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giovedì 3 settembre 2026

Belluno: PONTE LEONARDO D. V.

 

                                            PONTE VENEGGIA



    Da qualche tempo periodicamente compaiono su social, stampa on_line e meno frequentemente su carta stampata locale, post e articoli che riguardano i lavori del ponte Veneggia. Ciò che viene maggiormente fatto risaltare per questo intervento però, sono più la preoccupazioni per un maggiore costo della realizzazione che non altro. 

Le prescrizioni della Soprintendenza relativa ai muretti che sembravano ostacolare, sembrano superate.

Delle raccomandazioni sulla vulnerabilità sismica (essendo Belluno zona 1) se ne parla poco o niente. Il tempo di realizzazione previsto, che si annuncia paralizzante, preoccupa più di ogni altra cosa assieme al costo, come si diceva, che sembra lievitato con il trascorrere del tempo.

L'ultimo cedimento di 15/20 cm della superficie del ponte segnalato, allarmando qualche automobilista di passaggio, non preoccupa. Dal primo cittadino in persona è stato detto, in senso rassicurativo, che quel lieve abbassamento di suolo è imputabile all'alta piovosità di quei giorni e dunque non ad altro.

Tutto sembra oramai in attesa che si inizino i lavori previsti da tempo.

a posto per altri lavori, l'occorrenza solo di recuperare un passaggio ai fianchi del ponte con corsie ciclabili o anche per pedoni, mi permetto di proporre una soluzione alternativa al cemento, che l'ufficio tecnico comunale può valutare, ed eventualmente adottare come alternativa da considerare per i vantaggi che offre.

Trattasi di un raccordo laterale con ponte alla “Leonardo D. V.” ai fianchi, con struttura in legno, autoportante. Una proposta, perfettamente in linea con l'ambiente montano e, a rifletterci, anche per i molteplici vantaggi.

Materiale e artigiani locali, costi sicuramente inferiori, tempi di realizzazione relativamente brevi, “appeal” locale per quella scelta particolare e uno spendibile amarcord, per un avveduto capitano d'industria  alla Adriano Olivetti che non guasta.

Giuseppe Cancemi


Torrente Vanoi 


EDICOLA VOTIVA

 DISCRIMINARE PERCHE' ?

L'abbandono di una piccola edicola votiva, particolarmente considerata nella devozione dei minatori, per associazione di idee, mi fa venire in mente un' ingiustizia mai sanata dai nisseni.
LA MORTE NON FA DIFFERENZE, IL CONSORZIO UMANO INVECE Sì!
Caltanissetta, Capitale mondiale dello zolfo nell'Ottocento, a distanza di quasi due secoli, non ha ancora capito che gli umani, almeno dopo il trapasso, ridiventiamo tutti uguali (“A livella” di Totò dovrebbe ricordarlo). Eppure, i pochi o tanti, marinai nisseni caduti in guerra, hanno avuto un degno monumento in Piazza della Repubblica, cosa però trascurata per i gli scomparsi nelle miniere, e tra essi anche gli adolescenti (“carusi”) che hanno perso la vita sul lavoro, cosa umanamente inconcepibile per dei ragazzi. Quelle miniere, ci hanno insegnato la messa in conto nel lavoro del minatore di una morte che non risparmiava né ragazzi e né adulti.
Ora la morte, facendo parte della vita abbiamo visto che non fa differenze. É solo questione di tempo. Dunque si è sempre dimostrata, diciamo, “giusta”. Gli uomini invece non lo sono e non lo saranno mai. C'è sempre qualcuno che pensa d'essere o viene, considerato più degli altri.
La nostra edicola votiva, comunque, nell'immaginario collettivo resta sempre un gigante (va oltre l'idea del monumento) per quello che ha rappresentato e rappresenta. Ed è bene ricordarlo. Pertanto, confidiamo anche in un piccolo atto concreto che si prenda cura dell'edicola, in senso conservativo, per preservare ancora, quel ricordo, a futura memoria.

