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venerdì 16 novembre 2018

Caltanissetta I


Parte I


Premessa

I temi del “campanile” non possono più essere affrontati solo in termini localistici. In tempi come quelli attuali, ci si confronta ormai con vaste aree, non ignorando i cambiamenti climatici e alla luce delle accelerate dinamiche di trasformazione del territorio.
Lo scenario fisico, in un quadro geopolitico ed economico di fondo, dove il territorio nisseno deve sviluppare i temi di una sua «felicità», utopistica s'intende, sempre promessa ai suoi abitanti, si ritiene che debba fare i conti con una realtà assai più complessa.
Nel nostro pianeta si sa già che il capitale naturale e gli equilibri del sistema ecologico, risultano ampiamente compromessi.
Per avere un'idea in termini concreti di come siamo messi, basta solo sapere che lo scorso 1° agosto 2018, abbiamo già consumato con un giorno di anticipo sul 2017, quelle risorse che la natura del globo terrestre è in grado di rigenerare.
Morale: abbiamo in questi mesi consumato parte del “capitale”.
L'antropizzazione ha superato il 50% della superficie terrestre del pianeta. Solo poco più del 13% degli Oceani può ritenersi incontaminato. La biodiversità va diminuendo e i rifiuti prodotti dalle città, dall'agricoltura e dai processi industriali intaccano sempre più quel processo di ricambio che la biodegradabilità naturale prima riusciva a smaltire con una semplice trasformazione rigenerativa.
Sappiamo anche, che l'eccessivo sfruttamento del nostro pianeta, inoltre , produce: siccità, deforestazione, scarsità di acqua dolce, erosione del suolo e accumulo di anidride carbonica nell'atmosfera. Proprio con l'eccesso di quest'ultima viene a determinarsi quel mutamento che abbiamo cominciato a conoscere nei nostri territori con le frequenti alluvioni, noto come effetto da clima tropicale.
Insomma, pur conoscendo quanto accade attorno a noi e sapendo che non ci promette un futuro di tranquillo scorrere della vita, stiamo continuando a “segare il ramo dove stiamo seduti”.




Al punto in cui siamo, invertire la tendenza è un obbligo inderogabile.
Il puntare sulla sostenibilità con i fatti e non con le parole, su varie scale di grandezza, sembra comunque essere cominciato. Per esempio, si è iniziato col porre sotto la lente d'ingrandimento, alcuni settori di materie ritenute "sensibili" come: cibo, città, popolazione ed energia.
Molto resta da mettere a punto sulle questioni geopolitiche. Troppi Stati hanno bassi livelli di democrazia e specialmente di riconoscimento/ attenzione verso i diritti universali dell'uomo.
La nostra condizione di benessere diffuso, la dobbiamo agli oltre 70 anni di pace che hanno fatto consolidare una convivenza pacifica degli Stati europei. Un dono, che non deve farci dimenticare quanti altri Continenti nel Mondo, non hanno raggiunto accettabili livelli di diritti e di benessere. Soprattutto, per il permanere di guerre. Per l'Occidente e in particolare per l'Europa, la tragicità e le devastazioni dei maggiori periodi bellici sono storia e memoria, per fortuna, rimasti sui libri e nei ricordi trasmessi dalle precedenti generazioni superstiti.
Il mondo contemporaneo moderno, vive in una economia globalizzata: un unico grande mercato, favorito da una rete di connessioni e informazioni dove scienza, tecnica e tecnologia si supportano e progrediscono.
Il benessere nella nostra Europa è per molti ma non per tutti. L'immediato contatto con i Paesi anche lontani sono un vantaggio per i Popoli, non altrettanto si può dire, però, per ciò che riguarda l’identità, la specificità culturale locale e una inevitabile omologazione. Tutti motivi che inducono a ricercare politiche per la salvaguardia delle caratteristiche comuni delle diverse aggregazioni sociali.
Il lavoro è la grande sfida del futuro. Robotizzazione e intelligenza artificiale sono le grandi conquiste dell'uomo contemporaneo, che hanno cambiato e continueranno a cambiare la vita delle future generazioni. In Europa per tale rivoluzione chiamata industriale, ma che dovrebbe oramai chiamarsi dell'intelletto umano, in alcuni Paesi, si è cominciato a produrre con tempi di lavoro sempre più brevi, pur aumentando la produzione.
Non tutto il progresso, però, con i suoi processi, è favorevole all'uomo.
Si usa dire in ecologia per capire ciò che accade oggi, che l'equilibrio del pianeta si può turbare dal semplice battere delle ali di una farfalla, il quale, può provocare un uragano in altra parte del pianeta.
Sommariamente, tutto quanto fin qui detto, non è un volere parlare dei “massimi sistemi” elusivo o fuorviante, ma un richiamo al quadro da tenere presente nella predisposizione di piani e progetti relativi ad ogni proprio territorio. Un promemoria, per selezionare quelle scelte, di compatibilità ambientale e di sostenibilità, non avulse da quella realtà allargata in cui viviamo.


