sabato 16 settembre 2017
Belluno e la riqualificazione 2
giovedì 7 settembre 2017
Belluno e la riqualificazione 1
PIAZZA CASTELLO: I SEGNI DELLA RIQUALIFICAZIONE
Dei lavori di Piazza Castello che sono
stati discussi giorni fa, non vi è stata eco, come solitamente
accade non appena si manifestano i segni di un cambiamento in città.
Da un rigoglioso giardino, anche se un po' trascurato, siamo passati
ad uno spoglio anonimo angolo in piazza Castello, dal terreno
circostante incolto, al momento, e un tratto di marciapiede in terra
battuta (dai cittadini in transito!). Quel cantiere a cielo aperto e
non altro ha destato un qualche disappunto che si è smorzato presto.
Chi non ha trovato apprezzabile quel lavoro, citando lo spirito
dell'originario progetto
dell’architetto bellunese Alpago Novello
è stata una nota associazione nazionale. Chi, invece, ha provato a
difendere la nuova immagine è stato un altrettanto noto, localmente,
ex consigliere comunale di passate amministrazioni. Ma in ogni caso
stiamo parlando di un'opera di "riqualificazione del centro
urbano" con finanziamento comunitario.
Effettivamente,
l'immagine che ha adesso quella piazza delude la fondante idea
progettuale d'insieme che intendeva fondere compositivamente,
l'immagine dei resti dell'antico castello animata da un giardino,
con il palazzo delle poste, espressione della cultura architettonica
del razionalismo italiano del ventennio fascista.
La cosiddetta
riqualificazione non è certo il massimo, e con l'attuale aspetto
spoglio non sembra rafforzare la qualità delle funzioni, come
promette il cartello di cantiere, con in bella mostra la scritta
Regione Veneto e a seguire: l'Unione Montana e poi i comuni di
Belluno, Ponte nelle Alpi e Tambre tutto a spese di un
cofinanziamento europeo. Insomma, sembrerebbe che l'opera per il
largo coinvolgimento della committenza e dei tecnici realizzatori
debba rappresentare il risultato di un impegnativo progetto condiviso
e partecipato. I dati però, nessuno me ne voglia, non sembrano
accordarsi con le premesse.
In meno di 100 mq
di superficie, con dei ruderi che occupano un terzo dello spazio e
due terzi sono di nudo terreno, udite... udite sono impegnati 10
diversi fior di professionisti (tra architetti, ingegneri e un
geologo). Il budget per i lavori è di 773 mila euro come dire 8-12
mila euro per mq.
L'opera,
sorprende anche, per la sospettosa "scacchiera" in ferro
arrugginito prospiciente il rudere, comparsa in questi giorni, che
sembra già degradata prima del tempo. Ma nessun patema, tutto sotto
controllo. Trattasi di un materiale di moda che alcune città
mostrano già da qualche tempo (Spagna, per esempio) per fioriere,
opere d'arte e altri oggetti che si pensa debbano durare nel tempo.
In fondo questo materiale, può sembrare discutibile, forse, per un
nostro retaggio da immaginario collettivo che in tutti questi anni ci
ha fatto percepire la ruggine come indiscutibile segno di decadimento
dei metalli ferrosi. Ma questo Cor-Ten (così si chiama) è un
metallo brevettato per resistenza meccanica e durabilità nel tempo.
L'ossido temuto, in questo materiale, si arresta in superficie e ne
impedisce la conosciuta corrosione del ferro.
Comunque,
l'immagine di un piccolo gradevole giardino, che a distanza di un
anno dall'inizio dei lavori, con quello che costerà alla
collettività, nel suo apparire un cantiere fantasma che si trasforma
lentamente, senza lasciare trasparire dove sta la “riqualificazione
degli spazi urbani”, non si può sottacere.
martedì 5 settembre 2017
Caltanissetta e le facili demolizioni
ATTENZIONE ALLE DEMOLIZIONI FACILI!
Mi chiedo e chiedo, che fine farà l'ex distributore di via Sallemi (incrocio "Grazia") la cui forma architettonica, da non sottovalutare, ricorda opere importanti come la stazione Termini di Roma o lo stadio di Padova e altri ancora sempre per l'ardita pensilina?
Non potrebbe essere restaurato e reso fruibile, per esempio, per la pro loco di Caltanissetta, come reception?
Non potrebbe essere restaurato e reso fruibile, per esempio, per la pro loco di Caltanissetta, come reception?
E
LE ISTITUZIONI STANNO A GUARDARE
Ecco
che ancora una volta si presenta alla comunità nissena un altro
immobile che nell'immaginario collettivo rappresenta un pezzo di
storia della Città. Gli anni cinquanta di quel distributore, sono
per la città quelli che oggi si ricordano come gli
anni
del boom economico. Peggio ricordati, più tardi, come quelli de "le
mani sulla città", mutuando il titolo del noto film di
Francesco Rosi. A quel tempo la Soprintendenza non esisteva e i primi
scempi si sono fatti nella via delle Medaglie D'Oro, a scendere verso
il cimitero, e in via Re d'Italia, con insensati diradamenti.
L'istituzione della Soprintendenza, fortemente richiesta da Italia
Nostra, di qualche decennio fa, è servita sì a disciplinare (molto
moderatamente) gli interventi sul centro storico degli anni a
seguire, ma non li ha arrestati. Nel frattempo il Comune, con il suo
immobilismo proverbiale ha lasciato che il cuore della città si
degradasse giorno dopo giorno.
Siamo
oramai agli scampoli. Le ultime tracce, di un vissuto che racconta,
vengono facilmente cancellate e mentre si compiono gli ultimi scempi
le istituzioni stanno a guardare. Il Comune non esercita il suo
potere di discernimento e la soprintendenza, nel silenzio ufficiale,
lascia solo trapelare un "vorrei ma non posso".
Un
occhio al PRG vigente per conoscere se il "casotto" è
compreso in zona A, diventa un'impresa impossibile. Le planimetrie
sono illeggibili. Non posso fare a meno di notare che la trasparenza
dei rispettivi siti di Comune e Soprintendenza ha un basso livello.
Non a caso "la Bussola", che non è quella nota dove
cantavano le star degli anni '60, ma quella della trasparenza dei
siti web delle PA per entrambe le istituzioni: una non la conosce e
l'altra quasi. Per il Comune diciamo che la trasparenza, ai fini del
Decreto legislativo n.33/2013, è al 5% degli adempimenti di
rispondenza, pari a 4 su un totale di 68, mentre la Soprintendenza è
totalmente sconosciuta. Entrambi i siti, in perfetta sintonia di
disprezzo per l'utente della città: "io so io e voi non siete
un c...o".
