venerdì 10 aprile 2015
CENTRI STORICI
giovedì 9 aprile 2015
Disneyland o centro commerciale dei poveri?
LA CARICA DEI 5000
Il centro storico non è disneyland e neanche il
centro commerciale dei poveri. Piuttosto rappresenta l'anima, la
cultura, la storia del genius loci, la traccia tangibile delle
generazioni che l'hanno attraversato e il contesto della generazione
in itinere. Eppure, non sembra bastare che tutti i fine settimana ci
si lamenti di atti vandalici, inquinamento acustico e abbandono di
rifiuti in ogni luogo. Anzi, ci si preoccupa di tanto in tanto di
fare qualche “iniezione” di inquinamento atmosferico e acustico
supplementare. Domenica ci saranno 5000 moto in piazza da (sic!)
“benedire”.
Giustamente il Sindaco, rivolgendosi all'opposizione,
manda a dire che vuole discutere di temi e non di “poltrone”.
Vero! Poco e niente interessano ai cittadini gli “avvitamenti” su
temi e problemi sempre di assetto, di piccole strategie di singoli,
di minuscoli gruppi e di partito. Ci si dovrebbe ricordare, sempre,
che la delega a governare data dagli elettori non può essere
barattata come merce di scambio. Per primi gli abitanti del centro di
Belluno, da tempo avvertono i disagi appena accennati ma anche come
il cuore della città si stia lentamente degradando. Molti
marciapiedi sono sconnessi, le piante esistenti pian piano si vanno
diradando per gli annuali abbattimenti che finiscono col fare posto
ai parcheggi. Via via si sta assecondando anche una tendenza che fa
crescere il contingente di auto stanziali e circolanti nelle
principali aree storiche della città, mentre il parcheggio Lambioi
resta quasi sempre vuoto.
I temi su cui riflettere non mancano. A breve, per
esempio, perché i “bolidi da ammirare” debbono essere mostrati
in piazza dei Martiri e in via Loreto e non nello spazioso parcheggio
Lambioi?
L'inquinamento, non è solo quello atmosferico ma
anche quello più sottile spaziale e cromatico. Il caos tecnologico
non va d'accordo con lo sfondo storico e i vari inquinanti come
benzene, monossido e biossido di carbonio, etc. disseminati. E
neanche con la salute pubblica!
Per
concludere, sui temi che andrebbero affrontati per il medio e lungo
termine, a solo scopo indicativo me ne vengono in mente alcuni. Il
verde degli alberi, per primo, che annualmente diminuisce ad opera
delle ferite delle capitozzature selvagge, senza alcun risarcimento
(come promesso anni fa da altra amministrazione). Non meno degno di
attenzione è lo spopolamento della città e in particolare del
centro storico affiancato da una contemporanea assurda invenzione di
nuovi volumi edificabili. E infine, per ultimo, ma non l'ultimo,
penso al tema dimenticato che riguarda il le progettate modifiche
della piazza dei Martiri non compatibili con i segni della storia.
Forse,
mi rivolgo agli Amministratori della città, una generale revisione
di quanto accennato nei temi ricordati andrebbe fatta, ma con molta
umiltà e senso di servizio al “cittadino sovrano”.
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giovedì 2 aprile 2015
Promuoviamo il mecenatismo per riappropriarci dei BENI CULTURALI
Manifesto
NISSENI...,
TUTTI MECENATI!
Senza
più aspettare Godot mi viene di suggerire ai nisseni tutti, un'
autonoma iniziativa di
adozione
del
CENTRO STORICO
(Bene
culturale di tutti!)
facendoci
promotori di una raccolta, anche di un singolo euro per ogni
cittadino, per un progetto del cuore della città condiviso.
Si
organizzi una raccolta un po' dappertutto: centri commerciali,
singoli esercizi, mediante cellulare, etc.. Una sorta di colletta
anche di pochi spiccioli raccolti capillarmente per dare un segnale
al Comune che i cittadini per il recupero del centro storico ci
stanno e non possono più aspettare ulteriormente.
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martedì 17 febbraio 2015
ALBERO GENEALOGICO
PREFAZIONE DEL LIBRO DEL MIO AMICO STEFANO
Gens Mea
Questa ricerca nasce dalla semplice constatazione che ogni persona, anche di età avanzata, con i propri ricordi non riesce ad andare oltre i suoi bisnonni, cioè oltre le tre ultime generazioni che l’ hanno preceduta. Il passaggio da una generazione all'altra si compie intorno ai 30 anni. Si può perciò ritenere che, con le dovute approssimazioni, il ricordo rivolto ai nostri ascendenti non va oltre il secolo, tranne che si tratti di persone eccezionali che, nel bene o nel male, riescano ad entrare in atti, scritture, memorie a vario titolo e/o documenti noti ad una moltitudine di persone, insomma nella storia. Ma anche allora non è detto che sia chiaro il loro collegamento con i propri discendenti. In Corsica, ad esempio, sono in troppi a dirsi discendenti di Garibaldi o addirittura di Napoleone Bonaparte.
Le persone coinvolte in questo volume sono circa ottomila (discendenti e loro coniugi), distribuiti in un numero di generazioni che va, in gran parte, attorno a sette. A partire dall’anno 2011 e andando a ritroso nel tempo, nella mia ricerca, sono arrivato non oltre l’anno 1690.
Negli anni futuri i discendenti degli inclusi in questi novantasei alberi genealogici potranno risalire ben oltre le tre generazioni di cui dicevo prima e, se avranno la solerzia di aggiornare il proprio albero, avranno il merito di tramandare ai propri discendenti il ricordo dei propri avi..
Conoscere la propria genealogia contribuisce a rafforzare la propria identità.
L’evangelista Matteo nell’iniziare il suo Vangelo fa una lunga genealogia di Gesù, tripartita in gruppi di quattordici generazioni (in tutto quarantadue generazioni) che risalgono da Gesù ad Abramo (dal quale inizia la storia di Israele). Applicando alle quarantadue generazioni la durata di trenta anni per ciascuna, ricaviamo che Gesù venne dopo 1260 anni da Abramo. Ovviamente è probabile che tale calcolo sia fatto in difetto perché possiamo presumere che la durata della vita sia andata cambiando nel corso del tempo. Anche nella genealogia di Gesù troviamo donne non israelite e, a volte, non proprio virtuose.
Cercando in alcune biblioteche ed in internet (lingua italiana), non ho trovato libri o indizi che conducano a ricerche, nel mare delle genealogie, che assomiglino al presente volume. Mi è stato di aiuto l’essere partito dall’albero genealogico della mia famiglia (albero b2), allargandomi gradualmente di ramo in ramo, di generazione in generazione. Questo è un libro che non va letto pagina dopo pagina, ma soltanto consultato da chi vuole conoscere i rapporti tra i censiti in un albero. È anche possibile risalire ad altre persone inserite in alberi diversi (attraverso i rimandi ai detti alberi riportati nei rettangoli gialli).
