Aggiungi...


Condividi questo articolo

giovedì 3 settembre 2026

 

ItaliaNostraAPS

CONSIGLIO REGIONALE SICILIANO

PRESIDENTE PROF. LEANDRO JANNI

SEGRETERIA - VIA LEONIDA BISSOLATI, 29 - CALTANISSETTA

UFFICI DI RAPPRESENTANZA - VIA ALAGONA, 66 - SIRACUSA

TEL. 333 2822538 - TEL. 0934 554907

SICILIA@ITALIANOSTRA.ORG - WWW.ITALIANOSTRA.ORG

DOCUMENTO/COMUNICATO_Maggio 2024

Il PONTE SULLO STRETTO DI MESSINA: OVVERO PRATICARE

L’AGIOGRAFIA E CANCELLARE LA GEOGRAFIA

«Praticare l’agiografia e cancellare la geografia» si potrebbe dire a proposito

dei progetti, degli atti delle attuali forze politiche di maggioranza, in Italia e in

Sicilia. Il ponte sullo Stretto di Messina è stata “l’opera simbolo” del Governo

Berlusconi. Adesso è “l’opera bandiera” del vicepresidente del Consiglio e

ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Matteo Salvini. Noi ambientalisti e

comitati civici ci abbiamo messo dieci anni, dal 2003 al 2013, per spazzarlo

via dalla scena politica. Il Governo Monti staccò la spina. Nel 2023 hanno

riesumato la salma del cosiddetto progetto definitivo elaborato nel 2011-2012

dal General Contractor Eurolink, capeggiato da WeBuild. Hanno rimesso in

piedi nientemeno che la Stretto di Messina SpA, affidandola a Pietro Ciucci,

già amministratore delegato della Stretto di Messina SpA dal 2002 al 2012,

ed ora nuovo amministratore delegato della “nuova” Stretto di Messina SpA.

Il progetto del ponte sullo Stretto è la risposta sbagliata, inutile e dannosa ai

problemi del Meridione del Paese. Un progetto lacunoso e incompleto; un

progetto che ha già “bruciato” una enorme quantità di risorse; un progetto

che non ha il consenso del territorio e degli enti locali.

Il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Salvini non perde occasione per

enfatizzare l’utilità del ponte sullo Stretto, presentandolo come «un’opera

green, sicura, moderna, un acceleratore di sviluppo per l’intero Meridione,

fondamentale per migliorarne la rete dei trasporti».

«Di fatto si tratterebbe di un’opera gigantesca dall’impatto ambientale

devastante. Il Ponte lascerà perennemente nell’ombra interi agglomerati che

sorgono nella zona costiera: borghi e villaggi abituati ad un’esposizione

solare di 365 giorni l’anno saranno completamente oscurati, i laghi di Ganzirri

e di Torre Faro rischiano l’estinzione, la città sarà paralizzata per molti anni

da file di camion carichi del materiale di sbancamento: non è stato stabilito

neanche un percorso alternativo. I cantieri invaderanno tutta la città» – ci

avverte Renato Accorinti, ex sindaco di Messina.

Il maggiore investimento della Legge di Bilancio 2024 è il ponte sullo Stretto

di Messina con 11,6 miliardi di euro già impegnati da quest’anno al 2032.

L’attuale Governo non sa fare nemmeno i conti perché nel Def 2023, il costo

1stimato della “magna opera” è di 14,6 miliardi di euro, compreso il costo delle

ferroviarie ma non di quelle stradali. In più, dal prossimo anno entrerà in

vigore il nuovo Patto di Stabilità europeo che imporrà un taglio di 15 miliardi

l’anno per 7 anni alle nostre finanziarie, lasciando pochissimo spazio a

investimenti anche molto più importanti del ponte.

Insomma: vogliono costruire un ponte a campata unica della lunghezza di 3,3

km, e doppio impalcato ferroviario e stradale, sorretto da due torri alte 400

metri (centro metri più della Tour Eiffel) in una delle zone a maggior rischio

sismico del Paese e dove i venti sono tra i più turbolenti. Tutto questo,

ovviamente, sottraendo fondamentali risorse economico finanziarie ai veri

bisogni del territorio.