Chi
si dovrebbe occupare della tutela delle cose immobili, compreso
l'esame di tutte le questioni urbanistiche relative ai piani
regolatori, facendo trapelare che non sono trascorsi i canonici 50
anni per potere vincolare il bene, dice il vero. Trascura però,
l'istituto del vincolo indiretto che tutela
anche i caratteri del contesto.
Infatti,
assicurando attraverso le prescrizioni anche le aree e/o gli edifici
circostanti, che possono non essere necessariamente confinanti,
si mantiene
quell'integrità, quella prospettiva, quella luce che unitamente alle
condizioni d'ambiente tutelano il complessivo decoro di un luogo che
ha carattere storico.
Il
Comune, la cui attività non sembra essere quella di motu proprio ma
sempre per iniziative di altri, nel nostro caso un decreto
ministeriale che intima la bonifica di un sito, non sembra volersi
assumere alcuna responsabilità del soprassuolo.
Due
istituzioni, stessa voglia di non impelagarsi in qualcosa che poi,
alla fine, potrebbe dare alla città un segno di speranza.
Giuseppe Cancemi
Giuseppe Cancemi
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venerdì 28 luglio 2017
Belluno, quale buon governo
LA GIUNTA MASSARO 2.0 AI BLOCCHI DI PARTENZA
In una favola si potrebbe concludere: e tutti
vissero felici e contenti!
Mediocrità a parte, di un'ordinaria
amministrazione e di una vivibilità apparente, non tutti forse hanno
notato che la città possiede una promettente vocazione turistica,
soprattutto per il suo centro storico. Nel corso del quinquennio,
l'identità di Belluno per scelte di utilizzo del centro storico, ha
perduto quell'appeal di luogo della memoria, per fare posto a
continue sagre paesane di dubbio gusto e sempre più invadenti.
L'inquinamento acustico e atmosferico in centro storico è di casa.
Alla faccia di un piano di classificazione acustica del 2007 e di due
centraline che misurano "la febbre" senza mai occuparsi
della causa. Inquinamenti vari, writer, scorribande notturne
corroborate dall'alcol, hanno scacciato il silenzio notturno, la
buona educazione e mortificato il luogo dove aleggia il "genius
loci" lasciato dal vissuto delle passate generazioni. Tutto
materializzato, degradato, volgarizzato per "schèi
", a favore di pochi commercianti del salotto buono di città.
In quel salotto, per chi non lo sapesse, ci vivono maggiormente gli
ultimi resistenti, che non hanno spostato la propria residenza in
periferia, per motivi anagrafici. Quegli anziani, che con un centro
storico a misura d'uomo, meglio si ritrovano per i loro limitati
spostamenti. E invece ecco, che nel corso di quest'ultimo quinquennio,
si sono fatte ritornare le auto, si fanno raduni motoristici con auto
e moto, molto inquinanti, si lascia spazio ai vandali, si fa occupare
sempre più spazio pubblico per pochi spiccioli. Per non parlare
degli abbattimenti di alberi in via d'Incà e in ogni dove per pochi
stalli. Il Sindaco, grazie al suo trascorso politico, si presenta
bene anche nelle scelte che promette di fare. Ma il suo ultimo
mandato, che lo ha visto protagonista di cose importanti come la
firma del cosiddetto patto dei Sindaci 20_20_20, che in soldoni
significava contribuire su scala mondiale all'abbattimento di CO2,
responsabile del clima di cui ci lamentiamo, non sembra avere avuto
un seguito. Ma forse, non è passato il messaggio di ciò che è
stato fatto in proposito. Male! Se non si conoscono tali importanti
realizzazioni, dove stanno trasparenza e partecipazione tanto
decantate? Per un democratico, lo ricordo per me stesso, trasparenza
e partecipazione non sono le pubbliche affissioni nell'albo del sito
o nella bacheca comunale, come atto formale, ma un vis à vis
più diretto con i
cittadini.
Anche i 18 milioni sbandierati per la
rigenerazione urbana, sono ancora solo uno spot pubblicitario. Hanno
però il merito, di avere attinto un finanziamento fino all'ultimo
centesimo del tetto massimo di bando. Ma sono ancora una promessa.
Il primo finanziamento si è fermato al 24° posto e Belluno si trova
al 50°. Eppoi, i progetti relativi a questo finanziamento
considerano l'opportunità di un rinnovo sia sociale che urbano tipo
social housing?
Un'ultima
cosa, ma non l'ultima, nella presentazione del documento
d'insediamento, a proposito di inclusività, è l'accessibilità per
tutti in città che sembra mancare. Nell'idea di città di questo
secondo mandato non si vede proprio quell'accessibilità integrata
che inizia dalle barriere architettoniche.
Non è pensabile, infatti, che Belluno sia in grado di ospitare, in occasione dei suoi consigli comunali, dei circa 37 mila cittadini, solo un millesimo di essi. Ma il peggio è che chi ha problemi, per patologie varie, viene escluso. La chiamata che esiste, per superare il dislivello tra la strada e la sala consiliare, serve a poco. Nessuno, per esempio, per patologie cardiache si farebbe trasportare su in braccio.
Per
chiudere, rivolgerei al Sindaco una sommessa mia valutazione del suo
target, che è questa: i suoi obiettivi, per un nuovo governo della
città sono buoni, ma per meglio concretizzarli dev'essere scelta la
via della condivisione, ricercata. Solo così le sue scelte
politiche potranno restituire alla città, a partire dal centro
storico, quell'immagine identitaria che nel comune intendere è: la
bellezza.
Giuseppe Cancemi
domenica 16 luglio 2017
Belluno e il dopo elezioni comunali 2017
Prospettive per una città che ha imparato a camminare da sola
Io, di Belluno, mi sono fatto un'opinione. Penso che un commissario prefettizio per governare la città basta. Amministrare secondo legge e lasciare svolgere tutto quanto alle persone preposte che operano in Comune è un'ordinarietà che regge. In fondo è un po' quello che abbiamo visto in questi anni. Il merito di una città con qualche lode e senza infamia appartiene ai cittadini. In fondo il tutto ha continuato a girare semplicemente perché il popolo bellunese recita senza alcuna sollecitazione il suo dovere civico. I primi posti conquistati in questi anni nella classifica nazionale di vivibilità per i parametri usati in base ai servizi, ben rappresentano lo stile di vita dei bellunesi. Anche una democrazia dell'istituzione che conduce la città, bisogna ammetterlo, formalmente c'è stata e si pratica, ma un solco politico di chi ha governato si fa fatica a riconoscerlo.
