giovedì 27 marzo 2014
LAVORI PUBBLICI
Un dubbio sul modo con cui sta realizzando il selciato fa riflettere sull'assorbimento e sulla velocizzazione delle acque meteoriche che scorreranno a seguito delle precipitazioni.
Giuseppe Cancemi
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mercoledì 26 marzo 2014
Il Comune di Caltanissetta vuole formare 15 esperti per europrogetti
EUROESPERTI
O SPOT ELETTORALE?
Leggere,
qualche giorno fa, che il Comune si ripromette di formare 15 esperti
in “euro-progettazione” per la mia città mi rende contento, ma
solo per qualche istante. Quasi subito, in effetti, ho sentore che
qualcosa non funziona. L'ateneo LUSPIO
è una Libera
Università degli Studi, privata, nata nel 1996 a Roma, ufficialmente
con tre facoltà (Interpretariato
e
Traduzione,
Scienze
politiche ed
Economia)
e 5
corsi di laurea in tutto. E subito penso, cosa mai c'entrerà una
simile università con l'europrogettazione. O meglio, se un simile
ateneo è capace di formare “esperti” per attingere finanziamenti
in Europa - perché di questo si dovrebbe trattare - come mai il
deputato che con ogni probabilità ha suggerito al Comune una così
brillante idea non lo ha già fatto prima a livello nazionale? Egli
sa e anche noi sappiamo, che tanti

finanziamenti europei, anche di recente, sono stati persi per l'Italia e nessuno se ne è mai accorto o preoccupato. Forse, si poteva cominciare proprio dall'alto, per così dire. Sì perché per il livello locale qualche dubbio sull'utilità viene, specie se mettiamo in fila alcune cose: siamo sotto elezioni; un corso dal costo di 10 mila euro dovrebbe durare come un comune corso di laurea; gli “esperti” si potranno vedere solo alla fine di un triennio/quinquennio. Insomma, è il caso di dire “campa cavallo che l'erba cresce”. A dire il vero sorge anche un ragionevole dubbio che fa pensare più ad uno spot elettorale che non ad una proposta seria fatta per il bene di Caltanissetta. Un mandato amministrativo quasi scaduto, un tempo di formazione non immediato e con utilizzo, non prossimo, d'incidere sulla problematica dei finanziamenti, confermano che la proposta dovrebbe riguardare la futura amministrazione comunale. E questo la dice lunga.
Infine,
anche il suggerimento di accedere ai finanziamenti Horizon
2020 come “Mission”
di “battesimo”, per il comune di Caltanissetta con i nuovi
esperti su proposta dello stesso deputato, ci sembra proprio indicato
per le vocazioni del nostro territorio.
Infatti,
si tratta di
finanziamenti da erogare per il quinquennio 2015-2020 tutti dedicati
alla ricerca scientifica. E come è noto, Caltanissetta è quasi come
la Silicon
Valley!
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giovedì 20 marzo 2014
STOP AL CONSUMO DI SUOLO AGRICOLO
BELLUNO: COL CAVALIER
Espansione edilizia. Per la Giunta comunale,
si può fare!
Le
diatribe tra parti (rappresentanti di partito e non) di diversa
opinione, classificate non di rado con un eufemismo: confronto
politico, da tempo, non muovono più da una oggettività del
contendere, ragionata e pacata, ma piuttosto da una più generale
pregiudiziale divergenza dei contendenti. Anche nelle contese locali,
Belluno nel nostro caso, si scimmiottano le artificiose polemiche
offerte della cosiddetta “casta”, cui assistiamo quotidianamente
nei media. Purtroppo, anche gli amministratori locali di lungo corso
e “tecnici”, oramai, si sono omologati ai politici nazionali.
Sono sempre acidi alle domande e rispondono in maniera anche
indispettita e piccata o si rifugiano in evasive risposte, forse
sapendo di non essere più tollerati, perché assimilati alla casta.
