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mercoledì 4 novembre 2020

CAVARZANO frazione di Belluno

 

Urbanistica indecisa

Facciamocene una ragione, l’area di Cavarzano è rimasta un luogo urbano irrealizzato e i vari tentativi negli anni, di agire secondo uno sviluppo urbano pianificato, sono falliti.

Da un secolo fa e fino ai giorni nostri, l’area, è stata sempre attenzionata da un Piano Regolatore di espansione. Il più antico ha iniziato ispirandosi alla “città giardino” di Howard, come nucleo abitativo autosufficiente, in mezzo al verde. La borghesia dei primi del Novecento, con la “Società dei Villini Cavarzano” ne è stata promotrice. Seguendo quest’impronta, altri due tentativi eufemisticamente detti di sviluppo, hanno continuato ed essere solo espansioni edilizie. Un ulteriore Piano Regolatore di Alpago Novello, noto architetto di quell’epoca, confermava l’area Cavarzano, come area di ispirazione borghese e attribuiva a Baldenich, altra area di espansione, uno spazio dedito alle costruzioni proletarie. Qui lo sviluppo lineare non è casuale. Nasce, dalla viabilità esistente di penetrazione da via Vittorio Veneto alla città storica.

Due scelte da manuale per fare “giustizia” alla rendita di posizione dei terreni del luogo, nelle due diverse pertinenze complementari nell’espansione. Facilità di lottizzazione e urbanizzazione primaria a buon prezzo, sono il risultato di tale scelta duale, delle varie amministrazioni di quell’epoca.

La successione di altri piani, procedendo secondo alcuni passaggi urbanistici, in qualche modo ha continuato ad insistere sull’idea di una residenza autonoma per strutture e relativi servizi.



Nonostante tutto però, quell’area è sempre rimasta una frazione utilizzata per ampliamenti della città di Belluno, senza una logica ricucitiva e infrastrutturale, finalizzata all’armonizzazione del sistema città. Sintetizzando, si può ancora dire che l’area Cavarzano ad oggi, non è la “città giardino” a cui la borghesia dei primi del Novecento voleva associare il suo sviluppo. Non è neanche quella pensata dall’architetto Alpago Novello, rimasta in corso d’opera. E neanche le tante varianti, compreso il prg approvato Masterplan (2012), che parla di “città sostenibile a misura d’uomo

Tutto quello che resta è una frazione non integrata con la città storica con tante idee “cartacee” o progetti se volete, di sviluppo ondivago.

Allo stato in cui siamo, oggi possiamo dire che Belluno è una città eclettica. Scientemente o casualmente ha sperimentato con alcuni dei suoi ampliamenti, alcune canoniche forme di organizzare la città. Baldenich con la sua distribuzione edilizia lungo la via Vittorio Veneto che ricorda le città lineari. Cavarzano, area di tipo satellitare, con la sua distribuzione in isolati ortogonali, conferma la sua crescita per lotti di ampliamento edilizio e originaria ambizione di centro autonomo.

Ma l’edilizia contornata da verde e tanta aspirazione borghese, col trascorrere del tempo, ha dovuto condividere il suo spazio, che voleva essere aristocratico, con un’edilizia economica dai connotati più “popolari”.

Il Masterplan infine tre le tante varianti succedutesi, arriva come ultimo della serie che fa crescere la frazione in volume edilizio, ma che comunque in termini moderni si pone per obiettivo sostenibile: un quartiere a misura d’uomo. In effetti la realizzazione di un insieme di scuole di vario grado vengono realizzate.

Ma la saga di Cavarzano non finisce qua!

Sorpresa delle sorprese, un noto dibattito promosso dal P.A.T. in questi ultimi giorni ha, tra l’altro, risvegliato un interesse di strada che rivoluzionerebbe la circolazione di un quartiere. Un’area, nei cui dintorni vi sono scuole che spaziano dall’infanzia all’adolescenza, fatta di strade con prevalente mobilità pedonale e ciclabile. Il baratto, riguarda un breve tratto di progettata pista ciclopedonale con altra strada, questa motoristica, decisa in un precedente PRG ma abbandonata da tempo.

Per quest’ultima l’Amministrazione Comunale in carica sembrerebbe mostrarsi possibilista.

La costruzione di un tratto di strada che canalizza un traffico motoristico che ora non c’è, in una quieta area che ambisce rimanere prevalentemente pedonabile, al di là di tutto, appare una scelta politica difficile da comprendere.

L’area di Cavarzano, avendo scelto a suo tempo una sua autonomia sia pure oggi incompiuta, ha realizzato comunque, proprio in quei luoghi un polo scolastico tendenzialmente, a misura d’uomo. I vari plessi che lo compongono, secondo gli ordini di scuola, sono stati collocati con il criterio delle distanze colmabili a piedi (isocrone).

Quelle preesistenze, va ricordato, appartengono ai principi della sostenibilità ma anche agli orientamenti green che l’Europa ha sposato, impegnando ingenti risorse economiche.

I tempi delle città che rincorrono la motorizzazione, in tutta Europa appartengono al passato. Si punta sempre più ad una mobilità su mezzi pubblici e, in situazioni come quella nostra, ad includere tutti gli spazi adiacenti a scuole per l’infanzia, elementari e medie nelle zone 30 (vedi P.U.T.).

La logistica dei trasporti è cambiata con e-commerce, gli scambi intermodali e i percorsi ottimizzati. Un ritorno alla scelta stradale di PRG datato, appare più che mai obsoleta perché nel frattempo a Belluno si sono modificati i trasporti, gli spostamenti e le necessità della Comunità locale.