TERRITORIO, STORIA E SOSTENIBILITA'

La pressione antropica, con le sue invadenti e non sempre sicure costruzioni edilizie, ha indebolito ogni parte del territorio italiano.
Pensare ad una più puntuale difesa delle persone con un territorio già fragile e ora maggiormente vulnerabile per le mutate condizioni climatiche, impegna tutti, a partire dal livello locale, a cimentarsi con la prevenzione.
Le nuove non più sporadiche condizioni climatiche e atmosferiche, non più di rado simili alle tropicali, hanno reso le comuni piogge sempre più tendenti alle alluvioni e agli uragani. Alla sorveglianza sismica che la geologia del territorio italiano ci impone, adesso si dovrà aggiungere anche una più attenta difesa del territorio per le nuove frequenti calamità naturali.
Il suolo urbanizzato e non, dovrà meglio essere attrezzato per tenere a bada i suoi sistemi idraulici di raccolta, regimazione e convogliamento delle acque pluviali.
Il sovradimensionamento delle città in questo ultimo oltre mezzo secolo, non si è molto preoccupato di una urbanizzazione primaria, risultata un po' avara nel dimensionamento e distratta nell'esecuzione delle opere a regola d'arte. I Piani urbanizzativi hanno solo inseguito il business, in una poco sensata dispersione degli immobili sul territorio, dettata in larga parte, dalla cosiddetta speculazione edilizia e di posizione.
Caltanissetta, spazialmente si colloca nell'area centrale della Sicilia.
Oggi, dopo un passato di Valle, Provincia e Provincia regionale si configura amministrativamente nella recente aggregazione denominata Libero Consorzio Comunale di Caltanissetta, pur permanendo nel medesimo raggruppamento dei precedenti 22 comuni.
L'altimetria dei luoghi, colloca il territorio tra quelli di collina. Il Fiume che l'attraversa è l'Imera Meridionale, il quale assieme con il Settentrionale solca la Sicilia da Nord a Sud. La Valle dell'Imera Meridionale più prossima al nisseno, ha sue impronte storiche di un tempo remoto, che oggi si raccontano come luogo di transito e stanzialità, di quelle generazioni che successivamente, dopo la colonizzazione delle coste, trasmigrarono.
Il territorio interno alla Sicilia, specie da qualche secolo in qua, ha offerto uno scenario socio-economico ed abitativo basato prevalentemente sull'economia contadina. Nel secolo della prima rivoluzione industriale ('800), Caltanissetta veniva ad assurgere al ruolo di “Capovalle”, da un aggregato territoriale al centro di tre antichi Valli, comprendenti i distretti di Piazza Armerina, Terranova (Gela), Girgenti (Agrigento) nel 1824 e Bivona.
Il Regno delle Due Sicilie, nel promuovere Caltanissetta Capovalle di quel territorio interno, diede l'occasione a quella Comunità, agricola-artigianale-commerciale, per trasformare la sua originaria economia, nel nascente sistema industriale già diffuso in Europa.
Il territorio dei nisseni, dall'economia agricola a pieno campo prevalentemente di grano, come percepita da Goethe qualche tempo prima, muta i suoi connotati econimici, a seguito della sua scoperta del minerale di zolfo, proiettandosi nei commerci ad ampia scala, fino a diventare capitale mondiale dello zolfo.
La storia politica che l'attraversa fino ai giorni nostri, passa dall'amministrazione monarchica alla dittatura per giungere alla odierna democrazia.
Caltanissetta, si può dire che negli ultimi tre secoli passati, ha un vissuto pre-ottocentesco, per dirla come Leonardo Benevolo, dove: “...ogni generazione tendeva ad occupare il posto delle precedenti e a ripeterne il destino”.
In quell'epoca, preindustriale e mercantile, il valore economico del suolo si riferiva alla sua sola capacità produttiva, essendo un mezzo di produzione e non altro.
Il capitalismo non si praticava ancora.
Eppure, la vita contadina doveva essere molto grama se le famiglie si allontanavano da Caltanissetta e la baronia dei Moncada con la richiesta della remissione dei debiti ai creditori, tentava di evitare lo spopolamento che c'era sia in città che in campagna.
Dal momento in cui la rendita di posizione dei terreni fa lievitare il loro valore economico e l'investimento di denaro produce altro denaro (capitalismo), iniziano tutte quelle attività di trasformazione e occupazione di suolo etichettate speculative e fino ad oggi inarrestabili. L'epoca industriale ad economia capitalistica, è anche storia corrente. L'accaparramento di suolo a fini economici ha finito per essere l'elemento dominante degli insediamenti umani. In linea generale, gli abitanti delle città, quelli che si sono potuti permettere e possono permettersi l'appropriazione di porzioni del suolo urbano a fini economici, hanno reso il territorio di ieri e di oggi, forse l'elemento più divisivo per l'umanità, e non certo favorevole alla convivenza e alla civiltà.
Il territorio di Caltanissetta, non diversamente dagli altri, rientra in questa problematica della proprietà, che pur nel suo piccolo incide come tutte le altre realtà territoriali. Avere coscienza di ciò, può significare l'inizio di un percorso virtuoso verso un'inversione di tendenza.
Pertanto, nello scenario che ci accomuna al nostro continente e al mondo intero, è lecito insistere sul recupero, per una sostenibilità ambientale diffusa. E provare sempre, come si dice nel mondo degli ambientalisti, a “pensare globalmente e agire localmente” non sottraendosi alle comuni responsabilità che sono tutte riconducibili alla sopravvivenza della specie nel nostro pianeta.


