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lunedì 14 ottobre 2019

CENTRO STORICO DI CALTANISSETTA


COSA FARE DI CIO' CHE RESTA DI UN CENTRO STORICO




Il giardino di pietra, immaginato, si concretizza lasciando tutto come si trova. Strano, ma potrebbe essere un modo per rendere fruibili quei luoghi oramai costituiti da ruderi, macerie ed erbe infestanti, separati da tracciati viari in centro storico.
Ancora una volta la materia organica e inorganica può prendere forma con l’ausilio dell’uomo che, con la sua sapienza, sa assecondare e modificare la natura delle cose.
Per rendere accessibili quei luoghi della memoria, testimonianza di come l’incuria e l’abbandono finiscono per annullare ogni ricordo delle passate generazioni. Basterebbero tanti piccoli interventi “verdi”, partecipati dai cittadini.
Potrebbe fare scuola, l’esempio di quei nisseni che si sono impegnati nella cura delle piante per aderire al “Concorso Balconi Fioriti”.
Insomma, per il centro storico bisognerebbe fare un atto di umiltà. Una necessaria nuova azione antropica di restituzione alla natura, di quanto l’uomo non ha saputo conservare.
Alle piante spontanee e non, il compito di ingentilire i luoghi e consentire con appositi percorsi di mostrare, appunto, un GIARDINO DI PIETRA.

Occorrente:
- un aiutino, volano delle istituzioni pubbliche e private;
- associazioni ambientaliste e volontariato di buona volontà (necessario bisticcio di parole per intenderci);
- messa in sicurezza dei comparti crollati non ancora rimossi e dei ruderi già esistenti;
- pulizia della viabilità nei suoi tracciati di ambiente urbano;
- adozione e scelta con cura delle piante spontanee, curando che la biodiversità sia di tipo mediterraneo;
- aggiunta di nuove piante anche da interno e qualche essenza arborea, selezionate in modo strategico, per dare colore e luce agli ambienti feriti a morte;
tanta ma tanta FANTASIA per inventarsi una conversione non invasiva di reperto storico-urbanistico, nel suo genere, forse esclusivo.

Giuseppe Cancemi

CALTANISSETTA, CENTRO STORICO 2019

PROVVIDENZA: progetto Pilota e Via Mazzini Social Home


Rilevo con particolare attenzione, che la mia "provocazione" con il "giardino di pietra" di qualche giorno fa, ha fatto riemergere l'assopita diatriba sul recupero del centro storico. Riguarda, l'ultima trovata eufemisticamente chiamata "Piano di Recupero" che consta di un “Piano Pilota” e di un’aggiunta al progetto denominata “Via Mazzini social home”. A dir vero, di recupero in questo progetto urbanistico, troviamo solo il titolo di come viene chiamato nell’insieme il documento progettuale.
L'arch. Saggio e altri professionisti, nonché il Presidente regionale di Italia Nostra arch. Leandro Janni già hanno avuto modo di rilevare sin dal 2012 che detto piano composito, elaborato dal Comune, in sinergia con lo I.A.C.P. e la "benedizione" della Soprintendenza, con le sue demolizioni, alterava il tessuto urbanistico nel suo insieme paesaggistico nonché architettonico dei luoghi. Gli ultimi abbattimenti in centro storico, sappiamo, che in questi anni, hanno amplificato la logica di ciò che si “può abbattere” differenziandola da ciò che va salvato, quasi ad incoraggiare nuove assurde demolizioni. La città comunque, non ha ancora dimenticato i relativamente recenti interventi, che hanno cancellato interessanti riferimenti storici, più volte segnalati ed attenzionati da Saggio.
L'attuale Amministrazione ritorna ancora alla carica, riproponendo il citato progetto che, anni addietro, aveva suscitato in qualche modo perplessità nella magistratura amministrativa.
L’intervento da realizzare, adesso, oltre ad essere ” Progetto Pilota” diventa di riqualificazione, aggregando un’aggiunta denominata “Via Mazzini social home ” che non è chiaro cosa vuole indicare nel suo inglesismo. Forse il progetto, 


voleva richiamarsi, per similitudine, al social housing, che viene inteso, per definizione, come approccio all’abitare sostenibile e mediante un’impatto positivo nel rapporto tra città e abitanti di quel luogo.
Ma credo che il ricircolo del progetto “Pilota” + “Via Mazzini social home ” non abbia ancora sciolto l’importante nodo della trasformazione urbanistica in pieno centro storico.
Intanto, a quest’ultima recente riesumazione, si aggiunge al caso una nuova perplessità che pur non essendo di un vero e proprio conflitto di interesse, resta sempre un difetto che incide nella forma e nella sostanza: l’originario progettista intestatario del “Progetto Pilota”, per le mutate condizioni amministrative comunali, resta nella “filiera” operativa occupando il ruolo, stavolta, di figura politica di riferimento istituzionale.