La pregressa critica sull'edificazione a Col Cavalier riaccesasi per
l'ok al recente intervento edilizio, si rinfocola in questi giorni,
per le risposte dell'assessore all'urbanistica, a dir poco ingenue
per uno del mestiere (già presidente dell'ordine degli architetti di
BL), e del Sindaco più stizzita. Basti pensare che l'Assessore
all'urbanistica, le osservazioni e le opposizioni fatte da Italia
Nostra (associazione nazionale di lunga esperienza e competenza) e
dal Comitato civico Col Cavalier, le liquida come “generali” e
“non puntuali”. Che dire da amministrato della superficialità
che traspare dalla laconica risposta verso le competenti osservazioni
fatte da Italia Nostra? Per l'Assessore, sono considerate
osservazioni generali e non puntuali le segnalazioni che esprimono
grosse perplessità sulla fragilità di carattere geotecnico e
idrogeologico dell'area interessata. L'osservazione di contrarietà
ad una nuova edificazione in un'area “catalogata
di pericolosità limitata, ma posta in prossimità di un territorio
gravemente instabile” non basta! Per
non parlare del pregio paesaggistico che si andrà a compromettere o
dell'invasione urbanizzativa dell'area a destinazione e vocazione
agricola. Poca cosa per l'Assessore. In compenso, il Sindaco in
persona, ad altra critica mossa da un Consigliere comunale, risponde
divagando e burocraticamente arroccandosi all'impossibilità, per
legge, di negare l'intervento edilizio in Col Cavalier. Ne fa una
questione burocratica e di osservanza della legge urbanistica,
dimenticando che in zona agricola vige sempre, al di sopra della
norma regionale, la regola nazionale, per le costruzioni a
destinazione agricola, dello 0,03mc/mq. E comunque, il contenimento o
meglio stop al consumo di suolo, riconosciuto anche da organizzazioni
come la Confedilizia e altri Enti simili, non è uno slogan vuoto.
Sappiamo bene che un'antropizzazione a tutti i costi non è più né
utile né necessaria, specie dove le peculiarità idrogeologiche e
l'assetto paesistico, se violati, i danni, si ritorcono anche su
coloro che li hanno causati.
Senza
volermi associare a chi ne fa del caso, una “questione di lana
caprina”, vorrei semplicemente e solo, rammentare, che basta la
fragilità del territorio di montagna a giustificare – a garanzia
di tutti - le limitazioni e i dinieghi che si impongono in simili
situazioni, utili a prevenire concause nei dissesti della montagna.
Una
diversa decisione deve fare riflettere sulla palese contraddizione
che si instaura tra il volere costruire a tutti i costi e la messa in
sicurezza del territorio, se non si vuole piangerne le conseguenze in
tempi, che possono reputarsi anche remoti, ma che arrivano...
arrivano!
Belluno,
21/03/2013
Giuseppe Cancemi
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domenica 16 marzo 2014
Caltanissetta nella storia otto-novecentesca
Evoluzione dello stradone dei Cappuccini Nella “Fedelissima Capovalle” Caltanissetta
Lo
scenario politico, economico e sociale
In
Europa, a partire dalla seconda metà del XVIII secolo, vi è stata
una rivoluzione mercantile, demografica, agricola, industriale, delle
comunicazioni, dei trasporti e del mercato del lavoro che diventerà
una pietra miliare nella storia dell’evoluzione del consorzio umano
per i segni profondi che ha impresso in economia, in politica e nella
società.
Lo
spazio politico, amministrativo ed economico nel quale, anche
Caltanissetta, urbanisticamente, con il suo evolversi tra due civiltà
(contadina e dello zolfo) appartiene ad un dato periodo storico,
caratterizzato da un solo emergente e dirompente fenomeno: la
Rivoluzione industriale.
Un
fenomeno che trasforma tutto in poco tempo, nell’economia, nei
trasporti, nella produzione, nella finanza, nelle innovazioni e nelle
scoperte tecniche e tecnologiche, insomma qualcosa i cui effetti
provocano un cambiamento così repentino e straordinario tale che
l’affermarsi, dà inizio ad nuova società.
