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domenica 1 dicembre 2019

Proposte per BELLUNO


Il giardino di Piazza dei Martiri:

ritrovo della comunità bellunese salotto buono o mercato delle vacche?


Per chi visita Piazza dei Martiri ora, avendola già visitata in altri tempi, si sarà accorta/o che rappresenta una rarità, purtroppo, per l’ennesima occasione “offesa” da un usurante utilizzo che la declassa. La scelta spaziale d’immagine giardino, è un tutt'uno che introduce il visitatore in una città, le cui dimensioni storiche hanno lasciato il segno di un’identità urbana a misura d’uomo. Il nome della stessa Piazza e tutte le vie e piazze adiacenti ne ricordano i tempi dell’umanità che l’ha attraversata. Rosario Assunto, filosofo estetico del Novecento a vederne la deformazione per esigenze temporanee mercantili sarebbe rimasto sconcertato, sbalordito. Lo spazio verde, in ambito di luogo d’incontro sociale di ritrovo, contornato da fiori ed alberi non è un luogo qualsiasi che in continuazione possa subirne adattamenti. In senso generale la filosofia dell’Assunto si spinge a definire il giardino: “uno spazio in cui l’interiorità si fa mondo e il mondo si interiorizza! “. Comprimere o peggio annullare l’ideologia di giardino, come non di rado capita a quello di Belluno con kermesse varie, fa perdere di valore estetico e funzionale il principale spazio di ritrovo della comunità bellunese.

Ancora più grave è quello che sta accadendo in questi giorni. Non è importante quanto è stato sollevato da Italia Nostra, la quale, ancora una volta ha voluto ricordare il valore intrinseco del pubblico giardino orgoglio della Comunità bellunese. Quello che rappresenta un valore della natura esaltato dalla creatività, dalla mano dell’uomo, al servizio di tutti, è diventato oggetto del contendere da una rozza demagogia.
Parti politiche e non, a cui forse interessa di più apparire che non essere, banalizzano quello che ancora una volta è un segnale d’allarme per il degrado della città. Insomma, Manzoni insegna: ancora una volta si assiste ad una lotta come quella dei capponi di Renzo, mentre l’urbe, nella sua massima rappresentanza di se stessa, rimane sempre più disorientata.

Giuseppe Cancemi




lunedì 14 ottobre 2019

CENTRO STORICO DI CALTANISSETTA


COSA FARE DI CIO' CHE RESTA DI UN CENTRO STORICO




Il giardino di pietra, immaginato, si concretizza lasciando tutto come si trova. Strano, ma potrebbe essere un modo per rendere fruibili quei luoghi oramai costituiti da ruderi, macerie ed erbe infestanti, separati da tracciati viari in centro storico.
Ancora una volta la materia organica e inorganica può prendere forma con l’ausilio dell’uomo che, con la sua sapienza, sa assecondare e modificare la natura delle cose.
Per rendere accessibili quei luoghi della memoria, testimonianza di come l’incuria e l’abbandono finiscono per annullare ogni ricordo delle passate generazioni. Basterebbero tanti piccoli interventi “verdi”, partecipati dai cittadini.
Potrebbe fare scuola, l’esempio di quei nisseni che si sono impegnati nella cura delle piante per aderire al “Concorso Balconi Fioriti”.
Insomma, per il centro storico bisognerebbe fare un atto di umiltà. Una necessaria nuova azione antropica di restituzione alla natura, di quanto l’uomo non ha saputo conservare.
Alle piante spontanee e non, il compito di ingentilire i luoghi e consentire con appositi percorsi di mostrare, appunto, un GIARDINO DI PIETRA.

Occorrente:
- un aiutino, volano delle istituzioni pubbliche e private;
- associazioni ambientaliste e volontariato di buona volontà (necessario bisticcio di parole per intenderci);
- messa in sicurezza dei comparti crollati non ancora rimossi e dei ruderi già esistenti;
- pulizia della viabilità nei suoi tracciati di ambiente urbano;
- adozione e scelta con cura delle piante spontanee, curando che la biodiversità sia di tipo mediterraneo;
- aggiunta di nuove piante anche da interno e qualche essenza arborea, selezionate in modo strategico, per dare colore e luce agli ambienti feriti a morte;
tanta ma tanta FANTASIA per inventarsi una conversione non invasiva di reperto storico-urbanistico, nel suo genere, forse esclusivo.

Giuseppe Cancemi

POVERA SIRIA MARTORIATA



ANNO 2019, LA TURCHIA ATTACCA I CURDI 



CALTANISSETTA, CENTRO STORICO 2019

PROVVIDENZA: progetto Pilota e Via Mazzini Social Home


Rilevo con particolare attenzione, che la mia "provocazione" con il "giardino di pietra" di qualche giorno fa, ha fatto riemergere l'assopita diatriba sul recupero del centro storico. Riguarda, l'ultima trovata eufemisticamente chiamata "Piano di Recupero" che consta di un “Piano Pilota” e di un’aggiunta al progetto denominata “Via Mazzini social home”. A dir vero, di recupero in questo progetto urbanistico, troviamo solo il titolo di come viene chiamato nell’insieme il documento progettuale.
L'arch. Saggio e altri professionisti, nonché il Presidente regionale di Italia Nostra arch. Leandro Janni già hanno avuto modo di rilevare sin dal 2012 che detto piano composito, elaborato dal Comune, in sinergia con lo I.A.C.P. e la "benedizione" della Soprintendenza, con le sue demolizioni, alterava il tessuto urbanistico nel suo insieme paesaggistico nonché architettonico dei luoghi. Gli ultimi abbattimenti in centro storico, sappiamo, che in questi anni, hanno amplificato la logica di ciò che si “può abbattere” differenziandola da ciò che va salvato, quasi ad incoraggiare nuove assurde demolizioni. La città comunque, non ha ancora dimenticato i relativamente recenti interventi, che hanno cancellato interessanti riferimenti storici, più volte segnalati ed attenzionati da Saggio.
L'attuale Amministrazione ritorna ancora alla carica, riproponendo il citato progetto che, anni addietro, aveva suscitato in qualche modo perplessità nella magistratura amministrativa.
L’intervento da realizzare, adesso, oltre ad essere ” Progetto Pilota” diventa di riqualificazione, aggregando un’aggiunta denominata “Via Mazzini social home ” che non è chiaro cosa vuole indicare nel suo inglesismo. Forse il progetto, 


voleva richiamarsi, per similitudine, al social housing, che viene inteso, per definizione, come approccio all’abitare sostenibile e mediante un’impatto positivo nel rapporto tra città e abitanti di quel luogo.
Ma credo che il ricircolo del progetto “Pilota” + “Via Mazzini social home ” non abbia ancora sciolto l’importante nodo della trasformazione urbanistica in pieno centro storico.
Intanto, a quest’ultima recente riesumazione, si aggiunge al caso una nuova perplessità che pur non essendo di un vero e proprio conflitto di interesse, resta sempre un difetto che incide nella forma e nella sostanza: l’originario progettista intestatario del “Progetto Pilota”, per le mutate condizioni amministrative comunali, resta nella “filiera” operativa occupando il ruolo, stavolta, di figura politica di riferimento istituzionale.