Per compilare quest’opera ho chiesto notizie a centinaia di persone (residenti in tante parti del mondo) mandando in genere ad esse copie dell’albero su cui stavo lavorando e chiedendo integrazioni, correzioni e dati anagrafici. La gran parte di essi mi ha risposto. Spesso mi hanno ringraziato dicendomi che attraverso l’albero avevano avuto la gioia di scoprire l’esistenza di parenti con i quali subito si sono messi in contatto. Chissà se in futuro sarà ancora possibile fare una simile ricerca sia perché la dispersione delle persone nel mondo sarà sempre maggiore sia anche per la possibile entrata in vigore, in Italia, di una legge che dia ai genitori la possibilità di utilizzare come cognome dei figli sia il cognome della madre che quello del padre oppure ambedue insieme.
Ho constatato che il mio lavoro serve anche ad aggregare le famiglie dando ai rispettivi membri la consapevolezza della comune appartenenza.
Oggi siamo sempre più investiti dalla globalizzazione che produce l’effetto di ridurre le distanze ed incrementa le comunicazioni. In conseguenza vedremo i nostri figli andare via dal comune in cui sono nati e cercare lavoro altrove, trasferendosi in qualsiasi parte del mondo.
Già oggi notiamo che coloro che si sono trasferiti permanentemente all’estero hanno allentato i rapporti con i parenti e, se non tornano spesso al comune di origine, finiscono col non conoscere più i parenti lontani. Perdono cioè la consapevolezza della propria identità, come fossero foglie staccate dall’albero familiare sotto l’azione del vento della globalizzazione.Dal punto di vista culturale, l’uomo sente il bisogno di essere consapevole della propria identità, che è costituita da tanti elementi: la famiglia di appartenenza, il territorio di provenienza, la lingua parlata, la religione professata ecc. Tante volte abbiamo potuto constatare che le persone emigrate in America agli inizi del secolo scorso, cercano ancora di conoscere i propri parenti, di chiarire la propria genealogia e spesso, venendo in Italia, li cercano (anche andando a chiedere notizie negli uffici anagrafici del comune o nelle parrocchie) e stabiliscono con loro nuove relazioni. È probabile che questo volume sarà gradito a molti emigrati. Tanti hanno ricercato i legami o le radici che collegano il popolo americano di origine italiana con la nostra terra attraverso gli archivi di Ellis Island 2 (https://www.ellisisland.org/).
La compilazione di questi alberi genealogici mi ha dato modo di rendermi conto di alcuni eventi verificatisi nel trascorrere degli anni. È cambiato il numero di figli delle coppie di sposi. Prima era più alto, normalmente si attestava attorno a quattro e spesso, specialmente a Milena, si andava oltre dieci. Eppure la povertà era maggiore. Col passare degli anni man mano che l’occupazione si è spostata dall’agricoltura all’industria ed ai servizi ed il reddito è andato aumentando, il numero dei figli è sceso attestandosi ad uno o due figli per coppia. Forse per una modificazione culturale e una maggiore consapevolezza genitoriale. Chissà!
La coppia prima era costituita normalmente da persone sposate in chiesa, oggi il legame matrimoniale si è allentato. Spesso si convive.
Certamente ha influito sia l’affacciarsi della donna al mercato del lavoro, sia la crescente scristianizzazione della nostra società.
Anche i nomi che si danno ai figli sono cambiati. Prima si rispettava di più l’usanza di dare ai figli il nome dei propri genitori. Io mi chiamo Stefano Diprima perché mio nonno si chiamava Stefano Diprima. Tale usanza è antichissima e ne abbiamo traccia anche nei Vangeli.
L’evangelista Luca riferisce che l’arcangelo Gabriele annunziò a Zaccaria, marito di Elisabetta, che avrebbe avuto un figlio e lo doveva chiamare Giovanni. Maturò il tempo ed Elisabetta partorì. «I vicini ed i parenti udirono che il Signore aveva manifestato in lei la sua grande misericordia e si rallegravano con lei. Otto giorni dopo vennero per circoncidere il bambino e volevano chiamarlo con il nome di suo padre Zaccaria. Ma sua madre intervenne: “No, si chiamerà Giovanni”. Le dissero: “Non c’è nessuno nella tua parentela che si chiami con questo nome”». Al bambino fu dato nome Giovanni perché anche Zaccaria lo volle.
Oggi sono in tanti a non sentirsi vincolati dall’antica usanza e scelgono nomi di personaggi celebrati dai media, sentiti in televisione o nelle letture di romanzi o ancora nei film. Accade anche che i cattolici, nella scelta del nome di battesimo, non rispettino il Codice di Diritto Canonico che dice «I genitori, i padrini e il parroco abbiano cura che non venga imposto un nome estraneo al senso cristiano» (Can. 855).
Alla base di ogni albero genealogico sta la persona. L’albero definisce il rapporto di parentelatra le persone. L’uomo è per sua natura un essere “sociale” cioè collegato ad altre persone. Detto collegamento può essere di varia natura: amicizia, conoscenza, inimicizia, parentado ecc.. Sono convinto che il collegamento più importante è l’amicizia. Il patrimonio più importante che ognuno di noi ha è costituito dalle relazioni amicali che possiede e che vorrebbe trasmettere ai propri figli. La natura aiuta l’uomo a relazionarsi con gli altri uomini sulla base della propria libertà. La parentela non è altro che un suggerimento che la natura dà all’uomo sulla scelta dei primi possibili amici.
L’uomo, usando la propria libertà, può accoglierlo, respingerlo o semplicemente ignorarlo. Certo però è che la famiglia è l’unico luogo in cui il singolo trova normalmente e gratuitamente rifugio ed aiuto. Dal bambino all’adulto, tutti i suoi bisogni trovano risposta in famiglia.
Nelle nostre società progredite, la risposta ad alcuni bisogni è oggi passata dalla famiglia alla società. Penso alle cure di malattie gravi, alla istruzione, alla sicurezza ecc.. Ma la maggiore serenità la trovano quelle persone che hanno cercato nei parenti più vicini i loro migliori amici.
È questo l’augurio che faccio al lettore.
Stefano Diprima
venerdì 9 gennaio 2015
Amministrare la città
PER PARTIRE BENE... SIN DAI PRIMI CENTO GIORNI
Voltare pagina, per una città del profondo Sud che tutti gli anni regolarmente si colloca all'ultimo posto delle graduatorie sulla vivibilità delle città in Italia, è cosa ardua. Il gorgo di una quotidianità amministrativa esercitata nell'inseguire i problemi, può risucchiare ogni buona intenzione di riscossa promessa in tempo di elezioni, fatta magari in buona fede. Aggredire le problematiche amministrative quotidiane che sempre più hanno abbassato il livello dell'ordinaria amministrazione, è la prima cosa che bisogna fare. Serve anche rinvigorire ed estendere l'etica della responsabilità, rendere trasparente il palazzo comunale, avvicinare tutti i cittadini alle scelte, prima di farle e non dopo. Razionalizzare, risparmiare, riqualificare e/o spostare risorse improduttive verso capitoli che ottimizzano, qualificano l'attività amministrativa, sono categorie che devono entrare per prime nella buona amministrazione.
Come
iniziare un nuovo corso di buona amministrazione della città,
parte da una conoscenza condivisa dei problemi e dalle risposte da
dare a questi, secondo una tempistica, una disponibilità
delle risorse da impiegare, una assegnazione della priorità
e alcuni criteri di base. Nei primi cento giorni, si può
cominciare dall'immagine della città,
dall'erogazione dei servizi, dalle facilitazioni che possono essere
avviate per avvicinare gli utenti della città
al "palazzo". I costi, che questo primo approccio
deve avere, devono rimanere gli stessi di prima, se non meno.