La democrazia a cui penso e propendo, viene da lontano. É ancora l'unica forma per amministrare una comunità, che dà il massimo protagonismo ai singoli cittadini. Tale sovranità del popolo, però, non può fare a meno di scelte nella conduzione di una città. Quelle scelte, sono il sale della politica che proviene dai gruppi che si ritrovano in un partito, in un movimento, luoghi di condivisione delle idee comuni, di parte.
Le concluse elezioni amministrative, penso che offrano un nuovo terreno di confronto serrato per non lasciare un continuum che perpetui l'ordinaria amministrazione. C'è bisogno di una discontinuità, di un cambiamento nel vivere associato che, utopisticamente deve aspirare alla felicità dei bellunesi. I nuovi canoni da considerare, non sono questa o quell'opera da realizzare che la propaganda elettorale ha promesso, ma piuttosto i principi fondanti come: quello di una città a misura di tutti che azzera le barriere architettoniche; avvia una ricucitura degli insediamenti (centro storico e periferia) e le necessarie relazioni con lo spazio interconnesso; si occupa di casa, lavoro, inclusione sociale dei più deboli, mobilità e best practice nei servizi. Il tutto riconducibile ad un percorso di progetto globale di sviluppo locale, a partire dai reali bisogni del cittadino, dell'uomo.
Per la verità i cittadini più noti di Belluno, o meglio quelli che si ritengono i rappresentanti dell'urbe ma che forse sono solo i rappresentanti dei commercianti del centro storico, non perdono occasioni per la reiterazione delle solite richieste di natura lobbistica, che massimamente riguardano parcheggi e circolazione. Non rinunciano a questa bandiera quasi un feticcio, lo sappiamo, per scongiurare la crisi che attraversano da qualche tempo le attività di piccolo commercio e/o di vicinato. Al Comune, viene richiesta ad ogni piè sospinto una partecipazione salvifica. L'Ente autarchico comunque, bisogna riconoscerlo, non è né responsabile né la panacea di tutto. Le difficoltà di ricollocazione dell'offerta commerciale e la relativa sintonia con la domanda, vengono da lontano e semmai, nei confronti del Comune, le uniche cose che si possono rivendicare sono gli atti intesi a ridurre la burocrazia, un qualche incentivo e un certo appeal del centro storico.
Fondamentalmente in ambito locale, nuova amministrazione e cittadini dovrebbero accordarsi su un cambiamento culturale non occasionale ma profondo che avvicini i punti di vista di ciascuna delle parti. É impensabile che per il centro storico ci sia una diversità di veduta, per uso, mobilità e circolazione.
L'umanità che è vissuta nel cuore di Belluno, con la sua stratificazione temporale dei manufatti, ha lasciato un suo schema viario ed una distribuzione spaziale più adatti ad una deambulazione pedonale che non ad una circolazione con mezzo meccanico. Dunque, ha configurato un luogo a misura d'uomo. E come tale andrebbe lasciato.
Il ritrovarsi in spazi relazionali (piazze e vie), per vivere la città, fare acquisti, muoversi in sicurezza e a distanza dall'inquinamento atmosferico è un privilegio, un godimento e non uno svantaggio. Il centro storico nella sua identità storica e culturale, si diversifica, per natura, dagli altri luoghi della città più adatti ai mezzi a motore che comunque inquinano l'atmosfera e l'immagine degli stessi ambiti di vita associata. Persino la luce viene inquinata con la presenza delle auto in centro. Basti pensare al calibro stradale limitato dalle vicine facciate degli edifici, e non è difficile osservare che anche l'illuminazione naturale con la presenza del variegato cromatismo delle auto tra i palazzi, restituisce per riflessione, una luminosità alterata delle facciate.
Belluno è una città giardino a sua insaputa, sì perché senza un progetto urbanistico “suggerito” dal pensiero di Ebenezer Howard mutua, per una sua logica di piccoli agglomerati agricoli distribuiti nel territorio, i caratteri costitutivi di quel movimento utopista ottocentesco.
Governare questa città ma anche altre, in generale, lo so non è facile, specie se si rincorrono i problemi e si naviga a vista; se la politica non si assume le proprie responsabilità e non decide; se non conosce l'umanità che popola il contesto urbano ed extraurbano; se non ha contezza dei servizi e dell'economia nelle sue diversificazioni e, non ultimo, se non ha cognizione delle risorse territoriali. Insomma, se non ha una chiara visione della struttura socio-economica dei luoghi e quali prezzi pagare o meno, per uno sviluppo condizionato dal rapporto costi/benefici, non potrà parlare di sviluppo sostenibile.
Governare questa città ma anche altre, in generale, lo so non è facile, specie se si rincorrono i problemi e si naviga a vista; se la politica non si assume le proprie responsabilità e non decide; se non conosce l'umanità che popola il contesto urbano ed extraurbano; se non ha contezza dei servizi e dell'economia nelle sue diversificazioni e, non ultimo, se non ha cognizione delle risorse territoriali. Insomma, se non ha una chiara visione della struttura socio-economica dei luoghi e quali prezzi pagare o meno, per uno sviluppo condizionato dal rapporto costi/benefici, non potrà parlare di sviluppo sostenibile.
La scelta di chi deve amministrare per i prossimi 5 anni è fatta. Chi ha votato la formazione politica in carica, esercitando il suo diritto/dovere, si è assunto l'onere politico di quella che sarà la gestione della città. I cittadini tutti però sappiano, che il governo della città è affidato sì alla a maggioranza, ma il Consiglio dall'interno e la Società Civile dall'esterno non sono ininfluenti nella pratica politica. Anzi. La loro partecipazione mediante i partiti, i movimenti o anche i semplici raggruppamenti nelle scelte urbane, arricchiscono il confronto delle parti e, soprattutto, sublimano il ruolo del cittadino che in democrazia è sovrano.
Giuseppe Cancemi
sabato 1 luglio 2017
Il PIAVE MORMORO'...
Per
tutti in Italia, appena minimamente si accenna al Piave, per riflesso
condizionato, la mente corre al Fiume Piave e al breve motivetto di
un canto, che tutti conosciamo,
“Il
Piave mormorò: Non passa lo straniero!”.