Giuseppe Canemi

 

ItaliaNostraAPS

CONSIGLIO REGIONALE SICILIANO

PRESIDENTE PROF. LEANDRO JANNI

SEGRETERIA - VIA LEONIDA BISSOLATI, 29 - CALTANISSETTA

UFFICI DI RAPPRESENTANZA - VIA ALAGONA, 66 - SIRACUSA

TEL. 333 2822538 - TEL. 0934 554907

SICILIA@ITALIANOSTRA.ORG - WWW.ITALIANOSTRA.ORG

DOCUMENTO/COMUNICATO_Maggio 2024

Il PONTE SULLO STRETTO DI MESSINA: OVVERO PRATICARE

L’AGIOGRAFIA E CANCELLARE LA GEOGRAFIA

«Praticare l’agiografia e cancellare la geografia» si potrebbe dire a proposito

dei progetti, degli atti delle attuali forze politiche di maggioranza, in Italia e in

Sicilia. Il ponte sullo Stretto di Messina è stata “l’opera simbolo” del Governo

Berlusconi. Adesso è “l’opera bandiera” del vicepresidente del Consiglio e

ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Matteo Salvini. Noi ambientalisti e

comitati civici ci abbiamo messo dieci anni, dal 2003 al 2013, per spazzarlo

via dalla scena politica. Il Governo Monti staccò la spina. Nel 2023 hanno

riesumato la salma del cosiddetto progetto definitivo elaborato nel 2011-2012

dal General Contractor Eurolink, capeggiato da WeBuild. Hanno rimesso in

piedi nientemeno che la Stretto di Messina SpA, affidandola a Pietro Ciucci,

già amministratore delegato della Stretto di Messina SpA dal 2002 al 2012,

ed ora nuovo amministratore delegato della “nuova” Stretto di Messina SpA.

Il progetto del ponte sullo Stretto è la risposta sbagliata, inutile e dannosa ai

problemi del Meridione del Paese. Un progetto lacunoso e incompleto; un

progetto che ha già “bruciato” una enorme quantità di risorse; un progetto

che non ha il consenso del territorio e degli enti locali.

Il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Salvini non perde occasione per

enfatizzare l’utilità del ponte sullo Stretto, presentandolo come «un’opera

green, sicura, moderna, un acceleratore di sviluppo per l’intero Meridione,

fondamentale per migliorarne la rete dei trasporti».

«Di fatto si tratterebbe di un’opera gigantesca dall’impatto ambientale

devastante. Il Ponte lascerà perennemente nell’ombra interi agglomerati che

sorgono nella zona costiera: borghi e villaggi abituati ad un’esposizione

solare di 365 giorni l’anno saranno completamente oscurati, i laghi di Ganzirri

e di Torre Faro rischiano l’estinzione, la città sarà paralizzata per molti anni

da file di camion carichi del materiale di sbancamento: non è stato stabilito

neanche un percorso alternativo. I cantieri invaderanno tutta la città» – ci

avverte Renato Accorinti, ex sindaco di Messina.

Il maggiore investimento della Legge di Bilancio 2024 è il ponte sullo Stretto

di Messina con 11,6 miliardi di euro già impegnati da quest’anno al 2032.

L’attuale Governo non sa fare nemmeno i conti perché nel Def 2023, il costo

1stimato della “magna opera” è di 14,6 miliardi di euro, compreso il costo delle

ferroviarie ma non di quelle stradali. In più, dal prossimo anno entrerà in

vigore il nuovo Patto di Stabilità europeo che imporrà un taglio di 15 miliardi

l’anno per 7 anni alle nostre finanziarie, lasciando pochissimo spazio a

investimenti anche molto più importanti del ponte.

Insomma: vogliono costruire un ponte a campata unica della lunghezza di 3,3

km, e doppio impalcato ferroviario e stradale, sorretto da due torri alte 400

metri (centro metri più della Tour Eiffel) in una delle zone a maggior rischio

sismico del Paese e dove i venti sono tra i più turbolenti. Tutto questo,

ovviamente, sottraendo fondamentali risorse economico finanziarie ai veri

bisogni del territorio.

Le ambiguità e le contraddizioni, le criticità del progetto del ponte sono

sottolineate dalle centinaia di osservazioni sostanziali formulate dal Ministero

dell’Ambiente, dalla Commissione Tecnica del Ministero delle Infrastrutture,

dal Ministero della Cultura, dagli Ordini professionali, delle Associazioni e dei

Comitati Cittadini. E a questo si aggiunge un piano di espropri che porterebbe

alla demolizione di migliaia di abitazioni e di spazi pubblici.

Lo Stretto di Messina è un’area tra le più belle dal punto di vista

paesaggistico e tra le più ricche di biodiversità del nostro Paese. Innanzitutto

va rimarcata l’importanza della collocazione geografica dello Stretto quale

sistema eco culturale, paesaggistico e naturalistico, per correnti, venti,

caratteristiche geomorfologiche, presenze faunistiche, ricchezze botaniche e

naturalistiche di un territorio antropizzato fin dal paleolitico. Un territorio, un

luogo che possiede tutte le caratteristiche per poter essere riconosciuto,

dall’UNESCO, meritevole di essere inserito nella Word Heritage List, per

eccezionale valore universale quale patrimonio naturale e culturale.