Giuseppe Cancemi




domenica 1 dicembre 2019

Il giardino di Piazza dei Martiri:

ritrovo della comunità bellunese salotto buono o mercato delle vacche?


Per chi visita Piazza dei Martiri ora, avendola già visitata in altri tempi, si sarà accorta/o che rappresenta una rarità, purtroppo, per l’ennesima occasione “offesa” da un usurante utilizzo che la declassa. La scelta spaziale d’immagine giardino, è un tutt'uno che introduce il visitatore in una città, le cui dimensioni storiche hanno lasciato il segno di un’identità urbana a misura d’uomo. Il nome della stessa Piazza e tutte le vie e piazze adiacenti ne ricordano i tempi dell’umanità che l’ha attraversata. 

Rosario Assunto, filosofo estetico del Novecento a vederne la deformazione per esigenze temporanee mercantili sarebbe rimasto sconcertato, sbalordito. Lo spazio verde, in ambito di luogo d’incontro sociale di ritrovo, contornato da fiori ed alberi non è un luogo qualsiasi che in continuazione possa subirne adattamenti. In senso generale la filosofia dell’Assunto si spinge a definire il giardino: “uno spazio in cui l’interiorità si fa mondo e il mondo si interiorizza! “. Comprimere o peggio annullare l’ideologia di giardino, come non di rado capita a quello di Belluno con kermesse varie, fa perdere di valore estetico e funzionale il principale spazio di ritrovo della comunità bellunese.

Ancora più grave è quello che sta accadendo in questi giorni. Non è importante quanto è stato sollevato da Italia Nostra, la quale, ancora una volta ha voluto ricordare il valore intrinseco del pubblico giardino orgoglio della Comunità bellunese. Quello che rappresenta un valore della natura esaltato dalla creatività, dalla mano dell’uomo, al servizio di tutti, è diventato oggetto del contendere da una rozza demagogia.

Parti politiche e non, a cui forse interessa di più apparire che non essere, banalizzano quello che ancora una volta è un segnale d’allarme per il degrado della città. Insomma, Manzoni insegna: ancora una volta si assiste ad una lotta come quella dei capponi di Renzo, mentre l’urbe, nella sua massima rappresentanza di se stessa, rimane sempre più disorientata.

Giuseppe Cancemi




sabato 6 luglio 2019

Ripristino del Parco Lambioi dopo Vaia


LAMBIOI... E DOPO LA TEMPESTA?




So che molti non si troveranno d’accordo con quanto mi preme rilevare, a proposito dei cantieri sul Fiume Piave, ma il mio dire vuole essere un punto di riflessione per i cittadini di Belluno.

Come tutti sanno nell’area Lambioi, di recente si è attivato da parte del Genio Civile, uno dei cantieri sorti a seguito della Tempesta Vaia.
L’intervento, per lo scopo che si è dato procede, ed è molto attenzionato per l’atteso uso balneare a tutti i costi, dei suoi argini. Ciò che noto però è un gran silenzio da parte di Soprintendenza, ambientalisti, intellettuali e perché no anche di ordini professionali come architetti e ingegneri, che non dicono una sola parola in merito. L’uomo contemporaneo non ha ancora imparato abbastanza dalle generazioni che lo hanno preceduto. Ha coscienza di sé come essere finito, ma si comporta come se tutto ciò che lo circonda fosse infinito e plasmabile ai suoi esclusivi fini.
Il Piave, ecosistema fluviale, è un elemento territoriale importantissimo che, per esempio, dà al territorio attraversato, una sua particolare identità ecologica, storica e paesaggistica. Dunque, interventi come quello in atto, non dovrebbero solo essere un semplice ripristino di esclusiva natura ingegneristica, ma piuttosto qualcosa di più articolato, composito, attento al rapporto uomo natura.
Proprio la tempesta Vaia ha fatto ritrovare (se non è stata presa una cantonata) massi che sarebbero appartenuti al “Castello”. E non mi pare che per questi ritrovamenti ci sia stata una campagna di studi per approfondire le conoscenze archeologiche del caso. Il reticolo idrografico del Piave, come detto, è un ecosistema che mette insieme fattori sia biotici ( flora, fauna) che abiotici (geomorfologia, litologia), non di rado alterati da un’urbanizzazione non proprio necessaria, come nel nostro caso.

Le opere che si stanno realizzando nel Lambioi, invece, mostrano la fregola di riavere tutto e subito, quello che quel tratto di Fiume non può dare: una spiaggia. Tra un Ansa e una Golena (che chissà perché è detta di natura alluvionale!). Ancora quell’occupazione di suolo (da un punto di vista naturalistico, “abusiva”) già sperimentata, che la tempesta Vaia ha restituito alla natura. Natura che in tempi sempre più ravvicinati si manifesta con tutta la sua forza, per riprendersi ciò che le è stato sottratto.

Intanto, proprio per questo, le opere in corso non mi convincono se restano quelle riportate dalla stampa.
Nel linguaggio la “demolizione e ricostruzione della soglia in cemento a valle del Ponte della Vittoria” si leggono quelle caratteristiche dell’intervento, che lo fanno apparire lontano dalla filosofia praticata da un’ingegneria naturalistica che è propria per queste opere.
E neanche l’ammissione che il “Parco Fluviale”, ufficialmente rimane NON SICURO ALLE PIENE, mi fa pensare che la scelta di riconfermare l’uso di quelle aree è un perseverare. Vogliamo dire… “diabolico”?
Continuare a cementificare, come sembra ripetersi con gli interventi in atto, è quell’ottica di una urbanizzazione a tutti i costi che sottovaluta la delicatezza che ha il tratto di Piave che passa per Belluno.