Giuseppe Cancemi

mercoledì 2 gennaio 2019

Salvare il centro storico di Caltanissetta



SENZA STARE AD ASPETTARE

I segnali di una certa vivacità urbana a Caltanissetta sono discreti. Iniziative culturali varie si moltiplicano, e girando si vedono alcune immagini accattivanti di volenterosi “graffitari”, che hanno lasciato il segno in luoghi degradati e non. Purtroppo però, l’immagine complessiva della città già da tempo, lascia trapelare anche un senso di degrado nelle aree più frequentate cosiddette direzionali (centro città e Palmintelli). Forse, è più l’area storica ridotta alle sole “quinte teatrali” dei due principali corsi che, pur mostrando un apparente minimo decoro urbano, turba in qualche modo chi si avventura oltre il “salotto buono”, che nasconde la proverbiale sabbia sotto il tappeto. Le stagioni della politica diventata come una religione, molto confessionale e poco laica, si susseguono e non finiscono mai. Si passa dalla propaganda agli annunci e non di rado agli insulti, ma in concreto si blatera soltanto e basta. L’intellighenzia nissena, prudentemente, non partecipa alla polemica politica, che rimane sottotono, ma se ne sta alla “finestra”. Qualche volta, di tanto in tanto, dispensa idee e iniziative unicamente attraverso un più facile e comodo PC o tablet. C’è comunque chi come me non s’arrende e nel bicchiere visto ostinatamente mezzo pieno, vuole ancora vedere nella vivacità mai sopita della città una speranza: che la Comunità nissena tutta si possa rimettere a “camminare”. E’ mia convinzione che mediante piccoli passi, a partire dalla degradata parte materiale della città, non sia difficile innescare un processo di semplice minima rigenerazione del tessuto urbano. A partire da selezionate risorse da rimettere in uso, che in città e nel territorio non mancano, si può con volontariato e piccola manutenzione concretizzare un mini percorso di riattazione.

Potenziali mecenati (forse!), sognatori e volontari non mancano e se il progetto è coinvolgente e l’amministrazione pubblica si fa carico dell’impegno, si può mettere in piedi un’immagine della città, sì povera ma decorosa. I social dove sono presenti i nisseni, pullulano di tali accostabili figure forse anche disponibili all’idea di voler recuperare una dignitosa immagine di parti del centro storico. Basta saper farle emergere. Io per primo, non volendo rinunciare all’idea che il centro storico è una delle risorse più importanti, vorrei ricordare agli amministratori della città, che l’abbandono all’oblio degli antichi quartieri, costa molto di più (in soldoni) che il non tentare di rivitalizzarli. Vale la pena di pensare, inizialmente, con qualcosa di semplice e poco costoso, che è possibile trasformare una risorsa trascurata, vissuta nell’economia generale della città come un punto debolezza, in un punto di forza. Insomma, la proposta vuole semplicemente essere alla stregua di una start-up (dei poveri), una spinta alla ripresa anche economica, che s’inventa aggiustamenti finalizzati all’immagine di città capoluogo, non dimentichiamolo, di una cosiddetta area vasta, qual è Caltanissetta in centro Sicilia. In mancanza di altro - penso al finanziato progetto nazionale di rigenerazione delle periferie arenatosi - si potrebbe tentare di trasformare, serialmente, le immagini di degrado di alcuni punti della città, di cui vergognarsi, in opportunità. Si può ricercare la via della “conciliazione” tra degrado senza soluzione di continuità e verde spontaneo pilotato con l’arte di strada dei writer solitamente bollata come opera di “imbratta muri”. Per esempio, si potrebbe mettere in “cantiere” un primo esperimento, di “riqualificazione” in economia, in centro storico nei luoghi più degradati, confidando in un buon avvio capace di innescare un circuito virtuoso di attività. I muri (già messi in sicurezza) decorati con immagini a tema realizzati dagli “street artist” possono già risolvere da soli lo squallore del monumentale rudere. Comunicano un diverso colpo d’occhio persino di tipo fantasioso che allontana l’idea della desolazione tipica dei luoghi abbandonati. I ruderi che segnano gli spazi già abitati, gli spiazzi e i muretti “orfani” si potrebbero rivestire con verde spontaneo, ad arte, facendo risaltare le parti murarie in pietra faccia a vista, che andrebbero ripulite e lasciate come sono. Più semplicemente, impegnandosi con poche risorse e buone idee, si può con la partecipazione degli utenti volontari della città, mettere in moto un processo coinvolgente di risveglio dell’orgoglio cittadino. L’amministrazione in carica, mediante bando pubblico,con un progetto minimale (in senso economico), penso, che possa affrontare una simile via del decoro urbano “povero” nell’immediato, non rimanendo a vita a girarsi i pollici aspettando per forza “Godot”. 

 Giuseppe Cancemi



venerdì 16 novembre 2018

Caltanissetta I


Parte I


Premessa

I temi del “campanile” non possono più essere affrontati solo in termini localistici. In tempi come quelli attuali, ci si confronta ormai con vaste aree, non ignorando i cambiamenti climatici e alla luce delle accelerate dinamiche di trasformazione del territorio.
Lo scenario fisico, in un quadro geopolitico ed economico di fondo, dove il territorio nisseno deve sviluppare i temi di una sua «felicità», utopistica s'intende, sempre promessa ai suoi abitanti, si ritiene che debba fare i conti con una realtà assai più complessa.
Nel nostro pianeta si sa già che il capitale naturale e gli equilibri del sistema ecologico, risultano ampiamente compromessi.
Per avere un'idea in termini concreti di come siamo messi, basta solo sapere che lo scorso 1° agosto 2018, abbiamo già consumato con un giorno di anticipo sul 2017, quelle risorse che la natura del globo terrestre è in grado di rigenerare.
Morale: abbiamo in questi mesi consumato parte del “capitale”.
L'antropizzazione ha superato il 50% della superficie terrestre del pianeta. Solo poco più del 13% degli Oceani può ritenersi incontaminato. La biodiversità va diminuendo e i rifiuti prodotti dalle città, dall'agricoltura e dai processi industriali intaccano sempre più quel processo di ricambio che la biodegradabilità naturale prima riusciva a smaltire con una semplice trasformazione rigenerativa.
Sappiamo anche, che l'eccessivo sfruttamento del nostro pianeta, inoltre , produce: siccità, deforestazione, scarsità di acqua dolce, erosione del suolo e accumulo di anidride carbonica nell'atmosfera. Proprio con l'eccesso di quest'ultima viene a determinarsi quel mutamento che abbiamo cominciato a conoscere nei nostri territori con le frequenti alluvioni, noto come effetto da clima tropicale.
Insomma, pur conoscendo quanto accade attorno a noi e sapendo che non ci promette un futuro di tranquillo scorrere della vita, stiamo continuando a “segare il ramo dove stiamo seduti”.