«Dobbiamo avere la forza di dire che, come il Teatro Greco di Taormina,

come il Colosseo, come Petra, c’è un bene mondiale che va tutelato dalle

colate di cemento: lo Stretto di Messina. Dobbiamo essere più forti di chi

vuole distruggerlo, far capire che si tratta di un luogo sacro di straordinaria

bellezza che va tutelato, dobbiamo essere i protettori del creato.

Concentriamo le nostre forze per realizzare l’opera più importante d’Italia: la

messa in sicurezza del territorio, che crolla ad ogni temporale» – sostiene

ancora con indomita passione Renato Acorinti.

In pochi chilometri è contenuto uno scrigno naturalistico dell’intero

Mediterraneo, in un contesto tra i più significativi ed espressivi delle culture

mitologiche del mondo classico. Ricordo l’intervista allo storico Rosario Villari

sul periodico “Italia Nostra” n. 413 del 2005, in cui evidenziava le

straordinarie peculiarità storiche e archeologiche del luogo, sia per quanto

riguarda l’area calabrese sia per quanto riguarda l’area siciliana.

L’area dello Stretto è il punto focale di un importantissimo sistema naturale

oggi costituito da riserve naturali e parchi naturalistici, ricchissimo di siti delle

2Rete Natura 2000: i Nebrodi, l’Aspromonte, l’Etna e le Eolie patrimonio

UNESCO, l’Isola Bella, le lagune di Marinello, gli ambienti umidi del litorale

con gli acquitrini salmastri di Faro e Ganzirri, la zona costiera di Capo Peloro.

Inoltre, le alture che si affacciano sulle due sponde dello Stretto sono i luoghi

di sosta delle avifaune migratorie. Aspetti questi che richiamano l’art. 9 della

Costituzione in cui si stabilisce: «La Repubblica tutela il paesaggio e il

patrimonio storico e artistico della Nazione. Tutela l'ambiente, la biodiversità e

gli ecosistemi, anche nell'interesse delle future generazioni». Così come non

può essere ignorato il Decreto Assessoriale 8410/2009 che istituisce la Carta

Regionale dei Luoghi dell'Identità e della Memoria. Dunque, le aree

interessate dall'opera sono sottoposte a tutela 3 dal Piano Paesaggistico

Ambito 9; aree che nelle Norme di adozione del Piano sono dichiarate

“invarianti” del paesaggio.

Sull’utilità dell’opera in ordine alla mobilità, tutti gli studi e le più accreditate

valutazioni ritengono che il traffico marittimo tra la Sicilia e i porti del Nord non

sia dirottabile sul ponte, visto l’incontrastabile convenienza dei trasporti via

mare. Anche il traffico passeggeri risponde allo stesso principio, non essendo

concorrenziale con i collegamenti aerei di lunga distanza tra Sicilia e Nord

Italia o Europa. Vi è inoltre ancora necessità di ricordare che le assai carenti

infrastrutture stradali e ferroviarie non permettono oggi i normali spostamenti

tra le varie città dell’Isola. E ogni giorno emergono nuovi limiti del progetto: è

troppo basso per le nuove dimensioni delle navi da crociera e da carico; deve

essere mantenuto il sistema dei traghetti per la elevata percentuale di

indisponibilità per vento eccessivo; le indicazioni europee stimolano i trasporti

via mare e non via terra per il minor costo e il minor inquinamento. Per

affrontare il problema reale di miglioramento dei collegamenti, si potrebbe e si

dovrebbe intervenire con investimenti innovativi nel settore traghetti,

proseguendo negli interventi già in corso nell’ambito del PNRR.

I costi di realizzazione del ponte sono enormemente superiori a opere

comparabili (il ponte Sultan Selim sul Bosforo, con una campata principale di

1,41 km e una lunghezza totale di 2,2 km, è costato € 2,3 miliardi; il ponte di

Akashi Kaikyō, con una campata centrale di oltre 1,9 km è costato € 3,38

miliardi). L’area di influenza del ponte ha una significatività economica

relativamente modesta e il volume dei pedaggi non sarebbe in grado di

ripagarne le spese, che sarebbero invece a carico dello Stato (al contrario, ad

esempio, del Tunnel della Manica, totalmente a carico del traffico).

Alla luce di tali considerazioni e dei molti indicatori critici rilevati nel corso

delle verifiche, l’associazione Italia Nostra intende quindi convocare, a breve,

un incontro internazionale di tecnici e di studiosi, per contribuire ad un

ulteriore approfondimento delle conoscenze relative alla “questione ponte”.