Sembrerebbe velleitario ma non lo è!Prendiamo l'immagine della città attuale non priva di degrado in generale e nell'arredo urbano, poco pulita lungo le strade, i marciapiedi e i posti di raccolta e vediamo cosa si può fare per ridare un nuovo volto alla città.
A mo' d'esempio: se riduciamo il volume della frazione indifferenziata che finisce nei cassonetti, si possono abbattere i costi di conferimento in discarica a vantaggio del riutilizzo, delle finanze locali (e non solo) e dell'ambiente naturale dove andrebbe smaltito l'umido. Dunque vantaggi diretti e indiretti. Altro esempio, a favore dell'immagine urbana, potrebbe riguardare una più "severa", "pignola" e "accurata" pulizia cittadina. Avendo cura di difendere sì la giusta e puntuale ricompensa del lavoro svolto dagli Operatori ecologici ma non senza pretendere la contropartita apprezzabile da tutti e non senza perseguire (se necessario ed educativo) i contravventori cittadini. Un ulteriore esempio potrebbe riguardare la velocizzazione dei servizi ai cittadini, al commercio e all'imprenditoria, facendo viaggiare le informazioni e non le persone.
All'interno
del Palazzo, sempre per esemplificare, i carichi di lavoro di ognuno e
di tutti, previsti dalle norme (Contratti collettivi) o dalla
consuetudine riconosciuta e consolidata e la dirigenza che deve
vigilare, debbono assicurare il massimo della efficienza per dovere e
rispetto ai cittadini sovrani. Anche gli amministratori, da parte
loro, non debbono e non possono delegare agli uffici e al rispettivo
personale, compiti propri della politica. Le scelte e le soluzioni di
natura politica, non contrarie alle leggi e con copertura
finanziaria, debbono solo essere, tradotte in azioni, ed eseguite.
Non bisogna lasciare spazio alla discrezionalità.
Se viene delegata ai dirigenti la conduzione degli atti che
afferiscono alla sfera della loro responsabilità
individuale ma che sono riconducibili alla responsabilità
politica, viene dato spazio a rinvii, ritardi se non ad una elusione
della esecutività.
Infine,
le aggregazioni di volontariato, gli anziani organizzati (p. e.
AUSER) con deleghe e responsabilizzazione sulla custodia e il
mantenimento, per esempio, dei giardini pubblici o del verde di
quartiere possono fornire un prezioso ausilio a costo zero.
E
via discorrendo di questo passo....
Ecco,
l'avvio così concepito,
di aggiustamenti, puntualizzazioni, razionalizzazioni, riconoscimenti
di ruoli e responsabilità, efficienza, dovere e diritto,
consapevolezza, di cittadinanza attiva e partecipativa può
fare da volano a una serie di altre piccole riforme dal basso
se partecipate davvero.
Giuseppe Cancemi
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BELLUNO: la città nel suo essere insieme urbano
IL CENTRO STORICO NON E' DISNEYLAND
Credo che il centro storico meriti più
rispetto. Non si è mai spenta l'eco dei risentimenti dei suoi
abitanti che si rinnova di tanto in tanto. Non sono giustificabili
le “offese” e le “ferite” che vengono inferte tutte le notti
dal “nottam...bullismo e quasi settimanalmente dalle varie,
diciamo, “feste paesane”, in nome di un'economia che alla fine si
riduce alla sopravvivenza di qualche bar. Tutto insiste come se il
centro storico non fosse abitato da alcuno.
Eppure, bisognerebbe ringraziare
proprio la “resistenza” di quegli abitanti del centro, se viene
mantenuto un minimo di sopravvivenza per quegli esercizi commerciali
di vicinato, divenuti oramai i meno sostenibili.
La politica è sorda, considera e
percepisce il maggior luogo di rappresentanza della città, come
strumento semplicemente da usare: senz'anima e senza abitanti. I
progetti quasi sempre per il centro che mostra, sono presentati come
frutto di un “concorso” in fretta e furia sempre in chiave
mercantilista. Comunque, la recente volontà amministrativa di volere
calmierare i prezzi d'affitto delle abitazioni, potrebbe essere un
inizio di buona politica. Bisogna, però, affrontare il problema
delle abitazioni nella globalità di un progetto di città che fin
qui non si è visto. Tanti sono i segni che l'Amministrazione
cittadina naviga a vista. Non ha una rotta tracciata. Considera la
periferia urbanizzata come luogo aperto alla saturazione edilizia, il
centro storico come la Disneyland di città, il greto del
Fiume Piave come la futura Palm Beach, gli alberi un impiccio
per i parcheggi e viabilità e l'ambiente naturale non diverso dal
suolo agricolo. L'eccesso di feste “strapaesane” continuato ed
aggravato da emissioni acustiche inquinanti in alcune circostanze
oltre i limiti del dolore, gli affollamenti variopinti di cose e
persone, e perfino la circolazione di cibi e bevande non sempre
nostrani, per chi vorrebbe apprezzare, “gustare” il godimento del
genius loci nel silenzio, nei colori e nei sapori propri del
luogo dovrà accontentarsi
di una mistificante accozzaglia di
estemporanei segni in contrasto con quello che rappresenta un centro
storico. A tutti sono note le spese per i festini vari, l'aspettativa
di una spiaggia a Lambioi e l'abbattimento di quei poveri alberi,
sempre ritenuti malati, ma in verità utili per qualche posteggio in
più. Di non meno rilievo, anzi quasi dispettoso, nella conduzione
amministrativa di questa città, appare, anche, l'esclusione del
centro storico nel servizio di ecocentro su mezzo mobile.
Pendono adesso, sommariamente, sul capo
della città: una scelta di ammodernamento di Piazza dei Martiri che
si propone di stravolgere l'immagine consolidata del salotto buono di
Belluno; una permuta di volumi per agevolare nuova edilizia in zona
di espansione; nuovi gadget per allietare ulteriormente le notti
brave di Belluno sempre in centro storico, etc.. Bisogna riconoscere,
però, che qualche iniziativa all'orizzonte appare con una qualche
utilità, pur se non coordinata nel suo complesso, con risorse,
bisogni, problemi e progetti. Mi riferisco alla ricercata azione
amministrativa di volere con l'ATER, un approccio progettuale che
potrebbe diventare ambizioso, se non si esaurisce e si limita al solo
reperimento di qualche abitazione a costo contenuto. L'occasione,
invece, dovrebbe estendersi e prevedere per la città un piano
complessivo nella direzione di un rinnovo edilizio a rotazione
continua, magari dando, forse, meglio impulso, da parte del Comune,
all'Ufficio
Politiche per la Casa. Non secondario è anche l'interessamento che
si ha per la scuola primaria. Restituire la scuola “Gabelli” ai
cittadini e ripristinare lo spazio occupato provvisoriamente, dagli
attuali edifici scolastici nel Parco Città di Bologna, farebbe
cessare quella deprecabile emergenza di cui l'Italia è solita
abusarne.
