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domenica 2 settembre 2018

Rigenerazione e recupero per Caltanissetta 2018/1


C'é ANCORA UNA SPERANZA?


Prima di tutto, lo rammento per me stesso, il centro storico è parte integrante del sistema città-territorio. E non posso fare a meno di esternare il mio timore che su Caltanissetta incomba l’assurda scelta, mai accantonata ma tenuta in sonno, di calare dall’alto (per scelta del “principe”) una sorta di edilizia economica e popolare nei quartieri più degradati del centro in via di crollo, espellendo gli attuali residenti, autoctoni e non, che resistono in condizioni di estrema precarietà.
Il centro storico, per una gran parte di nisseni, lo sappiamo, non è appetibile da un punto di vista edilizio. La conservazione storica e urbanistica, sia pur minima, che comporta l'area, non consente abbuffate di speculazioni. Ma non sanno che un centro storico che si conserva bene è la massima attrattiva per una città che vuole incamminarsi per uno sviluppo sostenibile.
Comunque, sembrerebbe velleitario occuparsi di centro storico, come spesso si fa, senza avere indagato la composizione sociale di chi occupa le abitazioni più o meno degradate di detto centro, stabilito quale indirizzo dare all’economia locale e territoriale, conoscere qual è l’offerta/domanda di case, sapere quali tendenze e attese sono presenti nelle varie classi d’età della popolazione nissena, quanto è presente in città l’invecchiamento della popolazione, etc.. Insomma, recupero sì ma a patto che all’insieme di dati appena accennato si aggiunga la consapevolezza che lo stock edilizio da recuperare è vasto e che le risorse sono assai limitate. Tutte informazioni propedeutiche che fanno prevedere tempi lunghi per la realizzazione e un processo articolato che si auspica possa essere anche partecipato.

Il centro storico, per una gran parte di nisseni, lo sappiamo, non è appetibile da un punto di vista edilizio. La conservazione storica e urbanistica, sia pur minima, che comporta l'area, non consente abbuffate di speculazioni. Ma non sanno che un centro storico che si conserva bene è la massima attrattiva per una città che vuole incamminarsi per uno sviluppo sostenibile.Comunque, sembrerebbe velleitario occuparsi di centro storico, come spesso si fa, senza avere indagato la composizione sociale di chi occupa le abitazioni più o meno degradate di detto centro, stabilito quale indirizzo dare all’economia locale e territoriale, conoscere qual è l’offerta/domanda di case, sapere quali tendenze e attese sono presenti nelle varie classi d’età della popolazione nissena, quanto è presente in città l’invecchiamento della popolazione, etc.. Insomma, recupero sì ma a patto che all’insieme di dati appena accennato si aggiunga la consapevolezza che lo stock edilizio da recuperare è vasto e che le risorse sono assai limitate. Tutte informazioni propedeutiche che fanno prevedere tempi lunghi per la realizzazione e un processo articolato che si auspica possa essere anche partecipato. Agli intellettuali nisseni dico di non rimanere più alla finestra ad aspettare gli eventi. Si sbraccino e si mettano al lavoro. Anticipino e aiutino quel pensare positivo che in città c'è ma fa fatica a mostrarsi. Qualcuno mi pare lo stia già facendo, ma una sola rondine non fa primavera! 

La penna, oltre ad essere demolitiva, disfattista, estremamente critica, può diventare suggeritrice, costruttiva, indicatrice di percorsi, insomma attiva anche solo criticamente sì, ma in modo costruttivo.

Giuseppe Cancemi

venerdì 19 maggio 2017

LA FLESSIBILITA' (sic!)... DEGLI SPAZI URBANI!

Accadde non molto tempo fa...


Una vasca vuota, non vuol dire che stiamo vedendo solo una breve interruzione di servizio, per una pulizia manutentiva programmata. E tanto meno che dei ragazzi, i quali giocano a pallone dentro, non vuol significare che hanno necessariamente “sconfinato” in uno spazio ad altro scopo dedicato. Ma allora....?
Allora può significare anche altre cose. L'acqua che non c'è, per esempio, e perché; spazi pubblici per adolescenti che scarseggiano o massima tolleranza per tutto, o ancora, assenza di un servizio di vigilanza, etc..

Per l'acqua che non c'è, viene subito da pensare semplicemente che una vasca d'acqua nella “piccola Venezia delle montagne” orgogliosamente delle dolomiti non può esistere. Altre città, che non hanno la fortuna di avere a vista d'occhio le montagne innevate per un lungo periodo nel corso dell'anno, micro (diciamo) problemi come questo l'hanno risolto con il ricircolo di una minima stessa quantità d'acqua. A Belluno no! O si ha l'acqua da mandare in fogna a ciclo continuo o niente! Ma a parte questa notazione che è forse puramente estetica di ornato, altre ne vengono in mente. La penuria d'acqua, mai vista prima, associata alle cosiddette bombe d'acqua, alla siccità in genere, sono segnali che meritano tutta l'attenzione possibile, anche localmente, perché denunciano un'alterazione del clima di cui, anche nel nostro piccolo, siamo tutti responsabili. Non a caso nel cosiddetto “PATTO DEI SINDACI 20 20 20” anche Belluno ha firmato un suo impegno. Per la cronaca i sindaci che hanno sottoscritto il patto, si sono impegnati a ridurre le emissioni di gas serra del 20 %, alzare al 20 % la quota di energia prodotta da fonti rinnovabili e portare al 20 % il risparmio energetico: il tutto entro il 2020.
Per questo impegno, non sapendo cosa è stato fatto a Belluno, da quel che è visibile deduco ed esprimo una mia dubbiosità sui risultati finora perseguiti.
Da anni, è sotto gli occhi di tutti, questa città ha subito un considerevole depauperamento delle essenze arboree, per tagli forse in massima parte ingiustificati. Le più elementari conoscenze di ciascuno di noi, senza tante nozioni in materia di climatologia, può rilevare che meno alberi significano più anidride carbonica (gas serra) in contrasto con la promessa di riduzione e le conseguenti ricadute che si hanno sul pianeta. Se la vogliamo dire tutta, gli alberi in città sono diminuiti, nonostante una legge favorevole all'incremento arboreo di qualche anno fa, che poteva far compensare le perdite subite.
Detta legge (del 14/01/2013, n. 10), impone ai sindaci di Comuni che superano i 15 mila abitanti di dedicare un albero per ogni bimbo nato o adottato. Dunque, un utile indirizzo, più che suggerimento per le città, di accrescere il proprio patrimonio arboreo, che però a Belluno non sembra vedersene i segni. Di risparmio energetico, non se ne vede neanche negli edifici pubblici o nell'illuminazione stradale. A 'mo d'esempio, volendo iscriversi ad un virtuoso risparmio energetico, basterebbe fare accendere le luci sul Ponte degli Alpini, una metà per volta, delle attuali lampade (spero a led); ridurre di pochi lux nelle ore notturne l'illuminazione stradale; programmare un rigido controllo di accensione/spegnimento di tutte utenze pubbliche mediante un'unica gestione.
La serietà dell'impegno sulla riduzione del CO2, che non è solamente locale, imporrebbe, una politica accorta nel senso del risparmio energetico a cui si potrebbe anche aggiungere quello idrico, con il recupero delle acque pluviali e il ricircolo delle acque grigie depurate.
I ragazzetti in vasca, fanno pensare ad un centro storico si vivo ma poco attenzionato, e anch'esso privato di qualcosa. Per esempio, la prima cosa che viene in mente sono gli spazi pubblici, e come per riflesso condizionato viene da ricordarsi che tanti anni fa erano di moda gli standard residenziali e tra questi gli spazi pubblici attrezzati a parco e per il gioco e lo sport, per un totale minimo di 9mq per abitante. E qui verrebbe da chiedersi se e quando è stata fatta l'ultima verifica di questi standard (D. I. 02 /04/1968, n. 1444) in centro storico.
Ecco, la vasca centrale del cuore di Belluno a vedersi così e per lungo tempo fa tristezza, e viene da attribuire la colpa a un qualcuno. Sì perché a pensar male quasi sempre, diceva un noto politico: ci si azzecca!
Belluno è una città matura, che ha bisogno di una conduzione attenta nei dettagli di una complessità amministrativa, che solitamente sembra muoversi a vista, spesso, rincorrendo i problemi e raramente prevenendoli.
L'alternativa ad una città che si muove per inerzia, grazie al civismo dei suoi cittadini non basta più. Solo una città dinamica pensata, analizzata e progettata - sempre attenta ai valori e ai bisogni - è capace di valorizzare le proprie risorse ma anche di attingere ad altre risorse di livello diverso, e può ambire ad una crescita sociale ed economica che i tempi moderni richiedono.