Infine, ricordo le parole di un grande scrittore siciliano, Gesualdo Bufalino: «Il

ponte sullo Stretto? Personalmente mi sta benissimo, a patto di non

3sovrapporre metafore e simboli indebiti ad una operazione di semplice

ingegneria. Voglio dire che non sarà un modesto guadagno tecnico nei tempi

di traghettamento a modificare o a guarire la nostra vocazione claustrofila e il

vizio di fare della solitudine un trono e una tana. Caso mai sono altre le

conseguenze che l’evento (se accadrà) si porterà dietro: di favorire lo

smercio e la circolazione dei nostri vizi nel resto della penisola; e di aizzare le

nostre virtù a degradarsi più velocemente nell’ omologia generale dei

contegni e dei sentimenti. Poiché con le isole il punto è questo: sono di per

sé parchi naturali e riserve dove lo “specifico” indigeno resiste più a lungo:

sicché rimane sempre da sciogliere il nodo se convenga tutelarle a costo di

sequestrarne anche le più selvagge memorie, o spingerle verso una moderna

ma ripetitiva e anonima identità. Insomma è la solita solfa del contenzioso tra

passato e futuro, natura e cultura, lucciole del pre-industriale e chimiche del

post-industriale… Il ponte ovviamente giocherà a vantaggio di questa

seconda ipotesi, benché non molto più, credo, di quanto abbiano già fatto

l’Alitalia e l’Autostrada del Sole. Resta da vedere se e come esso possa

contribuire a renderci più italiani. Qualcuno dubita che non lo siamo

abbastanza o che desideriamo non esserlo più. Proprio su la Repubblica (del

31 agosto 1985)Arbasino ci attribuiva una smania di staccarci dalla nazione e

ce ne concedeva licenza. Obietto che, dai tempi di Salvatore Giuliano, fra le

maschere sanguinose della mafia il fantasma del separatismo non è più

ricomparso: e che oggi un eventuale referendum secessionista non

raccoglierebbe in Sicilia più di mille o duemila suffragi… La verità è che

fanatismo regionale e fermenti antiunitari sono da noi assai meno vigorosi e

loquaci che non in tanti altri luoghi d’Italia, dall’Alto Adige alla Sardegna, dal

Veneto alla Val d’Aosta. Basterebbe, per appurarlo, una gitarella a Messina…

Con tutto ciò, come negare l’esistenza del tumore Sicilia e delle sue

minacciose metastasi d’esportazione? E’ un morbo vecchio di secoli, ma non

saranno né la segregazione né l’ aggregazione a salvarcene: né una

chirurgia che ci amputi, né un ponte che ci concilii. Occorrono cure diverse, e

io dico timidamente: libri e acqua, libri e strade, libri e case, libri e

occupazione. Libri» (la Repubblica, 19 settembre 1985).

Prof. Leandro Janni, presidente di Italia Nostra Sicilia

sabato 4 luglio 2026

 RIFLETTERE è D'OBBLIGO

Il progetto “SISUS – Area Urbana di Belluno. Azione 2.7.1 “Infrastrutture verdi – Belluno, viale Fantuzzi” con la realizzazione di nuove infrastrutture verdi che si sta attuando in città, è sperabile che sia stato suggerito da una progettazione sostenibile, che a ragion di logica non dovrebbe consistere nel “rifare”, ma piuttosto dal migliorare ciò che esiste per non perdere ciò che in città si è andato costruendo nel tempo. Solitamente, un viale alberato che ospita da tempo chirotteri e avifauna è un sistema ecologico già funzionante. Le aspettative per un progetto così importante ovviamente non possono non muoversi da alcuni elementari punti di avvio.

La continuità logica è pensabile che debba scaturire: da una esistente valutazione faunistica specifica sui chirotteri e sulla stabilità ecologica del viale; da una prevista, motivata tecnicamente, perizia agronomica e analisi del rischio per ogni singolo abbattimento, non senza avere prima esplorato per ogni singolo albero, soluzioni alternative al taglio.

Per quanto se ne sa dei tavoli di partenariato con consultazioni formali, incontri pubblici e contributi tecnici dei soggetti del territorio, vi è un requisito obbligatorio di Regolamento UE 2021/1060.

La strategia progettata perciò, è bene si sappia, non può essere approvata senza un processo partecipativo documentato.