L’ingegneria naturalistica in ambiti come quello di un habitat fluviale, dovrebbe avere per prima la parola. L’aspetto tecnico (idrogeologico e di difesa del suolo), non è avulso da una filosofia come quella naturalistica, la quale ha cura anche degli aspetti paesaggistici, storici ed estetici.
Insomma, in quei lavori che si stanno conducendo e che si ha fretta di consegnare all’uso balneare degli impazienti cittadini, sollevo un paio di perplessità che sottopongo all’attenzione di tutti.


I lavori nel Lambioi per la stampa locale
Ma Belluno, dopo l’esperienza vissuta “l’altro ieri”, con le previsioni su scala mondiale di nuovi rovesci d’acqua improvvisi a causa del cambiamento climatico, può per inversione di tendenza cominciare a pensare in termini ecologisti?

E perché nel caso non pensare, in prossimità del Lambioi, ad un’area di espansione del Fiume anziché alla solita spiaggia?
Specie sapendo, che prima o poi potrebbe essere ancora tempo di ripristino, e chissà a quale prezzo?

Penso infine che, per quanto detto, si debba dire basta ai consumi di suolo e, nei lavori per la salvaguardia del territorio, riuscire a mantenere quel rapporto omeostatico che deve esserci tra uomo e natura.


Giuseppe Cancemi

sabato 27 ottobre 2018

STORIA PATRIA DI CALTANISSETTA


A proposito del partigiano Salvatore Cacciatore, alias "CIRO" 

Sono lieto che la mia città d'origine, grazie alla sensibilità di Antonio Vitellaro creatore e animatore a Caltanissetta di Storia Patria, con incontri culturali tra celebrazioni annuali e convegni, ricordi un nostro conterraneo che ha contribuito con il sua sacrificio, alla pacificazione europea e alla solida democrazia italiana. La città di Belluno per "Ciro" e i suoi compagni di martirio ("Frena" Andreani Valentino di Limana (BL), "Lino" Piazza Gianleone di Belluno, "Bepi" De Zordo Giuseppe di Cibiana (BL) ), è il luogo della memoria, purtroppo non unico, che ricorda tutti quegli italiani che hanno sacrificato la loro vita per la Patria, resistendo alla follia insensata della 2^ Guerra Mondiale.

Ph. by G. Cancemi - Belluno, Piazza dei Martiri, scultore Augusto Murer

La città che ha visto morire atrocemente Salvatore Cacciatore e tre suoi compagni partigiani, tutti sostenitori della Resistenza italiana, è Belluno.
In questa città, io che ci vivo da oltre un ventennio, ho potuto apprezzare come le generazioni locali, comuni eredi di una Repubblica italiana che beneficia di una pace duratura in Europa, hanno marcato a futura memoria il tristissimo evento sacrificale, denominando la Piazza Campedèl dell'eccidio, in Piazza dei Martiri.
Belluno, porta delle Dolomiti, è una piccola città del Nord Est, nella Valle del Piave, che ai tempi della prima rivoluzione industriale fabbricava armi bianche, spade per la Serenissima Repubblica di Venezia. Non è una comunità qualunque: è medaglia d'oro per la Resistenza, degno sacrario per il nostro Salvatore Cacciatore. Ha una sua memoria storica che nel centro urbano aleggia come spirito, attraverso lapidi che ricordano e segnano eventi e fatti attraversati dalla storia, che stanno lì come futura memoria. Non pochi segni ricordano la seconda Guerra mondiale. La toponomastica
con l'aggiunta del Piazzale della Resistenza e alcune sculture significative del maestro Augusto Murer, collocate in Piazza dei Martiri, stanno a dimostrare che Belluno non dimentica e non vuol fare dimenticare.
Ciro, pseudonimo di battaglia di Salvatore Cacciatore, nisseno di adozione ma originario di Aragona (AG), siciliano, è stato uno di quei tanti italiani che nelle due guerre mondiali, venendo dal Sud Italia, hanno immolato la propria vita per il comune ideale di libertà.
Purtroppo, non molti a Caltanissetta sanno di "Ciro" o del nisseno "Comandante Barbato" (pseudonimo in battaglia di Pompeo Colajanni), attivo nella resistenza piemontese, e alcuni caduti riconosciuti medaglia d'oro e medaglia d'argento o perseguitati politici che hanno servito la Patria. Figure "nobili" di Sicilia che nella seconda guerra mondiale tanto onore hanno dato alla terra che li ha generati, anche se
non sempre generosa e non sufficientemente attenta nel ricordarli.
Grazie dunque a Storia Patria di Caltanissetta, se i nisseni da qualche anno a questa parte, dopo avere preso coscienza di un lascito così umanamente alto ma poco noto o quasi sconosciuto.
L'incontro di oggi, nella scia di altre manifestazioni sullo stesso tema, contribuisce alla riparazione di un torto che aveva condannato all'oblio il sacrificio di quanti come il nostro Salvatore, hanno fatto dal vissuto la storia dei suoi migliori uomini: una pietra miliare, aiutando la nostra democrazia a mettere solide radici.
Radici, che continueranno a nutrirsi della linfa di una libertà, lo ricordo per me stesso, conquistata col sangue.