Giuseppe Cancemi

martedì 18 aprile 2017

BELLUNO:RIALLOCAZIONE DELLE EDICOLE DEI GIORNALI in prossimità di piazza dei Martiri

Atto semplicemente burocratico o di attenzione per il centro storico?

Il tema delle due edicole ai lati di piazza dei Martiri, ricomparso in questi giorni, riprende per l'ennesima volta la ricollocazione delle stesse in un nuovo spazio. Non si capisce se la novità sta nelle superfici individuate nelle medesime vie di prima: Matteotti e Vittorio Emanuele o nell'approssimarsi di un bando per l'assegnazione ad hoc degli spazi individuati.

Siamo in tema di concessione di nuove aree pubbliche ma è come se fosse una questione privata. E non tanto per gli annunciati criteri, forse discutibili, di vantaggio per le preesistenti imprese ma per la conduzione disinvolta della collocazione nel suo complesso. Si va avanti con scelte di vertice, senza aver chiesto ai cittadini alcun parere, noncuranti di una prevedibile alterazione dell'immagine del centro storico. Nessuno che chieda: se va bene quel trasferimento proprio negli spazi che qualcuno, forse arbitrariamente, senza un criterio oggettivo, ha assegnato e destinato al trasloco. Meno ancora si sa della forma di queste edicole: se si collocheranno discretamente o se impatteranno con la storica piazza centrale.
Credo che al cittadino comune, interessi di più non tanto la trattativa in sé, ma piuttosto la modifica d'immagine che incide su una conservazione prospettica di un ornato, che ha un suo effetto presenza già storicizzato e consolidato.
In una gestione partecipata delle scelte urbane, il centro storico in particolare, necessita di cercate condivisioni e non di essere trattato “burocraticamente” nel solco di una ordinaria amministrazione. Mi pare che in passato, esistevano già due edicole piazzate ai lati del teatro, e questo è un dato. Verrebbe da dire che una qualche riflessione pubblica anche per questo oggettivo particolare, andava e andrebbe fatta per comprendere quale logica sottende la prevista collocazione e non altra. Il perché non è stata prevista, per esempio, una opzione, diciamo zero, a favore di locali sfitti esistenti in zona.
È un buon motivo il “disturbo” per gli “addetti ai lavori”, che porta l'attuale presenza di una delle due edicole l'immagine del Fulcis?
Forse sì, può darsi! Ma il groviglio di auto, pur se autorizzate, parcheggiate a ridosso del citato museo, non sono forse anche peggio?
Tralasciando altri particolari importanti come le forme dei futuri chioschi e dei relativi materiali che non si conoscono, ma che meritano una conoscenza, un confronto di idee e un discorso a parte, colpisce, e non da ora, il complessivo silenzio di partiti, associazioni e società civile. Gruppi, che solitamente non disdegnano di una visibilità per i loro convincimenti di parte.
E diciamolo, non convince neanche lo scarico di responsabilità della ricollocazione legato all'obbligatorietà di un vago coinvolgimento di soprintendenza e uno studio di architettura di Roma. Cittadini per primi, amministratori e tecnici comunali, non sono in grado di decidere per se stessi?
Infine, l'attuale collocazione per una distribuzione strategica di vendita trova, giustamente, le due edicole agli estremi della piazza dei Martiri. E questo può andare bene. Ma a voler ragionare in termini tutelativi per la piazza, per un bene che è di tutti, verrebbe da consigliare di lasciare che dette edicole trovino alloggio in locali fissi, specie in un momento in cui i locali in affitto sono tanti. Per una amministrazione attenta, infatti, basterebbe in questo caso l'adoperarsi per facilitare le locazioni, calmierando i prezzi. I vantaggi di una simile scelta, avrebbero una prevedibile ricaduta su tutto il commercio, con benefici, non solo per le edicole ma anche per una nuova politica di ripopolamento del centro storico.


Giuseppe Cancemi

ALLOCAZIONE DELL'EDICOLA NEL 2018

lunedì 12 settembre 2016

AMMODERNAMENTO STRADA STATALE N. 640



OPERE DI COMPENSAZIONE

Il passaparola o web tam tam che circola nei blog nisseni di questi giorni, invita i cittadini a presenziare l'incontro che mette insieme amministratori del passato ed attuali sul tema delle “opere di compensazione” promesse alla città, a seguito dei lavori di raddoppio della carreggiata della strada statale 640 intesa anche come strada “degli scrittori”.

 I prodromi di tale incontro sono stati finora parole in libertà, forse, dico foorse... volutamente cariche di aspettative salvifiche per un astratto aiuto all'economia ma soprattutto poco chiare per una obiettiva valutazione. Per essere più precisi, bisogna prima di tutto chiarire cosa sono le cosiddette opere di compensazione. Il termine appartiene ad una estensione, per linguaggio, di tutte quelle opere che hanno un impatto sul territorio e che debbono essere “ricompensate” e o “mitigate”. L'ambito linguistico di origine riguarda l'ambiente naturale e il paesaggio nonché la loro relativa interazione con le progettate trasformazioni, siano esse urbane che extraurbane. Le sbandierate “opere di compensazione” a Caltanissetta ci richiamano la difficile contesa sempre presente tra le decisioni politiche e la partecipazione democratica che VIA (Valutazione di Impatto Ambientale) e VAS (Valutazione Ambientale Strategica) normativamente contemplano. Queste sigle ci riportano al centro dell'eterna contesa tra interesse locale e interesse generale riassunto in un acronimo che nel linguaggio anglosassone è conosciuto come NIMBY (Not In My Back Yard) e che in italiano vuol dire: “Non nel mio cortile”. Ecco i nisseni parlano di “opere di compensazione” che più che tali sembrano una sorta di baratto che nulla ha a che vedere con una progettualità compensativa obiettiva, nella complessità socio-economica della comunità nissena da “compensare”. In uno dei sei punti ribaditi 18 mesi fa, dall'on. Pagano attraverso la stampa locale, si legge, per esempio, per un'opera di svincolo stradale: “Allo stato attuale non è stata posta in essere alcuna azione per mancanza di indirizzi da parte dell’attuale Amministrazione Comunale”. Un semplice esempio significativo di progettualità priva di una “rotta” per una “nave sanza nocchier in gran tempesta” mi sembra una compensazione massimamente rivolta, forse verso una migliore viabilità, ma non organica con quella che dovrebbe essere la fondamentale nozione di “sostenibilità” che si è affermata nella cultura ambientale nonché socio-economica. Trovo una sola opera, tra quelle contrattate, sicuramente idonea ad essere approfondita ed è il risanamento e la politica della discarica (controllata), esclusiva per la frazione organica, di Monte Stretto. Su quella, e sulla non più eludibile raccolta differenziata dei rifiuti, la comunità locale nissena, deve insistere. Deve cioè appropriarsi della giusta “etica della responsabilità”, come si diceva una volta a proposito dei rifiuti, ritenendo “imperativo il dovere” di smaltire i rifiuti dove si producono. Una perplessità, però mi assale, quando penso agli incontri pubblici tra ex e attuali amministratori che si annunciano con scaramucce bizantine come quelle apparse sulla rete (web) locale. Penso solo, ma spero sempre di sbagliare, che non finisca come per i capponi di Renzo nei Promessi Sposi di Manzoni.