Insomma, il primo cittadino non me ne
voglia, se mi sono permesso di sottolineare una certa carenza
politica che nulla ha a che vedere con le ristrettezze economiche
comunali, che esistono e limitano l'azione politica, ma ciò che mi
sembrava utile mettere in evidenza resta la visione d'insieme della
città che rimarco: non deve mancare. Ricordo soltanto, che il centro
storico non è luogo a se stante ma, piuttosto, parte nobile di un
luogo abitato. L'umanità che l'ha attraversato con i suoi segni
tangibili lo ha reso unico e irripetibile. Pertanto, lo ricordo per
me stesso, chi non riconosce nel centro storico l'alta pregnanza
storico-culturale e baratta la sua essenza di città per valori
miseri ed effimeri, non solo sbaglia ma fa anche proselitismo per
l'ignoranza!
Giuseppe Cancemi
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sabato 3 gennaio 2015
Caltanissetta: La Grande Piazza
Il danno è fatto
Tralascio la scelta di pavimentazione la quale allo stato
interessa corso Vittorio Emanuele, che contrasta di sicuro anche con
l'immagine del centro storico, e provo a commentare ciò che si
intravede attraverso le foto degli ultimi lavori. Intanto mi rifiuto
di accettare l'idea che alla base di quella esecuzione di lavoro
pubblico ci sia la guida di un tecnico comunale o di un libero
professionista. Senza offesa per nessuno, quelle linee bianche e
l'insieme della realizzazione in corso sembrano essere più opera
arbitraria d'iniziativa del "bravo capomastro" che non
l'esecuzione di un'opera sotto la guida di un tecnico
professionista.
Quelle linee bianche lungo i lati del corso
Vittorio Emanuele, che si fanno notare, danno alla percezione visiva
d'insieme una nota coloristica fine a se stessa, ambigua e pericolosa
per l'utenza automobilistica e dei pedoni. Senza troppo disquisire,
tornando al segno che divide lo spazio carrabile da quello
pedonabile, essendo non marcato dal rialzo di un marciapiede, dà
all'automobilista, la superficiale sensazione di segno valicabile,
abbassando così la ricercata soglia di sicurezza per il pedone.
Stessa erronea valutazione da parte sua potrebbe farla anche il
pedone, non percependo il limite in quella linea bianca
considerandola, con ogni probabilità, solo un segno decorativo. La
scelta poco idonea si giustifica con il dubbio progettuale non
risolto di spazio dalla duplice valenza: a volte perdonabile e altre
no. Insomma, l'immagine della Grande Piazza oltre a tradire la patina
di una conservazione storica, sempre più appare incerta, ambigua nel
suo uso e poco attenta all'incolumità del cittadino pedone.
E che dire del
passaggio pedonale che si affaccia in piazza Garibaldi?
Intanto,
esteticamente con le interruzioni dei raccordi e l'inclusione di
tombini che scombinano l'impianto fisso sembra un “oggetto
difettoso” ancor prima d'essere usato. Dunque non solo ambiguità
in quella realizzazione ma anche qualche inesattezza tecnica nel
passaggio zebrato realizzato nel tratto che incrocia Piazza
Garibaldi. Per la funzione intrinseca di passaggio pedonale, stando
alle linee guida e al codice stradale, qualche anomalia sembra
evidente. A spanna, non sembrano a norma larghezza e lunghezza delle
strisce (50 cm x 250 cm) bianche e soprattutto la distanza di esse
dallo sbocco in piazza (5 m). In buona sostanza, tutto appare
indeciso e titubante, più dettato da una (si fa per dire) ricerca
estetica che non da un complessivo studio che consideri nel progetto,
se prevista la viabilità, una ineludibile soluzione in termini anche
di sicurezza stradale.
Per concludere, ad esempio, fermo restando
l'obbrobrio della scelta in atto, si poteva, almeno, aggiungere al
rinnovo, un percorso con pavimento tattile per l'attraversamento in
sicurezza dei non vedenti, magari allungandolo verso altre
funzionalità di servizio. Quindi non solo spostamento da un lato
all'altro per tutti lungo la cosiddetta Grande Piazza, ma anche
massima fruibilità cittadina verso i pubblici uffici (p. e. Comune).
E perché no, pure verso i vari esercizi commerciali in un quadro di
città con centro storico veramente a misura d'uomo?
Quelle linee bianche lungo i lati del corso Vittorio Emanuele, che si fanno notare, danno alla percezione visiva d'insieme una nota coloristica fine a se stessa, ambigua e pericolosa per l'utenza automobilistica e dei pedoni. Senza troppo disquisire, tornando al segno che divide lo spazio carrabile da quello pedonabile, essendo non marcato dal rialzo di un marciapiede, dà all'automobilista, la superficiale sensazione di segno valicabile, abbassando così la ricercata soglia di sicurezza per il pedone. Stessa erronea valutazione da parte sua potrebbe farla anche il pedone, non percependo il limite in quella linea bianca considerandola, con ogni probabilità, solo un segno decorativo. La scelta poco idonea si giustifica con il dubbio progettuale non risolto di spazio dalla duplice valenza: a volte perdonabile e altre no. Insomma, l'immagine della Grande Piazza oltre a tradire la patina di una conservazione storica, sempre più appare incerta, ambigua nel suo uso e poco attenta all'incolumità del cittadino pedone.
Per concludere, ad esempio, fermo restando l'obbrobrio della scelta in atto, si poteva, almeno, aggiungere al rinnovo, un percorso con pavimento tattile per l'attraversamento in sicurezza dei non vedenti, magari allungandolo verso altre funzionalità di servizio. Quindi non solo spostamento da un lato all'altro per tutti lungo la cosiddetta Grande Piazza, ma anche massima fruibilità cittadina verso i pubblici uffici (p. e. Comune). E perché no, pure verso i vari esercizi commerciali in un quadro di città con centro storico veramente a misura d'uomo?
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mercoledì 12 novembre 2014
BELLUNO: PRG e Zone bianche
Inconciliabilità tra sicurezza del territorio e nuovo volume edilizio
_________________________________
Il mai
sopito mercantilismo economicistico dell'Amministrazione cittadina,
intende ancora prevalere sul buonsenso e su una inversione culturale
che si affaccia alle diverse tendenze culturali urbanistiche. I danni
del maltempo di questi giorni, imputati in parte alla
tropicalizzazione del clima cui stiamo assistendo, dovrebbe
insegnarci qualcosa? O no! Tutti i danni del territorio vengono sì
anche da lontano, ma il lontano è l'accumulo degli errori che si
sono commessi e si continuano a commettere, senza soluzione di
continuità, in una aberrante quotidiana gestione della città. Ma
niente, imperterriti si vuole continuare a costruire e ad urbanizzare
oltre ogni limite imposto dalla natura e così poi, essendo tutti
colpevoli, nessun è colpevole e chi paga è sempre la collettività.