Giuseppe Cancemi







martedì 16 ottobre 2018

Esempio di ecologia urbana a BELLUNO


LA PECORA COME TOSAERBA ECOLOGICO
Le "tosaerba" naturali all'opera in Via A. di Foro


Greensheep a Belluno, ovvero come un'attività del primario (la pastorizia) può collaborare vantaggiosamente, specie per l'ambiente, con la città. Nelle zone periferiche della città, da giorni, si vedono nei prati pascolare centinaia di pecore. Un buon segnale per un'ecologia applicata. Un esempio di circolo virtuoso nell'economia green. Forse, al locale progetto di questo nuovo modo di tosare l'erba, qualche "ritocco" dovrebbe rivedere come, rimediare nell'immediato all'insudiciamento delle strade di transito nello spostamento delle pecore e di rapportare meglio il numero di capi per superficie di terreno da "tosare". Il rapporto tra animali e superficie, per altre esperienze consolidate, si aggira: 1 pecora per ogni 1000 mq. Parigi, fa scuola per questo metodo, la cui sostenibilità sembra essere esemplare. Ha cominciato a tosare l'erba dei suoi prati qualche anno fa. In Italia, solo qualche episodio e tanta titubanza.


di Giuseppe Cancemi

giovedì 22 marzo 2018

BELLUNO: ATTENZIONE AGLI ALBERI !



Nell'annunciata potatura, il Comune si ricordi del patto dei Sindaci 
(riduzione dell'anidride carbonica)

La questione degli alberi non è solo locale e Italia Nostra se n'è accorta.
Ci risiamo. Ogni anno il Comune, comunica il consueto taglio degli alberi presentandolo come potatura, diventata oramai anche abbondante capitozzatura tout court, come giustificato intervento di manutenzione del verde cittadino. Via Tiziano Vecellio, nella comunicazione ufficiale del Comune, viene indicata anche come luogo per una revisione della “salute” degli alberi e una “messa in sicurezza”, che potrebbe significare, anzi significa: taglio delle malcapitate piante che risulteranno non “sane” e/o non “sicure”. A costo di fare “peccato”, come diceva Andreotti: “quando si pensa male spesso si indovina”, questi annuali tagli a noi sembrano contraddire la legge n. 10/2013 che si richiama al protocollo di Kyoto per la qualità dell'aria. L'importante funzione naturale e decorativa che svolgono gli alberi, ha sicuramente un costo ma la ricaduta in benefici è alta. La vivibilità in termini di ossigeno e l'immagine del verde che arreda, sono elementi che mantengono alti salubrità e profilo della città.
Ricordo all'occorrenza, che Belluno non ha, per esempio, ancora fatto il censimento degli alberi monumentali e la Regione non si è ancora attivata con i suoi poteri sostitutivi, al fine di garantire la tutela delle essenze monumentali in loco.
Temiamo che Belluno, di questo passo, anno dopo anno sta perdendo la sua identità di città giardino (niente a che vedere col pensiero di Howard delle "Garden city"). E allora viene il sospetto che è già stato avanzato da tempo: non sarà che con l'abbattimento sistematico degli alberi si vuole ridurre nel bilancio comunale la relativa spesa della manutenzione?
Sarà scelta economica di una qualche valenza, ma non certamente una scelta di “salute” e di mantenimento del complessivo decoro urbano, per i cittadini.




Giuseppe Cancemi

martedì 24 ottobre 2017


LA POLITICA NON SEMPRE DEVE ASSECONDARE IL "POPOLO"



Mi pare che una parte del popolo bellunese incarni il detto e il significato de:"l'erba del vicino è sempre più verde", non sa e non riesce ad apprezzare quello che ha. Testardamente e in modo miope guarda il modello di altre parti del territorio italiano vicino e pensa che basti l'accodarsi alla comunità di quell'area per averne i vantaggi, che secondo il suo punto di vista vede e che ritieni di non avere. Mi chiedo se chi guida questa “ambizione” conosce bene il suo territorio e ciò che offre, se non fa un calcolo sbagliato che potrà incidere sulla nuova etichetta di appartenenza, ma non sappiamo quanto sulla sostanza.


Eppure, la provincia bellunese, se guarda nel “suo giardino” con maggiore attenzione, potrebbe notare che, per esempio, nell'area agordina esiste un modello di economia che, forse, solo chi non è veneto, apprezza moltissimo. Basta soffermare l'attenzione su una industria locale di quell'area che è un esempio, il quale, per le sue scelte, ricorda il noto e decantato modello Olivetti. Un'esperienza importante di organizzazione aziendale per il suo articolato sistema sociale che si narra ogni volta che si parla di sostenibilità e welfare aziendale.

La politica locale, prima di affrontare inconsapevolmente fuori dal “proprio giardino” soluzioni di sviluppo economico, da ricercare negli altri, deve sapere meglio di quali risorse locali dispone. Anche il solo modello di sviluppo di un'area già sviluppata e l'indotto che ha generato, sono elementi culturali che hanno un peso maggiore, di una semplice rivendicazione riconducibile ad una appartenenza territoriale, ritenuta più “ricca”. Non sono solo i mezzi finanziari che fanno la ricchezza di una Comunità se non c'è cultura, se non c'è sapere.

Belluno e la sua provincia hanno tutto. Si tratta solo di avere maggiore stima di quello che si ha e di saperlo gestire.