Dal Territorio Pane e Lavoro

Il territorio nisseno, ha un suo suolo agricolo esteso: tra incolto e colture prevalentemente di cereali, che resta sempre una risorsa negletta. Un suo studio per una riconsiderazione in termini moderni, diventa auspicabile al fine di ricercare diversificazioni in una possibile conversione.
Per esempio, logistica di collocazione, produzioni più intensive e/o specializzate, che si avvantaggiano dalla composizione dei terreni e/o dalle condizioni climatiche locali, spostano l'assicella dell'economia dei luoghi un po' più in alto.
Un'alternativa proponibile sta nelle condizioni che possono favorire una ripresa dell'agricoltura, per esempio, nell'organizzazione in termini produttivi e strutturali di tipo industriale, per dare risposta alla domanda sempre più frequente di prodotti biologici ma anche e soprattutto per quei prodotti tipici del clima mediterraneo. Trasporti, mercati ed energia rinnovabile, come elementi innovativi da inserire nel processo produttivo agricolo, potrebbero rinvigorire la produzione dell'agro nisseno sia in termini economici che occupazionali.
Il mantenimento al minimo della semplice vocazione agricola, senza investimenti in sperimentazioni, per esempio nella verticalizzazione dei prodotti e nella massimizzazione della produzione, entro limiti ecologici, possono rinvigorire e riequilibrare l'economia di centro Sicilia, da tempo fortemente indebolita nelle attività secondarie e terziarie.
L'attenzione sull'economia primaria, se si è accorti, può trovare un'alleanza nella vicinanza all'ambiente naturale della Riserva Naturale Orientata della Valle del Fiume Imera Meridionale come
brand di qualità per i prodotti biologici dell'area.
Dal mix risorsa naturale e territorio agricolo può venire fuori una rivalutazione di due condizioni che possono essere un vantaggio per l'economia: misconosciuta l'una (la Riserva N. O.) e negletta l'altra (agricoltura).
Nel nostro caso la Riserva non è solo natura ma è anche cultura e riferimento per le attività del tempo libero. Con il suo vasto campionario di biodiversità o le testimonianze di raro valore storico, rappresenta un altro punto di forza del nostro territorio che andrebbe messo in evidenza.
Il suo attraversare tutta la Sicilia da Nord a Sud e i ritrovamenti archeologici, sono elementi vivi che raccontano del tempo e delle generazioni vissute lungo le sue sponde. Le testimonianze museali ne sono il completamento culturale, purtroppo, non sufficientemente portato all'attenzione neanche nel contiguo mondo della scuola che opera nelle comunità del centro Sicilia.
La tutela della Valle dell'Imera Meridionale, sotto forma di Riserva Naturale Orientata, rimane un raro esempio di scelta illuminata nella conservazione di un ambiente naturale, che la città non considera.

Prima e dopo della seconda guerra mondiale, l'entroterra siciliano è tutto un pullulare, in tempi di latifondi e bonifiche, di insediamenti rurali in borghi, frazioni e masserie. Nel prosieguo, con la riforma agraria (una lotteria perdente), è tutto un volere dare peso ad una politica agricola rivolta a contadini e braccianti ma sempre tardivamente e senza mai giovare agli interessati. A quell'epoca, in centro Sicilia, con l'agricoltura sempre in crisi, l'avvento dell'industria estrattiva dello zolfo nel panorama di rivoluzione industriale, favoriva in un certo senso, l'esodo della manodopera contadina verso il lavoro in miniere.


Caltanissetta come capoluogo del più importante distretto minerario di fine Ottocento, in questa stessa Valle ha avuto anche il passaggio di un'umanità che ha fatto la storia delle miniere. Una borghesia che dai profitti dello zolfo ha tracciato un'urbanistica della città relativamente corrispondente ai tempi, e un proletariato che ha scelto di vivere pur nella paura dell'infortunio e della morte, per un salario relativamente più certo, abbandonando la più insicura (economicamente) misera vita contadina.

Da oltre metà dell' Ottocento e oltre mezzo secolo del Novecento Caltanissetta con l'estrazione e i commerci dello zolfo ci ha vissuto. I padroni dello zolfo latifondisti, prima che la legge sottraesse la proprietà del sottosuolo al latifondo, hanno sfruttato a piene mani il sottosuolo. I minatori in quel contesto senza diritti, hanno continuato ad essere schiavi, come erano prima nella condizione di contadini. I padroni di miniere che affiancarono e soppiantarono la borghesia e la superstite nobiltà, furono anche figure come il gabellotto, il campiere, il soprastante ecc. insomma rappresentanti di quella mafia che dalle campagne prendeva anche possesso e si allargava verso le miniere.
L'ultimo periodo di vita delle miniere, prima che lo zolfo perdesse la sua competitività sul mercato, venne gestito da Società minerarie e Istituzioni. Con queste gestioni, l'impiego della manodopera cominciò ad essere più attento alla condizione di lavoratore, ed i minatori poterono rivendicare i loro diritti.