Ma
di questi tempi, nel bellunese, non è il ricordo nostalgico di una
storica rimembranza, che i quotidiani locali rimbalzano, ma piuttosto
l'assurdo ulteriore sfruttamento del Piave e dei suoi affluenti. Non
utile, ma molto più facilmente dannoso. Siamo all'ennesima notizia
che vuole l'ecosistema Fiume Piave trascurato dalla politica e usato
in dispregio della storia e dell'ecologia.
Il
Piave, non diversamente degli altri fiumi italiani, con il suo
insieme di biocenosi e biotopi, è una preziosa risorsa naturale di
biodiversità. Lo testimoniano la moltitudine di Siti
di Importanza Comunitaria (SIC) e Zone di Protezione Speciale (ZPS)
di Rete Natura 2000.
![]() |
| Monumento al Fiume sacro della Patria |
Non
di meno, così per ricordare, è anche luogo e memoria storica di
battaglie della Grande Guerra, combattute sulle sue sponde che lo
consacrano come: “Fiume
sacro della Patria”.
Insomma, siamo in
presenza di un grande Fiume italiano la cui labile tutela apposta
dalla legislazione ordinaria è stata travolta da un Decreto Lgv.
(387/2003) di recepimento della direttiva 2001/77/CE, mosso da fini
di importanza planetaria (diminuzione delle emissioni di CO2)
ma insignificante per il contributo alla nobile causa e pericoloso
come deroga, che può agire in dispregio delle tutele per l'ambiente
faticosamente prima conseguite.
Il citato decreto,
nelle sue finalità, raschiando il barile, per potere recuperare
ancora un po' di energia da fonti rinnovabili: “favorisce”, nei
fiumi, la “microgenerazione elettrica... per gli impieghi agricoli
e per le aree montane”. E siccome è accompagnato da incentivi
economici, diventa un'attrazione “predatoria” per l'ecosistema
Fiume, svalutandolo ulteriormente e smarrendo l'utilità del
“Pacchetto Clima-Energia” alla base dell'utilizzo delle energie
rinnovabili.
![]() |
| Fiume Piave |
Chi si è accorto
del problema, che si stava cioè esagerando nello stressare
l'ecosistema Piave è stato, nel nostro caso, il movimento Acqua Bene
Comune. Un largo strato della società civile, con numerose sigle di
adesione dell'area bellunese e 7000 firme, sollecitato dal solito
impulso NIMBY (not in my back yard) che in italiano vuol dire: “non
a casa mia”.
Il Comitato ABC, non
ha mancato di ingaggiare una lotta con il potere costituito mediante
vari ricorsi di cui anche uno a livello di Commissione europea, non
trovando negli enti autarchici, per primi, una risposta soddisfacente
e risolutoria che arrestasse l'assalto alla diligenza. Insomma, ha
cercato di affrontare la questione in termini politici,
giurisprudenziali e di diritto, a mio modesto giudizio, però il
problema per la sua complessità mi fa propendere maggiormente e
soprattutto per la questione politica che nasce dalle scelte
energetiche per un futuro CO2 free.
Ma allora cosa è
possibile fare per non arrivare a lotte lunghe che si possono
radicalizzare o fare ignorare i più elementari rapporti di
democrazia/dissenso?
Credo che si debbano
investire le parti politiche che possono incidere nelle decisioni di
Governo e comunque arrivare a decisioni che ascoltino il territorio.
In primis,
per non sottrarsi ad un impegno come il post Kyoto, che
obbliga moralmente e non solo moralmente a contrastare le emissioni
di gas serra, ma anche per rimuovere il sottile ma continuo danno
ambientale che incombe sul Piave, il quale può diventare un
detrimento irreversibile.
Il “Pensare
globale
e
agire
locale”
in un così vasto interesse d'area diventa un obbligo. Il Piave,
assaltato da impieghi non compatibili, con il suo ecosistema va
difeso e non solo per interessi locali ma soprattutto per interesse
collettivo: italiano.
Le
motivazioni da spendere per confutare la scelta di utilizzare le
cosiddette centraline nel Piave per ridurre le emissioni di CO2,
complessivamente, stanno nella
Strategia Energetica Nazionale (SEN 2017) del 12/6/2017, e nella
sperimentazione di due progetti (Politecnico di Torino ed ENEA), in
termini applicativi, per lo sfruttamento energetico delle onde
marine.
Mezzo di sperimentazione - Politecnico
di Torino ed ENEA
Le tecnologie del
pendolo e del giroscopio (Iswec e Pewec) sono pronte per le turbine
che possono sviluppare potenze idroelettriche dai 17 a 2 kilowatt nei
nostri mari più vicini. Con le onde della costa di Alghero, per
esempio, in un'area di un kmq, si può ricavare un'energia per 42
mila abitanti. Il potenziale di 8000 km di coste italiane non è male
per un futuro che punta a nuove e più economiche energie
rinnovabili.
Basta
fare notare alla politica che queste altre soluzioni, più
importanti, riconosciute come energia blu del mare, anche dal punto
di vista dell'economia e dell'occupazione, sono il futuro.
Altro
motivo che rende inutile l'incentivare le discutibili centraline sono
i dati. L'Italia nel suo SEN 2017 rivendica, rispetto ad altri Stati
europei, di avere raggiunto l'obiettivo 20-20-20, previsto per l'anno
2020, già nel 2015.
Forse
un'autorità di bacino autonoma che si occupi del solo Piave è
richiesta. Un approccio integrato per l'ambiente antropizzato, e non,
del Piave, dovrebbe poter ricomporre la moltitudine di competenze e
di frammentazioni in quell'unicum del paesaggio fluviale che
compone il solco naturale del Piave.
La
politica dunque, quella locale prima,
per essere più presente nella società, si deve adoperare
nell'intento di creare condizioni e strumenti, per evitare che i
conflitti diventino un fine.
Nel
nostro caso, prioritariamente, si può e si deve chiedere presto al
Governo, la rettifica del DLgs 387/2003, strumento che rappresenta il
vero motivo della corsa alle famigerate centraline, affrontando nel
contempo, i temi della tutela dell'ambiente e della promozione
culturale del sistema fluviale Piave.
