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mercoledì 2 gennaio 2019

Salvare il centro storico di Caltanissetta



SENZA STARE AD ASPETTARE

I segnali di una certa vivacità urbana a Caltanissetta sono discreti. Iniziative culturali varie si moltiplicano, e girando si vedono alcune immagini accattivanti di volenterosi “graffitari”, che hanno lasciato il segno in luoghi degradati e non. Purtroppo però, l’immagine complessiva della città già da tempo, lascia trapelare anche un senso di degrado nelle aree più frequentate cosiddette direzionali (centro città e Palmintelli). Forse, è più l’area storica ridotta alle sole “quinte teatrali” dei due principali corsi che, pur mostrando un apparente minimo decoro urbano, turba in qualche modo chi si avventura oltre il “salotto buono”, che nasconde la proverbiale sabbia sotto il tappeto. Le stagioni della politica diventata come una religione, molto confessionale e poco laica, si susseguono e non finiscono mai. Si passa dalla propaganda agli annunci e non di rado agli insulti, ma in concreto si blatera soltanto e basta. L’intellighenzia nissena, prudentemente, non partecipa alla polemica politica, che rimane sottotono, ma se ne sta alla “finestra”. Qualche volta, di tanto in tanto, dispensa idee e iniziative unicamente attraverso un più facile e comodo PC o tablet. C’è comunque chi come me non s’arrende e nel bicchiere visto ostinatamente mezzo pieno, vuole ancora vedere nella vivacità mai sopita della città una speranza: che la Comunità nissena tutta si possa rimettere a “camminare”. E’ mia convinzione che mediante piccoli passi, a partire dalla degradata parte materiale della città, non sia difficile innescare un processo di semplice minima rigenerazione del tessuto urbano. A partire da selezionate risorse da rimettere in uso, che in città e nel territorio non mancano, si può con volontariato e piccola manutenzione concretizzare un mini percorso di riattazione.

Potenziali mecenati (forse!), sognatori e volontari non mancano e se il progetto è coinvolgente e l’amministrazione pubblica si fa carico dell’impegno, si può mettere in piedi un’immagine della città, sì povera ma decorosa. I social dove sono presenti i nisseni, pullulano di tali accostabili figure forse anche disponibili all’idea di voler recuperare una dignitosa immagine di parti del centro storico. Basta saper farle emergere. Io per primo, non volendo rinunciare all’idea che il centro storico è una delle risorse più importanti, vorrei ricordare agli amministratori della città, che l’abbandono all’oblio degli antichi quartieri, costa molto di più (in soldoni) che il non tentare di rivitalizzarli. Vale la pena di pensare, inizialmente, con qualcosa di semplice e poco costoso, che è possibile trasformare una risorsa trascurata, vissuta nell’economia generale della città come un punto debolezza, in un punto di forza. Insomma, la proposta vuole semplicemente essere alla stregua di una start-up (dei poveri), una spinta alla ripresa anche economica, che s’inventa aggiustamenti finalizzati all’immagine di città capoluogo, non dimentichiamolo, di una cosiddetta area vasta, qual è Caltanissetta in centro Sicilia. In mancanza di altro - penso al finanziato progetto nazionale di rigenerazione delle periferie arenatosi - si potrebbe tentare di trasformare, serialmente, le immagini di degrado di alcuni punti della città, di cui vergognarsi, in opportunità. Si può ricercare la via della “conciliazione” tra degrado senza soluzione di continuità e verde spontaneo pilotato con l’arte di strada dei writer solitamente bollata come opera di “imbratta muri”. Per esempio, si potrebbe mettere in “cantiere” un primo esperimento, di “riqualificazione” in economia, in centro storico nei luoghi più degradati, confidando in un buon avvio capace di innescare un circuito virtuoso di attività. I muri (già messi in sicurezza) decorati con immagini a tema realizzati dagli “street artist” possono già risolvere da soli lo squallore del monumentale rudere. Comunicano un diverso colpo d’occhio persino di tipo fantasioso che allontana l’idea della desolazione tipica dei luoghi abbandonati. I ruderi che segnano gli spazi già abitati, gli spiazzi e i muretti “orfani” si potrebbero rivestire con verde spontaneo, ad arte, facendo risaltare le parti murarie in pietra faccia a vista, che andrebbero ripulite e lasciate come sono. Più semplicemente, impegnandosi con poche risorse e buone idee, si può con la partecipazione degli utenti volontari della città, mettere in moto un processo coinvolgente di risveglio dell’orgoglio cittadino. L’amministrazione in carica, mediante bando pubblico,con un progetto minimale (in senso economico), penso, che possa affrontare una simile via del decoro urbano “povero” nell’immediato, non rimanendo a vita a girarsi i pollici aspettando per forza “Godot”. 

 Giuseppe Cancemi



giovedì 13 aprile 2017

CALTANISSETTA E LE NOVITA' CON L'AMMINISTRAZIONE RUVOLO

Che senso ha una voce nel deserto in assenza di una progettualità priva di orizzonti per una città moderna e dinamica.