La diversa conduzione delle miniere pur foriera di sperimentazioni nel settore estrattivo fu costretta a rinunciare alla produzione del minerale per la comparsa sul mercato dello zolfo a minor costo.
Di tutto questo, vi è un solo lascito per la memoria dei nisseni: una coesione dei minatori mai vista prima, nella precedente condizione di contadino. Gli zolfatai, in massima parte già braccianti agricoli, nella condizione di zolfatai, avevano trovato nella solidarietà un punto di forza nelle lotte sindacali sulle contrattazioni: spesso di rivendicazione salariale e di sicurezza in miniera.
Giuseppe Cancemi


Continua...

giovedì 22 marzo 2018

BELLUNO: ATTENZIONE AGLI ALBERI !



Nell'annunciata potatura, il Comune si ricordi del patto dei Sindaci 
(riduzione dell'anidride carbonica)

La questione degli alberi non è solo locale e Italia Nostra se n'è accorta.
Ci risiamo. Ogni anno il Comune, comunica il consueto taglio degli alberi presentandolo come potatura, diventata oramai anche abbondante capitozzatura tout court, come giustificato intervento di manutenzione del verde cittadino. Via Tiziano Vecellio, nella comunicazione ufficiale del Comune, viene indicata anche come luogo per una revisione della “salute” degli alberi e una “messa in sicurezza”, che potrebbe significare, anzi significa: taglio delle malcapitate piante che risulteranno non “sane” e/o non “sicure”. A costo di fare “peccato”, come diceva Andreotti: “quando si pensa male spesso si indovina”, questi annuali tagli a noi sembrano contraddire la legge n. 10/2013 che si richiama al protocollo di Kyoto per la qualità dell'aria. L'importante funzione naturale e decorativa che svolgono gli alberi, ha sicuramente un costo ma la ricaduta in benefici è alta. La vivibilità in termini di ossigeno e l'immagine del verde che arreda, sono elementi che mantengono alti salubrità e profilo della città.
Ricordo all'occorrenza, che Belluno non ha, per esempio, ancora fatto il censimento degli alberi monumentali e la Regione non si è ancora attivata con i suoi poteri sostitutivi, al fine di garantire la tutela delle essenze monumentali in loco.
Temiamo che Belluno, di questo passo, anno dopo anno sta perdendo la sua identità di città giardino (niente a che vedere col pensiero di Howard delle "Garden city"). E allora viene il sospetto che è già stato avanzato da tempo: non sarà che con l'abbattimento sistematico degli alberi si vuole ridurre nel bilancio comunale la relativa spesa della manutenzione?
Sarà scelta economica di una qualche valenza, ma non certamente una scelta di “salute” e di mantenimento del complessivo decoro urbano, per i cittadini.




Giuseppe Cancemi

sabato 1 luglio 2017

Il PIAVE MORMORO'...


Per tutti in Italia, appena minimamente si accenna al Piave, per riflesso condizionato, la mente corre al Fiume Piave e al breve motivetto di un canto, che tutti conosciamo,Il Piave mormorò: Non passa lo straniero!”. Ma di questi tempi, nel bellunese, non è il ricordo nostalgico di una storica rimembranza, che i quotidiani locali rimbalzano, ma piuttosto l'assurdo ulteriore sfruttamento del Piave e dei suoi affluenti. Non utile, ma molto più facilmente dannoso. Siamo all'ennesima notizia che vuole l'ecosistema Fiume Piave trascurato dalla politica e usato in dispregio della storia e dell'ecologia.
Il Piave, non diversamente degli altri fiumi italiani, con il suo insieme di biocenosi e biotopi, è una preziosa risorsa naturale di biodiversità. Lo testimoniano la moltitudine di Siti di Importanza Comunitaria (SIC) e Zone di Protezione Speciale (ZPS) di Rete Natura 2000.

Monumento al Fiume sacro della Patria
Non di meno, così per ricordare, è anche luogo e memoria storica di battaglie della Grande Guerra, combattute sulle sue sponde che lo consacrano come: “Fiume sacro della Patria”.

Insomma, siamo in presenza di un grande Fiume italiano la cui labile tutela apposta dalla legislazione ordinaria è stata travolta da un Decreto Lgv. (387/2003) di recepimento della direttiva 2001/77/CE, mosso da fini di importanza planetaria (diminuzione delle emissioni di CO2) ma insignificante per il contributo alla nobile causa e pericoloso come deroga, che può agire in dispregio delle tutele per l'ambiente faticosamente prima conseguite.
Il citato decreto, nelle sue finalità, raschiando il barile, per potere recuperare ancora un po' di energia da fonti rinnovabili: “favorisce”, nei fiumi, la “microgenerazione elettrica... per gli impieghi agricoli e per le aree montane”. E siccome è accompagnato da incentivi economici, diventa un'attrazione “predatoria” per l'ecosistema Fiume, svalutandolo ulteriormente e smarrendo l'utilità del “Pacchetto Clima-Energia” alla base dell'utilizzo delle energie rinnovabili.
Fiume Piave
Chi si è accorto del problema, che si stava cioè esagerando nello stressare l'ecosistema Piave è stato, nel nostro caso, il movimento Acqua Bene Comune. Un largo strato della società civile, con numerose sigle di adesione dell'area bellunese e 7000 firme, sollecitato dal solito impulso NIMBY (not in my back yard) che in italiano vuol dire: “non a casa mia”.