Giuseppe Cancemi

venerdì 11 ottobre 2019

La Confindustria di Caltanissetta si ripropone




CONFINDUSTRIA NISSENA CHI?



A proposito di Confindustria nissena che si vuole incontrare col Ministro Provenzano trovo che sia il minimo, dato il grave e colpevole ritardo che ha, stante alle condizioni economiche del territorio. L’economia di una Comunità che vive di terziario non può fare a meno di occasioni di lavoro che provengono dalle imprese artigianali, industriali e commerciali. A Caltanissetta, da tempo, da quando è ferma l’edilizia, l’orologio dell’economia si è arrestato. A parte i centri commerciali, già in declino, poco o nulla gira agli effetti di una imprenditoria con radici nel territorio. Si producono solo eventi che muovono un turismo minimo prevalentemente cultural-religioso, con presenze limitate nella quantità, nella qualità e nel tempo. Il consumo alimentare ha un suo peso, mentre languisce quello commerciale con la concorrenza spietata on line che fa la parte del leone. L’unica forma imprenditoriale che aveva una visibilità mondiale, anche se non ha minimamente inciso a livello territoriale, ha venduto e traslocato. Insomma, mi chiedo e mi viene da chiedere, cosa mai vorrà chiedere la Sicindustria nissena al Ministro?

Chi chiede l’incontro è il Reggente di Caltanissetta. Una figura rappresentativa ma senza l’investitura di una “forza” imprenditoriale che di solito elegge i suoi organi. In sostanza qualcuno di buona volontà il quale in nome di una Confindustria che numericamente, forse non c’è, si rivolge ad un rappresentante dello Stato.
Si prospetta che vorrà discutere di una “questione industriale”. Bene dico io, ma con quali elementi concreti? Per dirla tutta, le istituzioni territoriali non hanno mai pensato che per prosperare la sola economia terziaria non basta. Non si è mai pensato di cimentarsi con progetti di sviluppo articolati sinergicamente da istituzioni varie. Sa Sicindustria locale che uno sviluppo deve essere pensato e promosso da progetti di ricerca?

Per fare un per esempio, cito il coordinamento sorto in una piccola città come Belluno (36 mila abitanti), la quale, sin dal 2017 firmando una convenzione con gli istituti superiori per un nuovo spazio: Digital Innovation Hub Belluno Dolomiti, ha dato luogo ad un raccordo tra imprese, enti e ricerca.E mi fermo qui!

Voglio solo aggiungere che, per fare, bisogna avere qualcosa da proporre e non “affidarsi al buon cuore” dell’interlocutore, sia pur esso autorevole.

La politica di Caltanissetta nei vari ambiti amministrativi, quindi, prepari i suoi progetti mettendo in campo e in relazione le sue migliori forze. Gli imprenditori da parte loro, si facciano parte diligente e unitamente con le forze sociali e le istituzioni facciano squadra. Solo così potranno, insieme, portare avanti realmente quei disegni comuni che producono effettivo sviluppo sociale ed economico.

Giuseppe Cancemi

venerdì 20 settembre 2019

TEMPESTA VAIA


Eliminazione delle ceppaie. Anche con esplosivo?



Non di rado, in questi ultimi tempi, la stampa locale si sta occupando di un problema “tosto” ereditato dalla tempesta Vaia. Si tratta di ciò che è rimasto delle parti di boschi rasi al suolo dall’imperversare di Vaia, fortunale che ha lasciato sul campo tantissime ceppaie che non facilitano il rimboschimento che si vuole fare. Quello che risalta di questo problema, è l’assidua e ripetitiva presenza sulla stampa di quella che sembra essere l’unica preoccupazione per la Regione: l'eliminazione delle ceppaie (non tutte, sembra) con esplosivo. Appare quasi come quella tecnica consumistica che si usa in pubblicità, che con il permanere di notizie e/o di immagini assillanti, si suscitano nel cittadino quei consumi indotti che non sono propriamente necessari.
Due noti esperti di demolizioni edilizie mediante micro cariche esplosive, sono i protagonisti delle cronache del dopo Vaia. Stanno studiando la possibilità di rimuovere alcune delle ceppaie rimaste dopo che la bufera ha raso al suolo interi boschi (41 mila ettari, si dice). I segni lasciati di qualche decina di milioni di alberi!
Ciò che si spera è, che se si dovrà usare l'esplosivo, la scelta traumatica per i luoghi sia attentamente vagliata nei suoi prevedibile impatti con un’accurato progetto mosso da un’attenta analisi di costi e benefici non dettati, come si usa fare, da logiche afferenti ciò che è solo monetizzabile.

Il progettato uso di esplosivo, da un punto di vista ambientale per eliminare le ceppaie sia pure con microcariche, suscita una qualche perplessità. Siamo in presenza di un intervento che ha un certo impatto con problematiche di tipo ecologico, agronomico e perché no anche di natura geologica, il quale impone una progettazione secondo natura non certo compatibile con la rimozione mediante cariche esplosive.


Va bene che sono micro esplosioni, ma si parla di cariche fino a 200 grammi che proiettano da 20 a 50 metri di distanza brandelli di ceppaie e tutto quanto sta intorno che, nei punti di utilizzo di cui si fa cenno (superfici con pendenze anche elevate), possono diventare piattaforme di lancio assai coinvolgenti per gli ambienti circostanti.

A giudicare dalle foto pubblicate sulla stampa locale, sulla rimozione sperimentale con esplosivo, di selezionate ceppaie è già iniziata. Nella preparazione della volata, però, qualcosa non convince. Una delle immagini pubblicate fa vedere il posizionamento in modo radiale di una delle cariche nella ceppaia: cioè in senso trasversale alle fibre, su un materiale per natura anisotropo quale è il legno. Le proprietà meccaniche del legno, si sa, hanno differente comportamento lungo le varie direzioni, e questo dà da pensare su quel foro.
Confidiamo però, che questi esperimenti fatti ad Asiago, non siano prove empiriche ma prove sul campo, circoscritte, per lo studio di modelli matematici di laboratorio al fine di testare, forse, i limiti della biocompatibilità. La rapida combustione qual è l’esplosione, anche se di superficie, qualche problema lo pone. Come minimo è un “disturbo” su larga scala. Una più o meno grande “scossa” dei luoghi che potrebbe influire sugli equilibri di tipo idrogeologico e forse anche tettonici. La propagazione delle onde sismiche generate, potrebbe “disturbare” qualche faglia e/o falda, agevolare qualche piano di scorrimento di frana, insomma interferire con la già precaria fragilità del territorio.

Non meno problematico è l’aspetto più complessivo di natura ecologica. L’ecosistema bosco rimasto, con le esplosioni, non sarà certo immune da forti disagi specialmente per le sopravvissute specie floreali e faunistiche. Oltre a subire le presenze umane dei mezzi e dei boscaioli in massa, dovranno anche resistere all'inevitabile forte inquinamento acustico e atmosferico.

La ricchezza di biodiversità, orgoglio della montagna certo, con sistemi che non sapranno prendersi cura dei biotopi sopravvissuti, rischia di essere pesantemente intaccata.