Tutte le novità in senso concreto le quali servono per migliorare una condizione di vita asfittica, come quella nissena, non possono che essere le benvenute. L’attenzione alla cultura, che è un ingrediente necessario per un territorio, non deve però essere un fatto episodico e meno ancora solo un fatto di immagine magari isolato. L’assenza di un disegno complessivo per una svolta socio-economica di cui la città di Caltanissetta soffre da tempo penalizza tutto, anche le migliori scelte come quella fatta del direttore artistico Moni Ovadia.

 La città ha già sperimentato, in sordina per il passato, un altro grande referente di fama come Pamela Villoresi, consulente culturale ai tempi del Sindaco Michele Abbate . La sua presenza, lo ricordo, ha ideato e suggerito il Parco Letterario Regalpetra su Leonardo Sciascia, materializzato in un luogo di “reception” nato e alloggiato malamente, ma che purtroppo non c’è neanche più traccia. In Italia sappiamo tutti che Sciascia è ben noto ed è ricordato anche in qualche via, a Caltanissetta no. E comunque, questo segnale di scelta del direttore artistico del Teatro Margherita, se pur indiscutibile, rappresenta una goccia nel mare dei bisogni che ha la città. Un assordante silenzio nella politica del fare, dell’organizzare, del realizzare e reinventare occasioni di risposta ai cambiamenti epocali permane. I problemi di casa e lavoro e più in generale della qualità della vita non si affrontano. Siamo ancora agli spot pubblicitari e ad un attivismo che sa di immagine fine a se stessa. Caltanissetta rimane città terziaria ma al ribasso.

Si oppone al riordino e al cambiamento dei servizi sotto il profilo della sola conservazione, difendendo, neanche con convinzione, il posto fisso con deboli resistenze di retroguardia per mantenere questo o quell'ufficio in un era in cui cambia tutto. La riorganizzazione delle strutture burocratiche territoriali per altre parti dell’Italia sono tutto un fermento: si accorpano Comuni, si studiano nuove linee di trasporti, si fa il censimento delle risorse locali. Tutti fanno progetti per reperire risorse economiche ma anche per razionalizzare tutto al massimo e spendere meglio. In un panorama evolutivo economico e sociale, dove il lavoro ha assunto un diverso orientamento da quello conosciuto,  il nuovo armamentario dei neologismi di origine anglosassone come hight-tech, nano-tech, start-up, maker ma anche i più comuni risparmio idrico, risparmio energetico non sembra essere in uso dalle classi politiche e imprenditoriali di casa nostra. Non a caso pubbliche istituzioni e imprenditoria nostrana non praticano molto la cultura del “faber”.  Sappiamo sì che il Comune non è un’agenzia collocamento ma può facilitare, agevolare e perfino incentivare l’insediamento di occasioni di lavoro. All'inizio dell’ultimo insediamento amministrativo in città per la verità qualche mirabolante volo pintarico, timidamente ci era stato annunciato. All'orizzonte compariva la prospettiva di un campus biomedico a Caltanissetta, caro al nostro primo cittadino, ma di cui però a tutt'oggi non se ne vede l’ombra e  non se ne percepisce il tenore delle sue ricadute sul territorio. Qualcuno ha provato a dire che i bisogni della città sono oramai troppi e che si è perso abbastanza tempo ma l’amministrazione della città è rimasta e continua a rimanere sorda. Ha adottato la congiura del silenzio. Risponde alle giuste o meno critiche dei cittadini, degli intellettuali come un muro di gomma. Basterebbe fare una ricognizione tecnico-scientifica a scopo progettuale e una scala delle priorità degli annosi problemi, come per esempio l’acqua, le necessità improrogabili di recuperare il centro storico (con tutte le implicazioni dell’abitare del risiedere) e tanto altro ancora, per motivare una vera ricerca delle risorse economiche, specie in Europa.
Il grado di civiltà di un popolo, si misura a partire da queste essenziali necessità il cui recupero ha una ricaduta economica e sociale, in termini di lavoro e di dignità umana.
Una sola rondine, non fa primavera!

Giuseppe Cancemi 

venerdì 9 gennaio 2015

Amministrare la città



PER PARTIRE BENE... SIN DAI PRIMI CENTO GIORNI


Voltare pagina, per una città del profondo Sud che tutti gli anni regolarmente si colloca all'ultimo posto delle graduatorie sulla vivibilità delle città in Italia, è cosa ardua. Il gorgo di una quotidianità amministrativa esercitata nell'inseguire i problemi, può risucchiare ogni buona intenzione di riscossa promessa in tempo di elezioni, fatta magari in buona fede. Aggredire le problematiche amministrative quotidiane che sempre più hanno abbassato il livello dell'ordinaria amministrazione, è la prima cosa che bisogna fare. Serve anche rinvigorire ed estendere l'etica della responsabilità, rendere trasparente il palazzo comunale, avvicinare tutti i cittadini alle scelte, prima di farle e non dopo. Razionalizzare, risparmiare, riqualificare e/o spostare risorse improduttive verso capitoli che ottimizzano, qualificano l'attività amministrativa, sono categorie che devono entrare per prime nella buona amministrazione.
Come iniziare un nuovo corso di buona amministrazione della città, parte da una conoscenza condivisa dei problemi e dalle risposte da dare a questi, secondo una tempistica, una disponibilità delle risorse da impiegare, una assegnazione della priorità e alcuni criteri di base. Nei primi cento giorni, si può cominciare dall'immagine della città, dall'erogazione dei servizi, dalle facilitazioni che possono essere avviate per avvicinare gli utenti della città al "palazzo". I costi, che questo primo approccio deve avere, devono rimanere gli stessi di prima, se non meno. Sembrerebbe velleitario ma non lo è!
 Prendiamo l'immagine della città attuale non priva di degrado in generale e nell'arredo urbano, poco pulita lungo le strade, i marciapiedi e i posti di raccolta e vediamo cosa si può fare per ridare un nuovo volto alla città.