 Giuseppe Cancemi

sabato 2 luglio 2016

L'ESPERIMENTO DI VIABILITA' (sic!) in Piazza Duomo a BELLUNO

LA MONTAGNA  HA PARTORITO UN TOPOLINO

Qualche stallo legittimo tra gli spazi occupati da auto in sosta abusiva.

Sembra... che la città abbia solo un unico problema: dove parcheggiare le auto. La stampa quotidianamente riporta una qualche invenzione dei commercianti del centro storico, fatta apposta per fare confluire più auto nelle principali piazze che rappresentano il "genius loci", l'anima  di Belluno città. Inutile dire che le auto non possono e non debbono stare in quella parte di città che è nata a misura d'uomo. Comunque, l'allontanamento delle auto dai centri storici oltre che salutare è anche culturale. E con la cultura sì, si mangia!

Già il cartello che associa una la parola "sperimentazione" con "viabilità" e non mobilità, la dice lunga sul modo di concepire la vivibilità urbana che dovrebbe avere al centro dei suoi interessi il benessere e la felicità dei cittadini.
Invece... invece a Belluno, in barba a qualsiasi principio, si continua a discutere solo e sempre in merito ai parcheggi.

L'Amministrazione della città - vuoi perché siamo a fine mandato, vuoi perché chi "grida" di più ha ragione, oppure che ha ragione chi mostra i "muscoli" di un ostentato seguito elettoralistico - alla domanda ossessiva di parcheggi rinuncia ad una politica che prima di tutto deve essere sostenibile. Assecondare un bisogno non reale ma indotto, significa socializzare i costi di una non sostenibilità e privatizzare i "guadagni".

Vorrei solo ricordare a chi legge, che il comodissimo parcheggio Lambioi,  servito da una gratuita scala mobile è vicinissimo alla piazza Duomo e a pochi passi da due parchi. Ha sempre molti posti disponibili e il costo orario non è esoso. Eppure, chi esercita un commercio in centro storico, qualche decina di esercizi, vorrebbe e in parte lo ha, un centro invaso dalle auto. Il Comune, diciamo, per questa concessione, non di rado deve fare i conti con una diffusione acustica fuori controllo che non riesce a verificare per orario di servizio dei vigili e con mezzi propri.
A proposito, i vigili locali hanno un fonometro per controllare le emissioni che superano i decibel assegnati alle varie zone?
Ricercare a tutti i costi uno spazio per le auto (fuori luogo in centro storico) che  hanno già un comodo e spazioso parcheggio è un assurdo. Non pensa, dunque, il Comune che i richiedenti nuovi e riorganizzati parcheggi debba cambiare strategia?
Per esempio: un Lambioi collegato ad apposita APP per pagare e allungare eventualmente i tempi e, da parte degli esercizi commerciali, dei bonus  gratuiti per l'affezionata clientela non sarebbe meglio per tutti?
Pensate gente... pensate!

Giuseppe Cancemi

P.S. Mi sovviene in mente, tardivamente, che all'art. 36 del Codice della strada al comma 5 - Il piano urbano del traffico viene aggiornato ogni due anni.  Belluno, se non sbaglio, non mi risulta che di recente abbia aggiornato il suo Piano Urbano del Traffico e questo, forse, dà alla modifica di circolazione (parcheggio in piazza Duomo) una qualche ombra di illegittimità, risparmiata dal tempo tardivo di questa mia osservazione.
G. C.




sabato 20 febbraio 2016

CALTANISSETTA: IL MUSEO DELLA ZOLFARA




Tra sei mesi o più, poco importa, avremo il museo della zolfara. Leggo che la struttura ospiterà una importante museo mineralogico, paleontologico e della zolfara con un’esposizione permanente dedicata alla tecnologia mineraria per l’estrazione dello zolfo in Sicilia. Una struttura la cui impronta che si vuole ripercorrere resterebbe di tipo scientifico-geologica, tecnica e tecnologica. A parer mio assai riduttiva nei confronti dell'umanità che ha attraversato quel periodo. Penso all'industrialismo ottocentesco siciliano e nisseno, in particolare, il quale con la sua economia, non più solo primaria, proiettava nella città nuova luce.
Renato Guttuso - La zolfara
La parte materiale sintetizzava nel centro storico la cultura mittel europea dell’abitare (spazi di vita collettiva, palazzi e arredi urbani), delle prime conquiste nei diritti dei lavoratori ma, soprattutto, per la parte spirituale, esprimeva una forte vocazione che trovava nei  riti religiosi e negli oggetti di devozione un culto unico. Insomma, ritengo che in una storicizzazione museale si debba ospitare una ricostruzione il più possibile a 360 gradi.

Giuseppe Cancemi

venerdì 15 maggio 2015

BELLUNO

 I SEGNALI  STRADALI  VERTICALI,  SIAMO  SICURI  CHE SONO  TUTTI  LEGITTIMI?


Non piace a nessuno essere multato, ma se poi ci confrontiamo con la nostra coscienza, specie se l’infrazione c'è, dovremmo serenamente ammettere il nostro torto e convircerci che la legalità è una garanzia per tutti. La CEI definisce la legalità «insieme rispetto e pratica delle leggi». C'è solo un piccolo particolare che andrebbe chiarito, si riferisce a tutti, compreso chi amministra e soprattutto a chi deve fare rispettare le leggi.
Il mio rifiuto di accettazione verso una recente multa, che poteva essere evitata, però non mi trova convinto per la modesta cifra (28,70 €) né rassegnato, nonostante la mia ragionevole e avvertita premessa. E voglio argomentare perché.
Fronte- retro dello stesso cartello in Viale Fantuzzi.
Articolo 77, regolamento di  esecuzione del  c.d.s.