Al punto in cui siamo, invertire la tendenza è un obbligo inderogabile.
Il puntare sulla sostenibilità con i fatti e non con le parole, su varie scale di grandezza, sembra comunque essere cominciato. Per esempio, si è iniziato col porre sotto la lente d'ingrandimento, alcuni settori di materie ritenute "sensibili" come: cibo, città, popolazione ed energia.
Molto resta da mettere a punto sulle questioni geopolitiche. Troppi Stati hanno bassi livelli di democrazia e specialmente di riconoscimento/ attenzione verso i diritti universali dell'uomo.
La nostra condizione di benessere diffuso, la dobbiamo agli oltre 70 anni di pace che hanno fatto consolidare una convivenza pacifica degli Stati europei. Un dono, che non deve farci dimenticare quanti altri Continenti nel Mondo, non hanno raggiunto accettabili livelli di diritti e di benessere. Soprattutto, per il permanere di guerre. Per l'Occidente e in particolare per l'Europa, la tragicità e le devastazioni dei maggiori periodi bellici sono storia e memoria, per fortuna, rimasti sui libri e nei ricordi trasmessi dalle precedenti generazioni superstiti.
Il mondo contemporaneo moderno, vive in una economia globalizzata: un unico grande mercato, favorito da una rete di connessioni e informazioni dove scienza, tecnica e tecnologia si supportano e progrediscono.
Il benessere nella nostra Europa è per molti ma non per tutti. L'immediato contatto con i Paesi anche lontani sono un vantaggio per i Popoli, non altrettanto si può dire, però, per ciò che riguarda l’identità, la specificità culturale locale e una inevitabile omologazione. Tutti motivi che inducono a ricercare politiche per la salvaguardia delle caratteristiche comuni delle diverse aggregazioni sociali.
Il lavoro è la grande sfida del futuro. Robotizzazione e intelligenza artificiale sono le grandi conquiste dell'uomo contemporaneo, che hanno cambiato e continueranno a cambiare la vita delle future generazioni. In Europa per tale rivoluzione chiamata industriale, ma che dovrebbe oramai chiamarsi dell'intelletto umano, in alcuni Paesi, si è cominciato a produrre con tempi di lavoro sempre più brevi, pur aumentando la produzione.
Non tutto il progresso, però, con i suoi processi, è favorevole all'uomo.
Si usa dire in ecologia per capire ciò che accade oggi, che l'equilibrio del pianeta si può turbare dal semplice battere delle ali di una farfalla, il quale, può provocare un uragano in altra parte del pianeta.
Sommariamente, tutto quanto fin qui detto, non è un volere parlare dei “massimi sistemi” elusivo o fuorviante, ma un richiamo al quadro da tenere presente nella predisposizione di piani e progetti relativi ad ogni proprio territorio. Un promemoria, per selezionare quelle scelte, di compatibilità ambientale e di sostenibilità, non avulse da quella realtà allargata in cui viviamo.


TERRITORIO, STORIA E SOSTENIBILITA'