Il Comitato ABC, non ha mancato di ingaggiare una lotta con il potere costituito mediante vari ricorsi di cui anche uno a livello di Commissione europea, non trovando negli enti autarchici, per primi, una risposta soddisfacente e risolutoria che arrestasse l'assalto alla diligenza. Insomma, ha cercato di affrontare la questione in termini politici, giurisprudenziali e di diritto, a mio modesto giudizio, però il problema per la sua complessità mi fa propendere maggiormente e soprattutto per la questione politica che nasce dalle scelte energetiche per un futuro CO2 free.
Ma allora cosa è possibile fare per non arrivare a lotte lunghe che si possono radicalizzare o fare ignorare i più elementari rapporti di democrazia/dissenso?
Credo che si debbano investire le parti politiche che possono incidere nelle decisioni di Governo e comunque arrivare a decisioni che ascoltino il territorio.
In primis, per non sottrarsi ad un impegno come il post Kyoto, che obbliga moralmente e non solo moralmente a contrastare le emissioni di gas serra, ma anche per rimuovere il sottile ma continuo danno ambientale che incombe sul Piave, il quale può diventare un detrimento irreversibile.
Il Pensare globale e agire locale” in un così vasto interesse d'area diventa un obbligo. Il Piave, assaltato da impieghi non compatibili, con il suo ecosistema va difeso e non solo per interessi locali ma soprattutto per interesse collettivo: italiano.
Le motivazioni da spendere per confutare la scelta di utilizzare le cosiddette centraline nel Piave per ridurre le emissioni di CO2, complessivamente, stanno nella Strategia Energetica Nazionale (SEN 2017) del 12/6/2017, e nella sperimentazione di due progetti (Politecnico di Torino ed ENEA), in termini applicativi, per lo sfruttamento energetico delle onde marine.
Mezzo di sperimentazione - Politecnico di Torino ed  ENEA

Le tecnologie del pendolo e del giroscopio (Iswec e Pewec) sono pronte per le turbine che possono sviluppare potenze idroelettriche dai 17 a 2 kilowatt nei nostri mari più vicini. Con le onde della costa di Alghero, per esempio, in un'area di un kmq, si può ricavare un'energia per 42 mila abitanti. Il potenziale di 8000 km di coste italiane non è male per un futuro che punta a nuove e più economiche energie rinnovabili.
Basta fare notare alla politica che queste altre soluzioni, più importanti, riconosciute come energia blu del mare, anche dal punto di vista dell'economia e dell'occupazione, sono il futuro.
Altro motivo che rende inutile l'incentivare le discutibili centraline sono i dati. L'Italia nel suo SEN 2017 rivendica, rispetto ad altri Stati europei, di avere raggiunto l'obiettivo 20-20-20, previsto per l'anno 2020, già nel 2015.

Forse un'autorità di bacino autonoma che si occupi del solo Piave è richiesta. Un approccio integrato per l'ambiente antropizzato, e non, del Piave, dovrebbe poter ricomporre la moltitudine di competenze e di frammentazioni in quell'unicum del paesaggio fluviale che compone il solco naturale del Piave.
La politica dunque, quella locale prima, per essere più presente nella società, si deve adoperare nell'intento di creare condizioni e strumenti, per evitare che i conflitti diventino un fine.
Nel nostro caso, prioritariamente, si può e si deve chiedere presto al Governo, la rettifica del DLgs 387/2003, strumento che rappresenta il vero motivo della corsa alle famigerate centraline, affrontando nel contempo, i temi della tutela dell'ambiente e della promozione culturale del sistema fluviale Piave.

Giuseppe Cancemi 

domenica 22 gennaio 2017

Belluno: trasloco del Museo civico da Palazzo dei Giuristi a Palazzo Fulcis





QUALE SARA' IL DESTINO DEI BENI 
ARCHEOLOGICI 
ESCLUSI DA 
PALAZZO FULCIS?