Nel
periodo di amministrazione
pre-unitaria
dominato
dalla famiglia Borbone, Caltanissetta, per la sua fedeltà ma anche
perché produttrice di zolfo necessario come merce da esportazione
nella bilancia del commercio con altri stati fuori dal regno delle
due sicilie, diventa una delle 7 capovalli di Sicilia e sede di
Tribunale Civile e Gran Corte Criminale, con i distretti di Piazza
Armerina e Terranova (Gela). Per questa elevazione di rango della
città i nisseni riconoscenti, non parteciperanno ai moti
rivoluzionari contro la famiglia Borbone (nel 1820) subendo, per
questo, stragi e saccheggi dai comuni del suo entroterra (San
Cataldo, Villalba, etc.) che da questa dominazione si sentivano
oppressi.
Dopo
l’Unità d’Italia il capitalismo nelle campagne in Sicilia è
oramai affermato e le miniere, nuova rendita per i signori dello
zolfo, “tirano”. La crescita della popolazione in città avviene
per una necessaria “terziarizzazione” e per esigenza di mano
d’opera richiesta dalle miniere. Nel primo ventennio del secolo XX
la popolazione si stabilizza sui quarantamila abitanti del primo
decennio e nonostante il manifestarsi della crisi dello zolfo la
città cresce del cinquanta per cento.
Anche
a Caltanissetta con il diffondersi dell’industrialismo, viene
superata la produzione diffusa e si sancisce la stretta unità tra
industria e città. Ne è conseguenza l’emergenza città, nel senso
che occorre una organizzazione del territorio e degli insediamenti
più rispondente ai nuovi bisogni dell’imprenditoria. Viabilità e
trasporti, ordine pubblico, problemi sanitari, residenza agevole per
i nuovi signori delle terre e delle miniere sono i nuovi termini
dell’abitare in città.
Caltanissetta
ha il suo boulevard
(Viale Regina Margherita) nel corso di un mutare di eventi storici e
politici, in un arco di tempo che è attraversato
dalla
storia italiana di oltre due secoli: iniziata con uno Stato
pre-unitario
"aristocratico", dominato dalla famiglia Borbone, seguito
dall’unitario
"liberal-conservatore",
con la famiglia Savoia egemone, proseguito in un ventennio di
monarchia e totalitarismo
"fascista"
per approdare al democratico
"repubblicano"
vigente.
La
trasformazione urbana
Le
città, per dirla con Benevolo, prima dell' 800 erano dei
contenitori dove: "ogni
generazione tendeva ad occupare il posto delle precedenti e a
ripeterne il destino".
Nel
Settecento, l'economia di Caltanissetta era principalmente agricola,
con una modesta concentrazione umana in una amplissima campagna.
L'armatura urbana si conserva pressoché immutata già da qualche
secolo ed è la baronia dei Moncada a dominare i rapporti della vita
comunitaria1.
La proprietà nel periodo considerato era di tipo feudale2
con tutte le caratteristiche del feudalesimo: la proprietà della
terra era sostanzialmente collettiva, era un attributo dell'autorità
regale, in cui i feudatari esercitavano solo alcuni diritti
(economici, giurisdizionali, etc.) come ricompensa dei favori dei
doveri nei confronti del sovrano, ereditavano ma non divenivano
proprietari delle terre.
La
città di Caltanissetta, secondo L. Barrile3,
nel XVIII secolo risultava formata da quattro quartieri (San Rocco,
Santa Flavia, San Francesco e Zingari4)
separati da due strade: i due tronconi via del Collegio degli studi
e via dei Cappuccini o via Grande (attualmente denominato tutto corso
Umberto I) e l’altra strada che s’incrocia in piazza Garibaldi,
costituita dai tratti via Fondachi o dell’Albergheria e via
Monastero di Santa Croce (oggi interamente via Vittorio Emanuele
II).
In
questo tessuto vengono realizzati i quartieri San Rocco e Santa
Flavia, sopra e sotto corso Umberto I (già via Collegio degli studi)
e Canalicchio (ora viale Testasecca). San Rocco si rivelerà come la
zona privilegiata dalla borghesia nascente, con abitazioni signorili
sulle strade all’epoca più importanti (Cassarello, dell’Aquila
Nera), in cui si nota che l’edilizia è protesa verso una
ristrutturazione volta ad arricchire l’estetica.