La pressione antropica, con le sue invadenti e non sempre sicure costruzioni edilizie, ha indebolito ogni parte del territorio italiano.
Pensare ad una più puntuale difesa delle persone con un territorio già fragile e ora maggiormente vulnerabile per le mutate condizioni climatiche, impegna tutti, a partire dal livello locale, a cimentarsi con la prevenzione.
Le nuove non più sporadiche condizioni climatiche e atmosferiche, non più di rado simili alle tropicali, hanno reso le comuni piogge sempre più tendenti alle alluvioni e agli uragani. Alla sorveglianza sismica che la geologia del territorio italiano ci impone, adesso si dovrà aggiungere anche una più attenta difesa del territorio per le nuove frequenti calamità naturali.
Il suolo urbanizzato e non, dovrà meglio essere attrezzato per tenere a bada i suoi sistemi idraulici di raccolta, regimazione e convogliamento delle acque pluviali.
Il sovradimensionamento delle città in questo ultimo oltre mezzo secolo, non si è molto preoccupato di una urbanizzazione primaria, risultata un po' avara nel dimensionamento e distratta nell'esecuzione delle opere a regola d'arte. I Piani urbanizzativi hanno solo inseguito il business, in una poco sensata dispersione degli immobili sul territorio, dettata in larga parte, dalla cosiddetta speculazione edilizia e di posizione.
Caltanissetta, spazialmente si colloca nell'area centrale della Sicilia.
Oggi, dopo un passato di Valle, Provincia e Provincia regionale si configura amministrativamente nella recente aggregazione denominata Libero Consorzio Comunale di Caltanissetta, pur permanendo nel medesimo raggruppamento dei precedenti 22 comuni.
L'altimetria dei luoghi, colloca il territorio tra quelli di collina. Il Fiume che l'attraversa è l'Imera Meridionale, il quale assieme con il Settentrionale solca la Sicilia da Nord a Sud. La Valle dell'Imera Meridionale più prossima al nisseno, ha sue impronte storiche di un tempo remoto, che oggi si raccontano come luogo di transito e stanzialità, di quelle generazioni che successivamente, dopo la colonizzazione delle coste, trasmigrarono.
Il territorio interno alla Sicilia, specie da qualche secolo in qua, ha offerto uno scenario socio-economico ed abitativo basato prevalentemente sull'economia contadina. Nel secolo della prima rivoluzione industriale ('800), Caltanissetta veniva ad assurgere al ruolo di “Capovalle”, da un aggregato territoriale al centro di tre antichi Valli, comprendenti i distretti di Piazza Armerina, Terranova (Gela), Girgenti (Agrigento) nel 1824 e Bivona.
Il Regno delle Due Sicilie, nel promuovere Caltanissetta Capovalle di quel territorio interno, diede l'occasione a quella Comunità, agricola-artigianale-commerciale, per trasformare la sua originaria economia, nel nascente sistema industriale già diffuso in Europa.
Il territorio dei nisseni, dall'economia agricola a pieno campo prevalentemente di grano, come percepita da Goethe qualche tempo prima, muta i suoi connotati econimici, a seguito della sua scoperta del minerale di zolfo, proiettandosi nei commerci ad ampia scala, fino a diventare capitale mondiale dello zolfo.
La storia politica che l'attraversa fino ai giorni nostri, passa dall'amministrazione monarchica alla dittatura per giungere alla odierna democrazia.
Caltanissetta, si può dire che negli ultimi tre secoli passati, ha un vissuto pre-ottocentesco, per dirla come Leonardo Benevolo, dove: “...ogni generazione tendeva ad occupare il posto delle precedenti e a ripeterne il destino”.
In quell'epoca, preindustriale e mercantile, il valore economico del suolo si riferiva alla sua sola capacità produttiva, essendo un mezzo di produzione e non altro.
Il capitalismo non si praticava ancora.
Eppure, la vita contadina doveva essere molto grama se le famiglie si allontanavano da Caltanissetta e la baronia dei Moncada con la richiesta della remissione dei debiti ai creditori, tentava di evitare lo spopolamento che c'era sia in città che in campagna.
Dal momento in cui la rendita di posizione dei terreni fa lievitare il loro valore economico e l'investimento di denaro produce altro denaro (capitalismo), iniziano tutte quelle attività di trasformazione e occupazione di suolo etichettate speculative e fino ad oggi inarrestabili. L'epoca industriale ad economia capitalistica, è anche storia corrente. L'accaparramento di suolo a fini economici ha finito per essere l'elemento dominante degli insediamenti umani. In linea generale, gli abitanti delle città, quelli che si sono potuti permettere e possono permettersi l'appropriazione di porzioni del suolo urbano a fini economici, hanno reso il territorio di ieri e di oggi, forse l'elemento più divisivo per l'umanità, e non certo favorevole alla convivenza e alla civiltà.
Il territorio di Caltanissetta, non diversamente dagli altri, rientra in questa problematica della proprietà, che pur nel suo piccolo incide come tutte le altre realtà territoriali. Avere coscienza di ciò, può significare l'inizio di un percorso virtuoso verso un'inversione di tendenza.
Pertanto, nello scenario che ci accomuna al nostro continente e al mondo intero, è lecito insistere sul recupero, per una sostenibilità ambientale diffusa. E provare sempre, come si dice nel mondo degli ambientalisti, a “pensare globalmente e agire localmente” non sottraendosi alle comuni responsabilità che sono tutte riconducibili alla sopravvivenza della specie nel nostro pianeta.


Dal Territorio Pane e Lavoro

Il territorio nisseno, ha un suo suolo agricolo esteso: tra incolto e colture prevalentemente di cereali, che resta sempre una risorsa negletta. Un suo studio per una riconsiderazione in termini moderni, diventa auspicabile al fine di ricercare diversificazioni in una possibile conversione.
Per esempio, logistica di collocazione, produzioni più intensive e/o specializzate, che si avvantaggiano dalla composizione dei terreni e/o dalle condizioni climatiche locali, spostano l'assicella dell'economia dei luoghi un po' più in alto.
Un'alternativa proponibile sta nelle condizioni che possono favorire una ripresa dell'agricoltura, per esempio, nell'organizzazione in termini produttivi e strutturali di tipo industriale, per dare risposta alla domanda sempre più frequente di prodotti biologici ma anche e soprattutto per quei prodotti tipici del clima mediterraneo. Trasporti, mercati ed energia rinnovabile, come elementi innovativi da inserire nel processo produttivo agricolo, potrebbero rinvigorire la produzione dell'agro nisseno sia in termini economici che occupazionali.
Il mantenimento al minimo della semplice vocazione agricola, senza investimenti in sperimentazioni, per esempio nella verticalizzazione dei prodotti e nella massimizzazione della produzione, entro limiti ecologici, possono rinvigorire e riequilibrare l'economia di centro Sicilia, da tempo fortemente indebolita nelle attività secondarie e terziarie.
L'attenzione sull'economia primaria, se si è accorti, può trovare un'alleanza nella vicinanza all'ambiente naturale della Riserva Naturale Orientata della Valle del Fiume Imera Meridionale come
brand di qualità per i prodotti biologici dell'area.
Dal mix risorsa naturale e territorio agricolo può venire fuori una rivalutazione di due condizioni che possono essere un vantaggio per l'economia: misconosciuta l'una (la Riserva N. O.) e negletta l'altra (agricoltura).
Nel nostro caso la Riserva non è solo natura ma è anche cultura e riferimento per le attività del tempo libero. Con il suo vasto campionario di biodiversità o le testimonianze di raro valore storico, rappresenta un altro punto di forza del nostro territorio che andrebbe messo in evidenza.
Il suo attraversare tutta la Sicilia da Nord a Sud e i ritrovamenti archeologici, sono elementi vivi che raccontano del tempo e delle generazioni vissute lungo le sue sponde. Le testimonianze museali ne sono il completamento culturale, purtroppo, non sufficientemente portato all'attenzione neanche nel contiguo mondo della scuola che opera nelle comunità del centro Sicilia.
La tutela della Valle dell'Imera Meridionale, sotto forma di Riserva Naturale Orientata, rimane un raro esempio di scelta illuminata nella conservazione di un ambiente naturale, che la città non considera.