Tutti riconoscono che i disastri del proprio territorio sono il
risultato delle cementificazioni, spesso non necessarie, ma la
eventuale responsabilità difficilmente è riconosciuta e imputabile
a qualcuno. Al massimo, si attribuisce ad ignoti altri. Tutti, si
stracciano le vesti per una mancata sicurezza del territorio in
termini di prevenzione idraulica, geologica e idrogeologica. Infatti
anche a Belluno si parla con lingua biforcuta: si vuole da una parte
fermare il consumo di suolo e proteggere il territorio, dall'altra
si continua a promuovere nuova urbanizzazione. E no! Non ci si può
continuare a nascondere dietro un dito. Dovrebbe essere illuminante
il fatto che le maggiori organizzazioni che raccolgono artigiani e
imprenditori dell'edilizia hanno da tempo pubblicato un manifesto
dove si esprimono per un freno assoluto alla cementificazione. Dicono
basta al consumo di suolo! La legge regionale dietro cui si trincera
il lassismo urbanistico cittadino, non va letta in chiave diversa da
quello spirito che l'ha generata. Nel governo del territorio e del
paesaggio non può essere implicita alcuna mano libera a coloro che
vogliono nuove costruzioni. Di nuova edilizia, di case sfitte ve n'è
sono abbastanza e comunque non certo in previsione di una
soddisfazione del bisogno di abitazioni. Non c'è nello sbandierato
disegno urbanistico (sic!) di volume che si sposta a una parte
all'altra della città alcuna possibilità di smaterializzazione.
Tutti capiscono che un volume che si aggiunge, resta tale anche se
spostato da un luogo all'altro. E senza volere fare alcuna
provocazione, credo che anziché aggiungere dovremmo pensare di
sottrarre volume al territorio, se si vuole veramente fare
prevenzione ai disastri.
Decostruire,
non è più un astratto imperativo o un'eresia ma piuttosto una
necessità se si vogliono sciogliere tutti i nodi dell'abitare nel
nostro territorio che oramai sono giunti al pettine.
Giuseppe
Cancemi
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martedì 11 novembre 2014
FORMAZIONE DEI PIANI DI RECUPERO DI CALTANISSETTA (2013)
(Nota di Giuseppe Cancemi)
Le
esigenze di recuperare un centro storico, in generale, non sono
nuove. Caltanissetta, per l'ennesima volta e con grande ritardo
rispetto al contesto italiano, si cimenta con una nuova proposta
progettuale di riutilizzo-rinnovo a partire dal quartiere
“Provvidenza”. La premessa che muove il Piano di Recupero, cerca
di giustificare le proprie scelte ritenendo di essere “ in linea
con le direttive nazionali e comunitarie” e motivando un fine che è
quello di “contenere il consumo del territorio”. Sostiene di
adottare un criterio improntato all'ecocompatibilità, al recupero
delle valenze architettoniche, e avanza anche, tra le “nuove
esigenze” irrinunciabili dei luoghi, requisiti di “accessibilità
- anche carrabile”, assai discutibili.
La
relazione del nuovo Piano di recupero dopo 30 anni e alcuni passaggi
oramai storicizzati, rivela un'unica tendenza: l'attesa ripagata dal
tempo, dei prevedibili crolli per vetustà, che ripropone alla fine,
un antico disegno di politica urbanistica orientato ad una
edilizia, per il centro storico, sostitutiva dell'esistente. La nuova
(si fa per dire) tendenza nelle scelte di quest'ultimo piano di
recupero, a distanza di altri precedenti tentativi, fa emergere la
pervicace volontà politica di volere a tutti i costi sostituire il
«vecchio» col nuovo. Un passo della revisione del P.R.G. dell’anno
1982 riportata dalla relazione, a proposito dei passati Piani di
Recupero ai sensi della L.N.457/78 usato a suffragio delle tesi
sostenute dai redattori del PR così si esprime: ”Nelle more della
redazione di tali Piani, gli unici interventi ammissibili potevano
essere”, solo, “quelli di manutenzione ordinaria, straordinaria
e” di “risanamento conservativo”. Per inciso, termini corretti
nel restauro dei centri storici sostenuti dalla cultura urbanistica
corrente ma evidentemente non condivisi, poiché utilizzati in un
ragionamento del tipo: prima non si poteva intervenire in modo
diverso da quello prescritto, ora sì.
Il
tempo, è stato galantuomo (sic!). I quartieri della Provvidenza man
mano che crollano sono ora transennati per pericolosità e pronti a
ogni soluzione di nuova edilizia.
Verrebbe da dire... ci
siamo! Con l'emergenza sicurezza si può e si potrà giustificare
tutto.
Il Comune nel timore che si
verifichino crolli a danno degli abitanti del c.s. si attrezza per
operare senza veti. Il passaggio è lineare: con il timore dei
crolli, lo scopo preventivo del Comune consente di provvedere ad
allontanare gli occupanti delle abitazioni pericolanti in c. s. e si
barricano gli accessi al quartiere in attesa di potere intervenire
secondo una logica prevalentemente «modernizzativa» a partire degli
slarghi, alcuni già oggi diventati parcheggi per auto. Vedasi
esempio in foto di immagine documentata nella relazione del Comune di
Caltanissetta.
![]() |
| Foto di Leandro Jannì |
Pericolosa
tendenza annunciata: largo alle auto
In
clima di emergenza scompare ogni precauzione e interesse per il
destino dei nuovi sfollati (tali per condizioni economiche precarie)
che per questa tendenza si candidano con molta probabilità a formare
le baraccopoli nissene. Già in passato gli abitanti della
Provvidenza erano degli invisibili, non venivano considerati nei
cosiddetti piani di recupero, figurarsi ora che i crolli incombono.
La
ricca documentazione fotografica del degrado nella formazione dei
piani di recupero, riportata nella relazione dell'ufficio tecnico
comunale, preconizza la “soluzione finale”.
Nella
formazione del Piano, la relazione, com'era prevedibile nella logica
delle città materiali, esamina la presenza degli abitanti -
incidentalmente e senza dati recenti - evidenziando uno spopolamento
del c. s. nella dinamica complessiva dell'occupazione degli immobili
a fronte di ripopolamento con persone non italiane. Evitando di
entrare, per esempio, nel merito della composizione della proprietà
immobiliare e la tipologia degli attuali abitanti. In buona sostanza
viene rafforzata la necessità di intervenire per motivi igienici, di
decoro e di stabilità degli immobili. Nessuna relazione con le
esigenze abitative dei nisseni e non.
***
In sintesi
Dalla
relazione emerge la logica dell'emergenza eletta a metodo.
Aspettiamo... con i crolli la necessità di allontanare gli abitanti
(prima più difficile) ora si fa cogente e si può anche diradare a
misura (si fa per dire) d'auto. Si può costruire il nuovo.
Manifestamente sembrerebbe l'unica possibilità. Con ruderi
irriconoscibili la demolizione e ricostruzione con aumento della
volumetria in verticale, il diradamento in orizzontale per parcheggi
e l'allargamento di strade saranno accettati perché apparentemente
indolori.
Se la
partecipazione alla formazione dell'ennesimo piano serve a
corresponsabilizzare una scelta non solo urbanisticamente da
retrovia ma soprattutto etica, la risposta, a mio avviso, è no!
La
sfida che si può lanciare, invece, deve puntare ad un recupero
tendenzialmente conservativo e sostenibile. Si deve
partire dalle esigenze dei futuri cittadini abitanti di un ambiente
urbano storico a misura d'uomo com'era.
L'insediamento previsto, pur
senza uno studio sociologico che doveva essere approntato, si può
ipotizzare formato da anziani, giovani coppie, singoli, tra i quali
nuclei familiari con poche risorse economiche.