Da un punto di vista agronomico, senza essere esperti, è facile immaginare quale scompiglio sarà portato al suolo agro-forestale, se esposto ad esplosioni numerose ed estese. La vita del sottobosco e quella dei microrganismi del terreno allora, dove non è possibile operare con i mezzi conosciuti (fresatura e carotaggio), sarebbe bene forse, lasciarla com'è.
Meglio lasciare fare alla natura.
L’avanzata tecnologia delle microcariche forse fa risparmiare e in qualche caso è utile per evitare incidenti ai lavoratori ma non è certo amica dell’ambiente, dunque non sostenibile.

L’esperienza in materia di demolizioni anche
se adoperata per importanti strutture edilizie, non può essere esportata tout court nei confronti dell'ambiente. Scelte simili per luoghi dove esiste una natura, è il caso dire: "viva e vegeta", diventano una violenza verso quei biotopi che la subiscono.
Si rifletta! La montagna, i boschi, i fiumi sono luoghi naturali di vita che vanno trattati con
grande attenzione. Gli interventi più che mai debbono essere preceduti da uno studio di valutazione di impatto ambientale, non come atto formale ma piuttosto come atto sostanziale, capace di prefigurare gli scenari d’intervento, e non senza, eventualmente, propendere per l’impatto zero.


Giuseppe Cancemi


Il Gazzettino di Belluno 25/9/2019


sabato 6 luglio 2019

Ripristino del Parco Lambioi dopo Vaia


LAMBIOI... E DOPO LA TEMPESTA?




So che molti non si troveranno d’accordo con quanto mi preme rilevare, a proposito dei cantieri sul Fiume Piave, ma il mio dire vuole essere un punto di riflessione per i cittadini di Belluno.

Come tutti sanno nell’area Lambioi, di recente si è attivato da parte del Genio Civile, uno dei cantieri sorti a seguito della Tempesta Vaia.
L’intervento, per lo scopo che si è dato procede, ed è molto attenzionato per l’atteso uso balneare a tutti i costi, dei suoi argini. Ciò che noto però è un gran silenzio da parte di Soprintendenza, ambientalisti, intellettuali e perché no anche di ordini professionali come architetti e ingegneri, che non dicono una sola parola in merito. L’uomo contemporaneo non ha ancora imparato abbastanza dalle generazioni che lo hanno preceduto. Ha coscienza di sé come essere finito, ma si comporta come se tutto ciò che lo circonda fosse infinito e plasmabile ai suoi esclusivi fini.
Il Piave, ecosistema fluviale, è un elemento territoriale importantissimo che, per esempio, dà al territorio attraversato, una sua particolare identità ecologica, storica e paesaggistica. Dunque, interventi come quello in atto, non dovrebbero solo essere un semplice ripristino di esclusiva natura ingegneristica, ma piuttosto qualcosa di più articolato, composito, attento al rapporto uomo natura.
Proprio la tempesta Vaia ha fatto ritrovare (se non è stata presa una cantonata) massi che sarebbero appartenuti al “Castello”. E non mi pare che per questi ritrovamenti ci sia stata una campagna di studi per approfondire le conoscenze archeologiche del caso. Il reticolo idrografico del Piave, come detto, è un ecosistema che mette insieme fattori sia biotici ( flora, fauna) che abiotici (geomorfologia, litologia), non di rado alterati da un’urbanizzazione non proprio necessaria, come nel nostro caso.

Le opere che si stanno realizzando nel Lambioi, invece, mostrano la fregola di riavere tutto e subito, quello che quel tratto di Fiume non può dare: una spiaggia. Tra un Ansa e una Golena (che chissà perché è detta di natura alluvionale!). Ancora quell’occupazione di suolo (da un punto di vista naturalistico, “abusiva”) già sperimentata, che la tempesta Vaia ha restituito alla natura. Natura che in tempi sempre più ravvicinati si manifesta con tutta la sua forza, per riprendersi ciò che le è stato sottratto.

Intanto, proprio per questo, le opere in corso non mi convincono se restano quelle riportate dalla stampa.
Nel linguaggio la “demolizione e ricostruzione della soglia in cemento a valle del Ponte della Vittoria” si leggono quelle caratteristiche dell’intervento, che lo fanno apparire lontano dalla filosofia praticata da un’ingegneria naturalistica che è propria per queste opere.
E neanche l’ammissione che il “Parco Fluviale”, ufficialmente rimane NON SICURO ALLE PIENE, mi fa pensare che la scelta di riconfermare l’uso di quelle aree è un perseverare. Vogliamo dire… “diabolico”?
Continuare a cementificare, come sembra ripetersi con gli interventi in atto, è quell’ottica di una urbanizzazione a tutti i costi che sottovaluta la delicatezza che ha il tratto di Piave che passa per Belluno.

L’ingegneria naturalistica in ambiti come quello di un habitat fluviale, dovrebbe avere per prima la parola. L’aspetto tecnico (idrogeologico e di difesa del suolo), non è avulso da una filosofia come quella naturalistica, la quale ha cura anche degli aspetti paesaggistici, storici ed estetici.
Insomma, in quei lavori che si stanno conducendo e che si ha fretta di consegnare all’uso balneare degli impazienti cittadini, sollevo un paio di perplessità che sottopongo all’attenzione di tutti.


I lavori nel Lambioi per la stampa locale
Ma Belluno, dopo l’esperienza vissuta “l’altro ieri”, con le previsioni su scala mondiale di nuovi rovesci d’acqua improvvisi a causa del cambiamento climatico, può per inversione di tendenza cominciare a pensare in termini ecologisti?

E perché nel caso non pensare, in prossimità del Lambioi, ad un’area di espansione del Fiume anziché alla solita spiaggia?
Specie sapendo, che prima o poi potrebbe essere ancora tempo di ripristino, e chissà a quale prezzo?

Penso infine che, per quanto detto, si debba dire basta ai consumi di suolo e, nei lavori per la salvaguardia del territorio, riuscire a mantenere quel rapporto omeostatico che deve esserci tra uomo e natura.


Giuseppe Cancemi

martedì 23 aprile 2019

Le nuove barriere di via Diziani


In via Diziani, una stradina di qualche metro, le nuove barriere buone per le autostrade sono anche sicure per i pedoni?


In via Diziani è stato rimosso, a distanza di qualche mese, l’incombente pericolo segnalato relativo ad una staccionata da tempo interrotta da squarci e da un muretto in cemento in parte franato a valle verso la via Gabelli. Le due vie sono parallele ma su piani diversi, con un punto di massimo dislivello di circa 10 metri. La ricostruzione, con sostituzione delle precedenti barriere preesistenti con palizzate di legno e barriera di cemento - un mix di tipologie già poco idonee alla sicurezza - è avvenuta con la posa in opera nei due diversi tratti, con soluzioni tecniche differenti ma comunque non da via urbana.
Senza volere scomodare gli articolati di legge e i regolamenti in materia di barriere di sicurezza stradale, semplicemente rilevo che quanto è stato fatto mi trova perplesso per quella scelta progettuale che mi appare inidonea e inutilmente vistosa. Una soluzione da autostrada per una stradina di città, prossima al centro storico, con senso unico fruito da pochi accessi laterali (4), verso proprietà private e un traffico pedonale mosso, principalmente, dai vicini parcheggi urbani e dal parco “città di Bologna”.
Trovo che in una via urbana di qualche metro di larghezza (3,5 - 4 m) classificata con lettera F, i due diversi brevi tratti di barriera collocati, appaiono sproporzionati e di aspetto estetico invasivo.
I due segmenti di diversa tipologia collocati, per la loro mole, sembrano più idonei a ben altre linee cinematiche.