Proprio
in quell’epoca si può dire che a Caltanissetta viene sancito
l’inizio dello sfruttamento edilizio e fondiario. L’edilizia
regolare dei nuovi quartieri (San Rocco, Santa Flavia e degli
Zingari) con il loro crescere ne sono una testimonianza di
sfruttamento razionale dello spazio, prima rurale ora urbano, per il
disegno complessivo di tipo quasi ippodamico. Lo spazio viene diviso
e costruito non più casualmente ma attraverso maglie viarie e
edificatorie di tipo geometrico.
Dopo
il Settecento le pesanti ristrutturazioni che seguono non permettono
di individuare quale fosse l’edilizia residenziale dove si trovava
l’aristocrazia, però, è possibile interpretare alcune tendenze
insediative, annotando come il quartiere Santa Flavia risulterà poco
appetibile per l’edilizia residenziale, se si fa eccezione per via
Maida e via Re d’Italia, mentre il quartiere San Rocco, si
distinguerà come luogo, per il fatto che per un certo tempo si
arricchisce di edifici apprezzabili nella loro fattura.
Il
capitalismo a Caltanissetta oramai è presente non solo nelle
campagne e nelle zolfare con la figura del gabellotto, ma comincia a
comparire anche in città. È un’imprenditoria di città che si
annuncia con contese di risorse e di diritti, in opposizione alla
sfera del diritto pubblico, costringendo sul terreno del confronto
una legislazione garantista in materia di proprietà e l’insorgente
necessità per pubblica utilità.
A
Caltanissetta nel 1821 si iniziano i lavori per realizzare la villa
comunale “Isabella”
(oggi villa Amedeo). È la scelta politica dei grandi lavori pubblici
che in ogni epoca compare per diminuire disoccupazione, miseria e
tensione sociale. Non a caso avviene dopo i saccheggi operati dei
moti anti-borbonici guidati dal principe Galletti della vicina S.
Cataldo.
Si
comincia con questa opera importante ad occupare quell’estremo
lembo della città lungo lo stradone, oltre le “mura”, che porta
ai Cappuccini, ove già sono schierati quasi frontalmente il convento
omonimo e la chiesa di S. Giuseppe.
La
villa ispirata ai giardini all’italiana e impiantata su un’area
pianeggiante verrà ingrandita a valle e completata nei primi del
‘900 su progetto dell’ing. P. Saetta.
Viale
Regina Margherita, un “boulevard”
largo 30 mt., esiste in tutta la sua lunghezza, grazie ad un
Ottocento che sulle orme di un’Europa in espansione ad imitazione
(nel suo piccolo) ha voluto sacrificare un caseggiato esistente nella
collinetta, denominata Isola
Tondo,
in prossimità di uno spiazzo detto largo delle Botteghelle
(all’altezza dell’attuale scuola elementare “San Giusto”) nel
bel mezzo di un asse che dalla “Rotonda” congiunge il c.so vitt.
Emanuele, all’altezza della via XX settembre.
_______________________
Note
_______________________
Note
2
Feudalesimo in senso economico per W. Kula significa: "Sistema
socioeconomico prevalentemente agrario, caratterizzato da un basso
livello delle forze produttive e della commercializzazione,
corporativo, in cui l'unità produttiva di base è costituita da una
grande proprietà terriera circondata da piccoli poderi contadini,
che dipendono da essa sul piano economico e su quello giuridico,
devono fruirle varie prestazioni e si trovano sotto il suo potere."
3
Barrile L.,
Caltanissetta città dell'isola e regno di Sicilia. In C. Orlandi,
Delle città d'Italia e sue isole adiacenti…, Perugia, 1789
4
A
differenza degli altri quartieri che riportano il nome delle chiese
ad essi limitrofe, il quartiere degli Zingari deve, forse, il nome
ad un antico, ma sempre in voga, razzismo, che discrimina prima gli
antichi immigrati delle terre d'India e successivamente gli ebrei e
i protestanti (Il canonico Pulci, proprio per questi ultimi, nel suo
libro: lavori di storia ecclesiastica di Caltanissetta, narra di una
diatriba tra mons. Guttadauro, vescovo della città, e il ministro
evangelico G. Troni, della Società biblica di Firenze, in merito
all'apertura di una cappella Valdese nel quartiere). A distanza di
secoli ancora oggi questo quartiere, popolato dal proletariato, non
viene considerato arealmente come appetibile per l'edilizia
residenziale.