Giuseppe
Cancemi
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lunedì 12 giugno 2017
IL MIO PUNTO DI VISTA SULLE ELEZIONI A BELLUNO
Le elezioni sono andate
come dovevano andare. Già qualche settimana prima delle elezioni,
non contento, pronosticavo che Belluno non aveva bisogno di un
sindaco, perché i soli cittadini da una parte e la burocrazia
comunale dall'altra, avevano raggiunto un equilibrio stabile: ad
ognuno un minimo di dovere. E la comunità “senza lode e senza
infamia” va avanti! La moltitudine dei non votanti lo conferma.
Ha votato, con qualche voto in più, il 50% degli aventi diritto. Gli altri sono rimasti a fare quello che fanno tutte le altre domeniche. Totale sfiducia ai partiti tradizionali e ai movimenti, con molto fai da te tra gli egoismi consolidati e il mascheramento “civico” sostenuti da numerosi gruppi di conservazione dello status quo. I partiti che ci hanno messo la faccia hanno raccolto quei risicati voti di fidelizzazione dei sostenitori. Che vuol dire questo?
Io provo a spiegarmelo con
una riflessione che viene da lontano. Di solito i partiti
tradizionali, nel passato, stavano tra la gente, raccoglievano ogni
sorta di critica, meditavano, discutevano, si battevano per i
principi del proprio partito. Oggi, la vita di partito si svolge
nelle sole occasioni di assetto di partito (per pochi addetti) e
nelle occasioni elettorali. La dialettica tra simpatizzanti e
iscritti di partito non esiste. Passato uno di quei momenti
celebrativi o di nomina, tutto viene archiviato. Il faldone elezioni,
per esempio, si riprenderà, senza neanche spolverarlo, alle
prossime, dopo un trascorso di silenzi, di scarse informazioni per la
vita politica pubblica (esempio:cosa fanno i rappresentanti nelle
istituzioni o ciò che discutono i consiglieri in Comune o in
Provincia).
Insomma, per avere un'idea
di quanto accennato, si può desumere da internet. La rete, in
verità, non possiamo dire che viene usata al meglio da alcuni, il
profilo è basso e utilitaristico. Nella rete però, che ha un uso
consumistico di informazioni, chi si propone non può essere lì
senza una costante e giornaliera presenza con idee, informazioni,
opinioni, momenti culturali e tutto ciò che può far crescere
l'interesse per collegare quel sito. E invece? Invece oltre a non
trovare nulla di interessante nei siti di partito, ti accorgi che non
aggiornano le loro pagine, se non in occasioni come dicevo, di
nomine, spartizioni ed elezioni. Non solo, ma si barricano, si
proteggono anche da partecipazioni esterne che dovrebbero essere il
sale della discussione politica, del dibattito con la gente comune.
sabato 3 giugno 2017
ALLA RICERCA DELL'AMMINISTRAZIONE COMUNALE PROSSIMA VENTURA
Io, di Belluno, mi sono fatto
un'opinione. Penso che un commissario prefettizio per governare la
città basta. Amministrare secondo legge e lasciare svolgere tutto
quanto alle persone preposte che operano in Comune è un'ordinarietà
che regge. In fondo è un po' quello che abbiamo visto in questi
anni. Il merito di una città con qualche lode e senza infamia
appartiene ai cittadini. In fondo il tutto ha continuato a girare
semplicemente perché il popolo bellunese recita senza alcuna
sollecitazione il suo dovere civico. I primi posti conquistati in
questi anni nella classifica nazionale di vivibilità per i parametri
usati in base ai servizi, ben rappresentano lo stile di vita dei
bellunesi. Anche una democrazia dell'istituzione che conduce la
città, bisogna ammetterlo, formalmente c'è stata e si pratica, ma
un solco politico di chi ha governato si fa fatica a riconoscerlo.
La democrazia a cui penso e propendo,
viene da lontano. É ancora l'unica forma per amministrare una
comunità, che dà il massimo protagonismo ai singoli cittadini. Tale
sovranità del popolo, però, non può fare a meno di scelte nella
conduzione di una città. Quelle scelte, sono il sale della politica
che proviene dai gruppi che si ritrovano in un partito, in un
movimento, luoghi di condivisione delle idee comuni, di parte.
Le elezioni amministrative che sono in
corso d'opera, penso che debbano essere considerate un'opportunità
più che una celebrazione di routine. Servono, per fare avanzare
quelle scelte di necessario sviluppo a cui una città come Belluno
deve tendere. C'è bisogno di una discontinuità, di un cambiamento
nel vivere associato che, utopisticamente deve aspirare alla
felicità. I nuovi canoni da considerare, non sono questa o
quell'opera che la propaganda elettorale solitamente promette, ma
piuttosto i principi fondanti come: quello di una città a misura di
tutti che azzera le barriere architettoniche; la ricucitura degli
insediamenti (centro storico e periferia) e le necessarie relazioni
con lo spazio interconnesso; l'occuparsi di casa, lavoro, inclusione
sociale dei più deboli, mobilità e servizi. Il tutto riconducibile
ad un percorso di progetto globale di sviluppo locale, a partire dai
reali bisogni del cittadino, dell'uomo.
![]() |
| Piazza Piloni o parco auto? |
Per la verità i cittadini di Belluno,
o meglio quelli che si ritengono i rappresentanti dell'urbe ma che
sono solo i rappresentanti dei commercianti del centro storico, non
perdono occasioni per la reiterazione delle solite richieste di
natura lobbistica, che massimamente riguardano parcheggi e
circolazione. Non rinunciano a questa bandiera, quasi un feticcio,
per scongiurare la crisi che attraversano le attività del piccolo
commercio di vicinato. Al Comune, viene richiesta ad ogni piè
sospinto una partecipazione salvifica. L'Ente autarchico comunque,
bisogna riconoscerlo, non è né responsabile né la panacea di
tutto. Le difficoltà di ricollocazione dell'offerta commerciale e la
sintonia con la domanda, vengono da lontano e semmai, nei confronti
del Comune, le uniche cose che si possono rivendicare sono gli atti
intesi a ridurre la burocrazia, un qualche incentivo e un certo
appeal del centro storico.
Fondamentalmente in ambito locale,
nuova amministrazione e cittadini dovrebbero accordarsi su un
cambiamento culturale non occasionale ma profondo che avvicini i
punti di vista di ciascuna delle parti. É impensabile che per il
centro storico ci sia una diversità di vedute, per uso, mobilità e
circolazione.