Prima e dopo della seconda guerra mondiale, l'entroterra siciliano è tutto un pullulare, in tempi di latifondi e bonifiche, di insediamenti rurali in borghi, frazioni e masserie. Nel prosieguo, con la riforma agraria (una lotteria perdente), è tutto un volere dare peso ad una politica agricola rivolta a contadini e braccianti ma sempre tardivamente e senza mai giovare agli interessati. A quell'epoca, in centro Sicilia, con l'agricoltura sempre in crisi, l'avvento dell'industria estrattiva dello zolfo nel panorama di rivoluzione industriale, favoriva in un certo senso, l'esodo della manodopera contadina verso il lavoro in miniere.


Caltanissetta come capoluogo del più importante distretto minerario di fine Ottocento, in questa stessa Valle ha avuto anche il passaggio di un'umanità che ha fatto la storia delle miniere. Una borghesia che dai profitti dello zolfo ha tracciato un'urbanistica della città relativamente corrispondente ai tempi, e un proletariato che ha scelto di vivere pur nella paura dell'infortunio e della morte, per un salario relativamente più certo, abbandonando la più insicura (economicamente) misera vita contadina.

Da oltre metà dell' Ottocento e oltre mezzo secolo del Novecento Caltanissetta con l'estrazione e i commerci dello zolfo ci ha vissuto. I padroni dello zolfo latifondisti, prima che la legge sottraesse la proprietà del sottosuolo al latifondo, hanno sfruttato a piene mani il sottosuolo. I minatori in quel contesto senza diritti, hanno continuato ad essere schiavi, come erano prima nella condizione di contadini. I padroni di miniere che affiancarono e soppiantarono la borghesia e la superstite nobiltà, furono anche figure come il gabellotto, il campiere, il soprastante ecc. insomma rappresentanti di quella mafia che dalle campagne prendeva anche possesso e si allargava verso le miniere.
L'ultimo periodo di vita delle miniere, prima che lo zolfo perdesse la sua competitività sul mercato, venne gestito da Società minerarie e Istituzioni. Con queste gestioni, l'impiego della manodopera cominciò ad essere più attento alla condizione di lavoratore, ed i minatori poterono rivendicare i loro diritti.

La diversa conduzione delle miniere pur foriera di sperimentazioni nel settore estrattivo fu costretta a rinunciare alla produzione del minerale per la comparsa sul mercato dello zolfo a minor costo.
Di tutto questo, vi è un solo lascito per la memoria dei nisseni: una coesione dei minatori mai vista prima, nella precedente condizione di contadino. Gli zolfatai, in massima parte già braccianti agricoli, nella condizione di zolfatai, avevano trovato nella solidarietà un punto di forza nelle lotte sindacali sulle contrattazioni: spesso di rivendicazione salariale e di sicurezza in miniera.
Giuseppe Cancemi


Continua...

domenica 2 settembre 2018

Rigenerazione e recupero per Caltanissetta 2018/1


C'é ANCORA UNA SPERANZA?


Prima di tutto, lo rammento per me stesso, il centro storico è parte integrante del sistema città-territorio. E non posso fare a meno di esternare il mio timore che su Caltanissetta incomba l’assurda scelta, mai accantonata ma tenuta in sonno, di calare dall’alto (per scelta del “principe”) una sorta di edilizia economica e popolare nei quartieri più degradati del centro in via di crollo, espellendo gli attuali residenti, autoctoni e non, che resistono in condizioni di estrema precarietà.
Il centro storico, per una gran parte di nisseni, lo sappiamo, non è appetibile da un punto di vista edilizio. La conservazione storica e urbanistica, sia pur minima, che comporta l'area, non consente abbuffate di speculazioni. Ma non sanno che un centro storico che si conserva bene è la massima attrattiva per una città che vuole incamminarsi per uno sviluppo sostenibile.
Comunque, sembrerebbe velleitario occuparsi di centro storico, come spesso si fa, senza avere indagato la composizione sociale di chi occupa le abitazioni più o meno degradate di detto centro, stabilito quale indirizzo dare all’economia locale e territoriale, conoscere qual è l’offerta/domanda di case, sapere quali tendenze e attese sono presenti nelle varie classi d’età della popolazione nissena, quanto è presente in città l’invecchiamento della popolazione, etc.. Insomma, recupero sì ma a patto che all’insieme di dati appena accennato si aggiunga la consapevolezza che lo stock edilizio da recuperare è vasto e che le risorse sono assai limitate. Tutte informazioni propedeutiche che fanno prevedere tempi lunghi per la realizzazione e un processo articolato che si auspica possa essere anche partecipato.

Il centro storico, per una gran parte di nisseni, lo sappiamo, non è appetibile da un punto di vista edilizio. La conservazione storica e urbanistica, sia pur minima, che comporta l'area, non consente abbuffate di speculazioni. Ma non sanno che un centro storico che si conserva bene è la massima attrattiva per una città che vuole incamminarsi per uno sviluppo sostenibile.Comunque, sembrerebbe velleitario occuparsi di centro storico, come spesso si fa, senza avere indagato la composizione sociale di chi occupa le abitazioni più o meno degradate di detto centro, stabilito quale indirizzo dare all’economia locale e territoriale, conoscere qual è l’offerta/domanda di case, sapere quali tendenze e attese sono presenti nelle varie classi d’età della popolazione nissena, quanto è presente in città l’invecchiamento della popolazione, etc.. Insomma, recupero sì ma a patto che all’insieme di dati appena accennato si aggiunga la consapevolezza che lo stock edilizio da recuperare è vasto e che le risorse sono assai limitate. Tutte informazioni propedeutiche che fanno prevedere tempi lunghi per la realizzazione e un processo articolato che si auspica possa essere anche partecipato. Agli intellettuali nisseni dico di non rimanere più alla finestra ad aspettare gli eventi. Si sbraccino e si mettano al lavoro. Anticipino e aiutino quel pensare positivo che in città c'è ma fa fatica a mostrarsi. Qualcuno mi pare lo stia già facendo, ma una sola rondine non fa primavera! 