Nel 2010 con la rozza frase: «con la cultura non si mangia» un ministro della Repubblica italiana giustificava alcuni tagli sulle attività culturali. Frase subito contraddetta da Famiglia Cristiana: “CARO MINISTRO, LA CULTURA È RICCHEZZA.” Dimostrando con uno studio, presentato a Firenze, che: “Ogni euro investito ne produce 2,49”.
Nel 2015, se mai ce ne fosse stato bisogno, la Conferenza internazionale dei Ministri della Cultura dei Paesi presenti ad Expo, con lo spot “Cultura, cibo per la mente” smentiva ulteriormente lo scivolone italiano precedente.
Quel dire e smentire il ruolo della cultura, proveniente dai “piani alti”, nei fatti di tutti i giorni ogni tanto riecheggia, e non si sa se per ignoranza e/o malafede di qualcuno. Resta comunque sempre inaccettabile, specie per il nostro Paese che ha il più alto patrimonio di beni culturali al mondo.
La poca attenzione verso i beni culturali la si può leggere anche nel sito regionale del Veneto. L'ampolloso Catalogo dei Beni Culturali mostra solo un database semivuoto. A livello locale la classe politica, che dovrebbe essere più vicina affettivamente, alle testimonianze che rappresentano le più prossime “radici”, non esercita il proprio orgoglio annoverando tra le principali risorse della comunità: i beni culturali.
Non è raro che le amministrazioni locali percepiscano l'insieme dei beni culturali, per i suoi costi di gestione e manutenzione, come voce di bilancio solitamente in deficit. E invece non lo è!
Quel disavanzo apparente, nel calcolo dei ricavi, trascura il valore intrinseco di attrattività (tra materiale e immateriale) del bene in sé, la parte fondamentale non monetizzabile.
Belluno per vocazione è una città turistica e culturale. Per questa attitudine un nuovo museo è pronto presso Palazzo Fulcis per accogliere tutto quanto stava nel Palazzo dei Giuristi. Un buon segnale si direbbe, date le considerazioni già espresse, ma per gli Amici del Museo di Belluno e Italia Nostra non lo è perché i reperti di archeologia ne restano fuori.
La ricollocazione dei reperti archeologici in altro Museo (Bembo?), di la da venire, pone qualche perplessità. Non si sa dove saranno “parcheggiati” detti reperti e si teme che, nell'attesa, vadano a finire altrove. La “disinformazione”, espressa dall'Assessora nei confronti di chi ha paventato queste fondate preoccupazioni sullo“sfratto” dei beni archeologici, se c'è stata e se permane, non è certo da attribuire al cittadino sovrano ma piuttosto a quel potere legale che si arroga anche il potere reale.
Ma tornando all'oggetto, che nel nostro caso si riferisce ai beni archeologici, per avere contezza di ciò che stiamo parlando, si elencano qui di seguito quei reperti di conoscenza pubblica sistemati nel portico d'ingresso e a piano terra e gli altri allocati a Palazzo dei Giuristi, Palazzo Crepadona e Auditorium comunale:
  • Sepoltura di un cacciatore - pietre dipinte in ocra rossa - rinvenimento in Val Cismon (12.000 anni fa)
  • Fibule, coltelli, oggetti di bronzo dell'età del ferro, rinvenuti nella necropoli di Cavarzano e aree vicine Numerosi reperti di età romana e dell'alto medioevo
  • Corredo tombale di epoca longobarda rinvenuto a Mel
  • Corredo tombale di epoca longobarda rinvenuto a Sospirolo
  • Lapidario romano, ospitato nell'androne del vicino Auditorium comunale
  • Base in pietra calcarea del Cansiglio, inizio III sec. d. C. Dedicata a Marco Carminio Pudente
  • Stele funeraria, del II sec. d. C. Di Tito Sertorio Proculo; Sarcofago di Flavio Ostilio e di sua moglie Domizia, del III sec. d. C. ospitato presso il Palazzo Crepadona.
Allo stato dei fatti, per finire, con un minimo di spirito civico si potrebbe suggerire al Comune, con buona pace per tutti, di catalogare i reperti rimasti fuori dal Palazzo Fulcis, magari con l'aiuto degli studenti di liceo non senza vantaggi per entrambe le componenti: committenza (conservazione per studio e memoria) e realizzatori (crediti e alternanza scuola-lavoro).

Giuseppe Cancemi




ADDENDUM


Mi permetto di rilevare, che l'articolo di stampa del GAZZETTINO, qui a fianco riprodotto, sfiorando appena l'essenza del mio dire, ne travisa i termini della mia comunicazione.
Si "appiattisce",  su un taglio di cronaca local-popolare, non rilevando l'accento posto sulla scarsa considerazione che la politica ha, in senso lato, nel nostro Paese, nei confronti dei beni culturali. 
Siccome criticare è facile e proporre meno,
per chi vuole vedere il bicchiere mezzo pieno, il pezzo chiude col mio consiglio di catalogare quei beni esclusi. Meno male!

Per chi, invece, vuole vedere più lontano, sapendo che le calamità (terremoti, frane, slavine, etc.) non avvisano, basta mettere al sicuro, con la catalogazione locale, non solo i beni archeologici ma anche ogni altro bene.
Un dettagliato archivio informatico (foto e informazioni), potrebbe essere un serio modo di preservare la memoria storica, la traccia antropica di una Comunità: remota e futura.

www.gcancemi.blogspot.it










Confesso che le ultime note che sono apparse sul Gazzettino che in minimissima parte mi coinvolgono mi inducono ad una supplementare riflessione che riporto.