Giuseppe Cancemi

sabato 16 settembre 2017

Belluno e la riqualificazione 2


↙LA GIUNTA MASSARO 2.0 PONTIFICA... E GLI ALTRI STANNO A GUARDARE


La Giunta Massaro 2.0 sa spendersi bene, specie nei passaggi frequenti che fa attraverso i media. Anche stamattina sul Corriere delle Alpi si parla di una nuova piazza e tre palazzine dell'immobiliare Filù in uno spazio del vecchio ospedale. La propaganda di “regime” si inserisce in quella che sembra una, diciamo, più “speculazione immobiliare” che non una riqualificazione. Il Comune, da quella stampa, viene inserito come “partner” con il suo “Progetto Belluno”, il quale, quest'ultimo, sembra essere diventato come le vacche di Mussolini. Ad ogni occasione di tipo edilizio, entra come progetto di 


riqualificazione e si attribuisce una spesa facente parte degli sbandierati 18 milioni della riqualificazione urbana. Anche qui si fa intendere che gli euro sono quasi in arrivo ma si tace il fatto che nella graduatoria dei cosiddetti vincitori, Belluno occupa il 50° posto. Il finanziamento non è così vicino come si vuol fare credere, a marzo di quest'anno sono stati finanziati solo 24 Comuni, mentre per gli altri si dice che: Gli ulteriori progetti saranno finanziati con le risorse che saranno successivamente disponibili. Ma a parte ciò, a giudicare da qualche servizio e/o spazio che sarà riservato per il Comune, l'operazione “filù” si presenta più come edilizia contrattata che non come “riqualificazione”.Infatti, viene da domandarsi ma gli standard residenziali del D. I. n. 1444/1968, da parte del Comune, sono stati verificati?E per lo zoning del PRG quell'area non è zona A? La soprintendenza cosa dice?
E come la mettiamo con l'ultima legge regionale n.14/2017 sul consumo di suolo?

Giuseppe Cancemi

giovedì 7 settembre 2017

Belluno e la riqualificazione 1


PIAZZA CASTELLO: I SEGNI DELLA RIQUALIFICAZIONE

Dei lavori di Piazza Castello che sono stati discussi giorni fa, non vi è stata eco, come solitamente accade non appena si manifestano i segni di un cambiamento in città. Da un rigoglioso giardino, anche se un po' trascurato, siamo passati ad uno spoglio anonimo angolo in piazza Castello, dal terreno circostante incolto, al momento, e un tratto di marciapiede in terra battuta (dai cittadini in transito!). Quel cantiere a cielo aperto e non altro ha destato un qualche disappunto che si è smorzato presto. Chi non ha trovato apprezzabile quel lavoro, citando lo spirito dell'originario progetto dell’architetto bellunese Alpago Novello è stata una nota associazione nazionale. Chi, invece, ha provato a difendere la nuova immagine è stato un altrettanto noto, localmente, ex consigliere comunale di passate amministrazioni. Ma in ogni caso stiamo parlando di un'opera di "riqualificazione del centro urbano" con finanziamento comunitario.

Effettivamente, l'immagine che ha adesso quella piazza delude la fondante idea progettuale d'insieme che intendeva fondere compositivamente, l'immagine dei resti dell'antico castello animata da un giardino, con il palazzo delle poste, espressione della cultura architettonica del razionalismo italiano del ventennio fascista.
La cosiddetta riqualificazione non è certo il massimo, e con l'attuale aspetto spoglio non sembra rafforzare la qualità delle funzioni, come promette il cartello di cantiere, con in bella mostra la scritta Regione Veneto e a seguire: l'Unione Montana e poi i comuni di Belluno, Ponte nelle Alpi e Tambre tutto a spese di un cofinanziamento europeo. Insomma, sembrerebbe che l'opera per il largo coinvolgimento della committenza e dei tecnici realizzatori debba rappresentare il risultato di un impegnativo progetto condiviso e partecipato. I dati però, nessuno me ne voglia, non sembrano accordarsi con le premesse.
In meno di 100 mq di superficie, con dei ruderi che occupano un terzo dello spazio e due terzi sono di nudo terreno, udite... udite sono impegnati 10 diversi fior di professionisti (tra architetti, ingegneri e un geologo). Il budget per i lavori è di 773 mila euro come dire 8-12 mila euro per mq.




L'opera, sorprende anche, per la sospettosa "scacchiera" in ferro arrugginito prospiciente il rudere, comparsa in questi giorni, che sembra già degradata prima del tempo. Ma nessun patema, tutto sotto controllo. Trattasi di un materiale di moda che alcune città mostrano già da qualche tempo (Spagna, per esempio) per fioriere, opere d'arte e altri oggetti che si pensa debbano durare nel tempo. In fondo questo materiale, può sembrare discutibile, forse, per un nostro retaggio da immaginario collettivo che in tutti questi anni ci ha fatto percepire la ruggine come indiscutibile segno di decadimento dei metalli ferrosi. Ma questo Cor-Ten (così si chiama) è un metallo brevettato per resistenza meccanica e durabilità nel tempo. L'ossido temuto, in questo materiale, si arresta in superficie e ne impedisce la conosciuta corrosione del ferro.
Comunque, l'immagine di un piccolo gradevole giardino, che a distanza di un anno dall'inizio dei lavori, con quello che costerà alla collettività, nel suo apparire un cantiere fantasma che si trasforma lentamente, senza lasciare trasparire dove sta la “riqualificazione degli spazi urbani”, non  si può sottacere.

Giuseppe Cancemi




venerdì 28 luglio 2017

Belluno, quale buon governo

LA GIUNTA MASSARO 2.0 AI BLOCCHI DI PARTENZA

Ad esser sincero c'è poco o nulla da dire all'Amministrazione Massaro 2.0, per come si presenta. Le sue linee programmatiche per il prossimo governo della città, non fanno una grinza. Il Consiglio tutto, a parte due speciosi voti contrari, ha riconosciuto i buoni propositi del Sindaco per il futuro della città. Le premesse, insomma, per una città più moderna, più attenta ai bisogni del cittadino ci sono tutte sì, ma per un sindaco che si mostra, per la prima volta, dal più alto scranno comunale. Ma così non è per Massaro. Ha già amministrato la città, con un precedente altrettanto intenso programma di buone intenzioni, ma dimostrando una realizzazione assai lacunosa. Nella passata amministrazione, si sono fatte poche scelte e si è lasciata scorrere quella che può dirsi l'ordinaria amministrazione: i cittadini chi più e chi meno hanno fatto il loro quotidiano dovere e la burocrazia comunale pure.