 A mo' d'esempio: se riduciamo il volume della frazione indifferenziata che finisce nei cassonetti, si possono abbattere i costi di conferimento in discarica a vantaggio del riutilizzo, delle finanze locali (e non solo) e dell'ambiente naturale dove andrebbe smaltito l'umido. Dunque vantaggi diretti e indiretti. Altro esempio, a favore dell'immagine urbana, potrebbe riguardare una più "severa", "pignola" e "accurata" pulizia cittadina. Avendo cura di difendere sì la giusta e puntuale ricompensa del lavoro svolto dagli Operatori ecologici ma non senza pretendere la contropartita apprezzabile da tutti e non senza perseguire (se necessario ed educativo) i contravventori cittadini. Un ulteriore esempio potrebbe riguardare la velocizzazione dei servizi ai cittadini, al commercio e all'imprenditoria, facendo viaggiare le informazioni e non le persone.
All'interno del Palazzo, sempre per esemplificare, i carichi di lavoro di ognuno e di tutti, previsti dalle norme (Contratti collettivi) o dalla consuetudine riconosciuta e consolidata e la dirigenza che deve vigilare, debbono assicurare il massimo della efficienza per dovere e rispetto ai cittadini sovrani. Anche gli amministratori, da parte loro, non debbono e non possono delegare agli uffici e al rispettivo personale, compiti propri della politica. Le scelte e le soluzioni di natura politica, non contrarie alle leggi e con copertura finanziaria, debbono solo essere, tradotte in azioni, ed eseguite. Non bisogna lasciare spazio alla discrezionalità. Se viene delegata ai dirigenti la conduzione degli atti che afferiscono alla sfera della loro responsabilità individuale ma che sono riconducibili alla responsabilità politica, viene dato spazio a rinvii, ritardi se non ad una elusione della esecutività.
Infine, le aggregazioni di volontariato, gli anziani organizzati (p. e. AUSER) con deleghe e responsabilizzazione sulla custodia e il mantenimento, per esempio, dei giardini pubblici o del verde di quartiere possono fornire un prezioso ausilio a costo zero.
E via discorrendo di questo passo....
Ecco, l'avvio così concepito, di aggiustamenti, puntualizzazioni, razionalizzazioni, riconoscimenti di ruoli e responsabilità, efficienza, dovere e diritto, consapevolezza, di cittadinanza attiva e partecipativa può fare da volano a una serie di altre piccole riforme dal basso se partecipate davvero.

Giuseppe Cancemi

sabato 12 luglio 2014

Breve nota sulle nuove emergenze per Caltanissetta



 IL DISAGIO SOCIALE CRESCE
Facciamo tutti qualcosa!

A parte gli obiettivi a breve scadenza nei primi 100 giorni di una città più accogliente che la città si aspetta, le emergenze comunque non possono essere rinviate o disattese. Senza lasciarsi prendere dall'abbraccio mortale del rincorrere i problemi anziché gradatamente risolverli e prevenirli. Peggio ancora l'adagiarsi sul tirare a campare. Le realtà come i bisogni alimentari giornalieri, un tetto per i rifugiati e diseredati, i disagi abitativi gravi e la mancanza di lavoro rimangono una priorità non rinviabile. La città soffre mali endemici aggravati da ulteriori nuove emergenze che hanno bisogno dell'aiuto di tutti. Il volontariato cattolico e laico, i comitati di quartiere e le singole famiglie, persone che possono e vogliono partecipare alla rinascita di una comunità più solidale, hanno l'occasione per spendersi. In Europa, per semplice spirito di solidarietà tra persone che auspicano e agiscono per un mondo meno consumista, hanno cominciato a combattere, per esempio lo spreco, organizzandosi anche come rete, nella raccolta di quel cibo che quotidianamente si butta nella spazzatura per vari motivi. Le aziende di catering, i supermercati, i ristoranti, i panifici, i mercati di frutta e verdura, le mense, etc. sono luoghi che giornalmente smaltiscono cibo in ottime condizioni igieniche e nutrizionali, nella pattumiera. Ecco che una rete organizzata anche informaticamente con raccoglitori di questi avanzi di cibo può funzionare per aiutare le persone disagiate, le quali in città non mancano, e facilitare dall'altro uno smaltimento costoso e per alcuni casi anche inquinante. Di ruderi, di case abbandonate il territorio e la città stessa di Caltanissetta sicuramente ne dispone. Catalogando, organizzandosi e organizzando si possono creare occasioni di lavoro e di aiuto per gli anziani, i rifugiati e comunque per i disagiati in genere. Una pulizia, una rimozione e/o manutenzione degli orpelli infrastrutturali e di arredo, straordinarie, che possono ciclicamente è programmate diventare nel tempo ordinarie, sono uno start potenziale valido prima di tutto per le risorse umane, che può tramutarsi in sicuro volano per una riscossa della città. Un sistema di buoni-lavoro, voucher, può essere messo in atto per avviare un lavoro che non c'è. Piccole attività guidate anche semplici, brevi temporaneamente ma utili a cancellare il degrado più appariscente della città, si possono mettere in "cantiere" con la partecipazione anche di ragazzi over 15, ovviamente tutto, in ossequio alle leggi sul lavoro e particolarmente su quello minorile. Le risorse economiche impiegate in questo modo sono doppiamente utili: da un lato danno dignità, avviano al lavoro e dall'altro rendono consapevoli e partecipi molti di quegli utenti della città da sempre, diciamo, ignari della cosa pubblica e da ora in poi probabilmente sempre più rispettosi di ciò che è di tutti.