Mi colloco nella media degli automobilisti, tra quelli ligi al dovere. Infatti non ho mai preso una multa da trentanni a questa parte. L'altro ieri, però, ho svoltato dove un cartello indicava di procedere diritto e ho preso una sanzione. Il segnale è lì e nessuno può negarlo. Dunque, nulla Quaestio. Ma tornando a piedi sul luogo, mi sono domandato quale poteva essere stata la necessità che ha indotto il Comune a vietare la svolta a sinistra (davanti gli uffici della Questura) e mi interessava conoscere quali motivazioni avevano fatto deliberare quell'adozione. Ricordandomi che tutti siamo uguali di fronte alla legge, mi è venuto in mente di guardare se quel segnale stradale era stato posto legittimamente proprio lì. Sorpresa! Il retro del cartello non riporta quanto prescritto dal codice della strada e perciò non osserva l'obbligo ribadito da una recente sentenza di Cassazione. Dunque quel cartello potrebbe essere lì per una dimenticanza di una pregressa situazione di circolazione o per chissà  quale altro motivo. E' perciò nasce un dubbio di legittimità (o quasi una certezza!) per quel cartello, privo di numero e data dall'atto amministrativo che lo ha imposto.
Il dubbio dell'illegittimità lo suggerisce proprio la stessa circolazione che sembra illogica. I veicoli che provengono dalla Piazza Piloni, dalla Via Caffi e dalla Via Tissi, diretti verso la stazione ferroviaria, sono costretti a dirigersi verso un nodo semaforico, Piazza Cesare Battisti, già con un suo carico di traffico importante. Il flusso dal  Viale Fantuzzi verso la rotatoria, non sembra dettato apparentemente da alcuna evidente esigenza  se non quella di alleggerire il traffico di Via Volontari della Libertà, una via relativamente poco trafficata. Comunque, allo stato, il mio errore apparentemente non  giustificato, non può essere considerato sanzionabile se quel segnale stradale è e rimane illegittimo.
Facile anche porsi alcune domanda: perché un vigile proprio lì pronto a multare tutti senza nulla fare per evitare quell'infrazione? Esiste un motivo plausibile che ha indotto la sorveglianza urbana a reprimere proprio quella trasgressione senza se e senza ma? E ancora:  Si fa altrettanto per la sosta selvaggia in Piazza Duomo, per l’uso del cellulare in marcia, per la sobrietà in auto o per il superamento dei limiti di velocità?
 Nel caso, mi è sembrato di vedere archiviata una pedagogia di rapporto favorevole alla prevenzione, tra potere e cittadino. Forse, una multa a tutti i costi poteva essere evitata e non solo per me, ma anche per altri con ben altro valore educativo. Una sanzione amministrativa nel dubbio che lo strumento che l'ha determinata sia illegittimo solleva una questione tra potere e cittadino che si può semplificare ricordando il Marchese del Grillo: «io so' io (potere) e voi non siete un ca..o (cittadini)»
 Mi sia lasciato ancora dire, che più di una giusta multa quella contestata mi è apparsa come un pretestuoso balzello stocastico.
 Forse, un'azione costante preventiva, potrebbe andare meglio se si ha a cuore veramente la «legalità». Il vigile che ha multato la «pericolosa» mia deviazione si trovava in una posizione che bastava un semplice gesto per impedirmi  di svoltare, mentre invece ha lasciato che si compisse l'infrazione. Ha scelto! Anziché prevenire, é più comprovante reprimere. La preziona presenza di un vigile in strada, graditissima, non mi è apparsa in effetti come un meritevole servizio ma piuttosto come un “agguato” fatto apposta, per un ulteriore raschiamento del fondo del barile in nome e per conto del Comune, a spese di un qualsiasi malcapitato. Mi soffermo ancora, nella fattispecie dell'infrazione, per assicurare che trattavasi di uninnocua deviazione ad angolo retto con le dovute precauzioni, lungi dal rappresentare una pericolosa situazione fissa da scongiurare. Per finire, verrebbe spontaneo dire: da quale pulpito viene la predica!
Sì perché il Comune, diciamo, che predica bene ma, in casi come questo, razzola male. Al cittadino contesta, ripeto “giustamente”, le inosservanze, ma scorda che nell'educare alla legalità la prevenzione non va esclusa. La credibilità verso le istituzioni deve essere fondata su comportamenti ineccepibili ed esemplari, le leggi e i regolamenti valgono per tutti grazie alla Costituzione.
Per capirci, queste ultime mie osservazioni, che possono apparire impertinenti, scaturiscono dalla constatazione dall'illegittimità del segnale stradale posto nel tratto Viale Fantuzzi - rotatoria, il quale obbliga a proseguire, senza potere svoltare all'altezza della Questura, lungo la via dei Volontari della Libertà. Quel cartello, anche per una recente sentenza di Cassazione, rientra tra quelli non a norma di legge, in quanto privo dell'apposita dicitura che ne attesta la sua validità. Nella sentenza tra l'altro si ribadisce: «L 'obbligatorietà della prescrizione contenuta in un segnale stradale deve ritenersi condizionata alla legittimità del provvedimento amministrativo che l'ha imposta»
Giudicate voi!

Giuseppe Cancemi

venerdì 9 gennaio 2015

BELLUNO: la città nel suo essere insieme urbano


IL CENTRO STORICO NON E' DISNEYLAND


Credo che il centro storico meriti più rispetto. Non si è mai spenta l'eco dei risentimenti dei suoi abitanti che si rinnova di tanto in tanto. Non sono giustificabili le “offese” e le “ferite” che vengono inferte tutte le notti dal “nottam...bullismo e quasi settimanalmente dalle varie, diciamo, “feste paesane”, in nome di un'economia che alla fine si riduce alla sopravvivenza di qualche bar. Tutto insiste come se il centro storico non fosse abitato da alcuno.
Eppure, bisognerebbe ringraziare proprio la “resistenza” di quegli abitanti del centro, se viene mantenuto un minimo di sopravvivenza per quegli esercizi commerciali di vicinato, divenuti oramai i meno sostenibili.
La politica è sorda, considera e percepisce il maggior luogo di rappresentanza della città, come strumento semplicemente da usare: senz'anima e senza abitanti. I progetti quasi sempre per il centro che mostra, sono presentati come frutto di un “concorso” in fretta e furia sempre in chiave mercantilista. Comunque, la recente volontà amministrativa di volere calmierare i prezzi d'affitto delle abitazioni, potrebbe essere un inizio di buona politica. Bisogna, però, affrontare il problema delle abitazioni nella globalità di un progetto di città che fin qui non si è visto. Tanti sono i segni che l'Amministrazione cittadina naviga a vista. Non ha una rotta tracciata. Considera la periferia urbanizzata come luogo aperto alla saturazione edilizia, il centro storico come la Disneyland di città, il greto del Fiume Piave come la futura Palm Beach, gli alberi un impiccio per i parcheggi e viabilità e l'ambiente naturale non diverso dal suolo agricolo. L'eccesso di feste “strapaesane” continuato ed aggravato da emissioni acustiche inquinanti in alcune circostanze oltre i limiti del dolore, gli affollamenti variopinti di cose e persone, e perfino la circolazione di cibi e bevande non sempre nostrani, per chi vorrebbe apprezzare, “gustare” il godimento del genius loci nel silenzio, nei colori e nei sapori propri del luogo dovrà accontentarsi
di una mistificante accozzaglia di estemporanei segni in contrasto con quello che rappresenta un centro storico. A tutti sono note le spese per i festini vari, l'aspettativa di una spiaggia a Lambioi e l'abbattimento di quei poveri alberi, sempre ritenuti malati, ma in verità utili per qualche posteggio in più. Di non meno rilievo, anzi quasi dispettoso, nella conduzione amministrativa di questa città, appare, anche, l'esclusione del centro storico nel servizio di ecocentro su mezzo mobile.


Pendono adesso, sommariamente, sul capo della città: una scelta di ammodernamento di Piazza dei Martiri che si propone di stravolgere l'immagine consolidata del salotto buono di Belluno; una permuta di volumi per agevolare nuova edilizia in zona di espansione; nuovi gadget per allietare ulteriormente le notti brave di Belluno sempre in centro storico, etc.. Bisogna riconoscere, però, che qualche iniziativa all'orizzonte appare con una qualche utilità, pur se non coordinata nel suo complesso, con risorse, bisogni, problemi e progetti. Mi riferisco alla ricercata azione amministrativa di volere con l'ATER, un approccio progettuale che potrebbe diventare ambizioso, se non si esaurisce e si limita al solo reperimento di qualche abitazione a costo contenuto. L'occasione, invece, dovrebbe estendersi e prevedere per la città un piano complessivo nella direzione di un rinnovo edilizio a rotazione continua, magari dando, forse, meglio impulso, da parte del Comune, all'Ufficio Politiche per la Casa. Non secondario è anche l'interessamento che si ha per la scuola primaria. Restituire la scuola “Gabelli” ai cittadini e ripristinare lo spazio occupato provvisoriamente, dagli attuali edifici scolastici nel Parco Città di Bologna, farebbe cessare quella deprecabile emergenza di cui l'Italia è solita abusarne.