Facendo poi riferimento alla richiesta sicurezza per il contiguo dislivello, principalmente a favore dei pedoni e meno per quella automobilistica, quella tipologia di barriera collocata per le sue caratteristiche tecniche rimane sicura per le auto ma non per le “componenti più deboli”: pedoni (adulti e bambini) e animali di affezione di piccola taglia.
Da un punto di vista estetico e paesaggistico, la già esistente confusione di numerose altre soluzioni di barriere e protezioni presenti (sei in totale se non erro) aumenta il suo campionario. Insomma anche questa soluzione non passa inosservata ai fini dell’estetica e del decoro urbano dei luoghi. Non ci vuole certo una “commissione dell’ornato” per capire che i sottosistemi segnici specie in prossimità di un centro storico vanno particolarmente attenzionati in sede di progettazione e di esecuzione.
Anche per le barriere adottate sarebbe bastato ricordarsi che: “migliori condizioni ambientali e di sicurezza” richieste nel PIANO GENERALE DEL TRAFFICO URBANO di Belluno, non sono solo parole ma forse attenzioni nel caso disattese per la categoria dei pedoni, le cosiddette “componenti più deboli”.
In Conclusione, si registra un tutto ineccepibile in quei lavori, penso, dalla committenza. La barriera ora c’è ed è nuova. Mi spiace solo che i temi della sicurezza viaria ritenuti del tutto ok dal punto di vista funzionale in generale, non soddisfino, a mio modesto avviso, proprio la sicurezza dei pedoni nonché la valenza estetico-culturale di un manufatto che non può astrarsi dal decoro urbano.
Consiglierei almeno, l’aggiunta di una rete alla maniera di quelle già esistenti lungo quella via, per mettere in sicurezza il passaggio dei pedoni.
Mi domando e domando: ma non siamo in tempi di vacche magre, cioè in tempi in cui la Corte dei Conti critica gli sprechi della pubblica amministrazione? E non dovremmo essere più attenti allo spazio urbano in una città come Belluno e le sue Dolomiti patrimonio dell’umanità?
Chi deve vigilare localmente, sul piano della rispondenza delle spese all’intervento progettato e realizzato e del decoro urbano?

Giuseppe Cancemi

 

 

martedì 22 gennaio 2019

GOVERNARE LE QUESTIONI AMBIENTALI



Può continuare una crescita economica all'infinito?

Non da ora le questioni ambientali per la politica, non solo in Italia, sono qualcosa di fastidioso e comunque un freno  per lo sviluppo. Fastidio sì ma di una minoranza inoffensiva, che non avendo peso politico può sbraitare quanto vuole. In Italia e in Europa i “verdi” come partito, non hanno mai attecchito come formazione con un suo peso specifico. I soli raggruppamenti di intellettuali ambientalisti, sotto le varie conosciute sigle, resistono ancora come meglio possono, allo scorrere 
 di una economia capitalista che nonostante gli avvertimenti  di una innaturale evoluzione climatica, pensa ancora di potere continuare a dissipare, senza soluzione di continuità, il capitale naturale della biosfera. L’economia lineare, praticata fin qui, tragicamente, ci porta ad aumentare i consumi, affinché si abbia un PIL tendenzialmente in crescita perché ci sia uno sviluppo. Ma di fronte a risorse limitate, come sono quelle del nostro pianeta (non infinito), bisogna pensare più al come invertire la tendenza che non a programmare crescite economiche all’insegna del consumo.
Il suolo, per esempio, da tempo ha bisogno di essere attenzionato nel suo consumo, perché da tempo non più realmente necessario a fini urbanizzativi, invece, continua ad essere un bene appetibile alla speculazione e per questo continua a permanere nella disponibilità dei consumi. Le “regole” urbanistiche italiane non riescono a mettere il suolo sotto controllo veramente. Sin dal 2009, per la verità, una flebile protezione incoraggiata dalla Comunità Europea è stata avanzata. Si limitava a raccomandare buone pratiche per evitare una ulteriore impermeabilizzazione del territorio, al fine di contrastare le sempre più innumerevoli alluvioni e non per affermare un sano principio di ecologia urbana. Al punto in cui siamo, timidamente, si è programmato per l’Europa una riduzione a zero del consumo di terreno entro il 2050. Ma una vera e propria presa di coscienza collettiva che la biosfera ci impone, specie per gli stili di vita e i comportamenti conseguenziali verso i limiti naturali, non è patrimonio di  tutti. 
Ecco, per concludere, direi che non è più tempo di provincialismi, di scelte approssimative e qualche volta arroganti, quando sappiamo che il battere d’ali di una farfalla può provocare un uragano in altra parte del pianeta.
Ed è per questo che le grandi opere infrastrutturali come TAP, TAV, l’uso del territorio e le eventuali scelte alternative, compresa l’opzione zero, non possono fare a meno di un pensiero globale per agire localmente come fanno spesso gli "sciocchi ambientalisti salottieri". 
Ma, per carità, non fate sapere di questo dettaglio ai governanti del nostro Paese. Potrebbero riflettere e anche pensare che nelle loro decisioni, forse, c’è o ci potrebbe essere qualcosa di sbagliato!

Giuseppe Cancemi

mercoledì 2 gennaio 2019

Salvare il centro storico di Caltanissetta



SENZA STARE AD ASPETTARE

I segnali di una certa vivacità urbana a Caltanissetta sono discreti. Iniziative culturali varie si moltiplicano, e girando si vedono alcune immagini accattivanti di volenterosi “graffitari”, che hanno lasciato il segno in luoghi degradati e non. Purtroppo però, l’immagine complessiva della città già da tempo, lascia trapelare anche un senso di degrado nelle aree più frequentate cosiddette direzionali (centro città e Palmintelli). Forse, è più l’area storica ridotta alle sole “quinte teatrali” dei due principali corsi che, pur mostrando un apparente minimo decoro urbano, turba in qualche modo chi si avventura oltre il “salotto buono”, che nasconde la proverbiale sabbia sotto il tappeto. Le stagioni della politica diventata come una religione, molto confessionale e poco laica, si susseguono e non finiscono mai. Si passa dalla propaganda agli annunci e non di rado agli insulti, ma in concreto si blatera soltanto e basta. L’intellighenzia nissena, prudentemente, non partecipa alla polemica politica, che rimane sottotono, ma se ne sta alla “finestra”. Qualche volta, di tanto in tanto, dispensa idee e iniziative unicamente attraverso un più facile e comodo PC o tablet. C’è comunque chi come me non s’arrende e nel bicchiere visto ostinatamente mezzo pieno, vuole ancora vedere nella vivacità mai sopita della città una speranza: che la Comunità nissena tutta si possa rimettere a “camminare”. E’ mia convinzione che mediante piccoli passi, a partire dalla degradata parte materiale della città, non sia difficile innescare un processo di semplice minima rigenerazione del tessuto urbano. A partire da selezionate risorse da rimettere in uso, che in città e nel territorio non mancano, si può con volontariato e piccola manutenzione concretizzare un mini percorso di riattazione.