Giuseppe Cancemi


giovedì 30 aprile 2026

Nota su Via Vittorio Veneto

 Nel caso: Piano Urbanistico Attuativo in Variante al Piano degli Interventi - BELLUNO

Si OSSERVA ...

 che la Variante del Piano Urbanistico Attuativo (PUA) di iniziativa privata, inserita nel Piano degli Interventi, in non pochi cittadini di questo Comune (vedi sottoscrittori di apposite osservazioni e opposizioni) che non si riconoscono per tanti dei motivi in seguito esposti. Le motivazioni formalmente espresse si oppongono alla Variante PUA e non accettano l'approvazione che il Consiglio Comunale di Belluno ha dato.

In particolare, non si intendono accettare le modifiche proposte dal PUA in un’area storicamente classificata come Zona Territoriale Omogenea F, vincolata a Verde Pubblico nel vigente Piano Regolatore Generale. Il dibattito culturale che ha accompagnato questo PUA non si colloca nel solco dell’innovazione urbanistica che ha caratterizzato epoche passate.

La proposta progettuale, nella sua attuazione, continua a manifestarsi secondo una logica edilizia convenzionale, priva di visione urbanistica evoluta. Sono trascorsi invano i tempi della legge quadro n. 1150/1942, che, nella sua riformulazione, aveva introdotto principi di razionalismo umanistico e avviato una moderna ricerca urbana, con l’obiettivo di migliorare la convivenza sociale.

In altre parole, quelle norme — ancora oggi attuali — promuovevano un’urbanistica fondata su una residenzialità più umana, che tuttavia resta ancora largamente inattuata. Belluno, in passato, ha vissuto momenti di avanguardia urbanistica: dalla città Giardino di Cavarzano, ispirata al modello di Howard e progettata dall’architetto Alpago Novello, fino al Masterplan “Città sostenibile a misura d’uomo” del 2012, rimasto incompiuto. Purtroppo, questo percorso virtuoso si è progressivamente arenato.

Come in molte altre realtà italiane, anche Belluno ha ceduto al fenomeno dell’edilizia speculativa, alimentato dai vantaggi della cosiddetta “rendita di posizione” dei terreni. L’origine di tale deriva

può essere ricondotta alla lunga fase di ricostruzione postbellica, che ha incentivato la lottizzazione dei suoli agricoli.

Lo sviluppo edilizio — più che urbanistico — lungo la S.S. 50 rappresenta un classico esempio di espansione lineare, visibile anche nell’area di Baldenich. In circa 75 anni, la città ha avuto 14 Amministrazioni comunali e un’urbanistica segnata da ben 76 varianti: una media di circa 5 per ogni Amministrazione, ovvero una all’anno. Di queste numerose varianti, non è chiaro quante siano state effettivamente integrate o ricondotte in un unico Piano Regolatore Comunale, in una versione coerente e leggibile di PRG/PRC.

Il- progetto oggetto di contestazione propone un nuovo volume edilizio a destinazione commerciale, non richiesto e sproporzionato rispetto alle esigenze del territorio, privando l’area di un prezioso “polmone verde”. 

L’intervento viene giustificato come “recupero”, in parte associato alla rotatoria stradale esistente nelle vicinanze, già fortemente compromessa da un traffico urbano ed extraurbano eccessivo.

Nel complesso, l’intervento sulla rotatoria — completa in ogni sua parte e in condizioni più che discrete (secondo il giudizio di un qualsiasi passante) — non appare giustificato. Appaiono invece superflui, come già evidenziato, i metri cubi di edilizia previsti per la realizzazione di un nuovo supermercato, collocato in prossimità di altri già esistenti.

Sul piano delle criticità urbanistiche e ambientali non affrontate dal progetto, si rileva come la destinazione dell’area a Zona F di Verde Pubblico centrale venga completamente ignorata, anzi cancellata. Il progetto, di fatto, baratta tale destinazione con la costruzione di un volume edilizio a uso commerciale. Il verde pubblico, spazio fondamentale per la socialità urbana e da tempo reclamato dai residenti, è oggi occupato da un rudere — la cui presenza non sembra affatto casuale.

Ed è proprio questo tipo di intervento ciò che meno serve in un’area già compromessa, come è facile comprendere.

Il PUA presentato fa riferimento alla nota rotatoria della S.S. 50, quotidianamente congestionata da un traffico intenso e destinato ad aumentare. L’area è segnata dalla presenza di un rudere scenograficamente avvolto nella plastica, con la zona circostante transennata. Il tutto sembra costruire un’immagine di “degrado” visibile a chi percorre quel tratto, una sorta di pressione psicologica teatralmente rappresentata, utile allo scopo ma che solleva forti dubbi sulla reale necessità di risanamento. Questo maquillage d’insieme, privo di evidenze tecniche, storiche, ambientali o di altre prerogativeche possano legittimare l’intervento, lascia intendere che l’urbanistica sia solo un pretesto. Non risultano presenti studi sul degrado, analisi di impatto o documentazione che dimostri la necessità di riqualificare l’area. L’attuazione del progetto — repetita iuvant — sembra orientata principalmente alla realizzazione di un volume edilizio commerciale.