In una favola si potrebbe concludere: e tutti vissero felici e contenti!
Mediocrità a parte, di un'ordinaria amministrazione e di una vivibilità apparente, non tutti forse hanno notato che la città possiede una promettente vocazione turistica, soprattutto per il suo centro storico. Nel corso del quinquennio, l'identità di Belluno per scelte di utilizzo del centro storico, ha perduto quell'appeal di luogo della memoria, per fare posto a continue sagre paesane di dubbio gusto e sempre più invadenti. L'inquinamento acustico e atmosferico in centro storico è di casa. Alla faccia di un piano di classificazione acustica del 2007 e di due centraline che misurano "la febbre" senza mai occuparsi della causa. Inquinamenti vari, writer, scorribande notturne corroborate dall'alcol, hanno scacciato il silenzio notturno, la buona educazione e mortificato il luogo dove aleggia il "genius loci" lasciato dal vissuto delle passate generazioni. Tutto materializzato, degradato, volgarizzato per "schèi ", a favore di pochi commercianti del salotto buono di città. In quel salotto, per chi non lo sapesse, ci vivono maggiormente gli ultimi resistenti, che non hanno spostato la propria residenza in periferia, per motivi anagrafici. Quegli anziani, che con un centro storico a misura d'uomo, meglio si ritrovano per i loro limitati spostamenti. E invece ecco, che nel corso di quest'ultimo quinquennio, si sono fatte ritornare le auto, si fanno raduni motoristici con auto e moto, molto inquinanti, si lascia spazio ai vandali, si fa occupare sempre più spazio pubblico per pochi spiccioli. Per non parlare degli abbattimenti di alberi in via d'Incà e in ogni dove per pochi stalli. Il Sindaco, grazie al suo trascorso politico, si presenta bene anche nelle scelte che promette di fare. Ma il suo ultimo mandato, che lo ha visto protagonista di cose importanti come la firma del cosiddetto patto dei Sindaci 20_20_20, che in soldoni significava contribuire su scala mondiale all'abbattimento di CO2, responsabile del clima di cui ci lamentiamo, non sembra avere avuto un seguito. Ma forse, non è passato il messaggio di ciò che è stato fatto in proposito. Male! Se non si conoscono tali importanti realizzazioni, dove stanno trasparenza e partecipazione tanto decantate? Per un democratico, lo ricordo per me stesso, trasparenza e partecipazione non sono le pubbliche affissioni nell'albo del sito o nella bacheca comunale, come atto formale, ma un vis à vis più diretto con i cittadini.
Anche i 18 milioni sbandierati per la rigenerazione urbana, sono ancora solo uno spot pubblicitario. Hanno però il merito, di avere attinto un finanziamento fino all'ultimo centesimo del tetto massimo di bando. Ma sono ancora una promessa. Il primo finanziamento si è fermato al 24° posto e Belluno si trova al 50°. Eppoi, i progetti relativi a questo finanziamento considerano l'opportunità di un rinnovo sia sociale che urbano tipo social housing?
Un'ultima cosa, ma non l'ultima, nella presentazione del documento d'insediamento, a proposito di inclusività, è l'accessibilità per tutti in città che sembra mancare. Nell'idea di città di questo secondo mandato non si vede proprio quell'accessibilità integrata che inizia dalle barriere architettoniche.
Non è pensabile, infatti, che Belluno sia in grado di ospitare, in occasione dei suoi consigli comunali, dei circa 37 mila cittadini, solo un millesimo di essi. Ma il peggio è che chi ha problemi, per patologie varie, viene escluso. La chiamata che esiste, per superare il dislivello tra la strada e la sala consiliare, serve a poco. Nessuno, per esempio, per patologie cardiache si farebbe trasportare su in braccio.

Per chiudere, rivolgerei al Sindaco una sommessa mia valutazione del suo target, che è questa: i suoi obiettivi, per un nuovo governo della città sono buoni, ma per meglio concretizzarli dev'essere scelta la via della condivisione, ricercata. Solo così le sue scelte politiche potranno restituire alla città, a partire dal centro storico, quell'immagine identitaria che nel comune intendere è: la bellezza.

Giuseppe Cancemi

sabato 1 luglio 2017

Il PIAVE MORMORO'...


Per tutti in Italia, appena minimamente si accenna al Piave, per riflesso condizionato, la mente corre al Fiume Piave e al breve motivetto di un canto, che tutti conosciamo,Il Piave mormorò: Non passa lo straniero!”. Ma di questi tempi, nel bellunese, non è il ricordo nostalgico di una storica rimembranza, che i quotidiani locali rimbalzano, ma piuttosto l'assurdo ulteriore sfruttamento del Piave e dei suoi affluenti. Non utile, ma molto più facilmente dannoso. Siamo all'ennesima notizia che vuole l'ecosistema Fiume Piave trascurato dalla politica e usato in dispregio della storia e dell'ecologia.
Il Piave, non diversamente degli altri fiumi italiani, con il suo insieme di biocenosi e biotopi, è una preziosa risorsa naturale di biodiversità. Lo testimoniano la moltitudine di Siti di Importanza Comunitaria (SIC) e Zone di Protezione Speciale (ZPS) di Rete Natura 2000.