Giuseppe Cancemi

domenica 22 dicembre 2013

PROGETTO PILOTA



EMERGENZA CENTRO STORICO


L'esposto presentato dai professionisti, che si erano già opposti al cosiddetto “progetto pilota” redatto dall'Ufficio Tecnico Comunale, mette sul tavolo di un confronto, mai cercato o accettato dall'Amministrazione in carica, la carta pesante della richiesta d'intervento delle autorità giudiziarie e contabili. Per la verità l'Assessore all'Urbanistica a febbraio del c. a. aveva annunciato di dover gestire il recupero del centro storico mediante l'urban center (termine di origine anglosassone), volendo significare un percorso di processi decisionali nelle politiche urbane, al fine di migliorare il livello d’informazione, la conoscenza, la trasparenza, la partecipazione e la effettiva condivisione. Ma così non è stato. Con arroganza, il Comune ha fatto tutto da solo. Ostinatamente, ogni decisione e tutte le operazione che conducono alla strombazzata “posa della prima pietra” hanno escluso ogni pur minima partecipazione. Ironicamente, questo reclamizzatissimo atto simbolico della prima pietra è stato ribattezzato da qualcuno, come “ingresso della prima ruspa”, dati i presupposti del progetto.

Adesso l'oggetto del confronto si è spostato su un altro piano: quello del rispetto delle leggi. Nell'esposto, al di là delle diversità intepretative, nel modo di intendere l'azione di recupero in centro storico, già trattato dai professionisti in altro documento, ora, a fatto compiuto, con la consegna dei lavori, si evidenzia una misura colma per una discutibile osservanza procedurale, al limite della legittimità. La progettazione, nel segmento documentale che compete alla “conferenza dei servizi”, in merito alle autorizzazioni e alle conformità appare carente, come prima cosa per l'assenza di una approvazione paesaggistica. Se poi si prova a leggere l'approvazione del Soprintendente e del coadiuvante Responsabile di settore, le cosiddette prescrizioni sono generiche (appaiono più raccomandazioni che non precetti). Le prescrizioni, nella lingua italiana, vogliono significare precise imposizioni ai sensi di legge o da consolidati orientamenti e tendenze tecniche, architettoniche, culturali, etc. e non ambigue indicazioni generiche.
La “demolizione e arbitraria ricostruzione di due isolati del Quartiere Provvidenza” accusata dai professionisti che si oppongono al Progetto Pilota comunale, non può non fare ricordare a me stesso, per un verso, ma soprattutto per chi ha la responsabilità del progetto e della sua esecutività, le raccomandazioni della carta del restauro del 1987, la quale a chiare lettere re-spin-ge sin dallo stato di progettazione proprio le “rimozioni e demolizioni che cancellano il passaggio dell'opera attraverso il tempo”. Non è un caso che anche Leonardo Benevolo, membro della commissione che nel 1978 si è occupata della legge n. 457, trova discutibile persino “la parte che mette insieme restauro e risanamento conservativo” che a suo autorevole dire, parafrasando, quei tipi di intervento vengono interpretati come due gradi di tutela. ma che tali non sono, aggiungo io. Insomma, questo contenzioso che fa temere l'incognita di un futuro di “centro commerciale” (?) o di ghetto (?) e non di centro storico, appare, anzitutto, come il risultato di un “progetto pilota” privo di una ricognizione scientifica che è la base per una vera tutela della città antica e la “cura”, attraverso “la rigenerazione”,fa temere per la “morte biologica” del malato.