Gestione
Con le
strategie giuste e con un patto di solidarietà da inventare, si
possono organizzare sistemi di partecipazione al restauro,
affiancate da corsi di formazione professionale indirizzata al
recupero edilizio per piccole imprese e lavoratori con contratti ad
hoc sostenuti da Comune, IACP, cooperative, privati, cassa edili,
sindacati, confindustria, imprenditori, lavoratori-corsisti, ecc.
Le
risorse economiche dovranno essere reperite, tra finanziamenti agenda
2000, cassa depositi e prestiti, BOC, finanziamenti IACP e
cooperative, finanziamenti prima casa, capitali d'investimento
privati, nonché banche, specie le locali, attraverso le quali con
garanzie pubbliche, dovranno essere indotte ad erogare anche piccoli
prestiti. I cittadini tutti, gli interessati per primi, coinvolti
nei vari passaggi: dal progetto ai finanziamenti alla realizzazione,
assumeranno il ruolo di protagonisti del cambiamento. Il Comune dovrà
fondare un ufficio casa perenne per seguire tutte le operazioni di
recupero.
Le
proprietà pubbliche recuperate per prime, dovranno servire da spore
per innescare un processo virtuoso di parcheggio in attesa del
restauro, formazione/collaborazione, restituzione e così via.
Quali
agevolazioni si possono attivare riguardano: le facilitazioni
burocratiche, la riduzione degli oneri di urbanizzazione, degli
incentivi vari sui costi (cantiere, smaltimento sfabbricidi, ecc.) e
sulle scelte di sostenibilità.
Quale restauro
In
merito alla sostenibilità vanno orientate scelte di interventi che
tengano conto della bioarchitettura (verifica della presenza del gas
radon, basso in/out energetico, cappotto termico ecc.).
Risparmio idrico, con
recupero delle acque piovane e/o ricircolo delle acque grige
Risparmio energetico
(pannelli fotovoltaici, energia solare-termica) Eventuale
sperimentazione di teleriscaldamento con TOTEM e/o geotermia
Efficienza energetica su
tutto, elettrica e termica.
La vera
sfida va concretizzata confutando la ricostruzione e/o diradamento
(data per scontata per i ruderi) con il mantenimento del disegno
urbanistico del luogo (es. della Provvidenza con caratteristiche
ippodamiche). Cioè, mantenendo la maglia urbana del quartiere,
scongiurando il preteso sacrificio della dimensione ad uomo per
sostituirla con quella a misura di automobile (impossibile) per vari
motivi. Non necessariamente costituzione di volumi in altezza
consimili ai precedenti ma livellamento, eventualmente, in basso per
lasciare passare la luce la dove si ricostruisce e liberazione da
superfetazioni per spazi di preesistenti, cortili, giardini e slarghi
interni con pozzi.
Tipi di intervento
Acquisizione
(o intervento con partenariato Pubblico/privato) di immobili privati
in centro storico per la loro valenza storico-urbanistica, da
consolidare ristrutturare e restaurare e da destinare agli usi
pubblici previsti dal piano particolareggiato o di comparto. Possono
altresì, allo stesso scopo, essere acquisiti immobili diruti o non
abitabili per essere destinati dopo la loro sistemazione ad edilizia
residenziale pubblica (case parcheggio, alloggi, immobili di
scambio).
Il
recupero deve essere occasione di opportunità per crescere, non
scusa per dare al centro storico un nuovo che modifica, cancella i
segni del passato, mortifica l'immagine di Caltanissetta.
Belluno, 24/2/2013
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Riqualificazione del centro storico
RIQUALIFICARE
IL CENTRO STORICO Sì, MA CON QUALI RISORSE, QUALE PROGETTUALITA' DI
RIFERIMENTO A BREVE, MEDIO E LUNGO TERMINE?
L'operazione
"Riqualificazione del centro storico", è un atto di
rilevante valenza politica per la sua ricaduta sull'assetto
socio-economico della città di Caltanissetta. L'incidenza che avrà
sul patrimonio immobiliare e sulla vita delle persone, abbraccia un
lungo periodo che va al di là dei tempi amministrativi che possono
gestire questo o quel partito favoriti o meno dalle elezioni prossime
e future. Per tale motivo, trasparenza e partecipazione democratica
alle scelte fatte e da fare non sono un optional e dunque necessarie
per tutti.
Posto
preliminarmente questo preambolo, si può tentare di avviare una
iniziale ricognizione dei fatti, attraverso una dispersa
documentazione, non semplice da reperire. L'annuncio, rilevabile
dalla rivista Caltanissetta n. 54, è sì un primo approccio alla
comunicazione di un evento urbanistico di rilievo ma non
soddisfacente. Andando a cercare in altri documenti come il
protocollo d'intesa tra Comune e IACP si apprende che nei comparti
128 e 129, attraverso linee ed azioni programmatiche di insieme
definite di riqualificazione e statutarie d'Istituto Comune e IACP
intendono lavorare in sinergia.. Per questa intesa di partenariato,
del 3 febbraio 2013 tra i due enti, nel documento sottoscritto,
muovono da una svolta "attività monitoraggio",
successivamente "crono-organizzata", intervenuta da due
direttive dell'assessore all'urbanistica.
Una
successiva delibera, del Consiglio comunale citata, ha individuato
quali azioni di riqualificazione si intendono fare in centro storico;
quale gruppo di lavoro sarà incaricato e quali saranno "le
forme di urbanistica partecipata”, prevedendo un “contributo
volontario e gratuito” ai “professionisti per la redazione di
iniziativa pubblica dei piani di recupero".
A
volersi per un momento soffermare su questi atti, viene subito da
chiedersi: si sono spiegati male o hanno sorvolato agli adempimenti
che presiedono un simile impegno urbanistico?
L'azione
di monitoraggio che ha impegnato i tecnici che significa? Non doveva
essere organizzato il tutto con un quadro gestionale fatto di
strumenti legislativi e di riferimento; un quadro finanziario di
breve, medio e lungo periodo; con un esame del costruito e un'analisi
sociologica?
Giuseppe Cancemi
Giuseppe Cancemi
lunedì 10 novembre 2014
PRESTAZIONE PROFESSIONALE
Può essere gratuita, in qualche caso, come nuova forma di libertà, solidale?