L'umanità che è vissuta nel cuore di
Belluno, con la sua stratificazione temporale dei manufatti, ha
lasciato un suo schema viario ed una distribuzione spaziale più
adatti ad una deambulazione pedonale che non ad una circolazione con
mezzo meccanico. Dunque, ha configurato un luogo a sola misura
d'uomo. E come tale andrebbe lasciato. Il ritrovarsi in spazi
relazionali (piazze e vie), per vivere la città, fare acquisti,
muoversi in sicurezza e a distanza dall'inquinamento atmosferico è
un privilegio, un godimento e non uno svantaggio. Il centro storico
nella sua identità storica e culturale, si diversifica, per natura,
da gli altri luoghi della città più adatti ai mezzi a motore che
comunque inquinano l'atmosfera e l'immagine degli stessi ambiti di
vita associata. Persino la luce viene inquinata in centro. Basti
pensare al calibro stradale limitato dalle vicine facciate degli
edifici, e non è difficile osservare che anche la luce naturale con
la presenza del variegato cromatismo delle auto e le quinte dei
palazzi restituisce per riflessione una luce modificata.
Belluno è una città giardino, a sua
insaputa, sì perché senza un progetto “suggerito” dal pensiero
di Ebenezer Howard si ritrova
in linea con i caratteri costitutivi del movimento utopista
ottocentesco.
Governare questa città ma anche altre, in generale, lo so non è facile, specie se si rincorrono i problemi e si naviga a vista; se la politica non si assume le proprie responsabilità e non decide; se non si conosce l'umanità che popola il contesto urbano ed extraurbano; se non si ha contezza dei servizi e dell'economia nelle sue diversificazioni e, non ultimo, se non si ha cognizione delle risorse territoriali. Insomma, se non si ha una chiara visione della struttura socio-economica dei luoghi e quali prezzi bisogna pagare o meno, per uno sviluppo condizionato dal rapporto costi/benefici, non si potrà parlare di sviluppo sostenibile.
Governare questa città ma anche altre, in generale, lo so non è facile, specie se si rincorrono i problemi e si naviga a vista; se la politica non si assume le proprie responsabilità e non decide; se non si conosce l'umanità che popola il contesto urbano ed extraurbano; se non si ha contezza dei servizi e dell'economia nelle sue diversificazioni e, non ultimo, se non si ha cognizione delle risorse territoriali. Insomma, se non si ha una chiara visione della struttura socio-economica dei luoghi e quali prezzi bisogna pagare o meno, per uno sviluppo condizionato dal rapporto costi/benefici, non si potrà parlare di sviluppo sostenibile.
Scegliere votando, in conclusione, ciò che dovrebbe venirci dalla
imminenti elezioni amministrative, vuol dire esercitare un
diritto/dovere che ci fa assumere una responsabilità politica.
Nella scelta, comunque, si corre il rischio di declassare il voto ad
una formale delega, se ognuno crede che il tutto si esaurisce con le
proprie preferenze elettorali. Diversamente si sappia, che al
cittadino, sempre e comunque, spetta il diritto di esercitare una sua
partecipazione alle decisioni nelle forme e nei modi previsti dalle
leggi.
Giuseppe Cancemi
giovedì 1 giugno 2017
BENI CULTURALI, NON MUSEALI... MA PARLANTI!
Le istituzioni scolastiche e quelle amministrative debbono, in un progetto condiviso, operare perché i Beni Culturali non restino "archiviati" o peggio "posteggiati" in costosi musei senza un uso che entri a far parte della crescita degli adolescenti e dei giovani.
Il
tema dei beni culturali, va a braccetto con le risorse territoriali
locali e con la loro valorizzazione. L'immaginario collettivo, in
genere, ritiene e associa al patrimonio culturale,
solo e sempre
immagini di
una certa esclusività,
riferentesi
ai
manufatti storici più celebrati. Ma così non è! Le tracce
storico-culturali
e gli
ambienti naturali rappresentano l'identità di un luogo,
e non sono di serie A o di serie B. Voglio dire che, per una
malformata accezione di bene culturale,
la stratificazione storica e culturale, che appartiene alle trascorse
generazioni dei nisseni,
non viene riconosciuta e dunque, non valorizzata. Per molti nisseni
ad esempio, i ritrovamenti archeologici ospitati a Caltanissetta,
o non sono conosciuti, o ritenuti d'importanza minore, al confronto
di altri più gettonati e più reclamizzati.
Eppure, il
centro storico con le sue case in via di degrado, quando non dirute,
è
luogo di altrettanti
segni dell'umanità trascorsa,
i
cui reperti,
hanno una
propria
dignità
storica. Tutta l'Italia ha un passato storico più o meno ben
conservato che forma
l'insieme dei
beni culturali, e la Sicilia di questi importanti segni, ne possiede
un quarto. L'
iniziativa “1ª
Giornata Nazionale dei Beni Comuni di Italia Nostra”, in
Sicilia, è un
evento da sottolineare. Non si può continuare ad ignorare le nostre
risorse territoriali abbandonate o consegnate all'ignavia perenne. Ma
non basta celebrare, se ci si ferma al solo evento,
tutto continuerà a restare come prima. Bisogna spendersi oltre,
affinché ciascuno faccia la propria parte: dal singolo cittadino,
alle più importanti istituzioni come per esempio la scuola. Gli
adulti contemporanei,
possono
essere le avanguardie,
ma è necessario puntare sulle nuove generazioni sin dalla scuola
dell'obbligo. I bambini, gli adolescenti appartengono
a quelle
fasce d'età che debbono poter cominciare a “respirare” dentro e
fuori la scuola aneddoti, ricordi, tradizioni, storia locale,
piccoli brandelli di vissuto che possono o no raccordarsi con la
storia formalizzata nei
cosiddetti libri di testo. Insomma bisogna cominciare presto ad
educare generazioni in crescita attraverso un percorso con
la
storicizzazione del vissuto locale come valore culturale.
L'offerta
formativa delle scuole a tutti i livelli,
programmi,
non in solitudine,
ma unitamente con le istituzioni locali. I percorsi formativi
prevedano, all'interno delle attività culturali, impegni, nel corso
dell'anno, che contemplino ricerche in: musei, biblioteche, archivio
di stato, archivi di curia e chiese, e persino nelle interviste a
privati che hanno memoria storica di eventi accaduti in città.
Le
istituzioni locali, “battano un colpo”, nel senso di mettersi in
gioco per una cultura partecipata e non passiva, soprattutto nella
propositività e nelle soluzioni organizzative.