***
Alcune foto che ricordano il passato della Scuola Elementare "S. Giusto" di Viale Regina Margherita. Scuola che ha alfabetizzato non pochi nisseni.


martedì 25 febbraio 2014
Rivitalizzazione del centro storico di BELLUNO
I GRANDI PROGETTI HANNO BISOGNO DI IDEE CONDIVISE
Il
primo cittadino di Belluno, tra i “grandi progetti” annunciati
qualche giorno fa, ha inserito il rilancio del centro storico. Musica
per le orecchie di chi come me lo abita, ma penso che lo sia anche
per i bellunesi. Il Sindaco, per dare un impulso di nuova vita al
centro storico, concentra la sua attenzione su un ripopolamento, da
favorire con più ragionevoli condizioni d'affitto. Promette nuove
regole per agevolare le famiglie e le persone, per una sorta di
equità sociale. Nulla da eccepire in questo. Anzi, suggerirei di
rifarsi al progetto AUSER “Abitare Solidale” che potrebbe essere
in linea con quanto mi sembra che voglia esprimere in fatto di
abitazione e solidarietà il nostro Sindaco.
C'è
solo una piccola discrepanza tra il dire e il fare del Comune con la
tendenza, che in atto è di segno contrario. Mi riferisco ad un
utilizzo intensivo degli spazi del centro storico tutti in funzione
di un mercantilismo fine a se stesso, alla poco curata accoglienza di
immagine che “la bellezza” del centro non merita e alla poca
importanza che si dà al presidio dei residenti. I rilievi che non
sfuggono a nessuno sono imputabili: ai parcheggi abusivi (in giorni
festivi e ore serali) nei maggiori luoghi della rappresentanza
cittadina; ai segni lasciati dai graffitari/writer; al degrado ed
incuria che avanzano; ai servizi dell'eco-centro mobile che escludono
proprio l'area storica, nonché alla diffusione di un inquinamento
acustico, anche da schiamazzi notturni, mai risolto.
Ciò
detto, i nodi per l'abitabilità del centro storico appena
menzionati, comunque, restano tutti da sciogliere. Provo a dare
qualche indicazione lungi da una sterile critica.
Per
essere propositivo, rammento che a costo zero o quasi, si potrebbe,
in una riorganizzazione delle iniziative cittadine, distribuire
meglio le attività che ora si affollano in centro storico. Altri
ambiti territoriali periferici con le varie opportunità offerte da
una programmazione di attività localizzate ad hoc, usufruirebbero di
un risarcimento, nei confronti di una ricucitura dovuta alla
marginalità urbana di cui soffrono.
Liberare
la monumentalità di Piazza Duomo, non consentendo alcun ingombro
(per altro abusivo di veicoli) è un altro suggerimento che
renderebbe giustizia alla bellezza della centralità rappresentativa
dell'agorà. Significa infatti, escludere oggetti e riflessi di
colori e luci non propri, che hanno per risultato l'esclusività di
un “genius loci” in grado di suscitare emozioni
incomparabili anche nel visitatore occasionale.
Rendere
più accessibile, come si usa dire a Chilometro zero, lo smaltimento
col mezzo mobile di raccolta differenziata per gli abitanti del
centro, che non sono certo in maggioranza giovani, significa prima di
tutto rendere giustizia.
Infine,
fare rispettare le leggi dello Stato e i regolamenti locali che ne
discendono, in materia di inquinamento acustico, non ammettendo
inesistenti deroghe, alzano il livello civico di una città, mettono
fine ad una inconciliabile mediazione e, soprattutto, realizzano di
fatto il diritto alla salute che è di tutti.
Belluno,
25/2/2014
Giuseppe
Cancemi
_____________________________________________________________________
UN'IDEA PER RIFLETTERE, DALL'AUSER (Associazione per l’autogestione dei servizi e la solidarietà)
Finalità che potrebbe dare un vero scopo e un forte impulso al recupero del nostro centro storico di Caltanissetta.