Giuseppe Cancemi

giovedì 19 dicembre 2013

SALVIAMO IL CENTRO STORICO DI CALTANISSETTA


IL PUNTO


Chi non ricorda la politica degli annunci, il “ghe pensi mi”, la protezione civile per ogni sorta di lavoro in emergenza, il continuo ricorrere alle conferenze dei servizi di recente memoria. Ecco, il recupero del centro storico di Caltanissetta pare che si stia muovendo imitando in parte la medesima metodologia.
Inizia per caso, con un annuncio in gazzetta ufficiale di bando nazionale «Piano nazionale delle città». Prosegue con un'affannosa preparazione in sede comunale di “pezze giustificative” per documentare l'aderenza ai criteri di selezione richieste nel bando, al fine di conseguire un finanziamento (ottenuto). Si revisionano gli studi già fatti sul centro storico e si attribuisce alla nuova proposta di intervento un taglio di emergenza e di messa in sicurezza, per carità prioritari, ma non esclusivi. Questa visione miope ha fatto però ignorare i superstiti abitanti, non prefigurare i nuovi insedianti, ha minimizzato la salvaguardia del centro (ombelico della città) quale documento storico-culturale parte integrante dei tasselli del quadro meridionale che si riuniscono nel mosaico Italia. Senza scomodare i tecnici, l'estensione del centro storico che conosciamo tutti, a spanna, ci fa intuire che saranno i posteri a giudicare se Caltanissetta ha saputo conservare cultura e “radici”, riconducibili ai manufatti. Vero è anche che i nisseni hanno la loro responsabilità (attraverso le scelte nel tempo dei vari amministratori locali) nel degrado dello stock edilizio, oramai non privo di edifici pericolanti e di macerie. La figura retorica “i medici che litigano mentre il malato muore” applicata al tempo trascorso, prima di questo annunciato intervento, calza a pennello. Ma la storia non finisce qui. Il punto a cui siamo giunti che si annuncia con lavori a gogò in centro storico non deve far stare tranquilli. Le istituzioni che hanno il potere di gestire gli interventi annunciati se credibili su quanto dicono di dover fare, non si mostrano tali con le azioni ufficiali. Sfornano annunci e si dimostrano poco trasparenti. E non solo. Intimidiscono (o meglio, tentano di intimidire) a vario modo tutti quelli che in questo processo di avvio del recupero hanno provato a mettere “bocca e faccia”. Anche chi scrive ha avuto, molto da lontano, uno strano avviso: il consiglio di astenersi dal mettere documenti pubblici esposti in questa pagina. Minacciato, di, eventualmente, doverne rispondere penalmente in sede giudiziaria. Con questi “chiari di luna” mi vengono in mente due cose: l'una che questi “funzionari e politici” non hanno chiari i confini di ciò che è lecito e del suo contrario e l'altra che hanno uno strano concetto di democrazia che si dovrebbe nutrire di partecipazione, condivisione e del diritto dei cittadini che in questo caso significa: di essere informati.
G. Saggio - vista dell'intelaiatura in legno 
Altre realtà territoriali in Italia, come Abruzzo, Trentino A. A. hanno saputo fare busines, attingendo a piene mani, da antiche sapienze dell'abitare, proponendo modelli di casa lignea antisismica con varianti più o meno moderne. Dove pensate che hanno attinto le tecniche costruttive antichissime, corroborate da un rinnovo, si fa per dire, di memoria borbonica?
Nelle esperienze presenti nel quartiere Provvidenza, come quella che si ritrova nella foto sapientemente mostrata da Saggio, lo scorcio evidenzia una intelaiatura a struttura lignea, in similitudine delle "case baraccate" o "colombage" che ci ricordano un passaggio architettonico, storico culturale di prevenzione dai terremoti oggi ancora attuale.
Purtroppo, la nostra realtà istituzionale locale non ha compreso o non vuole comprendere che quel mucchio di vecchie case, di ruderi e di macerie che è il centro storico, oltre a rappresentare le radici dei nisseni ha anche più di un pregio economico (se vogliamo essere venali), che lascio intuire all'intelligenza di chi legge.

Dunque, una scelta di recupero dell'insieme centro storico non può e non deve essere di “maniera”, con una scenica “antichizzazione” delle costruzioni, inseguendo un adattamento alla motorizzazione estraneo a luoghi già a misura d'uomo.