Impegnino
e si impegnino per le nuove generazioni si da mettere in moto un
circuito virtuoso verso beni culturali non più muti, museali,
ma “parlanti”.
Giuseppe
Cancemi
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sabato 27 maggio 2017
Elezioni comunali 2017 - Il bilancio sul verde di Belluno, che non c'è
Non da ora, ma appena dopo l'uscita della legge sugli alberi (n. 10/2013), vista la "moria" di alberi a Belluno ho cercato di sapere presso il Comune quali adempimenti in merito alla citata legge erano stati messi in essere. La risposta si è arenata presso un ufficio (anagrafe?) che non ricordo.
L'occasione delle nuove elezioni comunali mi ha fatto ricordare che la relazione di commiato del Sindaco uscente doveva contenere il bilancio arboreo del suo mandato. La relazione pubblicata in rete non mi è sembrato che contenesse alcunché in merito. A questo punto ho deciso di chiedere direttamente sul post del Sindaco quelle informazioni che il cittadino vorrebbe vedere diffuse senza sollecitarle.
Ed ecco come sono andate le cose:
Grazie per avermi reindirizzato a:
http://www.massarosindaco.it/?page_id=1752
,
dove ho potuto leggere, in
risposta alla mia richiesta, quello che il suo post dice di avere
fatto in città per il verde.
Vede, senza alcuno spirito di polemica,
la mia richiesta era e resta molto semplice e comportava una
altrettanto semplice risposta: estremi di un censimento annuale
anagrafico di albero, luogo di piantumazione e nome del
nato/adottato, oppure, un catasto nella medesima forma del
censimento. La Sua indiretta risposta, invece, sfiora la mia domanda
in modo generico, comunicando per chi legge che sono stati impiantati
2000 alberi. Nello stesso post si legge anche che ci sono 4 nuovi
parchi : Lambioi, Chiesurazza, Città di Bologna (giochi 0-6 anni) e
Maraga un (parco per anziani). Bene, provo a capirci e trovo che: il
Parco Lambioi non è altro che la fascia di rispetto del fiume già
vincolata dall'ex legge Galasso prima, Urbani adesso; il Parco
Chiesurazza, è ancora in progress... e con tanti interrogativi; Il
magico “trasformabile” Parco Città di Bologna, sempre più
ridotto all'osso, già impiegato da tempo per ospitare una scuola
elementare, diventa ora, con qualche gioco in più per bambini da 0-6
anni, una acquisizione da vantare, e, infine, il Parco Maraga con un
“contenitore” al suo interno per mantenere in... forma gli
anziani (?). Tutto ciò, non me ne voglia signor Sindaco, mi ricorda
gli aerei spostati del ventennio.
Mi spiace signor Sindaco, ma la mia
richiesta faceva un riferimento preciso alla legge n. 10/2013 che tra
l'altro impone ai Sindaci, a fine mandato, di inserire nella
relazione anche il bilancio del verde, che non trovo nella sua
relazione. E mi viene anche di ricordarLe che in merito ai 4 parchi
fatti passare un po' come valore aggiunto per il verde, non si
possono sommare come aree disgiunte e dunque non sono conteggiabili
neanche ai fini del D.I. 1444/'68, semmai rappresentano solo delle
tipologie di verde frutto di una occasionale provenienza e non da
una precisa scelta politica programmata.
Un esempio di adempimento alla legge n. 10/2013 glie la mostro io!
Come si può vedere, in foto, a Bologna in un parco pubblico gli
alberi, in adempimento alla legge n.10/2013, mostrano un riferimento numerico.
Non crede che si dovrebbe fare così anche a Belluno?
Giuseppe Cancemi
Non crede che si dovrebbe fare così anche a Belluno?
Giuseppe Cancemi
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venerdì 19 maggio 2017
LA FLESSIBILITA' (sic!)... DEGLI SPAZI URBANI!
Accadde non molto tempo fa...
Una vasca vuota, non vuol dire che
stiamo vedendo solo una breve interruzione di servizio, per una
pulizia manutentiva programmata. E tanto meno che dei ragazzi, i
quali giocano a pallone dentro, non vuol significare che hanno
necessariamente “sconfinato” in uno spazio ad altro scopo
dedicato. Ma allora....?
Allora può significare anche altre
cose. L'acqua che non c'è, per esempio, e perché; spazi pubblici
per adolescenti che scarseggiano o massima tolleranza per tutto, o
ancora, assenza di un servizio di vigilanza, etc..
Per l'acqua che non c'è, viene subito
da pensare semplicemente che una vasca d'acqua nella “piccola
Venezia delle montagne” orgogliosamente delle dolomiti non può
esistere. Altre città, che non hanno la fortuna di avere a vista
d'occhio le montagne innevate per un lungo periodo nel corso
dell'anno, micro (diciamo) problemi come questo l'hanno risolto con
il ricircolo di una minima stessa quantità d'acqua. A Belluno no! O
si ha l'acqua da mandare in fogna a ciclo continuo o niente! Ma a
parte questa notazione che è forse puramente estetica di ornato,
altre ne vengono in mente. La penuria d'acqua, mai vista prima,
associata alle cosiddette bombe d'acqua, alla siccità in genere,
sono segnali che meritano tutta l'attenzione possibile, anche
localmente, perché denunciano un'alterazione del clima di cui, anche
nel nostro piccolo, siamo tutti responsabili. Non a caso nel
cosiddetto “PATTO DEI SINDACI 20 20 20” anche Belluno ha firmato
un suo impegno. Per la cronaca i sindaci che hanno sottoscritto il
patto, si sono impegnati a ridurre le emissioni di gas serra del 20
%, alzare al 20 % la quota di energia prodotta da fonti rinnovabili e
portare al 20 % il risparmio energetico: il tutto entro il 2020.
Per questo impegno, non sapendo cosa è
stato fatto a Belluno, da quel che è visibile deduco ed esprimo una
mia dubbiosità sui risultati finora perseguiti.
Da anni, è sotto gli occhi di tutti,
questa città ha subito un considerevole depauperamento delle
essenze arboree, per tagli forse in massima parte ingiustificati. Le
più elementari conoscenze di ciascuno di noi, senza tante nozioni in
materia di climatologia, può rilevare che meno alberi significano
più anidride carbonica (gas serra) in contrasto con la promessa di
riduzione e le conseguenti ricadute che si hanno sul pianeta. Se la
vogliamo dire tutta, gli alberi in città sono diminuiti, nonostante
una legge favorevole all'incremento arboreo di qualche anno fa, che
poteva far compensare le perdite subite.
