un accento sull'aspetto
economicistico che non sul volere agire con questa operazione
“baratto”, in concorso con altre azioni, ad una risistemazione
del più complessivo sistema città. L'operazione vendite, non sembra
volere affrontare quella gestione urbanistica che proprio per
salvaguardare e proteggere il territorio ha bisogno di un governo dei
processi a prevalenza pubblica, senza deroghe o cedimenti alle
privatizzazioni. Invece appare debole e deludente e di “scopo”
l'annunciata speciosa permuta volumetrica. Richiama quasi l'idea
immaginaria di un commercio da banchetto, dove le aree, prima
riservate ad opere pubbliche, prossimamente, verranno vendute e/o
“barattate” come ultimi “scampoli in liquidazione”.
Voglio ancora
ricordare che il territorio, visto il repentino mutamento della
meteorologia, di queste scelte solo economicistiche potrebbe in un
futuro non più remoto pagarne le conseguenze. Riflettiamo... gente. Attenzione!
Giuseppe Cancemi

***
***
***
Il testo giornalistico di riferimento...
BELLUNO.
Le “aree bianche” diventano edificabili. Ma solo su richiesta del
proprietario del terreno e sulla base di precisi paletti, che la
giunta ha messo per evitare che in zone di pregio sorgano palazzine
ingombranti. Inoltre, la volumetria che sarà sviluppata nelle aree
bianche sarà “sottratta” a Cavarzano, nella zona destinata allo
sviluppo del Master plan. In questo modo non aumenterà la cubatura
prevista dal piano regolatore in vigore.
L'assessore
Franco Frison sta lavorando da mesi a questo piano e nel prossimo
consiglio comunale (e prima in commissione urbanistica) si discuterà
della quantificazione economica di questi spazi. Le zone bianche sono
aree del territorio comunale sul quale il Comune pensava di
realizzare opere pubbliche (parcheggi, per esempio, ma anche piste
ciclabili o parchi) e per questo, anni fa, vi ha messo un vincolo. Ai
primi cinque anni ne sono seguiti altrettanti, poi la legge, con una
sentenza della Corte Costituzionale, ha fatto decadere quei vincoli e
le aree sono diventate “bianche”, cioè «prive di una
pianificazione urbanistica», spiega l'assessore Frison. Ma sono
anche bloccate, cioè il proprietario non le può usare. «Abbiamo
alcune richieste da sistemare, per questo dobbiamo arrivare a una
quantificazione economica, al metro cubo, di questi spazi».
In
pratica, il proprietario del terreno “area bianca” che volesse
costruirvi una casa, dovrà pagare una certa cifra al Comune (da
stabilire). Solo chi presenterà apposita istanza avrà il terreno
edificabile a disposizione, gli altri rimarranno come sono. Da un
lato, dunque, ci sarà anche chi avrà un evidente beneficio, perché
magari quel terreno 10 anni fa era agricolo e ora può diventare
edificabile, ma anche il Comune avrà il suo vantaggio, economico.
«In questo modo si trova un equilibrio fra due interessi», precisa
il sindaco, Jacopo Massaro. «Quello del privato, che per anni ha
avuto un vincolo su un terreno di sua proprietà, ma anche quello
pubblico, sia perché è prevista una cifra per l'acquisto della
volumetria, sia perché abbiamo posto precisi paletti
all'edificazione».
L'acquisto
di volumetria, infatti, sarà possibile solo in determinate zone,
«ovvero in contesti già urbanizzati» e anche i metri cubi saranno
limitati per evitare di veder sorgere condomini dove oggi ci sono
prati.
Sono
un centinaio le aree bianche in comune; per consentirne
l’edificazione sarà tolta volumetria a Cavarzano, nell'ampia area
dove da anni si parla del Master plan. Un bilanciamento per mantenere
la stessa volumetria prevista nel Prg: «Avevamo la necessità di
risolvere aspettative legittime di alcuni cittadini (una decina)»,
continua Frison.