Insomma, il primo cittadino non me ne voglia, se mi sono permesso di sottolineare una certa carenza politica che nulla ha a che vedere con le ristrettezze economiche comunali, che esistono e limitano l'azione politica, ma ciò che mi sembrava utile mettere in evidenza resta la visione d'insieme della città che rimarco: non deve mancare. Ricordo soltanto, che il centro storico non è luogo a se stante ma, piuttosto, parte nobile di un luogo abitato. L'umanità che l'ha attraversato con i suoi segni tangibili lo ha reso unico e irripetibile. Pertanto, lo ricordo per me stesso, chi non riconosce nel centro storico l'alta pregnanza storico-culturale e baratta la sua essenza di città per valori miseri ed effimeri, non solo sbaglia ma fa anche proselitismo per l'ignoranza!


Giuseppe Cancemi

sabato 3 gennaio 2015

Caltanissetta: La Grande Piazza


Il danno è fatto


Tralascio la scelta di pavimentazione la quale allo stato interessa corso Vittorio Emanuele, che contrasta di sicuro anche con l'immagine del centro storico, e provo a commentare ciò che si intravede attraverso le foto degli ultimi lavori. Intanto mi rifiuto di accettare l'idea che alla base di quella esecuzione di lavoro pubblico ci sia la guida di un tecnico comunale o di un libero professionista. Senza offesa per nessuno, quelle linee bianche e l'insieme della realizzazione in corso sembrano essere più opera arbitraria d'iniziativa del "bravo capomastro" che non l'esecuzione di un'opera sotto la guida di un tecnico professionista.
Quelle linee bianche lungo i lati del corso Vittorio Emanuele, che si fanno notare, danno alla percezione visiva d'insieme una nota coloristica fine a se stessa, ambigua e pericolosa per l'utenza automobilistica e dei pedoni. Senza troppo disquisire, tornando al segno che divide lo spazio carrabile da quello pedonabile, essendo non marcato dal rialzo di un marciapiede, dà all'automobilista, la superficiale sensazione di segno valicabile, abbassando così la ricercata soglia di sicurezza per il pedone. Stessa erronea valutazione da parte sua potrebbe farla anche il pedone, non percependo il limite in quella linea bianca considerandola, con ogni probabilità, solo un segno decorativo. La scelta poco idonea si giustifica con il dubbio progettuale non risolto di spazio dalla duplice valenza: a volte perdonabile e altre no. Insomma, l'immagine della Grande Piazza oltre a tradire la patina di una conservazione storica, sempre più appare incerta, ambigua nel suo uso e poco attenta all'incolumità del cittadino pedone.
E che dire del passaggio pedonale che si affaccia in piazza Garibaldi?

Intanto, esteticamente con le interruzioni dei raccordi e l'inclusione di tombini che scombinano l'impianto fisso sembra un “oggetto difettoso” ancor prima d'essere usato. Dunque non solo ambiguità in quella realizzazione ma anche qualche inesattezza tecnica nel passaggio zebrato realizzato nel tratto che incrocia Piazza Garibaldi. Per la funzione intrinseca di passaggio pedonale, stando alle linee guida e al codice stradale, qualche anomalia sembra evidente. A spanna, non sembrano a norma larghezza e lunghezza delle strisce (50 cm x 250 cm) bianche e soprattutto la distanza di esse dallo sbocco in piazza (5 m). In buona sostanza, tutto appare indeciso e titubante, più dettato da una (si fa per dire) ricerca estetica che non da un complessivo studio che consideri nel progetto, se prevista la viabilità, una ineludibile soluzione in termini anche di sicurezza stradale.
Per concludere, ad esempio, fermo restando l'obbrobrio della scelta in atto, si poteva, almeno, aggiungere al rinnovo, un percorso con pavimento tattile per l'attraversamento in sicurezza dei non vedenti, magari allungandolo verso altre funzionalità di servizio. Quindi non solo spostamento da un lato all'altro per tutti lungo la cosiddetta Grande Piazza, ma anche massima fruibilità cittadina verso i pubblici uffici (p. e. Comune). E perché no, pure verso i vari esercizi commerciali in un quadro di città con centro storico veramente a misura d'uomo?
Giuseppe Cancemi


mercoledì 12 novembre 2014

BELLUNO: PRG e Zone bianche

Inconciliabilità tra sicurezza del territorio e nuovo volume edilizio 

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Il mai sopito mercantilismo economicistico dell'Amministrazione cittadina, intende ancora prevalere sul buonsenso e su una inversione culturale che si affaccia alle diverse tendenze culturali urbanistiche. I danni del maltempo di questi giorni, imputati in parte alla tropicalizzazione del clima cui stiamo assistendo, dovrebbe insegnarci qualcosa? O no! Tutti i danni del territorio vengono sì anche da lontano, ma il lontano è l'accumulo degli errori che si sono commessi e si continuano a commettere, senza soluzione di
continuità, in una aberrante quotidiana gestione della città. Ma niente, imperterriti si vuole continuare a costruire e ad urbanizzare oltre ogni limite imposto dalla natura e così poi, essendo tutti colpevoli, nessun è colpevole e chi paga è sempre la collettività. Tutti riconoscono che i disastri del proprio territorio sono il risultato delle cementificazioni, spesso non necessarie, ma la eventuale responsabilità difficilmente è riconosciuta e imputabile a qualcuno. Al massimo, si attribuisce ad ignoti altri. Tutti, si stracciano le vesti per una mancata sicurezza del territorio in termini di prevenzione idraulica, geologica e idrogeologica. Infatti anche a Belluno si parla con lingua biforcuta: si vuole da una parte fermare il consumo di suolo e proteggere il territorio, dall'altra si continua a promuovere nuova urbanizzazione. E no! Non ci si può continuare a nascondere dietro un dito. Dovrebbe essere illuminante il fatto che le maggiori organizzazioni che raccolgono artigiani e imprenditori dell'edilizia hanno da tempo pubblicato un manifesto dove si esprimono per un freno assoluto alla cementificazione. Dicono basta al consumo di suolo! La legge regionale dietro cui si trincera il lassismo urbanistico cittadino, non va letta in chiave diversa da quello spirito che l'ha generata. Nel governo del territorio e del paesaggio non può essere implicita alcuna mano libera a coloro che vogliono nuove costruzioni. Di nuova edilizia, di case sfitte ve n'è sono abbastanza e comunque non certo in previsione di una soddisfazione del bisogno di abitazioni. Non c'è nello sbandierato disegno urbanistico (sic!) di volume che si sposta a una parte all'altra della città alcuna possibilità di smaterializzazione. Tutti capiscono che un volume che si aggiunge, resta tale anche se spostato da un luogo all'altro. E senza volere fare alcuna provocazione, credo che anziché aggiungere dovremmo pensare di sottrarre volume al territorio, se si vuole veramente fare prevenzione ai disastri.
Decostruire, non è più un astratto imperativo o un'eresia ma piuttosto una necessità se si vogliono sciogliere tutti i nodi dell'abitare nel nostro territorio che oramai sono giunti al pettine.

Giuseppe Cancemi 



martedì 11 novembre 2014

Riqualificazione del centro storico


RIQUALIFICARE IL CENTRO STORICO Sì, MA CON QUALI RISORSE, QUALE PROGETTUALITA' DI RIFERIMENTO A BREVE, MEDIO E LUNGO TERMINE?

L'operazione "Riqualificazione del centro storico", è un atto di rilevante valenza politica per la sua ricaduta sull'assetto socio-economico della città di Caltanissetta. L'incidenza che avrà sul patrimonio immobiliare e sulla vita delle persone, abbraccia un lungo periodo che va al di là dei tempi amministrativi che possono gestire questo o quel partito favoriti o meno dalle elezioni prossime e future. Per tale motivo, trasparenza e partecipazione democratica alle scelte fatte e da fare non sono un optional e dunque necessarie per tutti.
Posto preliminarmente questo preambolo, si può tentare di avviare una iniziale ricognizione dei fatti, attraverso una dispersa documentazione, non semplice da reperire. L'annuncio, rilevabile dalla rivista Caltanissetta n. 54, è sì un primo approccio alla comunicazione di un evento urbanistico di rilievo ma non soddisfacente. Andando a cercare in altri documenti come il protocollo d'intesa tra Comune e IACP si apprende che nei comparti 128 e 129, attraverso linee ed azioni programmatiche di insieme definite di riqualificazione e statutarie d'Istituto Comune e IACP intendono lavorare in sinergia.. Per questa intesa di partenariato, del 3 febbraio 2013 tra i due enti, nel documento sottoscritto, muovono da una svolta "attività monitoraggio", successivamente "crono-organizzata", intervenuta da due direttive dell'assessore all'urbanistica.