Potenziali mecenati (forse!), sognatori e volontari non mancano e se il progetto è coinvolgente e l’amministrazione pubblica si fa carico dell’impegno, si può mettere in piedi un’immagine della città, sì povera ma decorosa. I social dove sono presenti i nisseni, pullulano di tali accostabili figure forse anche disponibili all’idea di voler recuperare una dignitosa immagine di parti del centro storico. Basta saper farle emergere. Io per primo, non volendo rinunciare all’idea che il centro storico è una delle risorse più importanti, vorrei ricordare agli amministratori della città, che l’abbandono all’oblio degli antichi quartieri, costa molto di più (in soldoni) che il non tentare di rivitalizzarli. Vale la pena di pensare, inizialmente, con qualcosa di semplice e poco costoso, che è possibile trasformare una risorsa trascurata, vissuta nell’economia generale della città come un punto debolezza, in un punto di forza. Insomma, la proposta vuole semplicemente essere alla stregua di una start-up (dei poveri), una spinta alla ripresa anche economica, che s’inventa aggiustamenti finalizzati all’immagine di città capoluogo, non dimentichiamolo, di una cosiddetta area vasta, qual è Caltanissetta in centro Sicilia. In mancanza di altro - penso al finanziato progetto nazionale di rigenerazione delle periferie arenatosi - si potrebbe tentare di trasformare, serialmente, le immagini di degrado di alcuni punti della città, di cui vergognarsi, in opportunità. Si può ricercare la via della “conciliazione” tra degrado senza soluzione di continuità e verde spontaneo pilotato con l’arte di strada dei writer solitamente bollata come opera di “imbratta muri”. Per esempio, si potrebbe mettere in “cantiere” un primo esperimento, di “riqualificazione” in economia, in centro storico nei luoghi più degradati, confidando in un buon avvio capace di innescare un circuito virtuoso di attività. I muri (già messi in sicurezza) decorati con immagini a tema realizzati dagli “street artist” possono già risolvere da soli lo squallore del monumentale rudere. Comunicano un diverso colpo d’occhio persino di tipo fantasioso che allontana l’idea della desolazione tipica dei luoghi abbandonati. I ruderi che segnano gli spazi già abitati, gli spiazzi e i muretti “orfani” si potrebbero rivestire con verde spontaneo, ad arte, facendo risaltare le parti murarie in pietra faccia a vista, che andrebbero ripulite e lasciate come sono. Più semplicemente, impegnandosi con poche risorse e buone idee, si può con la partecipazione degli utenti volontari della città, mettere in moto un processo coinvolgente di risveglio dell’orgoglio cittadino. L’amministrazione in carica, mediante bando pubblico,con un progetto minimale (in senso economico), penso, che possa affrontare una simile via del decoro urbano “povero” nell’immediato, non rimanendo a vita a girarsi i pollici aspettando per forza “Godot”. 

 Giuseppe Cancemi



sabato 29 dicembre 2018

Anno 2018, il più caldo.



QUALE SOLUZIONE AL RISCALDAMENTO CLIMATICO?

2018, l'anno il più caldo registrato finora, ci impone una ulteriore riflessione sul riscaldamento globale.


Lo stile di vita del singolo cittadino, ai fini della riduzione dell’effetto serra ha una sua forte valenza in senso planetario. La crescita socio-economica della società capitalista totalmente dipendente dal consumismo, non ha ancora trovato un’alternativa a quello che gli economisti chiamano sviluppo. Anche perché non risulta facile ai vari Stati del nostro pianeta trovare un accordo sulle rinunce da distribuire tra tutti, e rimane radicata una visione antropocentrica nel consorzio umano. Non a caso gli ambientalisti di qualsiasi nazionalità hanno maturato un sano principio di rapporto conciliativo con la madre Terra e la sua natura che li porta a pensare globalmente prima di agire singolarmente. Nell’ultimo oltre mezzo secolo la coscienza ambientalista ha tentanto di coinvolgere, “contagiare” la politica planetaria di tutti gli Stati soprattutto sull’importante problema del riscaldamento globale della Terra. Il cambiamento climatico del pianeta che è la febbre non allarma altri che gli scienziati. Le popolazioni al punto in cui siamo giunti li possiamo paragonare alle persone che mentre i Titanic affondava, continuavano a ballare.
 Sappiamo comunque, che le emissioni di gas serra (anidride carbonica), nel 2017 rispetto il 2016, in Italia sono del + 3.2% mentre su scala europea sono cresciute a + 1.8%.

Per intervenire intanto, i tempi diventano sempre più corti e i vari passaggi per accordarsi nella riduzione del biossido di carbonio (CO2), principale gas che causa l’effetto serra, spostano poco i comportamenti planetari per un’inversione di tendenza, che eviti un ulteriore surriscaldamento del nostro pianeta.

La Scienza però, non sembra dormirci sopra. Ci regala qualche speranza anche se non ancora del tutto sicura, e per gli ambientalisti addirittura pericolosa.
La geo-ingegneria, così si chiama quella che studia le possibilità di diminuire l’aumento di temperatura della Terra, mutuando il suo agire dai fenomeni naturali. Si rifà, agli effetti di una conosciuta causa che riduce l’irraggiamento solare sul nostro pianeta. Pensa di abbassarne in questo modo, forse se costretti da condizioni emergenziali, la temperatura.
Il riferimento storico al rimedio studiato, è l’ipotesi formulata per la scomparsa dei Dinosauri, la cui causa venne attribuita all’impatto della Terra con un asteroide o forse, con l’eruzione contemporanea di più vulcani. In entrambi gli eventi, quale che sia stato, al tempo del Cretaceo, il sollevamento delle polveri, è quell’effetto che scherma il cielo la cui conseguenza abbassa la temperatura della Terra.

La scienza potrà aiutarci, ma è meglio “raddrizzare” il sistema di vita sulla Terra con comportamenti sostenibili, prima che i mutamenti naturali dei fenomeni atmosferici vengano alterati a danno del già difficile equilibrio, non del tutto stabile, che il pianeta Terra finora ha conservato. 


Prossimamente, un esperimento simil “Cretaceo” verrà fatto spandendo polvere di carbonato di calcio (CaCO3) invece che polvere silicea o ceneri e lapilli in quota, ma già si fanno ragionamenti pro e contro. L’oscuramento del cielo in modo artificioso abbassa sì la temperatura ma non senza creare nuovi problemi sia fisici che chimici. Per non parlare dei costi e chi può permetterseli.
Gli ambientalisti per primi, in massa, sono contrari. Restano dell’opinione che esiste sempre e solo un modo per la riduzione dell’effetto serra: l’impegno di tutti a livello planetario.
Bisogna ridurre le emissioni accelerando il passaggio verso le energie rinnovabili e i veicoli elettrici; aumentare l’efficienza energetica, il riciclo dei rifiuti e ridurre il consumo di carne.
Banalmente, ridiventa necessario anche l' aumento le biomasse vegetali (alberature), sapendo che ogni albero adulto consuma quasi 22 kg di anidride carbonica all'anno.