Le perplessità espresse da un comune cittadino a sostegno della diffidenza dichiarata a mezzo stampa (Gazzettino, 11/12/2016) da due autorevoli associazioni verso una scelta di conservazione di beni comuni quali quelli archeologici, non chiara, non è una “eversione” da cui prendere le distanze. Capisco che le salottiere rivendicazioni, un “detto tra noi” non postulano chiarimenti. Comunque, senza tema di ulteriore smentita posso assicurare che la mia uscita, basata su comune informazione di stampa, voleva essere semplice scambio dialettico utile e salutare per il rapporto tra istituzioni e cittadino, per la democrazia. Nel merito, il trasloco del museo che lascerà i reperti di archeologia nel Palazzo dei Giuristi fatto dell'Assessora, nulla da eccepire. Ma si possono avanzare dubbi e ulteriori chiarimenti? Per esempio, la promessa di farci rivedere nel vecchio museo ancora i reperti di archeologia e la successiva loro collocazione presso il Palazzo Bembo, che tempi avranno? A giudicare dalla rimozione dei pezzi che facevano bella mostra all'esterno del museo, si può legittimamente pensare che i tempi non saranno brevi?
La rassicurazione che la catalogazione dei reperti esiste già mi sembra una buona notizia. Peccato, però, che non sia facile trovare traccia di detta ovvia catalogazione nei siti internet deputati. Per ricordarlo a me stesso, la catalogazione nazionale - regolata dall’art. 17 del Codice dei beni culturali e del paesaggio  (d.lgsvo 42/2004 s.m.i.) al comma 4, individua negli attori del processo di catalogazione oltre che il Ministero, le regioni e gli altri enti pubblici territoriali.

Può il Comune pubblicizzare in quale archivio si trovano tutte le informazioni su catalogo circa i beni culturali ritrovati nel territorio di Belluno?
















http://corrierealpi.gelocal.it/belluno/cronaca/2016/12/18/news/le-opere-traslocano-e-l-ex-museo-civico-finisce-in-vendita-1.14583103

sabato 19 novembre 2016

BELLUNO e la moria degli alberi


INARRESTABILE TENDENZA ALLA DECIMAZIONE DEGLI ALBERI DEL CENTRO STORICO

  Abbattuti gli ultimi tre alberi superstiti di Piazza Piloni/via d'Incà. Due appena all'ingresso del Parco città di Bologna e l''ultimo appartenente all'alberatura ornamentale che affianca l'Ufficio delle entrate già Convento dei serviti.

Via d'Incà: albero superstite prima del taglio

Anche questo abbattimento fa parte di una discutibile scelta politica, che da un paio di lustri a questa parte, con motivazioni pretestuose, caratterizza una “mano pesante” sulla manutenzione degli alberi. Quel filare di essenze che costeggiava un antico reperto storico oltre ad essere un ornamento, svolgeva alcune importanti funzioni come la riduzione dell'inquinamento acustico e atmosferico e una contribuzione al risparmio energetico con il suo raffrescamento passivo contro la calura estiva, facendo da schermo all'irraggiamento solare.  Può darsi che nella manutenzione del verde pubblico, qualche albero debba essere per necessità tagliato, ma è molto strano che in una città come Belluno, un centro città giardino, in poco tempo venga privato, sistematicamente, di parte del suo patrimonio verde accumulato in non pochi anni. 

Albero di via San Lucano prima della sparizione
 silenziosa

Solo quest'anno, la città ha visto sparire, in silenzio, uno storico maestoso albero come quello di via San Lucano, che faceva da immagine di primo piano all'orizzonte sul Piave. Altri in via Cavour, allineati lungo il marciapiede, uno sì e uno no, sono stati anch'essi tagliati non senza un qualche altro ritocchino arboreo eliminativo nella piazzetta della Fontana di via Santa Maria dei Battuti. 





Coppia di alberi presenti in
 Piazza Piloni  prima del taglio


Noto una grande contraddizione tra la cultura bellunese dal pollice verde, di lunga tradizione, per mantenimento e sviluppo del patrimonio naturale verde  e l'attuale tendenza a diminuire drasticamente tale eredità.  Non sembri strano, ma anche la recente legge nazionale n. 10/2013, coincide con la vivibilità degli insediamenti segnati dal verde, così come mostra l'eredità urbana bellunese. Per la verità non sappiamo cosa finora ha fatto anche il Comitato per lo sviluppo del verde pubblico presso il Ministero dell'ambiente, che avrebbe dovuto monitorare l'attuazione della legge.

Registro anche un grande silenzio per questo scempio di immagine urbana oltre che di depauperamento, ma non mi stupisce. Già altre occasioni di attacco ai diritti di cittadinanza come salute o perdita costante di identità del centro storico, fanno girare dall'altra parte organizzazioni, partiti e habitué locali della protesta fine a se stessa.

Eppure, una controtendenza pervicace, forse per motivi che non sappiamo, si ostina ad avversare perfino gli obblighi di legge come quello di mettere a dimora un albero (dal 2014 in poi) per ogni, anagraficamente, nuovo nato o adottato.

Il fine mandato amministrativo di Belluno per scadenza naturale, comunque,  è prossimo, e un paio di mesi prima sapremo meglio e di più, anche su tutto il bilancio arboreo come atto dovuto verso i cittadini al termine di mandato. 

Resta in ogni caso l'amaro in bocca, per questa tendenza che sembra inarrestabile a Belluno. Si eliminano sistematicamente, con protervia quegli alberi che da sempre hanno fatto parte del patrimonio naturale e dell'immaginario collettivo di verde urbano in un tutt'uno con la città storica.