I
soldi che il Comune incasserà per la “vendita” della volumetria
serviranno per fare qualche opera pubblica, come parcheggi e
ciclabili: «È lo stesso lavoro», conclude Massaro, «che stiamo
facendo con i Suap (via Agordo e la Carpenada per esempio): quando un
privato ci chiede una variante al Prg, noi chiediamo opere di
compensazione a beneficio della comunità. Con le aree bianche
succederà lo stesso».
di
Alessia Forzin
Corriere delle
Alpi del 10
ottobre 2014

mercoledì 8 ottobre 2014
CALTANISSETTA: Revisione PRG
LE SCELTE URBANISTICHE DEBBONO ESSERE POLITICHE
L'allegato documento che circola, circa
una revisione del PRG di Caltanissetta, sembra essere un mix tra un
flebile contenuto di scelta partecipata e una staccata burocratica
applicazione esecutiva. Sembra marcare un annunciato assemblearismo
che può scadere in partecipazionismo fine a se stesso. La
riorganizzazione di una città dove i cittadini finora sono rimasti
illustri sconosciuti ai cosiddetti piani da sempre studiati
rigorosamente solo a tavolino, promuovere assemblee sia pure con la
presenza di istituzioni, enti ed associazioni può sembrare
“rivoluzionario”, ma tale non è. Enunciare vagamente una
riqualificazione del centro storico, una
rivisitazione
dell'espansione urbanistica o un'organizzazione viaria non ci
entusiasma, anzi ci fa temere altri condivisi e non, prevedibili
nuovi scempi. Per esempio, in una città come la nostra, persino
semplicemente usare l'espressione espansione dovrebbe essere
proibito. Le zone di una città che si è estesa eludendo gli
standard residenziali e che ha edificato per oltre due vani per
abitante (senza avere risposto alla domanda di casa e di vivibilità),
sono sotto gli occhi di tutti.
Ancora una volta non si fa alcun cenno
a come far fronte ai bisogni, pregressi e futuri, degli abitanti di
risiedere, abitare, spostarsi e lavorare.
Le scelte per la città non sono un
fatto tecnico ma solo ed esclusivamente espressioni di volontà
politica in cui ai tecnici viene affidata l'interpretazione.
Si prende atto di questo documento che
non dichiara una volontà di inversione di tendenza. Ci aspettiamo,
comunque, un documento politico di intenzioni dell'Amministrazione
circa il prossimo strumento urbanistico che si vuole sottoporre a
revisione, avendo in mente un'idea di città come impianto sistemico
per un progettato sviluppo prima sociale e poi economico.
Giuseppe Cancemi
Allegato:
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martedì 29 luglio 2014
LIBERO CONSORZIO
La
sensibilità verso i temi dell'ambiente che da anni mostra il
Presidente di Italia Nostra Regionale arch. Lendro Jannì, ha fatto
ancora centro con la tavola rotonda “Liberi
consorzi e territorio. Focus su Sistema Sicilia Centrale”,
mettendo cappello su un'importante problematica che riguarda
l'istituzione dei liberi

consorzi. Le Province non ci sono più e la
Sicilia autonomamente sta già muovendosi verso una riorganizzazione
territoriale che dovrà aggregare più Comuni in una amministrazione
intermedia tra il singolo “campanile” e la Regione. L'idea, di
una nuova aggregazione comunque non è nuova, anzi. Già lo Statuto
(1946) della Regione Siciliana all'art.15, comma 2 così recitava:
“L'ordinamento
degli enti locali si basa nella Regione stessa sui Comuni e sui
liberi Consorzi comunali, dotati della più ampia autonomia
amministrativa e finanziaria”.
Questa norma, per dirla tutta, non è mai stata attuata, pur
trasformandosi nel 1955 nelle appena soppresse Province Regionali.