La diatriba che si è
accesa non molto tempo fa, tra i pro, forse pochini, e i contro, per
lo più gli ordini professionali, merita una riflessione perché,
forse, in medio stat virtus. Mi
riferisco alla ricerca di collaborazione professionale da parte del
Comune “a
gratis”,
mediante un albo di volontari da utilizzare per occasionali
prestazioni senza compenso. Il rifiuto netto degli ordini
professionali è stato automatico e senza appello. Per loro, che
hanno il compito di tutelare questa o quella determinata professione,
le opere di ingegno non possono essere non retribuite. In effetti, se
si escludono le questioni di principio, opinabili, giustamente tra
una prestazione professionale ricompensata e una no, si
infrappongono ostacoli di ordine generale non trascurabili. Bisogna considerare che, per esempio, per il fisco, una prestazione, specie se ripetuta, può apparire come attività in nero e come tale, per principio, da respingere perché contraria ad ogni etica e onore del professionista. Non meno pesante si presenta, sotto altro profilo, un'attività priva di giusto compenso, potendo apparire perfino come concorrenza sleale se non come fattore che altera il mercato dell'offerta professionale. Il Comune, a mio modesto avviso, nel richiedere l'iscrizione volontaria ad un albo comunale, all'uopo preparato, non mi risulta che abbia stabilito alcun paletto limitativo, nell'eventuale svolgimento della prestazione professionale. Impensabile, dunque, un affido tecnico professionale per una totale partecipazione per impegno, responsabilità e tempi necessari per accompagnare, seguire un'attività, un processo, una progettazione, ecc. di media/alta responsabilità. In buona sostanza, bisognava evidenziare il limite e magari ci si doveva riferire allo spirito dell'art. 118 della Costituzione. Sì perché rifacendosi alla Costituzione con il suo principio di sussidiarietà, poteva meglio disporre la partecipazione e l'aiuto concorrente per fini e attività di interesse generale. A questo proposito qualche Comune in Italia, ha già fatto un proprio regolamento dove, al cittadino che vuole essere attivo, viene data la possibilità di collaborare per la cura e lo sviluppo dei beni comuni. In buona sostanza, al cittadino viene data la facoltà di esercitare una nuova forma di libertà, solidale.
infrappongono ostacoli di ordine generale non trascurabili. Bisogna considerare che, per esempio, per il fisco, una prestazione, specie se ripetuta, può apparire come attività in nero e come tale, per principio, da respingere perché contraria ad ogni etica e onore del professionista. Non meno pesante si presenta, sotto altro profilo, un'attività priva di giusto compenso, potendo apparire perfino come concorrenza sleale se non come fattore che altera il mercato dell'offerta professionale. Il Comune, a mio modesto avviso, nel richiedere l'iscrizione volontaria ad un albo comunale, all'uopo preparato, non mi risulta che abbia stabilito alcun paletto limitativo, nell'eventuale svolgimento della prestazione professionale. Impensabile, dunque, un affido tecnico professionale per una totale partecipazione per impegno, responsabilità e tempi necessari per accompagnare, seguire un'attività, un processo, una progettazione, ecc. di media/alta responsabilità. In buona sostanza, bisognava evidenziare il limite e magari ci si doveva riferire allo spirito dell'art. 118 della Costituzione. Sì perché rifacendosi alla Costituzione con il suo principio di sussidiarietà, poteva meglio disporre la partecipazione e l'aiuto concorrente per fini e attività di interesse generale. A questo proposito qualche Comune in Italia, ha già fatto un proprio regolamento dove, al cittadino che vuole essere attivo, viene data la possibilità di collaborare per la cura e lo sviluppo dei beni comuni. In buona sostanza, al cittadino viene data la facoltà di esercitare una nuova forma di libertà, solidale.
Per
concludere, penso, che con l'occasione del nuovo sito comunale in
internet, archiviato il discusso albo di volontari, si potrebbe
iniziare una nuova forma di collaborazione e partecipazione verso
proposte e progetti che il Comune intende condividere. Uno spazio
aperto alla consultazione e alla eventuale collaborazione
progettuale, on-line,
attraverso
una
semplice
registrazione, può aprire per il Comune una varietà di
collaborazioni i cui partecipanti non hanno bisogno di iscriversi a
nessun albo. Agli uffici comunali e ai relativi professionisti
responsabili del materiale messo a disposizione per la
collaborazione, resterebbe la segnalazione o il contributo tecnico
professionale ed ogni altra forma di espressione collaborativa,
utilizzabile direttamente, da rielaborare, oppure da respingere in
toto. Insomma, in democrazia e con i mezzi che si hanno a
disposizione, la collaborazione dei cittadini-sovrani si può
ottenere senza scomodare nessuno, basta solo sapersi organizzare.
Giuseppe
Cancemi
***
Il titolo dato dal giornale non rispecchia né il contenuto del testo né la volontà di chi scrive.
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Gli esperti si sono presentati. Vedremo come saranno impiegati.
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Nota: trovo interessante, comunque, che ci sia tanta voglia di fare, di dare una mano per migliorare le condizioni della città. Complimenti ai 37
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Nota: trovo interessante, comunque, che ci sia tanta voglia di fare, di dare una mano per migliorare le condizioni della città. Complimenti ai 37
lunedì 20 ottobre 2014
Caltanissetta
ENNESIMO STUDIO PER IL RECUPERO DEL CENTRO STORICO
Come
primo elemento propedeutico, penso, e non da ora, che alla base di
qualcosa da realizzare per qualcuno, si deve sapere da dove iniziare
e per chi è, o chi sarà, quel qualcuno. In buona sostanza, quale
centro storico e per quale città nel suo complesso, e chi sono ora,
o chi saranno, gli abitanti nisseni da transitare nel futuro?
Secondo, la vastità del c. s. fa pensare ad una operazione di
recupero assai lunga nel tempo che impegna l'odierna generazione e,
senza tema di smentita, anche qualche altra ancora da venire. Terzo,
le risorse da utilizzare per il recupero oggi sono scarse e le
previsioni per il futuro non sono certo rosee. Quarto, attualmente le
aree del c. s. non sono appetibili per vari motivi, pregiudizi per
primi (i cittadini non graditi, da tempi remoti, sono sempre stati
confinati nelle stesse aree e, vedi caso, indovinate quali?). Ma gli
interrogativi non finiscono qui. Il c. s., anche se non intensamente
popolato, ha i suoi abitanti che non sono fantasmi e che nella
complessità del piano, vanno considerati ai fini di un inevitabile
trasferimento temporaneo (trasporto delle suppellettili, alloggio
provvisorio, etc.) quando saranno raggiunti dai lavori di recupero.
Eppoi, davvero si conoscono quali sono e saranno le dinamiche
anagrafiche, economiche e spaziali attuali e future?
Ecco,
credo che anche il migliore degli studi, se ancora una volta darà
tutto per scontato e non prenderà, quindi, in considerazione i
tratti socio-economici e spaziali di una comunità nei suoi bisogni
di risiedere, spostarsi, lavorare, etc., rischia di essere sì
un'ottima esercitazione accademica ma con effetti applicativi lontani
o estranei ai reali bisogni del contesto urbano.
Spero,
che riflettendo anche su queste brevi note, si possano prendere tutte
quelle misure che servono per una città, che va vista, letta e
progettata attraverso la sua complessità e interezza sistemica.
È convinzione, condivisibile, di J. J. Russeau che "la dove troviamo degli specialisti non troviamo dei cittadini". Si vuole che siano i politici e/o i tecnici a decidere, da soli, delle sorti di una città?
È convinzione, condivisibile, di J. J. Russeau che "la dove troviamo degli specialisti non troviamo dei cittadini". Si vuole che siano i politici e/o i tecnici a decidere, da soli, delle sorti di una città?
Buona
fortuna!
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centro storico,
Urbanistica e Territorio
mercoledì 15 ottobre 2014
PRG BELLUNO
Urbanistica contrattata o furbata per fare cassa?
Con l'annuncio di
stampa di qualche giorno fa, la Giunta Massaro, riscopre come
processo evolutivo di un già vantato “programma costruttivo”
per Col Cavalier, già foriero di nuovi volumi sul territorio, una nuova urbanistica contrattata (sic!) che richiama alla memoria
l'imprenditore Berlusconi con le Milano 1 e 2. Una sorta di permuta
già nota, apparentemente vantaggiosa per la comunità ma segno che
ancora una volta il potere pubblico è favorevole a derogare sul
rigore nel governo del territorio.