Giuseppe Cancemi


IL GAZZETTINO

pagina di Belluno


Rilevo che l'essenza Paulownia tormentosa in media vive 150-200 anni. 
E la vista sul Piave, come skyline visto dalla via San Lucano, non rimane come una tesserina mancante  dal puzzle che riguarda l'identità di Belluno?


venerdì 8 aprile 2016

BELLUNO, gli alberi di Via Cavour

ALBERI, tagli annunciati


Di alberi dal 2012 a Belluno ne sono stati abbattuti abbastanza. Sono cadute piante ornamentali che, oltre a svolgere il loro ruolo più elementare di mitigazione del clima estivo e di conversione dell'anidride carbonica in prezioso ossigeno, “arredavano” e segnavano il riconoscimento dei luoghi. Alle lamentele di qualche cittadino per una “moria” arborea spinta, apparentemente inspiegabile, veniva data una giustificazione “tecnica” di opportunità e prevenzione per malattia delle piante e/o rimozione del pericolo per pubblica incolumità. Tutto normale. Chi amministra la città sa e fa e gli amministrati non sanno e debbono solo condividere obtorto collo. Da qualche giorno sono iniziati lavori di straordinaria manutenzione dei marciapiedi e si è iniziato con l'abbattimento di alberi. Il Sindaco, giustamente, mette le mani avanti e a mezzo stampa fa sapere che l'abbattimento delle piante, appena iniziato in via Cavour, rientra nella necessità di eliminare l'invasivo apparato radicale, presente su tutto il marciapiede, e dunque causa della sua sconnessione. 
A spanna quell'alberatura di via Cavour deve avere superato una trentina di anni o poco più. Questa datazione mi induce una semplice osservazione: quelle essenze arboree con quale criterio sono state messe? Sono state piantate mediante un progetto firmato da accreditato professionista o sono il risultato di una piantumazione così tanto per mettere degli alberi? Comunque, anche un semplice giardiniere avrebbe saputo che un albero per il luogo di impianto va scelto anche in base all'apparato radicale. Sappiamo tutti che nei marciapiedi e nei cimiteri, per esempio, vanno evitati alberi con radici fascicolate. Di solito, infatti, sono le essenze con radici fittonanti le più utilizzate nei viali alberati a scopo decorativo, architettonico, ecc.. 
E' il caso di dire: alberi sì ma non a c...o

E' strano come sia accaduto che solo oggi ci si accorge degli alberi non idonei al marciapiede di via Cavour impiantati in un periodo in cui la pratica urbanistica sarebbe dovuta essere quella tecnica prima e contrattata dopo, dunque sottratta all'empirismo delle opere pubbliche del capo mastro. Ma si vede che così non è stato e il tempo lontano (relativamente) forse, non ci permette di conoscere le eventuali responsabilità. Viene da chiedersi: ma il danno dell'abbattimento di alberi maturi, del marciapiedi da rifare e dell'impianto di nuove essenze arboree è o non è un danno erariale?
Il Sindaco promette il reintegro delle piante con il rifacimento del marciapiede e va bene. Ma questa volta, esiste un progetto dettagliato di opera stradale che comprende la piantumazione di alberi secondo criteri tecnico-scientifici o/e se si vuole estetico-architettonici o siamo alle solite riparazioni casarecce che ci faranno in un futuro prossimo malignamente dire: “pedo el taccon chel bus”?

A parte la facile battuta, il Comune, pur nelle mille difficoltà che incontra per la gestione della città, però, non può e non deve solo inseguire alla bisogna i guasti. Dedicare alla manutenzione anziché al nuovo parte delle previste risorse di bilancio è più saggio. Prevenire con una puntuale manutenzione programmata riduce i costi e mantiene i servizi sempre in piena efficienza. I cittadini si fidano, ma questa volta in tempi di internet, il primo cittadino faccia in modo che tutti possano vedere i progetti a partire da questo di via Cavour. Con l'occasione, il Sindaco, faccia anche sapere, visto che la sua amministrazione volge alla scadenza, quanti alberi sono stati messi a dimora per ogni nuovo nato o adottato durante il suo mandato. I bellunesi apprezzeranno sicuramente. 

Giuseppe Cancemi



APPENDICE DEL GIORNO DOPO (11 aprile 2016)

Dai lavori che prevedono l'abbattimento degli alberi in via Cavour, a giudicare dai luoghi, i conti non tornano. Lo scenario che attualmente si presenta appare con alberi abbattuti alternativamente, con una logica distributiva quasi geometrica, che lascia intuire più a un diradamento che non ad una soluzione, alla lettera, radicale. Si è scelto di eliminarli, uno sì e uno no, tutti in fioritura, e non senza abbondare sui sì. Sembrerebbe, che gli alberi graziati hanno un qualche merito per essere stati risparmiati. In compenso, è stata regalata ai ceppi rimasti una rifinitura da “figaro”. 



Eppure ricordo di avere letto che le piante da eliminare, causa del dissesto rilevato, rientravano in un “progetto di rifacimento”. Bene! Allora perché il taglio assomiglia più ad un diradamento che non ad una radicale sostituzione delle attuali piante con altre a radici fittonanti? Si vuole, forse, mascherare un'ennesima azione demolitrice di piante a Belluno, che sembra appartenere ad un ragioneristico disegno di riduzione delle spese nella voce a bilancio destinata alla manutenzione?


UDITE, UDITE... cosa dice il Dirigente comunale in merito alla questione verde pubblico