Dunque, il dibattito si riapre, e Caltanissetta con Enna e Gela
provano a dialogare mettendo in campo temi riguardanti le identità
territoriali e culturali, arricchiti da stimoli sulla governance
provenienti da docenti in rappresentanza degli atenei di Catania ed
Enna. Non sono mancate neppure le proposte sulle significatività da
dare al territorio da parte di tanti altri interventi. In verità, a
mio modesto avviso, il confronto ricco non mi è sembrato però
percorrere il solco che voleva e doveva avere una tavola rotonda, su
un tema che andrebbe sviluppato più sul concreto, evitando confronti
sul “si poteva fare” o ancora propedeutici alla politica o alla
dottrina giurisprudenziale.
Provo
allora a dire dal mio modesto punto di vista, come si può affrontare
la questione a partire dal basso, dal cittadino utente della futura
aggregazione comprensoriale. L'obiettivo primario che il mutamento
dell'amministrazione intermedia deve affrontare, deve essere quello
della “felicità” dell'amministrato. Felicità se non in senso
psicologico, almeno in termini di tendenza alla massima soddisfazione
nella fruizione complessiva del territorio e dei servizi in genere.
Se
questo è l'obiettivo espresso in termini semplici, bisogna allora
sapere di quale soggetto, di cittadino medio, non può fare a meno la
nuova aggregazione di persone e territorio. La nuova forma
amministrativa che deve mettere insieme vari comuni, nella sua
dimensione “civica” con questo ambizioso obiettivo, deve sapere
se esistono le condizioni per le quali il singolo intende mettere a
disposizione degli altri un rinnovato rispetto per le regole di tutti,
la sua partecipazione nella difesa del bene comune, la sua mutua
scambievole solidarietà,
etc.. Insomma, se al cambiamento intende partecipare e in quale
misura.
Questo
minimale approccio di civismo deve essere il minimo comun
denominatore da cui muovere, perché basilare per un processo che
dovrà rivoluzionare il modo di vivere associato delle generazioni
attuali e future. É questa la proiezione d'identità del “campanile”
e del suo appartenere ad una aggregazione più estesa che, come in un
mantra, deve saldare i vari Comuni.
Riferendoci
ora all'unione dei territori comunali per formare un libero
consorzio, allegoricamente potremmo paragonarlo ad una
società per azioni dove il prodotto è la vivibilità dei cittadini
e ogni Comune partecipa con la proprie “azioni”. Il capitale
umano, per primo ma anche il territorio fisico, i beni culturali e
ambientali, le opportunità territoriali economiche (potenziali e in
atto), le infrastrutture di collegamento (a rete e puntuali), le
risorse idriche ed energetiche (elettriche e termiche), lo
smaltimento dei rifiuti, nel loro insieme, dovranno costituire quel
capitale comune utile per affrontare la sfida che attende le nuove
aggregazioni di Comuni. Intendendo per sfida la pervicace voglia di
fare da soli per una vivibilità al meglio dei cittadini che hanno
deciso di unirsi in un'unica realtà territoriale, in sostituzione di
una provincia obsoleta e stanca, mossa da automatismi oramai fiacchi
non sempre rispondenti alle vere necessità della comunità
amministrata.
Quale
governo ipotizzare per i liberi consorzi comunali ci viene indicato
dal dibattito cui siamo giunti in merito alle governance in
genere. Gli italiani chiedono meno burocrazia, costi contenuti,
sobrietà, funzionalità ed efficienza, nonché la separazione delle
responsabilità politiche da quelle tecniche realizzative. Secondo
questo orientamento generale si può pensare di individuare gli
organi del nuovo Ente (meglio sarebbe chiamarlo comprensorio) a
partire da un'Assemblea,
composta dai sindaci dei comuni appartenenti al libero consorzio che
elegge il Presidente, con un sistema di voto ponderato
in rapporto alla popolazione di ciascun Comune. La stessa Assemblea
esprime anche una Giunta composta da 3/5 componenti
formata dagli x Comuni col maggior numero di abitanti che elegge un
suo Presidente.