In termini stringenti, il problema effetto serra è riconducibile al singolo individuo, in quanto elemento nei comportamenti non indifferente alla produzione di CO2.  All'umanità insomma viene richiesto, prima di tutto, di cambiare radicalmente stile di vita.

Giuseppe Cancemi


venerdì 16 novembre 2018

Caltanissetta II


Parte II


Urbanistica
Tratti socio-economici

Caltanissetta, città terziaria di lungo corso, transitata per i settori: primario e secondario, attualmente registra un'economia prevalentemente fatta di occupati nei servizi e nel commercio. La crisi economica che ancora dura, ha particolarmente colpito il settore delle costruzioni edilizie e fatto perdere non pochi pezzi all'imprenditoria di questo settore, che a fronte delle difficoltà, non ha approfittato per rinnovarsi, come in altre realtà territoriali.
Il morso della generale crisi economica, ha paralizzato un po' tutte le attività economiche, ma come per effetto domino, l'edilizia, ha trascinato anche il settore immobiliare e il suo indotto.
Le risorse economiche di provenienza europea e nazionale di questi anni, o sono state dissipate attraverso progetti incoerenti per i bisogni dei luoghi, o non sono state sufficientemente attenzionate, e quindi, sono state sperperate o lasciate sfuggire.
Gli effetti di questa economia asfittica, purtroppo si ritrovano nell'aumento d'incapienza di non pochi cittadini.
Complessivamente possiamo dire che l'economia del territorio, non fa vivere bene tutti gli insediati. La scarsità di lavoro ne è la causa principale. Il tessuto sociale autoctono, ai fini anagrafici è in decremento ma per gli effetti del noto fenomeno migratorio del Mediterraneo esiste un certo riequilibrio. In qualche modo una compensazione di segno positivo, nei confronti di un lento spopolamento, dà stabilità alla popolazione nissena.
Oltre alla degradazione dei quartieri periferici, un fenomeno del tutto nuovo di tendopoli e di alloggi di fortuna in estrema periferia e in centro storico ha fatto la sua comparsa e tenta di stabilizzarsi. Nei quartieri del centro, oltre alla comparsa di alloggi acconciati in edifici fatiscenti, si sono attivate anche piccole attività artigianali non nuove, ma che da tempo non erano più presenti in loco. Molti esercizi di vicinato, per la comparsa della grande distribuzione e dei vari centri commerciali, facendo fatica a resistere, sono del tutto spariti. La città comunque non si è completamente arresa. Qualche segnale da non sottovalutare è comparso. Nuove tendenze di business in centro, di ristorazione, di qualche attività di nicchia verso le risorse naturali e culturali in genere, iniziano a comparire.
In questo quadro socio-economico non certo esaltante, per una più che necessaria ripresa della Comunità nissena, la sfida è ardua e l'attesa di un finanziamento statale (tra 'altro sfumato, al momento) e la revisione del PRG, non bastano.
Bisogna convincersi e convincere che è più facile rimboccarsi le maniche.
Meglio cercare di inventarsi altre occasioni, magari pescando nelle risorse territoriali disponibili e nei punti di forza strategici del territorio, facendoli diventare opportunità.
Bisogna in altri termini, potenziare gli elementi di forza e neutralizzare quelli di debolezza.

L'insediamento

Uno degli aspetti che fa discutere, e non poco, in questo ultimo mezzo secolo, è il sovra-dimensionamento della città e la dispersione degli immobili sul territorio, in massima parte dovuto alla speculazione edilizia. Tale fenomeno con marcate periferie fatte di villettopoli, borghi e frazioni, ha comportato forti squilibri territoriali e nocumento ad alcuni servizi urbani, che sono diventati difficili, o quantomeno disagevoli se non scadenti nella loro fruizione.
Purtroppo, dopo la seconda guerra mondiale con la ricostruzione e successivamente col boom economico degli anni 60', lo sviluppo edilizio fortemente alimentato da interessi speculativi, ricordato anche come quello de: “le mani sulla città”, ha prodotto a Caltanissetta un'edilizia qualitativamente medio-bassa e di periferie disadorne.
I vari stock edilizi di queste zone cosiddette di espansione, come in centro, in assenza di interventi manutentivi, hanno subìto un degrado d'immagine che si va diffondendo. In una città di circa 60 mila abitanti sono state costruite abitazioni con un doppio numero di stanze rispetto a quello ritenuto ottimale dagli standard residenziali, di un abitante per vano.
Il risultato di una questione abitativa mai governata da tutte le amministrazioni Comunali passate nel tempo, ha lasciato in città un surplus di case sfitte, e un bisogno abitativo da compensare mai affrontato con un vero progetto di social house.
Il centro storico è l'altra dolente nota urbanistica.
Per qualche ignoto maleficio, a Caltanissetta il cuore della città non è molto amato. Un problema endemico mai risolto che viene ripreso ciclicamente, riguarda il suo abbandono inarrestabile. In vari anni si è sempre discusso e se ne continua a discutere di un suo recupero, ma mai convintamente è stata fatta qualcosa per salvarlo dai crolli e dal degrado. Un quinquennio fa, ancora un tentativo con apposito "programma costruttivo", doveva servire alla rigenerazione di un paio di abitazioni ma è stato fermato da un ricorso. Il cantiere è stato chiuso ma è rimasto un contenzioso che ancora non si è risolto.


Caltanissetta I


Parte I


Premessa

I temi del “campanile” non possono più essere affrontati solo in termini localistici. In tempi come quelli attuali, ci si confronta ormai con vaste aree, non ignorando i cambiamenti climatici e alla luce delle accelerate dinamiche di trasformazione del territorio.
Lo scenario fisico, in un quadro geopolitico ed economico di fondo, dove il territorio nisseno deve sviluppare i temi di una sua «felicità», utopistica s'intende, sempre promessa ai suoi abitanti, si ritiene che debba fare i conti con una realtà assai più complessa.
Nel nostro pianeta si sa già che il capitale naturale e gli equilibri del sistema ecologico, risultano ampiamente compromessi.
Per avere un'idea in termini concreti di come siamo messi, basta solo sapere che lo scorso 1° agosto 2018, abbiamo già consumato con un giorno di anticipo sul 2017, quelle risorse che la natura del globo terrestre è in grado di rigenerare.
Morale: abbiamo in questi mesi consumato parte del “capitale”.
L'antropizzazione ha superato il 50% della superficie terrestre del pianeta. Solo poco più del 13% degli Oceani può ritenersi incontaminato. La biodiversità va diminuendo e i rifiuti prodotti dalle città, dall'agricoltura e dai processi industriali intaccano sempre più quel processo di ricambio che la biodegradabilità naturale prima riusciva a smaltire con una semplice trasformazione rigenerativa.
Sappiamo anche, che l'eccessivo sfruttamento del nostro pianeta, inoltre , produce: siccità, deforestazione, scarsità di acqua dolce, erosione del suolo e accumulo di anidride carbonica nell'atmosfera. Proprio con l'eccesso di quest'ultima viene a determinarsi quel mutamento che abbiamo cominciato a conoscere nei nostri territori con le frequenti alluvioni, noto come effetto da clima tropicale.
Insomma, pur conoscendo quanto accade attorno a noi e sapendo che non ci promette un futuro di tranquillo scorrere della vita, stiamo continuando a “segare il ramo dove stiamo seduti”.