Monumento al Fiume sacro della Patria
Non di meno, così per ricordare, è anche luogo e memoria storica di battaglie della Grande Guerra, combattute sulle sue sponde che lo consacrano come: “Fiume sacro della Patria”.

Insomma, siamo in presenza di un grande Fiume italiano la cui labile tutela apposta dalla legislazione ordinaria è stata travolta da un Decreto Lgv. (387/2003) di recepimento della direttiva 2001/77/CE, mosso da fini di importanza planetaria (diminuzione delle emissioni di CO2) ma insignificante per il contributo alla nobile causa e pericoloso come deroga, che può agire in dispregio delle tutele per l'ambiente faticosamente prima conseguite.
Il citato decreto, nelle sue finalità, raschiando il barile, per potere recuperare ancora un po' di energia da fonti rinnovabili: “favorisce”, nei fiumi, la “microgenerazione elettrica... per gli impieghi agricoli e per le aree montane”. E siccome è accompagnato da incentivi economici, diventa un'attrazione “predatoria” per l'ecosistema Fiume, svalutandolo ulteriormente e smarrendo l'utilità del “Pacchetto Clima-Energia” alla base dell'utilizzo delle energie rinnovabili.
Fiume Piave
Chi si è accorto del problema, che si stava cioè esagerando nello stressare l'ecosistema Piave è stato, nel nostro caso, il movimento Acqua Bene Comune. Un largo strato della società civile, con numerose sigle di adesione dell'area bellunese e 7000 firme, sollecitato dal solito impulso NIMBY (not in my back yard) che in italiano vuol dire: “non a casa mia”.

Il Comitato ABC, non ha mancato di ingaggiare una lotta con il potere costituito mediante vari ricorsi di cui anche uno a livello di Commissione europea, non trovando negli enti autarchici, per primi, una risposta soddisfacente e risolutoria che arrestasse l'assalto alla diligenza. Insomma, ha cercato di affrontare la questione in termini politici, giurisprudenziali e di diritto, a mio modesto giudizio, però il problema per la sua complessità mi fa propendere maggiormente e soprattutto per la questione politica che nasce dalle scelte energetiche per un futuro CO2 free.
Ma allora cosa è possibile fare per non arrivare a lotte lunghe che si possono radicalizzare o fare ignorare i più elementari rapporti di democrazia/dissenso?
Credo che si debbano investire le parti politiche che possono incidere nelle decisioni di Governo e comunque arrivare a decisioni che ascoltino il territorio.
In primis, per non sottrarsi ad un impegno come il post Kyoto, che obbliga moralmente e non solo moralmente a contrastare le emissioni di gas serra, ma anche per rimuovere il sottile ma continuo danno ambientale che incombe sul Piave, il quale può diventare un detrimento irreversibile.
Il Pensare globale e agire locale” in un così vasto interesse d'area diventa un obbligo. Il Piave, assaltato da impieghi non compatibili, con il suo ecosistema va difeso e non solo per interessi locali ma soprattutto per interesse collettivo: italiano.
Le motivazioni da spendere per confutare la scelta di utilizzare le cosiddette centraline nel Piave per ridurre le emissioni di CO2, complessivamente, stanno nella Strategia Energetica Nazionale (SEN 2017) del 12/6/2017, e nella sperimentazione di due progetti (Politecnico di Torino ed ENEA), in termini applicativi, per lo sfruttamento energetico delle onde marine.
Mezzo di sperimentazione - Politecnico di Torino ed  ENEA

Le tecnologie del pendolo e del giroscopio (Iswec e Pewec) sono pronte per le turbine che possono sviluppare potenze idroelettriche dai 17 a 2 kilowatt nei nostri mari più vicini. Con le onde della costa di Alghero, per esempio, in un'area di un kmq, si può ricavare un'energia per 42 mila abitanti. Il potenziale di 8000 km di coste italiane non è male per un futuro che punta a nuove e più economiche energie rinnovabili.
Basta fare notare alla politica che queste altre soluzioni, più importanti, riconosciute come energia blu del mare, anche dal punto di vista dell'economia e dell'occupazione, sono il futuro.
Altro motivo che rende inutile l'incentivare le discutibili centraline sono i dati. L'Italia nel suo SEN 2017 rivendica, rispetto ad altri Stati europei, di avere raggiunto l'obiettivo 20-20-20, previsto per l'anno 2020, già nel 2015.

Forse un'autorità di bacino autonoma che si occupi del solo Piave è richiesta. Un approccio integrato per l'ambiente antropizzato, e non, del Piave, dovrebbe poter ricomporre la moltitudine di competenze e di frammentazioni in quell'unicum del paesaggio fluviale che compone il solco naturale del Piave.
La politica dunque, quella locale prima, per essere più presente nella società, si deve adoperare nell'intento di creare condizioni e strumenti, per evitare che i conflitti diventino un fine.
Nel nostro caso, prioritariamente, si può e si deve chiedere presto al Governo, la rettifica del DLgs 387/2003, strumento che rappresenta il vero motivo della corsa alle famigerate centraline, affrontando nel contempo, i temi della tutela dell'ambiente e della promozione culturale del sistema fluviale Piave.

Giuseppe Cancemi 

sabato 3 giugno 2017

ALLA RICERCA DELL'AMMINISTRAZIONE COMUNALE PROSSIMA VENTURA


Io, di Belluno, mi sono fatto un'opinione. Penso che un commissario prefettizio per governare la città basta. Amministrare secondo legge e lasciare svolgere tutto quanto alle persone preposte che operano in Comune è un'ordinarietà che regge. In fondo è un po' quello che abbiamo visto in questi anni. Il merito di una città con qualche lode e senza infamia appartiene ai cittadini. In fondo il tutto ha continuato a girare semplicemente perché il popolo bellunese recita senza alcuna sollecitazione il suo dovere civico. I primi posti conquistati in questi anni nella classifica nazionale di vivibilità per i parametri usati in base ai servizi, ben rappresentano lo stile di vita dei bellunesi. Anche una democrazia dell'istituzione che conduce la città, bisogna ammetterlo, formalmente c'è stata e si pratica, ma un solco politico di chi ha governato si fa fatica a riconoscerlo.