A
governare l'attuazione delle scelte politiche dovrebbe essere
delegato un
City Manager assunto
dal Consiglio di Giunta, strettamente in considerazione delle sue
capacità manageriali escludendo dalla scelta ogni eventuale
prevalenza per appartenenza politica. Questi, andrà
assunto
come realizzatore dell'espressione politica con contratto a tempo
indeterminato ma con la facoltà per il Consiglio di Giunta di
poterlo licenziare in ogni momento.
Strutturalmente,
l'organizzazione del Libero Consorzio non può non partire da una
composizione territoriale. Il punto di partenza di tutto deve essere
rappresentato dal territorio in senso spaziale ed organizzativo sia
di livello che di scala. I tempi di percorrenza, perché un servizio
sia relativamente fruibile con il minor disagio possibile per
l'utenza, per esempio, possono essere stabiliti mediante isocrone
applicate ai servizi di base (sanità, istruzione e formazione,
accesso ai beni territoriali in genere, etc.).
L'ottimizzazione,
secondo gli esistenti punti fissi (l'attuale localizzazione, per
esempio, dei servizi sanitari) e le variabili (nuovi servizi da
ubicare) nonché i limiti (per esempio delle distanze) stabiliti non
valicabili nel sistema
dei servizi,
per un'equa ridistribuzione, deve rappresentare il tracciato da cui
muovere per meglio organizzare la base per le varie utenze.
Senza
alcun indugio, l'esistente va esaltato, valorizzato ma anche
razionalizzato. Il libero consorzio, dunque, dovrà disporre al
meglio delle risorse umane, dei servizi di trasporto in termini di
circolazione veicolare ma, soprattutto, delle informazioni (con
cablatura in fibra ottica di ultima generazione) le quali riducono il
traffico motoristico trasformandolo in traffico
di rete
(web). Sapendo, che è meglio far viaggiare le informazioni che non
le persone. Ovviamente non basta razionalizzare uomini e mezzi,
assumere nuove tecnologie se non si opera in maniera sistemica e
sinergica. l'ammodernamento delle funzioni e dei servizi deve anche
essere accompagnato da nuova linfa nelle varie istituzioni locali:
Comuni in testa.
In
termini economici vanno recuperate le dimenticate vocazioni
territoriali come attrattive e occasioni di lavoro. Le produzioni in
piccole serie di prodotti alimentari dei nostri Comuni tanto care a
chi vive fuori dal proprio territorio di origine, possono diventare
business
con aree assai più lontane della stessa Europa. Il commercio, il
turismo con un Libero Consorzio (smart)
alle spalle possono migliorare e ampliare i propri circuiti e i
consumatori/fruitori.
Al
cittadino del nuovo consorzio spetta di scegliere. Sapendo che il
destino di ciascuno dipende in massima parte da noi stessi. Alle
amministrazioni locali, invece, compete la capacità di indurre
partecipazione e responsabilizzazione nelle scelte, le quali debbono
essere meno campanilistiche e più comunitarie.
Per
concludere, qualche esempio per tutto la gestione dei rifiuti per
prima. Nel principio per un'etica della responsabilità la produzione
e lo smaltimento in termini morali debbono, senza se e senza ma,
elidersi localmente.
L'approvvigionamento
idrico, non può essere delegato ai privati e la restituzione delle
acque reflue ai naturali alvei del suolo, deve essere depurata e
ritardata al massimo; gli inquinamenti vari di suolo, acqua ed aria
vanno abbattuti e combattuti.
Per
concludere, il nuovo strumento di aggregazione territoriale ha due
possibili sbocchi: quello dell'opportunità o quello della
conservazione. Può rimanere una somma di comuni e delle loro
popolazioni o diventare elemento di rilancio socio-economico tanto agognato, ma sempre rimandato o disatteso.
Giuseppe Cancemi
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