Giuseppe Cancemi

venerdì 5 luglio 2013

Centro storico di Caltanissetta

Piano per il colore, ... e non solo

Il colore della città” è il tema che le Associazioni Italia Nostra e “Dante Alighieri” hanno affrontato nel lontano1996, quando la Soprintendenza aveva esordito con i “Sette restauri” (di chiese) in centro storico, non accettati da tutti per il metodo adottato e per le varietà coloristiche imposte alla città. Il timore che era emerso, riguardava un cromatismo definito alla “disneyland” che poteva innescarsi nel rifacimento di altri prospetti, proprio nel cuore della città, calato dall'alto e senza regole. Era il tempo che la città soffriva degli stessi mali di oggi: disoccupazione, degrado urbano, traffico caotico, ecc. che preconizzavano urgenti interventi di recupero nel centro storico, rivitalizzazione, acquisizione di verde pubblico e soluzioni per mobilità e traffico. Insomma, interventi di politica locale socio-economica di lungo respiro e non di breve termine.
Sono passati 17 anni e siamo ancora in attesa che cambi il metodo, stavolta da parte di Comune e IACP, che in tema di recupero presentano ai cittadini un “fatto compiuto”. Un progetto già “confezionato”, non certo ispirato dalla “Carta del restauro”, non secondo i canoni affermati di metodi afferenti il restauro e ignorando, in materia di bioedilizia, il protocollo “Itaca”.
Il protocollo “Itaca”, lo ricordo, ha lo scopo di stimare il livello di qualità ambientale di un edificio proprio in fase di progetto, in un quadro di sostenibilità energetica oltre che ambientale.
La crisi urbana oramai endemica, che attanaglia la città, va affrontata nella sua globalità. Strutture e forme di un organismo finito qual è la città storica, vanno pensate in un quadro di interventi che si intersecano e interagiscono. Il colore della città per esempio è un elemento fondamentale per quell'armonia prospettica che il luogo storico mostra di sé. Per restare in tema di modifiche che rischiano di compromettere definitivamente anche l'immagine del centro storico, provo a fare riflettere ricordando che la Piazza Garibaldi, da quando è stata cambiata, non conserva più la sua “anima” di luogo della memoria in quanti riconoscevano, pur nelle stratificazioni, l'impianto risorgimentale. Con il rinnovo appena fatto, lo stesso lambire della luce tra facciate di edifici e pavimentazione, arredi, e ogni oggetto fisso o in transito lungo le superfici orizzontali, ha alterato la percezione cromatica d'insieme. I nostri processi mentali di riconoscimento che si legano con l'immaginario individuale, non senza coinvolgere la sfera emotiva, nella lettura della “Grande Piazza”, sono cambiati.
Caltanissetta ha una sua storia legata a un suo genius loci: nel suo cielo, nella sua vegetazione delle assolate campagne, nella sua roccia calcarenitica da cui ha ottenuto una sua impronta per opere uniche e riconoscibili, nell'argilla della terracotta, nel gesso dei leganti, nei ciottoli del suo fiume, insomma, in tutto quello che ha significato e depositato un valore riassuntivo che rende un luogo particolare e diverso da ogni altro.
Non è effimero pensare, a questo punto, anche ad un “Piano del colore” della città, prima di iniziare un progetto episodico di recupero del centro storico, che non sembra essere inquadrato in un complessivo progettato piano di sviluppo della città. Come necessario sarebbe, e anche utile nel quadro degli interventi, introdurre il protocollo “Itaca”, per allinearsi alle direttive europee di ecologia urbana.
Per la cronaca, gli edifici green che si ottengono da detto protocollo, rappresentano una nuova edilizia che può essere certificata LEED (Leadership Energy Environmental Design), ed hanno grandi vantaggi rispetto all'edilizia tradizionale per proprietari, inquilini ed ambiente.
Ecco, a partire da questi pochi elementi di riflessione, la sfida che ci attende nella proposta di riqualificazione del centro storico, può avere un'alternativa di conservazione attiva attenta alla storia e alla cultura, e può essere innovatrice, cioè in grado di attrarre nuova vita in centro storico già a misura d'uomo. Oppure, illusoria ricostruzione edilizia in maniera moderna (si fa per dire!), con calibri stradali riformati e parcheggi mai sufficienti per auto sempre in crescita, in un centro magari caotico di giorno e deserto di sera.
Concludendo, ancora una volta vorrei ricordare a quanti si accingono ad avventurarsi in un processo di trasformazione del centro storico, senza prendere in considerazione gli elementi che mi sono permesso appena di accennare, senza cogliere l'opportunità del momento, è bene ricordarlo, rischia di produrre un danno alla città, permanente ed irrecuperabile.

Giuseppe Cancemi

lunedì 25 febbraio 2013

Ennesimo piano di recupero per il Centro Storico


FORMAZIONE DEI PIANI DI RECUPERO DI CALTANISSETTA (2013)

(Nota di Giuseppe Cancemi)



Le esigenze di recuperare un centro storico, in generale, non sono nuove. Caltanissetta, per l'ennesima volta e con grande ritardo rispetto al contesto italiano, si cimenta con una nuova proposta progettuale di riutilizzo-rinnovo a partire dal quartiere “Provvidenza”. La premessa che muove il Piano di Recupero, cerca di giustificare le proprie scelte ritenendo di essere “ in linea con le direttive nazionali e comunitarie” e motivando un fine che è quello di “contenere il consumo del territorio”. Sostiene di adottare un criterio improntato all'ecocompatibilità, al recupero delle valenze architettoniche, e avanza anche, tra le “nuove esigenze” irrinunciabili dei luoghi, requisiti di “accessibilità - anche carrabile”, assai discutibili.

La relazione del nuovo Piano di recupero dopo 30 anni e alcuni passaggi oramai storicizzati, rivela un'unica tendenza: l'attesa ripagata dal tempo, dei prevedibili crolli per vetustà, che ripropone alla fine, un antico disegno di politica urbanistica orientato ad una edilizia, per il centro storico, sostitutiva dell'esistente. La nuova (si fa per dire) tendenza nelle scelte di quest'ultimo piano di recupero, a distanza di altri precedenti tentativi, fa emergere la pervicace volontà politica di volere a tutti i costi sostituire il «vecchio» col nuovo. Un passo della revisione del P.R.G. dell’anno 1982 riportata dalla relazione, a proposito dei passati Piani di Recupero ai sensi della L.N.457/78 usato a suffragio delle tesi sostenute dai redattori del PR così si esprime: ”Nelle more della redazione di tali Piani, gli unici interventi ammissibili potevano essere”, solo, “quelli di manutenzione ordinaria, straordinaria e” di “risanamento conservativo”. Per inciso, termini corretti nel restauro dei centri storici sostenuti dalla cultura urbanistica corrente ma evidentemente non condivisi, poiché utilizzati in un ragionamento del tipo: prima non si poteva intervenire in modo diverso da quello prescritto, ora sì.