Inoltre, si segnala che la consultazione della documentazione progettuale non è stata agevole. La relazione tra significato e significante, che dovrebbe semplificare la ricerca attraverso riferimenti oggettivi, si è rivelata complessa. Dalla scala degli elaborati grafici ai riferimenti descrittivi, fino agli strumenti di lettura, tutto è apparso poco accessibile. L’interfaccia informatica tra utente e amministrazione pubblica non è risultata “amichevole”, nonostante l’epoca dell’intelligenza artificiale. Gli algoritmi di ricerca, anche sul sito della Trasparenza Amministrativa, si sonodimostrati ostici.

I presupposti dell’intero progetto sembrano ruotare attorno all’abolizione della Zona Territoriale Omogenea F e del relativo vincolo di Verde Pubblico previsto dal PRG, come consentito dall’art. 27 della L. 457/78. Tale norma, forse impropriamente utilizzata, consente di far decadere lo zoning e il vincolo d’area, rinominandolo come “zona di recupero del patrimonio edilizio esistente e rigenerazione urbana”.


Della scomparsa della ZTO F, delle verifiche sugli standard residenziali previsti per legge e della rigenerazione finalizzata al contenimento del consumo di suolo, non si fa menzione. In sostanza, la ZTO F e il suo vincolo di Verde Pubblico — come previsto dall’art. 4 del D.I. 1444/68 — che stabilivano standard urbanistici per le zone F (servizi, attrezzature e impianti di interesse generale, proporzionati al numero di abitanti), vengono cancellati e privati di ogni significato pianificatorio.

L’area viene ora considerata una generica “zona bianca”.

Per questa modifica radicale, è utile ricordare che esiste — ed esisteva — una procedura obbligatoria per il Comune, che comprende: una valutazione tecnico-urbanistica, una delibera consiliare e l’aggiornamento del PRG.

È noto che la cosiddetta “zona bianca” deve rispettare quanto previsto dall’art. 9 del DPR 380/2001 (Testo Unico dell’Edilizia). Tale norma stabilisce:

• Indici edilizi estremamente ridotti, con densità massima pari a 0,03 mc/mq (come per le zone agricole);

• Destinazioni d’uso limitate a quelle compatibili con il suolo agricolo.

Pertanto, non si tratta di un’area automaticamente edificabile per funzioni residenziali o commerciali. Un segnale diverso, tuttavia, emerge dal documento “Motivazione ed Obiettivi del Piano” contenuto nel Rapporto preliminare ambientale per la verifica di assoggettabilità a V.A.S. (marzo 2023), dove si parla di un’area “meritevole di pronto recupero” e della “necessità di riqualificazione della zona F.VP decaduta”, giustificata dalla “carenza di interesse per un suo diretto utilizzo pubblico”, come dimostrerebbe la mancata riadozione del vincolo espropriativo.

In passato, anche il Comune di Belluno ha mostrato sensibilità ambientale, cercando di adeguarsi alla L.R. n. 4/2015, promuovendo un’inversione di tendenza: meno edilizia, più urbanistica. In tale contesto, si invitavano i proprietari di aree edificabili a richiedere la riclassificazione in “inedificabilità”, per contrastare il consumo di suolo e favorire il ripristino del verde. Esiste una delibera del Consiglio Comunale (n. 43 del 24/07/2015) che ha avviato le cosiddette “varianti verdi”, ma non si conosce l’esito di tale iniziativa.

La recente richiesta del PUA di trasformare un’area verde prevista dal PRG in volume edilizio a uso commerciale contraddice apertamente gli indirizzi promossi dalla Regione Veneto. In sintesi, si può affermare che i principi di tutela del verde urbano — risanamento, riqualificazione, attinenza ecologica — non sembrano rientrare nelle priorità dell’Amministrazione comunale.

Il progetto, avviato con SCIA, è stato interrotto in corso d’opera. La condizione di degrado, assente prima dell’inizio dei lavori, è stata goffamente simulata. Sarebbe stato utile conoscere le

motivazioni di tale scelta. È importante ricordare che la SCIA è uno strumento semplificato, utilizzabile solo per interventi edilizi compatibili con la normativa urbanistica vigente. Era prevedibile che la riduzione a rudere del volume esistente avrebbe sollevato problematiche. La sospensione dei lavori sembra indicare che un vincolo urbanistico, non ignorabile, avrebbe dovuto impedire l’atto demolitivo sin dall’inizio.