Una successiva delibera, del Consiglio comunale citata, ha individuato quali azioni di riqualificazione si intendono fare in centro storico; quale gruppo di lavoro sarà incaricato e quali saranno "le forme di urbanistica partecipata”, prevedendo un “contributo volontario e gratuito” ai “professionisti per la redazione di iniziativa pubblica dei piani di recupero".
A volersi per un momento soffermare su questi atti, viene subito da chiedersi: si sono spiegati male o hanno sorvolato agli adempimenti che presiedono un simile impegno urbanistico?
L'azione di monitoraggio che ha impegnato i tecnici che significa? Non doveva essere organizzato il tutto con un quadro gestionale fatto di strumenti legislativi e di riferimento; un quadro finanziario di breve, medio e lungo periodo; con un esame del costruito e un'analisi sociologica?

Giuseppe Cancemi

lunedì 20 ottobre 2014

Caltanissetta

ENNESIMO STUDIO PER IL RECUPERO DEL CENTRO STORICO




Leggo, non senza un apprezzamento per la volontà della Giunta Ruvolo, che si sta per riprendere un nuovo corso, per il recupero del centro storico di Caltanissetta. Per questa attenzione che spero sia l'ultima, forse, per mia scarsa informazione, nutro, non da solo, qualche diffidenza e perplessità su un avvio che si annuncia, come altri nel passato recente, ancora una volta solo ed esclusivamente come espressione tecnica.. Forse però, questa volta si differenzia per tipologia del soggetto incaricato: l'ateneo ennese. Viene affidato lo studio, che vuole essere sperimentale, alla Facoltà di Ingegneria e Architettura dell’Università degli Studi Kore di Enna. Tale facoltà, incaricata della conduzione progettuale, ha dichiarato di volere affrontare il suo compito con un laboratorio di restauro, allo scopo di analizzare e classificare il tessuto edilizio e le relative implicazioni che hanno stratificato il nucleo storico di Caltanissetta. L'attività che detto corso si propone, comprende una sinergia con il Sistema Informativo Territoriale Regionale, passando per quella che è oramai l'imprescindibile georeferenziazione dei rilievi eseguiti. Nulla da eccepire, dunque, in quanto il Sindaco Ruvolo sta mettendo in moto per fare uscire dalla secca l'agognato avvio del recupero urbanistico in centro storico. Come accennato, però, mi resta un qualche timore, e cioè che si produca un grande progetto sotto il profilo accademico ma senza avere sciolto alcun nodo (di attuazione politica) di natura preliminare. Ciò posto, provo ad elencare brevemente quali sono le mie preoccupazioni.
Come primo elemento propedeutico, penso, e non da ora, che alla base di qualcosa da realizzare per qualcuno, si deve sapere da dove iniziare e per chi è, o chi sarà, quel qualcuno. In buona sostanza, quale centro storico e per quale città nel suo complesso, e chi sono ora, o chi saranno, gli abitanti nisseni da transitare nel futuro? Secondo, la vastità del c. s. fa pensare ad una operazione di recupero assai lunga nel tempo che impegna l'odierna generazione e, senza tema di smentita, anche qualche altra ancora da venire. Terzo, le risorse da utilizzare per il recupero oggi sono scarse e le previsioni per il futuro non sono certo rosee. Quarto, attualmente le aree del c. s. non sono appetibili per vari motivi, pregiudizi per primi (i cittadini non graditi, da tempi remoti, sono sempre stati confinati nelle stesse aree e, vedi caso, indovinate quali?). Ma gli interrogativi non finiscono qui. Il c. s., anche se non intensamente popolato, ha i suoi abitanti che non sono fantasmi e che nella complessità del piano, vanno considerati ai fini di un inevitabile trasferimento temporaneo (trasporto delle suppellettili, alloggio provvisorio, etc.) quando saranno raggiunti dai lavori di recupero. Eppoi, davvero si conoscono quali sono e saranno le dinamiche anagrafiche, economiche e spaziali attuali e future?
Ecco, credo che anche il migliore degli studi, se ancora una volta darà tutto per scontato e non prenderà, quindi, in considerazione i tratti socio-economici e spaziali di una comunità nei suoi bisogni di risiedere, spostarsi, lavorare, etc., rischia di essere sì un'ottima esercitazione accademica ma con effetti applicativi lontani o estranei ai reali bisogni del contesto urbano.
Spero, che riflettendo anche su queste brevi note, si possano prendere tutte quelle misure che servono per una città, che va vista, letta e progettata attraverso la sua complessità e interezza sistemica.
È convinzione, condivisibile, di J. J. Russeau che "la dove troviamo degli specialisti non troviamo dei cittadini". Si vuole che siano i politici e/o i tecnici a decidere, da soli, delle sorti di una città?
Buona fortuna!


Giuseppe Cancemi

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mercoledì 15 ottobre 2014

PRG BELLUNO

Urbanistica contrattata o furbata per fare cassa?

Con l'annuncio di stampa di qualche giorno fa, la Giunta Massaro, riscopre come processo evolutivo di un già vantato “programma costruttivo” per Col Cavalier, già foriero di nuovi volumi sul territorio, una nuova urbanistica contrattata (sic!) che richiama alla memoria l'imprenditore Berlusconi con le Milano 1 e 2. Una sorta di permuta già nota, apparentemente vantaggiosa per la comunità ma segno che ancora una volta il potere pubblico è favorevole a derogare sul rigore nel governo del territorio.
In effetti l'operazione, con una annunciata modificazione degli indici di edificabilità al Master plan di Cavarzano, intenderebbe spostare una certa quantità di volume edificabile facendolo “saltare” da un posto all'altro in cambio di cosiddette “opere di compensazione”, insomma, senza mezzi termini si vuole ulteriormente raschiare il fondo del barile. Si vogliono “smerciare” i vincoli scaduti di volume progettato per uso pubblico contro vil moneta. In termini molto più crudi, s'intende far ancora cassa a tutti i costi e in tutti i modi. Mi chiedo se quelle aree per opere pubbliche già titolate ora diventate (ritenute) “bianche” appartengono a calcolati rapporti tra standard residenziali e popolazione, o sopravanzano così perché i progettisti li hanno messi lì tanto per gradire, per impedire qua e là che i privati edificassero. Il dibattito urbanistico che non si è mai arreso alla cultura della speculazione edilizia, dilagante - fino a compromettere sempre più il territorio nella sua intrinseca fragilità geomorfologica - si ritrova ancora una volta a subire un arretramento, grazie ad una studiata furbata con la trovata del baratto. Tutto a posto con leggi, regolamenti, e cavilli vari ma come la mettiamo con una realtà fisica che impone sempre più attenzione per una urbanizzazione che sommata ad altra preesistente aumenta il rischio di frane alluvioni e disastri cosiddetti naturali ma che naturali poi non sono. Sa il Comune qual è il bisogno di nuove abitazioni o di nuovi volumi per il commercio e le attività economiche? Ha ipotizzato una qualche previsione di crescita socio-economica alla luce di una evolvente dinamica della popolazione, delle forze lavoro, dei settori economici, dei bisogni per fasce d'età al fine inquadrare e giustificare queste eventuali prefigurate domande di nuova edilizia su aree inedificate? Si è sicuri che le aree per le quali si vuole rinunciare al reitero del vincolo per opere pubbliche (già titolate) non sia più necessario? E le aree “sottratte” a Cavarzano non genereranno un qualche inevitabile contenzioso?
Sembra veramente molto riduttivo, mi perdonino Sindaco e Assessore, e quasi offensivo verso un dibattito sulla governace del territorio, lungo credo di decenni, liquidare in poche informazioni giornalistiche, un serio argomento che investe tutto l'assetto urbanistico della città di Belluno.
Soffermarsi su “incassi” per la vendita di volumetria traslata da altre aree, sia pure in cambio di opere pubbliche vagamente citate nel pezzo giornalistico, sembra quasi voler porre più un accento sull'aspetto economicistico che non sul volere agire con questa operazione “baratto”, in concorso con altre azioni, ad una risistemazione del più complessivo sistema città. L'operazione vendite, non sembra volere affrontare quella gestione urbanistica che proprio per salvaguardare e proteggere il territorio ha bisogno di un governo dei processi a prevalenza pubblica, senza deroghe o cedimenti alle privatizzazioni. Invece appare debole e deludente e di “scopo” l'annunciata speciosa permuta volumetrica. Richiama quasi l'idea immaginaria di un commercio da banchetto, dove le aree, prima riservate ad opere pubbliche, prossimamente, verranno vendute e/o “barattate” come ultimi “scampoli in liquidazione”.
Voglio ancora ricordare che il territorio, visto il repentino mutamento della meteorologia, di queste scelte solo economicistiche potrebbe in un futuro non più remoto pagarne le conseguenze. Riflettiamo... gente. Attenzione!