Il tempo, è stato galantuomo (sic!). I quartieri della Provvidenza man mano che crollano sono ora transennati per pericolosità e pronti a ogni soluzione di nuova edilizia.
Verrebbe da dire... ci siamo! Con l'emergenza sicurezza si può e si potrà giustificare tutto.
Il Comune nel timore che si verifichino crolli a danno degli abitanti del c.s. si attrezza per operare senza veti. Il passaggio è lineare: con il timore dei crolli, lo scopo preventivo del Comune consente di provvedere ad allontanare gli occupanti delle abitazioni pericolanti in c. s. e si barricano gli accessi al quartiere in attesa di potere intervenire secondo una logica prevalentemente «modernizzativa» a partire degli slarghi, alcuni già oggi diventati parcheggi per auto. Vedasi esempio in foto di immagine documentata nella relazione del Comune di Caltanissetta.

     Pericolosa tendenza annunciata: largo alle auto


In clima di emergenza scompare ogni precauzione e interesse per il destino dei nuovi sfollati (tali per condizioni economiche precarie) che per questa tendenza si candidano con molta probabilità a formare le baraccopoli nissene. Già in passato gli abitanti della Provvidenza erano degli invisibili, non venivano considerati nei cosiddetti piani di recupero, figurarsi ora che i crolli incombono.

La ricca documentazione fotografica del degrado nella formazione dei piani di recupero, riportata nella relazione dell'ufficio tecnico comunale, preconizza la “soluzione finale”.

Nella formazione del Piano, la relazione, com'era prevedibile nella logica delle città materiali, esamina la presenza degli abitanti - incidentalmente e senza dati recenti - evidenziando uno spopolamento del c. s. nella dinamica complessiva dell'occupazione degli immobili a fronte di ripopolamento con persone non italiane. Evitando di entrare, per esempio, nel merito della composizione della proprietà immobiliare e la tipologia degli attuali abitanti. In buona sostanza viene rafforzata la necessità di intervenire per motivi igienici, di decoro e di stabilità degli immobili. Nessuna relazione con le esigenze abitative dei nisseni e non. 


***

In sintesi

Dalla relazione emerge la logica dell'emergenza eletta a metodo. Aspettiamo... con i crolli la necessità di allontanare gli abitanti (prima più difficile) ora si fa cogente e si può anche diradare a misura (si fa per dire) d'auto. Si può costruire il nuovo. Manifestamente sembrerebbe l'unica possibilità. Con ruderi irriconoscibili la demolizione e ricostruzione con aumento della volumetria in verticale, il diradamento in orizzontale per parcheggi e l'allargamento di strade saranno accettati perché apparentemente indolori.

Se la partecipazione alla formazione dell'ennesimo piano serve a corresponsabilizzare una scelta non solo urbanisticamente da retrovia ma soprattutto etica, la risposta, a mio avviso, è no!

La sfida che si può lanciare, invece, deve puntare ad un recupero tendenzialmente conservativo e sostenibile. Si deve partire dalle esigenze dei futuri cittadini abitanti di un ambiente urbano storico a misura d'uomo com'era.
L'insediamento previsto, pur senza uno studio sociologico che doveva essere approntato, si può ipotizzare formato da anziani, giovani coppie, singoli, tra i quali nuclei familiari con poche risorse economiche.

Gestione

Con le strategie giuste e con un patto di solidarietà da inventare, si possono organizzare sistemi di partecipazione al restauro, affiancate da corsi di formazione professionale indirizzata al recupero edilizio per piccole imprese e lavoratori con contratti ad hoc sostenuti da Comune, IACP, cooperative, privati, cassa edili, sindacati, confindustria, imprenditori, lavoratori-corsisti, ecc.

Le risorse economiche dovranno essere reperite, tra finanziamenti agenda 2000, cassa depositi e prestiti, BOC, finanziamenti IACP e cooperative, finanziamenti prima casa, capitali d'investimento privati, nonché banche, specie le locali, attraverso le quali con garanzie pubbliche, dovranno essere indotte ad erogare anche piccoli prestiti. I cittadini tutti, gli interessati per primi, coinvolti nei vari passaggi: dal progetto ai finanziamenti alla realizzazione, assumeranno il ruolo di protagonisti del cambiamento. Il Comune dovrà fondare un ufficio casa perenne per seguire tutte le operazioni di recupero.
Le proprietà pubbliche recuperate per prime, dovranno servire da spore per innescare un processo virtuoso di parcheggio in attesa del restauro, formazione/collaborazione, restituzione e così via.
Quali agevolazioni si possono attivare riguardano: le facilitazioni burocratiche, la riduzione degli oneri di urbanizzazione, degli incentivi vari sui costi (cantiere, smaltimento sfabbricidi, ecc.) e sulle scelte di sostenibilità.

Quale restauro

In merito alla sostenibilità vanno orientate scelte di interventi che tengano conto della bioarchitettura (verifica della presenza del gas radon, basso in/out energetico, cappotto termico ecc.).
Risparmio idrico, con recupero delle acque piovane e/o ricircolo delle acque grige
Risparmio energetico (pannelli fotovoltaici, energia solare-termica) Eventuale sperimentazione di teleriscaldamento con TOTEM e/o geotermia
Efficienza energetica su tutto, elettrica e termica.