Da un punto di vista urbanistico, il PUA non è giustificabile come intervento di “recupero urbano”. Manca una documentazione tecnica, ambientale e urbanistica adeguata, che dimostri lo stato di degrado denunciato o la necessità condivisa di riqualificare la cosiddetta “zona bianca”. Quest’ultima, pur ritenuta da “recuperare”, ha una destinazione urbanistica pianificata dal PRG chenon risulta dimostrata.

L’applicazione dell’art. 27 della legge n. 457/1978 ha consentito di classificare l’area come “zonabianca”, ma si è trascurato che, ai sensi dell’art. 9 del DPR 380/2001, tale zona prevede una densità edilizia di 0,03 mc/mq, come per i suoli agricoli, e non è edificabile per funzioni residenziali o commerciali.

Dal punto di vista ecologico, la costruzione di un supermercato nei pressi di un’importante arteria stradale comporterebbe un aumento del traffico veicolare, con conseguente aggravamento dell’inquinamento atmosferico e acustico, in una zona già compromessa, posta su una rotatoria di strada nazionale e urbana.

Non si intende ostacolare le attività economiche, ma è bene ricordare che l’articolo 41 della Costituzione stabilisce: “L’iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale…”. Ciò significa che l’uso del suolo privato incontra un limite quando contrasta con l’interesse collettivo, come nel caso della necessità di preservare gli spazi verdi.

La Variante proposta appare poco o per nulla motivata da esigenze pubbliche e ancor meno da ragioni ambientali. Inoltre, il progetto non rispetta i principi di pianificazione partecipata, né mostra elementi tangibili di sostenibilità o di tutela del territorio, contribuendo ben poco alla transizione ecologica.

Alla luce di quanto esposto, per comprendere le ragioni della non condivisione del PUA approvato, si richiamano i principi costituzionali. Sebbene la Costituzione non menzioni esplicitamente il “verde pubblico”, ne tutela indirettamente l’interesse attraverso fondamentali principi ecologici.

Lo si evince dalle attribuzioni allo Stato in materia di tutela dell’ambiente, della biodiversità e degli ecosistemi (artt. 9 e 117). In particolare, l’articolo 9, modificato nel 2022, afferma la tutela dell’ambiente, della biodiversità e degli ecosistemi anche nell’interesse delle “future generazioni”.

L’articolo 117, comma 2, lettera s), assegna allo Stato la competenza esclusiva in materia di tutela dell’ambiente e dei beni culturali, mentre il comma 3 prevede una legislazione concorrente con le Regioni per la valorizzazione.

Per le varie OSSERVAZIONI confortate da pronunciamenti della Costituzione e dalla Giurisprudenza: citate, elencate e in parte sollecitate si suggerisce: 

1. La conferma (riconoscimento) di Verde Pubblico in ZTO già di PRG nella tavola del Piano degli Interventi;

2. un nuovo studio della Variante al Piano degli Interventi con relativo rigetto del Piano Urbanistico Attuativo, stante al Vincolo CONFERMATIVO e non espropriativo del Verde Pubblico di Z.T.O. In area Baldenich.

3. una realizzazione di studi ambientali e urbanistici indipendenti, come verifica sull’impatto del progetto proposto;

4. si chiede l’avvio di un percorso partecipativo per una progettazione condivisa dell’area verde da tempo vincolata su PRG.

Giuseppe Cancemi


venerdì 24 aprile 2026

CALTANISSETTA: il quartiere Saccara

A PROPOSITO DELLA RIGENERAZIONE ALLA SACCARA...


Intanto complimenti per l'iniziativa di rigenerazione del quartiere Saccara che si vuole avviare. Direi bene! Desideravo solo dire che alle buone intenzioni bisogna dare le gambe.

Per uscire dalla genericità della comunicazione e cominciare bene, bisognerebbe dare però un'immagine dell'area Puzziddru/Saccara almeno cartacea dello "stato di fatto" e di quali 'specifiche' idee e suggerimenti si sta pensando di mettere in cantiere all'interno del quartiere Saccara,

Sarebbe bene forse dichiarare con quale tipologia di coinvolgimento si pensa di dare corso alla rigenerazione: se di tipo partecipativo, come insieme di azioni volte al recupero e alla riqualificazione di uno spazio urbano, di tipo educativo o altro.