La penna, oltre ad essere demolitiva, disfattista, estremamente critica, può diventare suggeritrice, costruttiva, indicatrice di percorsi, insomma attiva anche solo criticamente sì, ma in modo costruttivo.

Giuseppe Cancemi

sabato 1 settembre 2018

Rigenerazione e recupero per Caltanissetta 2018/2




IL SENSO DI RECUPERO E RIQUALIFICAZIONE DELLA 


CITTA'

Palazzo Moncada - Caltanissetta


Il recupero del tessuto urbano è un fatto complesso il quale, non si esaurisce con la sola riqualificazione del centro storico (in termini edilizi) ma che integra altre azioni di ecologia urbana. Si fonda e considera la funzione abitativa come elemento inscindibile da altre attività e modalità insediative (servizi, artigianato, commercio, tempo libero, ecc.) mettendo al centro di tutto il cittadino. Il ruolo decisivo che deve avere il recupero, riguarda il problema abitativo e i processi (trasformazioni d'uso e di tipologie, vendite frazionate, sfratti, costi d'affitto alti, ecc.) che si riflettono negativamente sulla domanda di nuove abitazioni per un riuso più equo e in grado di mantenere la naturale varietà sociale e funzionale di un centro storico.
Del processo di recupero di tutte le parti degradate della città, a partire dal centro storico, se ne deve fare carico il Comune, istituendo un ufficio casa in coincidenza dell'istituzione ufficio espropri previsto dal Testo Unico, D.P.R . n. 327/2001.
La gestione del processo di recupero riguarda il governo degli interventi necessari e urgenti adesso in centro storico ma in prospettiva, inevitabilmente, riguardanti l'intera città. Appalti, convenzioni, contratti, ecc. e ogni altro atto inteso a gestire il patrimonio edilizio (pubblico e privato) che s'invecchia, non rappresenta un fatto episodico ma un evento ciclico di cui il Comune deve averne "il polso" costantemente, se vuole evitare il fenomeno dell'abbandono e il degrado progressivo di parti della città.

Si dovrebbero intercettare tutte quelle risorse strutturali pubbliche e private che si propongono di innovare nel campo del risparmio idrico, energetico, della ricerca, del recupero, ecc.. Il progetto articolato di rinascita della città a partire dal centro storico, potrebbe rappresentare la base programmatica per ricomporre in un unicum quelle azioni tra piani, progetti e regolamenti comunali esistenti che guidano e indirizzano le varie attività territoriali.
La politica del recupero che vuole sortire due effetti: soddisfacimento del bisogno abitativo e restituzione di un'immagine cittadina del costruito rispettosa della storia e della cultura che ha stratificato la città, non può trascurare la delicatezza che investe le decisioni sulle modalità di intervento, e per questo deve poter disporre anche di imprese e maestranze competenti, in grado di eseguire gli interventi nel rispetto dei canoni del restauro.
I tempi lunghi inevitabili, per il recupero del centro storico attraverso un circolo virtuoso manutentivo della città, postulano un atteggiamento consapevole dell'esigenza di ordinare, controllare e guidare ogni processo d'intervento.

Perché non venga smarrita la linea di ricerca urbanistica di una simile operazione complessa, si richiede un'auspicabile sinergia delle varie componenti politiche, economiche e sociali della città. Solo così si possono evitare scelte in solitudine che possono tradursi in forzature, errori, improvvisazione o anche esigenze estranee all’interesse collettivo.


Giuseppe Cancemi


domenica 22 gennaio 2017

Belluno: trasloco del Museo civico da Palazzo dei Giuristi a Palazzo Fulcis





QUALE SARA' IL DESTINO DEI BENI 
ARCHEOLOGICI 
ESCLUSI DA 
PALAZZO FULCIS?