La vera sfida va concretizzata confutando la ricostruzione e/o diradamento (data per scontata per i ruderi) con il mantenimento del disegno urbanistico del luogo (es. della Provvidenza con caratteristiche ippodamiche). Cioè, mantenendo la maglia urbana del quartiere, scongiurando il preteso sacrificio della dimensione ad uomo per sostituirla con quella a misura di automobile (impossibile) per vari motivi. Non necessariamente costituzione di volumi in altezza consimili ai precedenti ma livellamento, eventualmente, in basso per lasciare passare la luce la dove si ricostruisce e liberazione da superfetazioni per spazi di preesistenti, cortili, giardini e slarghi interni con pozzi.


Tipi di intervento

Acquisizione (o intervento con partenariato Pubblico/privato) di immobili privati in centro storico per la loro valenza storico-urbanistica, da consolidare ristrutturare e restaurare e da destinare agli usi pubblici previsti dal piano particolareggiato o di comparto. Possono altresì, allo stesso scopo, essere acquisiti immobili diruti o non abitabili per essere destinati dopo la loro sistemazione ad edilizia residenziale pubblica (case parcheggio, alloggi, immobili di scambio).

Il recupero deve essere occasione di opportunità per crescere, non scusa per dare al centro storico un nuovo che modifica, cancella i segni del passato, mortifica l'immagine di Caltanissetta.

sabato 30 giugno 2012

Caltanissetta, una speranza...!


 
RECUPERO DEL CENTRO STORICO PER UNA CITTÀ DEI CITTADINI

  Nonostante la vasta letteratura in materia di recupero urbanistico diffuso negli anni ante ‘80 e seguenti, il Meridione e la Sicilia non hanno saputo approfittare dell'esperienza altrui in fatto di restauro dei loro centri storici. E' stato perso il treno della rivitalizzazione dell'area storica, rappresentativa di ogni città. Il degrado ha preso il sopravvento di molti centri storici del Sud Italia. Oggi ci troviamo in un raffronto valoriale italiano, non solo economico, che penalizza le città meridionali. I centri degradati o rinnovati (sic!), non godono certo di alcuna attrattiva turistica, anzi spostano proprio il turismo verso quei centri che hanno saputo conservare i segni storici e la memoria del "genius loci ". In altre parole pochi centri, forse solo quelli rinomati, al Sud hanno il privilegio di essere visitati beneficiando dell'indotto, gli altri vengono bypassati. Caltanissetta, non può dirsi una città il cui turismo prospera. Ha più volte pensato maldestramente di recuperare il centro storico senza riuscirvi. Il pensiero predominante è sempre stato quello di abbattere e ricostruire alcuni noti nostrani quartieri, con noncuranza per il destino di chi si trova ad  abitare quelle "spregevoli case" che comunque nella loro sicurezza/insicurezza, confort/disagio rimangono più accessibili economicamente delle altre.
 La cultura del nuovo a tutti i costi, finora è prevalsa sulla conservazione e sul mantenimento dei residenti in condizioni di dignitosa mista convivenza. L'ultima trovata della "grande piazza" è un bluff che muove da una logica deleteria praticata in assenza di progettualità di medio e lungo respiro e di coraggio politico: esiste un finanziamento per ... chiediamolo e realizziamo l’opera! Specie se non incomoda alcuno (come nel nostro caso).

Siamo in grande ritardo per un serio recupero del centro storico, ma non tutto è perduto. L'Ente Comune deve avere il coraggio di programmare, progettare e gestire passo passo  interventi leggeri di recupero a partire dal patrimonio comunale, in aiuto e con il contributo lavorativo delle fasce più deboli di residenti del centro storico e non.  Aprire cantieri, con patti ad ampia partecipazione e condivisione è la via maestra. Sindacati, scuola edile, I.A.C.P., confindustria, privati investitori, ecc.  sono gli interlocutori che, con il Comune, possono rilanciare il settore edilizio, diversamente dal solito modo espansivo con nuove costruzioni. Questa volta la sfida deve essere risolutiva. Il rinnovo, a partire da adesso, deve diventare ciclico sullo stock edilizio pubblico e privato esistente. In questo modo si hanno non pochi vantaggi, vedi: stabilizzazione della mano d'opera e delle imprese, risparmio di suolo e dei costi d'urbanizzazione, un'immagine del centro storico rappresentativa, dell'umanità che l'ha attraversata in tempi remoti, e di dignità.

Il Comune cominci con il censire il suo patrimonio edilizio effettivo che può diventare abitativo e renda pubblici i dati. Affidi al suo ufficio urbanistico e  allo I.A.C.P.  la redazione di un programma di restauro edilizio-urbanistico; chieda agli altri Enti territoriali come intendono partecipare; espliciti con quali incentivi intende incoraggiare le iniziative edilizie private di manutenzione, prevalentemente.

Si può partire infine, alla ricerca di risorse economiche che corroborino l'inizio di un così ambizioso progetto di nuova politica urbanistica che, anche se dai tempi lunghi, può fare da volano allo sviluppo sociale ed economico di cui Caltanissetta ha urgente bisogno.