Al punto in cui siamo, invertire la tendenza è un obbligo inderogabile.
Il puntare sulla sostenibilità con i fatti e non con le parole, su varie scale di grandezza, sembra comunque essere cominciato. Per esempio, si è iniziato col porre sotto la lente d'ingrandimento, alcuni settori di materie ritenute "sensibili" come: cibo, città, popolazione ed energia.
Molto resta da mettere a punto sulle questioni geopolitiche. Troppi Stati hanno bassi livelli di democrazia e specialmente di riconoscimento/ attenzione verso i diritti universali dell'uomo.
La nostra condizione di benessere diffuso, la dobbiamo agli oltre 70 anni di pace che hanno fatto consolidare una convivenza pacifica degli Stati europei. Un dono, che non deve farci dimenticare quanti altri Continenti nel Mondo, non hanno raggiunto accettabili livelli di diritti e di benessere. Soprattutto, per il permanere di guerre. Per l'Occidente e in particolare per l'Europa, la tragicità e le devastazioni dei maggiori periodi bellici sono storia e memoria, per fortuna, rimasti sui libri e nei ricordi trasmessi dalle precedenti generazioni superstiti.
Il mondo contemporaneo moderno, vive in una economia globalizzata: un unico grande mercato, favorito da una rete di connessioni e informazioni dove scienza, tecnica e tecnologia si supportano e progrediscono.
Il benessere nella nostra Europa è per molti ma non per tutti. L'immediato contatto con i Paesi anche lontani sono un vantaggio per i Popoli, non altrettanto si può dire, però, per ciò che riguarda l’identità, la specificità culturale locale e una inevitabile omologazione. Tutti motivi che inducono a ricercare politiche per la salvaguardia delle caratteristiche comuni delle diverse aggregazioni sociali.
Il lavoro è la grande sfida del futuro. Robotizzazione e intelligenza artificiale sono le grandi conquiste dell'uomo contemporaneo, che hanno cambiato e continueranno a cambiare la vita delle future generazioni. In Europa per tale rivoluzione chiamata industriale, ma che dovrebbe oramai chiamarsi dell'intelletto umano, in alcuni Paesi, si è cominciato a produrre con tempi di lavoro sempre più brevi, pur aumentando la produzione.
Non tutto il progresso, però, con i suoi processi, è favorevole all'uomo.
Si usa dire in ecologia per capire ciò che accade oggi, che l'equilibrio del pianeta si può turbare dal semplice battere delle ali di una farfalla, il quale, può provocare un uragano in altra parte del pianeta.
Sommariamente, tutto quanto fin qui detto, non è un volere parlare dei “massimi sistemi” elusivo o fuorviante, ma un richiamo al quadro da tenere presente nella predisposizione di piani e progetti relativi ad ogni proprio territorio. Un promemoria, per selezionare quelle scelte, di compatibilità ambientale e di sostenibilità, non avulse da quella realtà allargata in cui viviamo.


TERRITORIO, STORIA E SOSTENIBILITA'

La pressione antropica, con le sue invadenti e non sempre sicure costruzioni edilizie, ha indebolito ogni parte del territorio italiano.
Pensare ad una più puntuale difesa delle persone con un territorio già fragile e ora maggiormente vulnerabile per le mutate condizioni climatiche, impegna tutti, a partire dal livello locale, a cimentarsi con la prevenzione.
Le nuove non più sporadiche condizioni climatiche e atmosferiche, non più di rado simili alle tropicali, hanno reso le comuni piogge sempre più tendenti alle alluvioni e agli uragani. Alla sorveglianza sismica che la geologia del territorio italiano ci impone, adesso si dovrà aggiungere anche una più attenta difesa del territorio per le nuove frequenti calamità naturali.
Il suolo urbanizzato e non, dovrà meglio essere attrezzato per tenere a bada i suoi sistemi idraulici di raccolta, regimazione e convogliamento delle acque pluviali.
Il sovradimensionamento delle città in questo ultimo oltre mezzo secolo, non si è molto preoccupato di una urbanizzazione primaria, risultata un po' avara nel dimensionamento e distratta nell'esecuzione delle opere a regola d'arte. I Piani urbanizzativi hanno solo inseguito il business, in una poco sensata dispersione degli immobili sul territorio, dettata in larga parte, dalla cosiddetta speculazione edilizia e di posizione.
Caltanissetta, spazialmente si colloca nell'area centrale della Sicilia.
Oggi, dopo un passato di Valle, Provincia e Provincia regionale si configura amministrativamente nella recente aggregazione denominata Libero Consorzio Comunale di Caltanissetta, pur permanendo nel medesimo raggruppamento dei precedenti 22 comuni.
L'altimetria dei luoghi, colloca il territorio tra quelli di collina. Il Fiume che l'attraversa è l'Imera Meridionale, il quale assieme con il Settentrionale solca la Sicilia da Nord a Sud. La Valle dell'Imera Meridionale più prossima al nisseno, ha sue impronte storiche di un tempo remoto, che oggi si raccontano come luogo di transito e stanzialità, di quelle generazioni che successivamente, dopo la colonizzazione delle coste, trasmigrarono.
Il territorio interno alla Sicilia, specie da qualche secolo in qua, ha offerto uno scenario socio-economico ed abitativo basato prevalentemente sull'economia contadina. Nel secolo della prima rivoluzione industriale ('800), Caltanissetta veniva ad assurgere al ruolo di “Capovalle”, da un aggregato territoriale al centro di tre antichi Valli, comprendenti i distretti di Piazza Armerina, Terranova (Gela), Girgenti (Agrigento) nel 1824 e Bivona.
Il Regno delle Due Sicilie, nel promuovere Caltanissetta Capovalle di quel territorio interno, diede l'occasione a quella Comunità, agricola-artigianale-commerciale, per trasformare la sua originaria economia, nel nascente sistema industriale già diffuso in Europa.
Il territorio dei nisseni, dall'economia agricola a pieno campo prevalentemente di grano, come percepita da Goethe qualche tempo prima, muta i suoi connotati econimici, a seguito della sua scoperta del minerale di zolfo, proiettandosi nei commerci ad ampia scala, fino a diventare capitale mondiale dello zolfo.
La storia politica che l'attraversa fino ai giorni nostri, passa dall'amministrazione monarchica alla dittatura per giungere alla odierna democrazia.
Caltanissetta, si può dire che negli ultimi tre secoli passati, ha un vissuto pre-ottocentesco, per dirla come Leonardo Benevolo, dove: “...ogni generazione tendeva ad occupare il posto delle precedenti e a ripeterne il destino”.
In quell'epoca, preindustriale e mercantile, il valore economico del suolo si riferiva alla sua sola capacità produttiva, essendo un mezzo di produzione e non altro.
Il capitalismo non si praticava ancora.
Eppure, la vita contadina doveva essere molto grama se le famiglie si allontanavano da Caltanissetta e la baronia dei Moncada con la richiesta della remissione dei debiti ai creditori, tentava di evitare lo spopolamento che c'era sia in città che in campagna.
Dal momento in cui la rendita di posizione dei terreni fa lievitare il loro valore economico e l'investimento di denaro produce altro denaro (capitalismo), iniziano tutte quelle attività di trasformazione e occupazione di suolo etichettate speculative e fino ad oggi inarrestabili. L'epoca industriale ad economia capitalistica, è anche storia corrente. L'accaparramento di suolo a fini economici ha finito per essere l'elemento dominante degli insediamenti umani. In linea generale, gli abitanti delle città, quelli che si sono potuti permettere e possono permettersi l'appropriazione di porzioni del suolo urbano a fini economici, hanno reso il territorio di ieri e di oggi, forse l'elemento più divisivo per l'umanità, e non certo favorevole alla convivenza e alla civiltà.
Il territorio di Caltanissetta, non diversamente dagli altri, rientra in questa problematica della proprietà, che pur nel suo piccolo incide come tutte le altre realtà territoriali. Avere coscienza di ciò, può significare l'inizio di un percorso virtuoso verso un'inversione di tendenza.
Pertanto, nello scenario che ci accomuna al nostro continente e al mondo intero, è lecito insistere sul recupero, per una sostenibilità ambientale diffusa. E provare sempre, come si dice nel mondo degli ambientalisti, a “pensare globalmente e agire localmente” non sottraendosi alle comuni responsabilità che sono tutte riconducibili alla sopravvivenza della specie nel nostro pianeta.