Nel 2010 con la rozza frase: «con la cultura non si mangia» un ministro della Repubblica italiana giustificava alcuni tagli sulle attività culturali. Frase subito contraddetta da Famiglia Cristiana: “CARO MINISTRO, LA CULTURA È RICCHEZZA.” Dimostrando con uno studio, presentato a Firenze, che: “Ogni euro investito ne produce 2,49”.
Nel 2015, se mai ce ne fosse stato bisogno, la Conferenza internazionale dei Ministri della Cultura dei Paesi presenti ad Expo, con lo spot “Cultura, cibo per la mente” smentiva ulteriormente lo scivolone italiano precedente.
Quel dire e smentire il ruolo della cultura, proveniente dai “piani alti”, nei fatti di tutti i giorni ogni tanto riecheggia, e non si sa se per ignoranza e/o malafede di qualcuno. Resta comunque sempre inaccettabile, specie per il nostro Paese che ha il più alto patrimonio di beni culturali al mondo.
La poca attenzione verso i beni culturali la si può leggere anche nel sito regionale del Veneto. L'ampolloso Catalogo dei Beni Culturali mostra solo un database semivuoto. A livello locale la classe politica, che dovrebbe essere più vicina affettivamente, alle testimonianze che rappresentano le più prossime “radici”, non esercita il proprio orgoglio annoverando tra le principali risorse della comunità: i beni culturali.
Non è raro che le amministrazioni locali percepiscano l'insieme dei beni culturali, per i suoi costi di gestione e manutenzione, come voce di bilancio solitamente in deficit. E invece non lo è!
Quel disavanzo apparente, nel calcolo dei ricavi, trascura il valore intrinseco di attrattività (tra materiale e immateriale) del bene in sé, la parte fondamentale non monetizzabile.
Belluno per vocazione è una città turistica e culturale. Per questa attitudine un nuovo museo è pronto presso Palazzo Fulcis per accogliere tutto quanto stava nel Palazzo dei Giuristi. Un buon segnale si direbbe, date le considerazioni già espresse, ma per gli Amici del Museo di Belluno e Italia Nostra non lo è perché i reperti di archeologia ne restano fuori.
La ricollocazione dei reperti archeologici in altro Museo (Bembo?), di la da venire, pone qualche perplessità. Non si sa dove saranno “parcheggiati” detti reperti e si teme che, nell'attesa, vadano a finire altrove. La “disinformazione”, espressa dall'Assessora nei confronti di chi ha paventato queste fondate preoccupazioni sullo“sfratto” dei beni archeologici, se c'è stata e se permane, non è certo da attribuire al cittadino sovrano ma piuttosto a quel potere legale che si arroga anche il potere reale.
Ma tornando all'oggetto, che nel nostro caso si riferisce ai beni archeologici, per avere contezza di ciò che stiamo parlando, si elencano qui di seguito quei reperti di conoscenza pubblica sistemati nel portico d'ingresso e a piano terra e gli altri allocati a Palazzo dei Giuristi, Palazzo Crepadona e Auditorium comunale:
  • Sepoltura di un cacciatore - pietre dipinte in ocra rossa - rinvenimento in Val Cismon (12.000 anni fa)
  • Fibule, coltelli, oggetti di bronzo dell'età del ferro, rinvenuti nella necropoli di Cavarzano e aree vicine Numerosi reperti di età romana e dell'alto medioevo
  • Corredo tombale di epoca longobarda rinvenuto a Mel
  • Corredo tombale di epoca longobarda rinvenuto a Sospirolo
  • Lapidario romano, ospitato nell'androne del vicino Auditorium comunale
  • Base in pietra calcarea del Cansiglio, inizio III sec. d. C. Dedicata a Marco Carminio Pudente
  • Stele funeraria, del II sec. d. C. Di Tito Sertorio Proculo; Sarcofago di Flavio Ostilio e di sua moglie Domizia, del III sec. d. C. ospitato presso il Palazzo Crepadona.
Allo stato dei fatti, per finire, con un minimo di spirito civico si potrebbe suggerire al Comune, con buona pace per tutti, di catalogare i reperti rimasti fuori dal Palazzo Fulcis, magari con l'aiuto degli studenti di liceo non senza vantaggi per entrambe le componenti: committenza (conservazione per studio e memoria) e realizzatori (crediti e alternanza scuola-lavoro).

Giuseppe Cancemi




ADDENDUM


Mi permetto di rilevare, che l'articolo di stampa del GAZZETTINO, qui a fianco riprodotto, sfiorando appena l'essenza del mio dire, ne travisa i termini della mia comunicazione.
Si "appiattisce",  su un taglio di cronaca local-popolare, non rilevando l'accento posto sulla scarsa considerazione che la politica ha, in senso lato, nel nostro Paese, nei confronti dei beni culturali. 
Siccome criticare è facile e proporre meno,
per chi vuole vedere il bicchiere mezzo pieno, il pezzo chiude col mio consiglio di catalogare quei beni esclusi. Meno male!

Per chi, invece, vuole vedere più lontano, sapendo che le calamità (terremoti, frane, slavine, etc.) non avvisano, basta mettere al sicuro, con la catalogazione locale, non solo i beni archeologici ma anche ogni altro bene.
Un dettagliato archivio informatico (foto e informazioni), potrebbe essere un serio modo di preservare la memoria storica, la traccia antropica di una Comunità: remota e futura.

www.gcancemi.blogspot.it










Confesso che le ultime note che sono apparse sul Gazzettino che in minimissima parte mi coinvolgono mi inducono ad una supplementare riflessione che riporto.

Le perplessità espresse da un comune cittadino a sostegno della diffidenza dichiarata a mezzo stampa (Gazzettino, 11/12/2016) da due autorevoli associazioni verso una scelta di conservazione di beni comuni quali quelli archeologici, non chiara, non è una “eversione” da cui prendere le distanze. Capisco che le salottiere rivendicazioni, un “detto tra noi” non postulano chiarimenti. Comunque, senza tema di ulteriore smentita posso assicurare che la mia uscita, basata su comune informazione di stampa, voleva essere semplice scambio dialettico utile e salutare per il rapporto tra istituzioni e cittadino, per la democrazia. Nel merito, il trasloco del museo che lascerà i reperti di archeologia nel Palazzo dei Giuristi fatto dell'Assessora, nulla da eccepire. Ma si possono avanzare dubbi e ulteriori chiarimenti? Per esempio, la promessa di farci rivedere nel vecchio museo ancora i reperti di archeologia e la successiva loro collocazione presso il Palazzo Bembo, che tempi avranno? A giudicare dalla rimozione dei pezzi che facevano bella mostra all'esterno del museo, si può legittimamente pensare che i tempi non saranno brevi?
La rassicurazione che la catalogazione dei reperti esiste già mi sembra una buona notizia. Peccato, però, che non sia facile trovare traccia di detta ovvia catalogazione nei siti internet deputati. Per ricordarlo a me stesso, la catalogazione nazionale - regolata dall’art. 17 del Codice dei beni culturali e del paesaggio  (d.lgsvo 42/2004 s.m.i.) al comma 4, individua negli attori del processo di catalogazione oltre che il Ministero, le regioni e gli altri enti pubblici territoriali.

Può il Comune pubblicizzare in quale archivio si trovano tutte le informazioni su catalogo circa i beni culturali ritrovati nel territorio di Belluno?
















http://corrierealpi.gelocal.it/belluno/cronaca/2016/12/18/news/le-opere-traslocano-e-l-ex-museo-civico-finisce-in-vendita-1.14583103

sabato 12 novembre 2016

Belluno e l'inquinamento acustico delle feste paesane


MA LA SALUTE DEL CITTADINO, CHI LA DIFENDE?