Detta legge (del 14/01/2013, n. 10),
impone ai sindaci di Comuni che superano i 15 mila abitanti di
dedicare un albero per ogni bimbo nato o adottato. Dunque, un utile
indirizzo, più che suggerimento per le città, di accrescere il
proprio patrimonio arboreo, che però a Belluno non sembra vedersene
i segni. Di risparmio energetico, non se ne vede neanche negli
edifici pubblici o nell'illuminazione stradale. A 'mo d'esempio,
volendo iscriversi ad un virtuoso risparmio energetico, basterebbe
fare accendere le luci sul Ponte degli Alpini, una metà per volta,
delle attuali lampade (spero a led); ridurre di pochi lux nelle ore
notturne l'illuminazione stradale; programmare un rigido controllo di
accensione/spegnimento di tutte utenze pubbliche mediante un'unica
gestione.
La serietà dell'impegno sulla
riduzione del CO2, che non è solamente locale, imporrebbe, una
politica accorta nel senso del risparmio energetico a cui si potrebbe
anche aggiungere quello idrico, con il recupero delle acque pluviali
e il ricircolo delle acque grigie depurate.
I ragazzetti in
vasca, fanno pensare ad un centro storico si vivo ma poco
attenzionato, e anch'esso privato di qualcosa. Per esempio, la prima
cosa che viene in mente sono gli spazi pubblici, e come per riflesso
condizionato viene da ricordarsi che tanti anni fa erano di moda gli
standard residenziali e tra questi gli spazi pubblici attrezzati a
parco e per il gioco e lo sport, per un totale minimo di 9mq per
abitante. E qui verrebbe da chiedersi se e quando è stata fatta
l'ultima verifica di questi standard (D. I. 02 /04/1968, n. 1444) in
centro storico.
Ecco, la vasca centrale del cuore di
Belluno a vedersi così e per lungo tempo fa tristezza, e viene da
attribuire la colpa a un qualcuno. Sì perché a pensar male quasi
sempre, diceva un noto politico: ci si azzecca!
Belluno è una città matura, che ha
bisogno di una conduzione attenta nei dettagli di una complessità
amministrativa, che solitamente sembra muoversi a vista, spesso,
rincorrendo i problemi e raramente prevenendoli.
L'alternativa ad una città che si
muove per inerzia, grazie al civismo dei suoi cittadini non basta
più. Solo una città dinamica pensata, analizzata e progettata - sempre attenta ai valori e ai bisogni - è capace di valorizzare le
proprie risorse ma anche di attingere ad altre risorse di livello
diverso, e può ambire ad una crescita sociale ed economica che i
tempi moderni richiedono.
Giuseppe Cancemi
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venerdì 12 maggio 2017
FIUME PIAVE. CHI VUOLE LE CENTRALINE?
Le centraline idroelettriche sono il
tormentone che assilla di tanto in tanto i bellunesi più accorti che
amano l'ambiente naturale. Qualcuno, in occasione delle prossime
elezioni amministrative ha già scritto ad un candidato sindaco per
avere l'opinione in merito ad una centralina (sottolineando) di
società altoatesina da realizzare sul Fiume Piave.
Nel merito mi permetto di chiosare su
quella domanda. Il cittadino pone un interrogativo in chiave
retorica, che preconizza una risposta di diniego e una condivisione
di tipo (nimby), acronimo che nel linguaggio anglosassone significa:
non nel mio giardino. A mio modesto parere le due cose non sono
scontate. Sappiamo che i richiedenti di centraline non sono
benefattori della comunità italica, ma imprenditori che tentano di
sfruttare gli incentivi economici per le energie rinnovabili, i cui
costi gravano su tutti gli italiani. Il no a prescindere, però, da
una qualsiasi più o meno ragionevole motivazione, non dovrebbe
appartenere ad una comunità politica riformista, che nelle proposte
e nell'agire, si pone obiettivi di sostenibilità. Penso che a simile
domanda bisogna articolare più che risposte elementi di riflessione.
Un primo punto di ponderazione e di
domanda verrebbe dal perché il bisogno di tutela ambientale nasce ed
è sostenuto dalle comunità prossime ai singoli habitat e non come azione di insieme per il medesimo ecosistema: Piave. Altra considerazione andrebbe
fatta sulla effettiva incidenza economica, in termini di potenza
elettrica, nel complesso generativo energetico nazionale.
Le cosiddette centraline (perché di
piccola potenza elettrica), nascono dalla necessità di diminuire i
costi d'importazione dell'energia, pensando ad uno sfruttamento
intensivo delle risorse naturali. La rimessa in campo di un così
irrisorio contributo al problema energetico, nasce, forse, da chi
negli incentivi pubblici, ci vede più il business e meno il danno
ambientale. Mentre una valutazione d'incidenza assieme a quella di
impatto dovevano già scongiurare a monte una simile scelta.
In termini politici la situazione
sembra essere questa: la Provincia nella sua debolezza politica non
sa difendere il territorio dagli assalti speculativi. La Regione
politicamente, di segno diverso dello Stato non difende il territorio
per attribuire la responsabilità a quest'ultimo e, come al solito
col: “piove? Governo ladro” il cerino acceso resta nelle mani del
partito di governo.
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Ma il governo già nel gennaio 2016
rifacendosi ad una direttiva europea sul tema dell'energia e del
clima si è attrezzato con le “Disposizioni in materia
ambientale per promuovere misure di green economy e per il
contenimento dell'uso eccessivo di risorse naturali.”
dichiarando una sua strategia che si appoggia alla «crescita
blu» di lungo termine per una crescita sostenibile e
inclusiva per gli obiettivi di EUROPA 2020. La crescita blu si
rivolge al mare e al marittimo proprio per evitare ciò che
tardivamente ancora si sta tentando di fare.
In
buona sostanza, se si aggiunge ciò che esprime il punto d)
“favorire lo sviluppo di impianti di
microgenerazione elettrica alimentati da fonti rinnovabili, in
particolare per gli impieghi agricoli e per le aree montane.”
dell'art. 43 del decreto n.
387/2003, e cioè che l'energia utilizzabile deve essere esclusivamente a fini
agricoli. E dato che, le richieste centraline tali non sono, forse si potrà vedere la totale incompatibilità di detti impianti con la legge e con lo sviluppo
eco-sostenibile.
Giuseppe Cancemi
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