Giuseppe Cancemi


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Il testo giornalistico di riferimento...

BELLUNO. Le “aree bianche” diventano edificabili. Ma solo su richiesta del proprietario del terreno e sulla base di precisi paletti, che la giunta ha messo per evitare che in zone di pregio sorgano palazzine ingombranti. Inoltre, la volumetria che sarà sviluppata nelle aree bianche sarà “sottratta” a Cavarzano, nella zona destinata allo sviluppo del Master plan. In questo modo non aumenterà la cubatura prevista dal piano regolatore in vigore.
L'assessore Franco Frison sta lavorando da mesi a questo piano e nel prossimo consiglio comunale (e prima in commissione urbanistica) si discuterà della quantificazione economica di questi spazi. Le zone bianche sono aree del territorio comunale sul quale il Comune pensava di realizzare opere pubbliche (parcheggi, per esempio, ma anche piste ciclabili o parchi) e per questo, anni fa, vi ha messo un vincolo. Ai primi cinque anni ne sono seguiti altrettanti, poi la legge, con una sentenza della Corte Costituzionale, ha fatto decadere quei vincoli e le aree sono diventate “bianche”, cioè «prive di una pianificazione urbanistica», spiega l'assessore Frison. Ma sono anche bloccate, cioè il proprietario non le può usare. «Abbiamo alcune richieste da sistemare, per questo dobbiamo arrivare a una quantificazione economica, al metro cubo, di questi spazi».
In pratica, il proprietario del terreno “area bianca” che volesse costruirvi una casa, dovrà pagare una certa cifra al Comune (da stabilire). Solo chi presenterà apposita istanza avrà il terreno edificabile a disposizione, gli altri rimarranno come sono. Da un lato, dunque, ci sarà anche chi avrà un evidente beneficio, perché magari quel terreno 10 anni fa era agricolo e ora può diventare edificabile, ma anche il Comune avrà il suo vantaggio, economico. «In questo modo si trova un equilibrio fra due interessi», precisa il sindaco, Jacopo Massaro. «Quello del privato, che per anni ha avuto un vincolo su un terreno di sua proprietà, ma anche quello pubblico, sia perché è prevista una cifra per l'acquisto della volumetria, sia perché abbiamo posto precisi paletti all'edificazione».
L'acquisto di volumetria, infatti, sarà possibile solo in determinate zone, «ovvero in contesti già urbanizzati» e anche i metri cubi saranno limitati per evitare di veder sorgere condomini dove oggi ci sono prati.
Sono un centinaio le aree bianche in comune; per consentirne l’edificazione sarà tolta volumetria a Cavarzano, nell'ampia area dove da anni si parla del Master plan. Un bilanciamento per mantenere la stessa volumetria prevista nel Prg: «Avevamo la necessità di risolvere aspettative legittime di alcuni cittadini (una decina)», continua Frison.
I soldi che il Comune incasserà per la “vendita” della volumetria serviranno per fare qualche opera pubblica, come parcheggi e ciclabili: «È lo stesso lavoro», conclude Massaro, «che stiamo facendo con i Suap (via Agordo e la Carpenada per esempio): quando un privato ci chiede una variante al Prg, noi chiediamo opere di compensazione a beneficio della comunità. Con le aree bianche succederà lo stesso».
di Alessia Forzin
Corriere delle Alpi del 10 ottobre 2014


mercoledì 8 ottobre 2014

CALTANISSETTA: Revisione PRG



LE SCELTE URBANISTICHE DEBBONO ESSERE POLITICHE


L'allegato documento che circola, circa una revisione del PRG di Caltanissetta, sembra essere un mix tra un flebile contenuto di scelta partecipata e una staccata burocratica applicazione esecutiva. Sembra marcare un annunciato assemblearismo che può scadere in partecipazionismo fine a se stesso. La riorganizzazione di una città dove i cittadini finora sono rimasti illustri sconosciuti ai cosiddetti piani da sempre studiati rigorosamente solo a tavolino, promuovere assemblee sia pure con la presenza di istituzioni, enti ed associazioni può sembrare “rivoluzionario”, ma tale non è. Enunciare vagamente una riqualificazione del centro storico, una
rivisitazione dell'espansione urbanistica o un'organizzazione viaria non ci entusiasma, anzi ci fa temere altri condivisi e non, prevedibili nuovi scempi. Per esempio, in una città come la nostra, persino semplicemente usare l'espressione espansione dovrebbe essere proibito. Le zone di una città che si è estesa eludendo gli standard residenziali e che ha edificato per oltre due vani per abitante (senza avere risposto alla domanda di casa e di vivibilità), sono sotto gli occhi di tutti.
Ancora una volta non si fa alcun cenno a come far fronte ai bisogni, pregressi e futuri, degli abitanti di risiedere, abitare, spostarsi e lavorare.
Le scelte per la città non sono un fatto tecnico ma solo ed esclusivamente espressioni di volontà politica in cui ai tecnici viene affidata l'interpretazione.

Si prende atto di questo documento che non dichiara una volontà di inversione di tendenza. Ci aspettiamo, comunque, un documento politico di intenzioni dell'Amministrazione circa il prossimo strumento urbanistico che si vuole sottoporre a revisione, avendo in mente un'idea di città come impianto sistemico per un progettato sviluppo prima sociale e poi economico. 