Egregio signor Sindaco, sicuramente Lei e altre personalità della città non abitate in centro storico. Altrimenti, avreste “beneficiato” come me e tanti altri sfortunati abitanti del centro, delle assordanti ripetitive note di bassa frequenza che sono semplicemente ossessive. Lo dico con cognizione di causa perché da tempo sono costretto a subire le  insistenti “torture” acustiche delle feste strapaesane. Feste, nelle principali piazze, che provocano più volte all'anno un inquinamento acustico in barba alla normativa italiana e al Suo, locale, “REGOLAMENTO DELLE ATTIVITA’ RUMOROSE” (sic!).

 Della salute dei cittadini vessati da tali abusi tollerati o anche autorizzati dall'autorità comunale, poco interessa. Eppure l'ordinanza del 4 ottobre 2004, del Tribunale di Venezia precisava, tra l'altro, “come le immissioni sonore che superano di almeno tre decibel il livello del rumore di fondo in una determinata zona ed eccedono, quindi, la normale tollerabilità, siano idonee a ledere, di per sé, il diritto alla salute, potendo determinare delle limitazioni funzionali – pur anche soltanto temporanee – dell’integrità psicofisica degli esseri umani, a prescindere dalla dimostrazione concreta di una vera e propria invalidità permanente“. Il centro storico di per sé meriterebbe rispetto, e il silenzio ne fa parte. Purtroppo, però, questo resta ancora componente sconosciuta da parecchi.  La città storica, stratificatasi nel tempo, che ospita gli ultimi resistenti ai maltrattamenti delle amministrazioni urbane, ha fin qui dovuto subire obtorto collo il continuo deteriorarsi di una condizione di forzatura del centro storico, luogo di idoneità senza compromessi a misura d'uomo. Le tre principali piazze, sono utilizzate come bancomat e dunque tolleranza e autorizzazioni per ogni manifestazione inquinante o meno dell'aria: con parcheggi, raduni di mezzi meccanici, “cicchet” notturni, presenze di balordi rumorosi, writers e vendita indiscriminata di ogni sorta di mercanzia. Il giorno dopo, di San Martino, per citare un esempio, assillato da un assordante musica tump... tump... ho provato a telefonare ai vigili urbani per denunciare l'assurdo inquinamento diffuso a tutta birra in Piazza Piloni e dall'altro capo una voce femminile, con nonchalance, mi ha risposto che avrebbe mandato un vigile. Tutto è continuato come prima. E anzi debbo ringraziare che stavolta mi ha risposto qualcuno, anche se inutilmente. In altri anni, per l'inquinamento acustico di un vicino bar, non trovando alcuno in Comune, ho dovuto chiamare il 112 e anche il 113, intervenuti, ma sempre senza alcun esito. Insomma, il povero cittadino appartenente, massimamente, a una delle fasce deboli della società che ha scelto di vivere in centro storico, deve fare le sue brave deduzioni e pensare di trasferirsi in altra zona, rinunciando alle congeniali condizioni di vita che offre il centro storico in quanto da sempre considerato a misura d'uomo. Alla faccia dell'agognato ripopolamento in centro di questa Giunta comunale. A questo punto viene da chiedersi: chi, quando e dove si fanno controlli di inquinamento sulle manifestazioni a forte componente inquinante? Ma anche gli schieramenti partitici dove sono e di cosa si occupano? Possibile che se la maggioranza, diciamo, sbaglia, l'opposizione non si fa sentire, specie in fatto di diritto alla salute? O, forse, oramai il tirare a campare fa vivere meglio tutti?

Concludendo, signor Sindaco, a Lei primo cittadino di Belluno e alla Giunta, suggerisco, sommessamente, di passare un pomeriggio e notte in una piazza del centro, mentre impazza una delle tante feste bellunesi, specie di quelle estive da godere con le finestre aperte. Vedrà che l'ospitalità di una qualsiasi abitazione delle tante sfitte in centro storico e l'effetto presenza Vi potranno essere di aiuto per comprendere quello che ogni singola empatia, forse, non consente. 


Giuseppe Cancemi


martedì 23 agosto 2016

Il centro storico non si tocca. Anzi, va conservato nelle migliori condizioni!

Piccole furbizie per superare i dinieghi della Soprintendenza?


Tra le notizie di quest'estate, che appaiono sulla stampa di Belluno in questi giorni, alcune riguardano il centro storico, il cuore della città. Si riparla delle nuove edicole di via Vittorio Emanuele e di via Matteotti - eufemisticamente chiamandole "riqualificazione dei chioschi" - e della trasformazione delle "tendopoli" dei bar di piazza della Resistenza in recinti, paraventi, gabbiotti elegantemente chiamati: "dehors bar" e l'occupazione di suolo pubblico "plateatico". Queste notizie, chissà perché in tempo balneare, hanno entrambe il sapore che qualcosa non quadra. La Soprintendenza le osteggia, mentre il Comune invece si dichiara favorevole o non contrario.
Obiettivamente la Soprintendenza vuole evitare, che alcuni bar aumentino la loro volumetria in centro storico a spese dello spazio pubblico, con inopportune strutture che diventerebbero fisse anziché rimanere removibili. Non diversamente, appare l'occupazione con nuovi volumi delle edicole che, per esempio, potrebbero allocarsi in locali già esistenti.


     Il nuovo, il modernismo a tutti i costi, passa effettivamente attraverso la svendita degli ultimi scampoli di suolo pubblico in centro storico? O bisogna pensare ad altro: la conservazione per esempio, che è il vero il valore aggiunto di un luogo con un proprio genius loci?

Giuseppe Cancemi

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