Le ambiguità e le contraddizioni, le criticità del progetto del ponte sono

sottolineate dalle centinaia di osservazioni sostanziali formulate dal Ministero

dell’Ambiente, dalla Commissione Tecnica del Ministero delle Infrastrutture,

dal Ministero della Cultura, dagli Ordini professionali, delle Associazioni e dei

Comitati Cittadini. E a questo si aggiunge un piano di espropri che porterebbe

alla demolizione di migliaia di abitazioni e di spazi pubblici.

Lo Stretto di Messina è un’area tra le più belle dal punto di vista

paesaggistico e tra le più ricche di biodiversità del nostro Paese. Innanzitutto

va rimarcata l’importanza della collocazione geografica dello Stretto quale

sistema eco culturale, paesaggistico e naturalistico, per correnti, venti,

caratteristiche geomorfologiche, presenze faunistiche, ricchezze botaniche e

naturalistiche di un territorio antropizzato fin dal paleolitico. Un territorio, un

luogo che possiede tutte le caratteristiche per poter essere riconosciuto,

dall’UNESCO, meritevole di essere inserito nella Word Heritage List, per

eccezionale valore universale quale patrimonio naturale e culturale.

«Dobbiamo avere la forza di dire che, come il Teatro Greco di Taormina,

come il Colosseo, come Petra, c’è un bene mondiale che va tutelato dalle

colate di cemento: lo Stretto di Messina. Dobbiamo essere più forti di chi

vuole distruggerlo, far capire che si tratta di un luogo sacro di straordinaria

bellezza che va tutelato, dobbiamo essere i protettori del creato.

Concentriamo le nostre forze per realizzare l’opera più importante d’Italia: la

messa in sicurezza del territorio, che crolla ad ogni temporale» – sostiene

ancora con indomita passione Renato Acorinti.

In pochi chilometri è contenuto uno scrigno naturalistico dell’intero

Mediterraneo, in un contesto tra i più significativi ed espressivi delle culture

mitologiche del mondo classico. Ricordo l’intervista allo storico Rosario Villari

sul periodico “Italia Nostra” n. 413 del 2005, in cui evidenziava le

straordinarie peculiarità storiche e archeologiche del luogo, sia per quanto

riguarda l’area calabrese sia per quanto riguarda l’area siciliana.

L’area dello Stretto è il punto focale di un importantissimo sistema naturale

oggi costituito da riserve naturali e parchi naturalistici, ricchissimo di siti delle

2Rete Natura 2000: i Nebrodi, l’Aspromonte, l’Etna e le Eolie patrimonio

UNESCO, l’Isola Bella, le lagune di Marinello, gli ambienti umidi del litorale

con gli acquitrini salmastri di Faro e Ganzirri, la zona costiera di Capo Peloro.

Inoltre, le alture che si affacciano sulle due sponde dello Stretto sono i luoghi

di sosta delle avifaune migratorie. Aspetti questi che richiamano l’art. 9 della

Costituzione in cui si stabilisce: «La Repubblica tutela il paesaggio e il

patrimonio storico e artistico della Nazione. Tutela l'ambiente, la biodiversità e

gli ecosistemi, anche nell'interesse delle future generazioni». Così come non

può essere ignorato il Decreto Assessoriale 8410/2009 che istituisce la Carta

Regionale dei Luoghi dell'Identità e della Memoria. Dunque, le aree

interessate dall'opera sono sottoposte a tutela 3 dal Piano Paesaggistico

Ambito 9; aree che nelle Norme di adozione del Piano sono dichiarate

“invarianti” del paesaggio.

Sull’utilità dell’opera in ordine alla mobilità, tutti gli studi e le più accreditate

valutazioni ritengono che il traffico marittimo tra la Sicilia e i porti del Nord non

sia dirottabile sul ponte, visto l’incontrastabile convenienza dei trasporti via

mare. Anche il traffico passeggeri risponde allo stesso principio, non essendo

concorrenziale con i collegamenti aerei di lunga distanza tra Sicilia e Nord

Italia o Europa. Vi è inoltre ancora necessità di ricordare che le assai carenti

infrastrutture stradali e ferroviarie non permettono oggi i normali spostamenti

tra le varie città dell’Isola. E ogni giorno emergono nuovi limiti del progetto: è

troppo basso per le nuove dimensioni delle navi da crociera e da carico; deve

essere mantenuto il sistema dei traghetti per la elevata percentuale di

indisponibilità per vento eccessivo; le indicazioni europee stimolano i trasporti

via mare e non via terra per il minor costo e il minor inquinamento. Per

affrontare il problema reale di miglioramento dei collegamenti, si potrebbe e si

dovrebbe intervenire con investimenti innovativi nel settore traghetti,

proseguendo negli interventi già in corso nell’ambito del PNRR.