Dal Territorio Pane e Lavoro

Il territorio nisseno, ha un suo suolo agricolo esteso: tra incolto e colture prevalentemente di cereali, che resta sempre una risorsa negletta. Un suo studio per una riconsiderazione in termini moderni, diventa auspicabile al fine di ricercare diversificazioni in una possibile conversione.
Per esempio, logistica di collocazione, produzioni più intensive e/o specializzate, che si avvantaggiano dalla composizione dei terreni e/o dalle condizioni climatiche locali, spostano l'assicella dell'economia dei luoghi un po' più in alto.
Un'alternativa proponibile sta nelle condizioni che possono favorire una ripresa dell'agricoltura, per esempio, nell'organizzazione in termini produttivi e strutturali di tipo industriale, per dare risposta alla domanda sempre più frequente di prodotti biologici ma anche e soprattutto per quei prodotti tipici del clima mediterraneo. Trasporti, mercati ed energia rinnovabile, come elementi innovativi da inserire nel processo produttivo agricolo, potrebbero rinvigorire la produzione dell'agro nisseno sia in termini economici che occupazionali.
Il mantenimento al minimo della semplice vocazione agricola, senza investimenti in sperimentazioni, per esempio nella verticalizzazione dei prodotti e nella massimizzazione della produzione, entro limiti ecologici, possono rinvigorire e riequilibrare l'economia di centro Sicilia, da tempo fortemente indebolita nelle attività secondarie e terziarie.
L'attenzione sull'economia primaria, se si è accorti, può trovare un'alleanza nella vicinanza all'ambiente naturale della Riserva Naturale Orientata della Valle del Fiume Imera Meridionale come
brand di qualità per i prodotti biologici dell'area.
Dal mix risorsa naturale e territorio agricolo può venire fuori una rivalutazione di due condizioni che possono essere un vantaggio per l'economia: misconosciuta l'una (la Riserva N. O.) e negletta l'altra (agricoltura).
Nel nostro caso la Riserva non è solo natura ma è anche cultura e riferimento per le attività del tempo libero. Con il suo vasto campionario di biodiversità o le testimonianze di raro valore storico, rappresenta un altro punto di forza del nostro territorio che andrebbe messo in evidenza.
Il suo attraversare tutta la Sicilia da Nord a Sud e i ritrovamenti archeologici, sono elementi vivi che raccontano del tempo e delle generazioni vissute lungo le sue sponde. Le testimonianze museali ne sono il completamento culturale, purtroppo, non sufficientemente portato all'attenzione neanche nel contiguo mondo della scuola che opera nelle comunità del centro Sicilia.
La tutela della Valle dell'Imera Meridionale, sotto forma di Riserva Naturale Orientata, rimane un raro esempio di scelta illuminata nella conservazione di un ambiente naturale, che la città non considera.

Prima e dopo della seconda guerra mondiale, l'entroterra siciliano è tutto un pullulare, in tempi di latifondi e bonifiche, di insediamenti rurali in borghi, frazioni e masserie. Nel prosieguo, con la riforma agraria (una lotteria perdente), è tutto un volere dare peso ad una politica agricola rivolta a contadini e braccianti ma sempre tardivamente e senza mai giovare agli interessati. A quell'epoca, in centro Sicilia, con l'agricoltura sempre in crisi, l'avvento dell'industria estrattiva dello zolfo nel panorama di rivoluzione industriale, favoriva in un certo senso, l'esodo della manodopera contadina verso il lavoro in miniere.


Caltanissetta come capoluogo del più importante distretto minerario di fine Ottocento, in questa stessa Valle ha avuto anche il passaggio di un'umanità che ha fatto la storia delle miniere. Una borghesia che dai profitti dello zolfo ha tracciato un'urbanistica della città relativamente corrispondente ai tempi, e un proletariato che ha scelto di vivere pur nella paura dell'infortunio e della morte, per un salario relativamente più certo, abbandonando la più insicura (economicamente) misera vita contadina.

Da oltre metà dell' Ottocento e oltre mezzo secolo del Novecento Caltanissetta con l'estrazione e i commerci dello zolfo ci ha vissuto. I padroni dello zolfo latifondisti, prima che la legge sottraesse la proprietà del sottosuolo al latifondo, hanno sfruttato a piene mani il sottosuolo. I minatori in quel contesto senza diritti, hanno continuato ad essere schiavi, come erano prima nella condizione di contadini. I padroni di miniere che affiancarono e soppiantarono la borghesia e la superstite nobiltà, furono anche figure come il gabellotto, il campiere, il soprastante ecc. insomma rappresentanti di quella mafia che dalle campagne prendeva anche possesso e si allargava verso le miniere.
L'ultimo periodo di vita delle miniere, prima che lo zolfo perdesse la sua competitività sul mercato, venne gestito da Società minerarie e Istituzioni. Con queste gestioni, l'impiego della manodopera cominciò ad essere più attento alla condizione di lavoratore, ed i minatori poterono rivendicare i loro diritti.

La diversa conduzione delle miniere pur foriera di sperimentazioni nel settore estrattivo fu costretta a rinunciare alla produzione del minerale per la comparsa sul mercato dello zolfo a minor costo.
Di tutto questo, vi è un solo lascito per la memoria dei nisseni: una coesione dei minatori mai vista prima, nella precedente condizione di contadino. Gli zolfatai, in massima parte già braccianti agricoli, nella condizione di zolfatai, avevano trovato nella solidarietà un punto di forza nelle lotte sindacali sulle contrattazioni: spesso di rivendicazione salariale e di sicurezza in miniera.
Giuseppe Cancemi


Continua...