Giuseppe Cancemi 

Allegato:

martedì 29 luglio 2014

LIBERO CONSORZIO


La sensibilità verso i temi dell'ambiente che da anni mostra il Presidente di Italia Nostra Regionale arch. Lendro Jannì, ha fatto ancora centro con la tavola rotonda “Liberi consorzi e territorio. Focus su Sistema Sicilia Centrale”, mettendo cappello su un'importante problematica che riguarda l'istituzione dei liberi

consorzi. Le Province non ci sono più e la Sicilia autonomamente sta già muovendosi verso una riorganizzazione territoriale che dovrà aggregare più Comuni in una amministrazione intermedia tra il singolo “campanile” e la Regione. L'idea, di una nuova aggregazione comunque non è nuova, anzi. Già lo Statuto (1946) della Regione Siciliana all'art.15, comma 2 così recitava: “L'ordinamento degli enti locali si basa nella Regione stessa sui Comuni e sui liberi Consorzi comunali, dotati della più ampia autonomia amministrativa e finanziaria”. Questa norma, per dirla tutta, non è mai stata attuata, pur trasformandosi nel 1955 nelle appena soppresse Province Regionali. Dunque, il dibattito si riapre, e Caltanissetta con Enna e Gela provano a dialogare mettendo in campo temi riguardanti le identità territoriali e culturali, arricchiti da stimoli sulla governance provenienti da docenti in rappresentanza degli atenei di Catania ed Enna. Non sono mancate neppure le proposte sulle significatività da dare al territorio da parte di tanti altri interventi. In verità, a mio modesto avviso, il confronto ricco non mi è sembrato però percorrere il solco che voleva e doveva avere una tavola rotonda, su un tema che andrebbe sviluppato più sul concreto, evitando confronti sul “si poteva fare” o ancora propedeutici alla politica o alla dottrina giurisprudenziale.
Provo allora a dire dal mio modesto punto di vista, come si può affrontare la questione a partire dal basso, dal cittadino utente della futura aggregazione comprensoriale. L'obiettivo primario che il mutamento dell'amministrazione intermedia deve affrontare, deve essere quello della “felicità” dell'amministrato. Felicità se non in senso psicologico, almeno in termini di tendenza alla massima soddisfazione nella fruizione complessiva del territorio e dei servizi in genere.
Se questo è l'obiettivo espresso in termini semplici, bisogna allora sapere di quale soggetto, di cittadino medio, non può fare a meno la nuova aggregazione di persone e territorio. La nuova forma amministrativa che deve mettere insieme vari comuni, nella sua dimensione “civica” con questo ambizioso obiettivo, deve sapere se esistono le condizioni per le quali il singolo intende mettere a disposizione degli altri un rinnovato rispetto per le regole di tutti, la sua partecipazione nella difesa del bene comune, la sua mutua scambievole solidarietà, etc.. Insomma, se al cambiamento intende partecipare e in quale misura.
Questo minimale approccio di civismo deve essere il minimo comun denominatore da cui muovere, perché basilare per un processo che dovrà rivoluzionare il modo di vivere associato delle generazioni attuali e future. É questa la proiezione d'identità del “campanile” e del suo appartenere ad una aggregazione più estesa che, come in un mantra, deve saldare i vari Comuni.
Riferendoci ora all'unione dei territori comunali per formare un libero consorzio, allegoricamente potremmo paragonarlo ad una società per azioni dove il prodotto è la vivibilità dei cittadini e ogni Comune partecipa con la proprie “azioni”. Il capitale umano, per primo ma anche il territorio fisico, i beni culturali e ambientali, le opportunità territoriali economiche (potenziali e in atto), le infrastrutture di collegamento (a rete e puntuali), le risorse idriche ed energetiche (elettriche e termiche), lo smaltimento dei rifiuti, nel loro insieme, dovranno costituire quel capitale comune utile per affrontare la sfida che attende le nuove aggregazioni di Comuni. Intendendo per sfida la pervicace voglia di fare da soli per una vivibilità al meglio dei cittadini che hanno deciso di unirsi in un'unica realtà territoriale, in sostituzione di una provincia obsoleta e stanca, mossa da automatismi oramai fiacchi non sempre rispondenti alle vere necessità della comunità amministrata.
Quale governo ipotizzare per i liberi consorzi comunali ci viene indicato dal dibattito cui siamo giunti in merito alle governance in genere. Gli italiani chiedono meno burocrazia, costi contenuti, sobrietà, funzionalità ed efficienza, nonché la separazione delle responsabilità politiche da quelle tecniche realizzative. Secondo questo orientamento generale si può pensare di individuare gli organi del nuovo Ente (meglio sarebbe chiamarlo comprensorio) a partire da un'Assemblea, composta dai sindaci dei comuni appartenenti al libero consorzio che elegge il Presidente, con un sistema di voto ponderato in rapporto alla popolazione di ciascun Comune. La stessa Assemblea esprime anche una Giunta composta da 3/5 componenti formata dagli x Comuni col maggior numero di abitanti che elegge un suo Presidente.
A governare l'attuazione delle scelte politiche dovrebbe essere delegato un City Manager assunto dal Consiglio di Giunta, strettamente in considerazione delle sue capacità manageriali escludendo dalla scelta ogni eventuale prevalenza per appartenenza politica. Questi, andrà assunto come realizzatore dell'espressione politica con contratto a tempo indeterminato ma con la facoltà per il Consiglio di Giunta di poterlo licenziare in ogni momento.
Strutturalmente, l'organizzazione del Libero Consorzio non può non partire da una composizione territoriale. Il punto di partenza di tutto deve essere rappresentato dal territorio in senso spaziale ed organizzativo sia di livello che di scala. I tempi di percorrenza, perché un servizio sia relativamente fruibile con il minor disagio possibile per l'utenza, per esempio, possono essere stabiliti mediante isocrone applicate ai servizi di base (sanità, istruzione e formazione, accesso ai beni territoriali in genere, etc.).
L'ottimizzazione, secondo gli esistenti punti fissi (l'attuale localizzazione, per esempio, dei servizi sanitari) e le variabili (nuovi servizi da ubicare) nonché i limiti (per esempio delle distanze) stabiliti non valicabili nel sistema dei servizi, per un'equa ridistribuzione, deve rappresentare il tracciato da cui muovere per meglio organizzare la base per le varie utenze.
Senza alcun indugio, l'esistente va esaltato, valorizzato ma anche razionalizzato. Il libero consorzio, dunque, dovrà disporre al meglio delle risorse umane, dei servizi di trasporto in termini di circolazione veicolare ma, soprattutto, delle informazioni (con cablatura in fibra ottica di ultima generazione) le quali riducono il traffico motoristico trasformandolo in traffico di rete (web). Sapendo, che è meglio far viaggiare le informazioni che non le persone. Ovviamente non basta razionalizzare uomini e mezzi, assumere nuove tecnologie se non si opera in maniera sistemica e sinergica. l'ammodernamento delle funzioni e dei servizi deve anche essere accompagnato da nuova linfa nelle varie istituzioni locali: Comuni in testa.
In termini economici vanno recuperate le dimenticate vocazioni territoriali come attrattive e occasioni di lavoro. Le produzioni in piccole serie di prodotti alimentari dei nostri Comuni tanto care a chi vive fuori dal proprio territorio di origine, possono diventare business con aree assai più lontane della stessa Europa. Il commercio, il turismo con un Libero Consorzio (smart) alle spalle possono migliorare e ampliare i propri circuiti e i consumatori/fruitori.

Al cittadino del nuovo consorzio spetta di scegliere. Sapendo che il destino di ciascuno dipende in massima parte da noi stessi. Alle amministrazioni locali, invece, compete la capacità di indurre partecipazione e responsabilizzazione nelle scelte, le quali debbono essere meno campanilistiche e più comunitarie.
Per concludere, qualche esempio per tutto la gestione dei rifiuti per prima. Nel principio per un'etica della responsabilità la produzione e lo smaltimento in termini morali debbono, senza se e senza ma, elidersi localmente.
L'approvvigionamento idrico, non può essere delegato ai privati e la restituzione delle acque reflue ai naturali alvei del suolo, deve essere depurata e ritardata al massimo; gli inquinamenti vari di suolo, acqua ed aria vanno abbattuti e combattuti.
Per concludere, il nuovo strumento di aggregazione territoriale ha due possibili sbocchi: quello dell'opportunità o quello della conservazione. Può rimanere una somma di comuni e delle loro popolazioni o diventare elemento di rilancio socio-economico tanto agognato, ma sempre rimandato o disatteso.

Giuseppe Cancemi