Giuseppe Cancemi

martedì 7 aprile 2026

F.VP - BALDENICH - PUA 2026

Piano Urbanistico Attuativo in area vincolata da P.R.G. con F. VP (Verde Pubblico) in località BALDENICH

Ultimamente il Consiglio comunale di Belluno ha approvato un progetto urbanistico in prossimità della rotatoria che incrocia la S.S. n. 50 con via Medaglie d'Oro. In quell’area l’edificio ex Agip abbandonato è il luogo dove si prevede la nuova costruzione.

Trattasi di un ennesimo volume edilizio commerciale da realizzare, di iniziativa privata, riconosciuto compatibile dal Comune di Belluno come “variante città e centri frazionali”

Nella sua approvazione richiesta come perimetrazione di un ambito di degrado ai sensi dell’art. 27 della legge n.457/1978, si è dichiarato anche che trattasi di: “area non pianificata per decorrenza del termine quinquennale” con vincolo 'espropriativo'.

Un particolare che forse sfugge alla redazione del progetto non certo trascurabile è, che quel vincolo di area coincide con quello già esistente 'conformativo' da P.R.G. “F.VP” (zona F con verde pubblico) preesistente, assegnato in base alla 'zonizzazione' del territorio.

Con l'ultimo atto partecipativo che respinge le osservazioni avverse alla Variante, si chiude ogni ulteriore dialogo con i cittadini che si sono mostrati sensibili al problema.

La delibera che il Comune approva, non trova consenso tra il popolo bellunese che non vede di buon occhio la cancellazione del verde pubblico di Baldenich - promesso da un ignoto PRG - di cui si ha sentore nella planimetria : “Fig.19 - Rapporto preliminare ambientale per verifica di assoggettabilità a V.A.S.”

Di Belluno si può dire, che lo sviluppo edilizio dopo la città “murata” si è successivamente propagato linearmente lungo la S.S. 50. Non certo per una casualità ma piuttosto perché spinto dalla rendita di posizione dei terreni ai lati della stessa e delle contigue urbanizzazioni primarie che l'hanno preceduta e la seguono.

Lo sviluppo sotto il profilo urbanistico a Belluno, sembra essere da record. In circa 80 anni, la città ha avuto 15 Amministrazioni comunali e un’urbanistica segnata da ben 76 e più Varianti di P.R.G.. In media più di 5 per ogni Amministrazione, e qualche volta più di una all’anno. Di queste numerose varianti, non è chiaro quante siano state effettivamente integrate o ricondotte in un unico Piano Regolatore Comunale (o PRG) da leggi statali e/o da PUA e PI secondo la legislazione regionale del Veneto.

L'ultimo atto che ha concluso ogni ulteriore dialogo con il popolo bellunese, si è consumato con le “CONTRODEDUZIONI ALLE OSSERVAZIONI PERVENUTE”. Non si è voluto riconoscere quanto sarebbe stato meglio conservare, senza se e senza ma, quel verde pubblico urbanisticamente promesso da una legge statale (D.M. 1444/68).

la delibera ultima interpretata dagli Amministratori del Comune di Belluno, come area di forte degrado non è, e non è stata certo convincente come tale dai concittadini i quali vogliono che quel verde rimanga. La demolizione precipitosa mediante SCIA della pensilina attaccata al corpo edilizio, non è stata una buona idea e forse anche, come qualcuno dice: “che a pensare male si fa peccato” il senso di degrado non ha convinto, anzi ha fatto nascere qualche perplessità sulla tempistica distruttiva, non senza pensare ad una voluta e procurata scenografia d'immagine.

L'ignaro cittadino non riesce a capire come Comune e Regione con la loro preziosa opera di Enti, dotati del fior fiore di uffici tecnico-giuridici, non abbia detto qualcosa in questo frangente. Eppure in casi come il nostro, quando il riferimento urbanistico centrale è la Costituzione, bisognerebbe tenere la barra dritta, e cioè tenere netta la separazione dei poteri tra Stato e Regione.

Domanda: gli Enti territoriali (Comune e Regione) possono fare qualcosa prima che si configuri localmente un contenzioso?

Concludendo, sommessamente ricorderei che: “Le sentenze sul verde svolgono un ruolo chiave nella tutela e valorizzazione delle aree verdi, definendo gli orientamenti giurisprudenziali che guidano le politiche urbanistiche e la gestione del territorio. Tali pronunce interpretano le norme ambientali (art. 9 e 41 Cost.), indirizzando le scelte locali verso una maggiore salvaguardia degli spazi"

Giuseppe Cancemi