La democrazia a cui penso e propendo, viene da lontano. É ancora l'unica forma per amministrare una comunità, che dà il massimo protagonismo ai singoli cittadini. Tale sovranità del popolo, però, non può fare a meno di scelte nella conduzione di una città. Quelle scelte, sono il sale della politica che proviene dai gruppi che si ritrovano in un partito, in un movimento, luoghi di condivisione delle idee comuni, di parte.

Le elezioni amministrative che sono in corso d'opera, penso che debbano essere considerate un'opportunità più che una celebrazione di routine. Servono, per fare avanzare quelle scelte di necessario sviluppo a cui una città come Belluno deve tendere. C'è bisogno di una discontinuità, di un cambiamento nel vivere associato che, utopisticamente deve aspirare alla felicità. I nuovi canoni da considerare, non sono questa o quell'opera che la propaganda elettorale solitamente promette, ma piuttosto i principi fondanti come: quello di una città a misura di tutti che azzera le barriere architettoniche; la ricucitura degli insediamenti (centro storico e periferia) e le necessarie relazioni con lo spazio interconnesso; l'occuparsi di casa, lavoro, inclusione sociale dei più deboli, mobilità e servizi. Il tutto riconducibile ad un percorso di progetto globale di sviluppo locale, a partire dai reali bisogni del cittadino, dell'uomo.

Piazza Piloni o parco auto?
Per la verità i cittadini di Belluno, o meglio quelli che si ritengono i rappresentanti dell'urbe ma che sono solo i rappresentanti dei commercianti del centro storico, non perdono occasioni per la reiterazione delle solite richieste di natura lobbistica, che massimamente riguardano parcheggi e circolazione. Non rinunciano a questa bandiera, quasi un feticcio, per scongiurare la crisi che attraversano le attività del piccolo commercio di vicinato. Al Comune, viene richiesta ad ogni piè sospinto una partecipazione salvifica. L'Ente autarchico comunque, bisogna riconoscerlo, non è né responsabile né la panacea di tutto. Le difficoltà di ricollocazione dell'offerta commerciale e la sintonia con la domanda, vengono da lontano e semmai, nei confronti del Comune, le uniche cose che si possono rivendicare sono gli atti intesi a ridurre la burocrazia, un qualche incentivo e un certo appeal del centro storico.

Fondamentalmente in ambito locale, nuova amministrazione e cittadini dovrebbero accordarsi su un cambiamento culturale non occasionale ma profondo che avvicini i punti di vista di ciascuna delle parti. É impensabile che per il centro storico ci sia una diversità di vedute, per uso, mobilità e circolazione.
Piazza Duomo assediata dalle auto

L'umanità che è vissuta nel cuore di Belluno, con la sua stratificazione temporale dei manufatti, ha lasciato un suo schema viario ed una distribuzione spaziale più adatti ad una deambulazione pedonale che non ad una circolazione con mezzo meccanico. Dunque, ha configurato un luogo a sola misura d'uomo. E come tale andrebbe lasciato. Il ritrovarsi in spazi relazionali (piazze e vie), per vivere la città, fare acquisti, muoversi in sicurezza e a distanza dall'inquinamento atmosferico è un privilegio, un godimento e non uno svantaggio. Il centro storico nella sua identità storica e culturale, si diversifica, per natura, da gli altri luoghi della città più adatti ai mezzi a motore che comunque inquinano l'atmosfera e l'immagine degli stessi ambiti di vita associata. Persino la luce viene inquinata in centro. Basti pensare al calibro stradale limitato dalle vicine facciate degli edifici, e non è difficile osservare che anche la luce naturale con la presenza del variegato cromatismo delle auto e le quinte dei palazzi restituisce per riflessione una luce modificata.

Belluno è una città giardino, a sua insaputa, sì perché senza un progetto “suggerito” dal pensiero di Ebenezer Howard si ritrova in linea con i caratteri costitutivi del movimento utopista ottocentesco.
Governare questa città ma anche altre, in generale, lo so non è facile, specie se si rincorrono i problemi e si naviga a vista; se la politica non si assume le proprie responsabilità e non decide; se non si conosce l'umanità che popola il contesto urbano ed extraurbano; se non si ha contezza dei servizi e dell'economia nelle sue diversificazioni e, non ultimo, se non si ha cognizione delle risorse territoriali. Insomma, se non si ha una chiara visione della struttura socio-economica dei luoghi e quali prezzi bisogna pagare o meno, per uno sviluppo condizionato dal rapporto costi/benefici, non si potrà parlare di sviluppo sostenibile.

Scegliere votando, in conclusione, ciò che dovrebbe venirci dalla imminenti elezioni amministrative, vuol dire esercitare un diritto/dovere che ci fa assumere una responsabilità politica. Nella scelta, comunque, si corre il rischio di declassare il voto ad una formale delega, se ognuno crede che il tutto si esaurisce con le proprie preferenze elettorali. Diversamente si sappia, che al cittadino, sempre e comunque, spetta il diritto di esercitare una sua partecipazione alle decisioni nelle forme e nei modi previsti dalle leggi.

Giuseppe Cancemi