I costi di realizzazione del ponte sono enormemente superiori a opere

comparabili (il ponte Sultan Selim sul Bosforo, con una campata principale di

1,41 km e una lunghezza totale di 2,2 km, è costato € 2,3 miliardi; il ponte di

Akashi Kaikyō, con una campata centrale di oltre 1,9 km è costato € 3,38

miliardi). L’area di influenza del ponte ha una significatività economica

relativamente modesta e il volume dei pedaggi non sarebbe in grado di

ripagarne le spese, che sarebbero invece a carico dello Stato (al contrario, ad

esempio, del Tunnel della Manica, totalmente a carico del traffico).

Alla luce di tali considerazioni e dei molti indicatori critici rilevati nel corso

delle verifiche, l’associazione Italia Nostra intende quindi convocare, a breve,

un incontro internazionale di tecnici e di studiosi, per contribuire ad un

ulteriore approfondimento delle conoscenze relative alla “questione ponte”.

Infine, ricordo le parole di un grande scrittore siciliano, Gesualdo Bufalino: «Il

ponte sullo Stretto? Personalmente mi sta benissimo, a patto di non

3sovrapporre metafore e simboli indebiti ad una operazione di semplice

ingegneria. Voglio dire che non sarà un modesto guadagno tecnico nei tempi

di traghettamento a modificare o a guarire la nostra vocazione claustrofila e il

vizio di fare della solitudine un trono e una tana. Caso mai sono altre le

conseguenze che l’evento (se accadrà) si porterà dietro: di favorire lo

smercio e la circolazione dei nostri vizi nel resto della penisola; e di aizzare le

nostre virtù a degradarsi più velocemente nell’ omologia generale dei

contegni e dei sentimenti. Poiché con le isole il punto è questo: sono di per

sé parchi naturali e riserve dove lo “specifico” indigeno resiste più a lungo:

sicché rimane sempre da sciogliere il nodo se convenga tutelarle a costo di

sequestrarne anche le più selvagge memorie, o spingerle verso una moderna

ma ripetitiva e anonima identità. Insomma è la solita solfa del contenzioso tra

passato e futuro, natura e cultura, lucciole del pre-industriale e chimiche del

post-industriale… Il ponte ovviamente giocherà a vantaggio di questa

seconda ipotesi, benché non molto più, credo, di quanto abbiano già fatto

l’Alitalia e l’Autostrada del Sole. Resta da vedere se e come esso possa

contribuire a renderci più italiani. Qualcuno dubita che non lo siamo

abbastanza o che desideriamo non esserlo più. Proprio su la Repubblica (del

31 agosto 1985)Arbasino ci attribuiva una smania di staccarci dalla nazione e

ce ne concedeva licenza. Obietto che, dai tempi di Salvatore Giuliano, fra le

maschere sanguinose della mafia il fantasma del separatismo non è più

ricomparso: e che oggi un eventuale referendum secessionista non

raccoglierebbe in Sicilia più di mille o duemila suffragi… La verità è che

fanatismo regionale e fermenti antiunitari sono da noi assai meno vigorosi e

loquaci che non in tanti altri luoghi d’Italia, dall’Alto Adige alla Sardegna, dal

Veneto alla Val d’Aosta. Basterebbe, per appurarlo, una gitarella a Messina…

Con tutto ciò, come negare l’esistenza del tumore Sicilia e delle sue

minacciose metastasi d’esportazione? E’ un morbo vecchio di secoli, ma non

saranno né la segregazione né l’ aggregazione a salvarcene: né una

chirurgia che ci amputi, né un ponte che ci concilii. Occorrono cure diverse, e

io dico timidamente: libri e acqua, libri e strade, libri e case, libri e

occupazione. Libri» (la Repubblica, 19 settembre 1985).

Prof. Leandro Janni, presidente di Italia Nostra Sicilia

Nessun commento:

Posta un commento