In effetti
l'operazione, con una annunciata modificazione degli indici di
edificabilità al Master plan di Cavarzano, intenderebbe spostare una
certa quantità di volume edificabile facendolo “saltare” da un
posto all'altro in cambio di cosiddette “opere di compensazione”,
insomma, senza mezzi termini si vuole ulteriormente raschiare il
fondo del barile. Si vogliono “smerciare” i vincoli scaduti di
volume progettato per uso pubblico contro vil moneta. In termini
molto più crudi, s'intende far ancora cassa a tutti i costi e in
tutti i modi. Mi chiedo se quelle aree per opere pubbliche già
titolate ora diventate (ritenute) “bianche” appartengono a
calcolati rapporti tra standard residenziali e popolazione, o
sopravanzano così perché i progettisti li hanno messi lì tanto per
gradire, per impedire qua e là che i privati edificassero. Il
dibattito urbanistico che non si è mai arreso alla cultura della
speculazione edilizia, dilagante - fino a compromettere sempre più
il territorio nella sua intrinseca fragilità geomorfologica - si
ritrova ancora una volta a subire un arretramento, grazie ad una
studiata furbata con la trovata del baratto. Tutto a posto con leggi,
regolamenti, e cavilli vari ma come la mettiamo con una realtà
fisica che impone sempre più attenzione per una urbanizzazione che
sommata ad altra preesistente aumenta il rischio di frane alluvioni e
disastri cosiddetti naturali ma che naturali poi non sono. Sa il
Comune qual è il bisogno di nuove abitazioni o di nuovi volumi per
il commercio e le attività economiche? Ha ipotizzato una qualche
previsione di crescita socio-economica alla luce di una evolvente
dinamica della popolazione, delle forze lavoro, dei settori
economici, dei bisogni per fasce d'età al fine inquadrare e
giustificare queste eventuali prefigurate domande di nuova edilizia
su aree inedificate? Si è sicuri che le aree per le quali si vuole
rinunciare al reitero del vincolo per opere pubbliche (già titolate)
non sia più necessario? E le aree “sottratte” a Cavarzano non
genereranno un qualche inevitabile contenzioso?
Sembra veramente
molto riduttivo, mi perdonino Sindaco e Assessore, e quasi offensivo
verso un dibattito sulla governace del territorio, lungo credo
di decenni, liquidare in poche informazioni giornalistiche, un serio
argomento che investe tutto l'assetto urbanistico della città di
Belluno.
Soffermarsi su
“incassi” per la vendita di volumetria traslata da altre aree,
sia pure in cambio di opere pubbliche vagamente citate nel pezzo
giornalistico, sembra quasi voler porre più un accento sull'aspetto
economicistico che non sul volere agire con questa operazione
“baratto”, in concorso con altre azioni, ad una risistemazione
del più complessivo sistema città. L'operazione vendite, non sembra
volere affrontare quella gestione urbanistica che proprio per
salvaguardare e proteggere il territorio ha bisogno di un governo dei
processi a prevalenza pubblica, senza deroghe o cedimenti alle
privatizzazioni. Invece appare debole e deludente e di “scopo”
l'annunciata speciosa permuta volumetrica. Richiama quasi l'idea
immaginaria di un commercio da banchetto, dove le aree, prima
riservate ad opere pubbliche, prossimamente, verranno vendute e/o
“barattate” come ultimi “scampoli in liquidazione”.
Voglio ancora
ricordare che il territorio, visto il repentino mutamento della
meteorologia, di queste scelte solo economicistiche potrebbe in un
futuro non più remoto pagarne le conseguenze. Riflettiamo... gente. Attenzione!
Giuseppe Cancemi

***
***
***
Il testo giornalistico di riferimento...
BELLUNO.
Le “aree bianche” diventano edificabili. Ma solo su richiesta del
proprietario del terreno e sulla base di precisi paletti, che la
giunta ha messo per evitare che in zone di pregio sorgano palazzine
ingombranti. Inoltre, la volumetria che sarà sviluppata nelle aree
bianche sarà “sottratta” a Cavarzano, nella zona destinata allo
sviluppo del Master plan. In questo modo non aumenterà la cubatura
prevista dal piano regolatore in vigore.
L'assessore
Franco Frison sta lavorando da mesi a questo piano e nel prossimo
consiglio comunale (e prima in commissione urbanistica) si discuterà
della quantificazione economica di questi spazi. Le zone bianche sono
aree del territorio comunale sul quale il Comune pensava di
realizzare opere pubbliche (parcheggi, per esempio, ma anche piste
ciclabili o parchi) e per questo, anni fa, vi ha messo un vincolo. Ai
primi cinque anni ne sono seguiti altrettanti, poi la legge, con una
sentenza della Corte Costituzionale, ha fatto decadere quei vincoli e
le aree sono diventate “bianche”, cioè «prive di una
pianificazione urbanistica», spiega l'assessore Frison. Ma sono
anche bloccate, cioè il proprietario non le può usare. «Abbiamo
alcune richieste da sistemare, per questo dobbiamo arrivare a una
quantificazione economica, al metro cubo, di questi spazi».
In
pratica, il proprietario del terreno “area bianca” che volesse
costruirvi una casa, dovrà pagare una certa cifra al Comune (da
stabilire). Solo chi presenterà apposita istanza avrà il terreno
edificabile a disposizione, gli altri rimarranno come sono. Da un
lato, dunque, ci sarà anche chi avrà un evidente beneficio, perché
magari quel terreno 10 anni fa era agricolo e ora può diventare
edificabile, ma anche il Comune avrà il suo vantaggio, economico.
«In questo modo si trova un equilibrio fra due interessi», precisa
il sindaco, Jacopo Massaro. «Quello del privato, che per anni ha
avuto un vincolo su un terreno di sua proprietà, ma anche quello
pubblico, sia perché è prevista una cifra per l'acquisto della
volumetria, sia perché abbiamo posto precisi paletti
all'edificazione».
L'acquisto
di volumetria, infatti, sarà possibile solo in determinate zone,
«ovvero in contesti già urbanizzati» e anche i metri cubi saranno
limitati per evitare di veder sorgere condomini dove oggi ci sono
prati.
Sono
un centinaio le aree bianche in comune; per consentirne
l’edificazione sarà tolta volumetria a Cavarzano, nell'ampia area
dove da anni si parla del Master plan. Un bilanciamento per mantenere
la stessa volumetria prevista nel Prg: «Avevamo la necessità di
risolvere aspettative legittime di alcuni cittadini (una decina)»,
continua Frison.
I
soldi che il Comune incasserà per la “vendita” della volumetria
serviranno per fare qualche opera pubblica, come parcheggi e
ciclabili: «È lo stesso lavoro», conclude Massaro, «che stiamo
facendo con i Suap (via Agordo e la Carpenada per esempio): quando un
privato ci chiede una variante al Prg, noi chiediamo opere di
compensazione a beneficio della comunità. Con le aree bianche
succederà lo stesso».
di
Alessia Forzin
Corriere delle
Alpi del 10
ottobre 2014

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