PENSARE ALLA CASA PER UNA COMUNITA' PIU' SOLIDALE
Il progetto Abitare Solidale, promosso dall' Auser Territoriale Firenze in collaborazione con l'Auser Nazionale, nasce per trasformare il "problema abitativo" in nuove opportunità per una comunità più coesa. Un bene prezioso come la casa può in effetti divenire un problema per chi non è in grado di acquistarne o affittarne una, ma anche per quanti, pur vivendo in un appartamento di proprietà o in locazione, non sono più in grado di gestirne i costi di manutenzione.
A CHI SI RIVOLGE
Proprietari e affittuari:
- ad anziani soli, proprietari o affittuari di alloggi non facilmente gestibili con l'avanzare degli anni, troppo grandi per le loro esigenze di vita;
- a famiglie che non riescono a conciliare la cura dei figli e la gestione degli affetti con i tempi del lavoro.
Ospiti:
- a famiglie e singoli a temporaneo rischio di povertà o marginalità;
- a giovani, studenti, lavoratori alla ricerca di soluzioni abitative economicamente sostenibili per un progetto di vita autonomo e dignitoso;
- a donne vittime di episodi di violenza domestica che spesso non denunciano tali molestie, perché frenate dall'incertezza del futuro abitativo.
GLI OBIETTIVI
Abitare Solidale, avvalendosi di metodi ed approcci innovativi al problema casa, si propone di ottimizzare il patrimonio abitativo esistente attraverso un intervento sociale in grado di dare risposte concrete, anche se temporanee, al bisogno di un alloggio dignitoso; al contempo mira a sviluppare, mediante la promozione di coabitazioni strutturate sul principio del mutuo aiuto, sistemi del tutto nuovi di welfare di comunità fondati sui valori della reciprocità e della cittadinanza attiva.
COME FUNZIONA
Tutto il progetto si basa sulla costruzione di relazioni interpersonali forti, responsabili, solidali che concorrano, attraverso la condivisione consapevole di uno stesso spazio abitativo, al rafforzamento di innovativi sistemi di protezione sociale. Per raggiungere tali risultati Abitare Solidale si è dotato di procedure e strumenti semplici e chiari: dopo un primo contatto attraverso il numero verde dell'Auser nazionale (800. 99. 59. 88), o gli appositi sportelli viene stilato un identikit di ospitante e ospitato utile per valutare eventuali affinità tra i candidati, a cui seguono incontri di conoscenza, sino all'ufficializzazione della coabitazione che avviene mediante l'elaborazione di un patto di reciproca solidarietà tra le parti, che vincola i coabitanti al vicendevole rispetto delle esigenze di vita e a un mutuo scambio di servizi ed aiuto, e la sottoscrizione di un apposito comodato. Il buon andamento del rapporto è costantemente monitorato.
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domenica 2 febbraio 2014
PIAZZA DEI MARTIRI
IL COMUNE PREPARA LA"RIQUALIFICAZIONE" DELLA
PIAZZA DEI MARTIRI
Dal Corriere delle Alpi
29 gennaio 2014
"...L’autobus chiamato desiderio. Quanto sarebbe meglio se i mezzi del servizio di trasporto urbano attraversassero piazza dei Martiri sul lato sud, invece che davanti al listòn, come adesso? L’amministrazione comunale sta già facendo le verifiche tecniche, per capire se questa deviazione sarà possibile. Tutto nell’ambito del progetto di riqualificazione del salotto cittadino, per il quale nel 2011 c’è stato un concorso di idee, vinto dallo studio di architettura Ricci-Spaini di Roma. Liberare dal traffico la carreggiata, all’ombra della chiesa di San Rocco vorrebbe dire poterla dedicare al mercato del sabato, spostandolo dal parcheggio di piazza Piloni. Giusto per dirne una. ..."
__________________IL SEGNO
__________________
L'AMMINISTRAZIONE MASSARO SI OSTINA A VEDERE I LAVORI FUTURI DI PIAZZA DEI MARTIRI COME "RIQUALIFICAZIONE", MENTRE LE MODIFICHE CHE IL PROGETTO PROPONE, APPAIONO COME VERE E PROPRIE ALTERAZIONI DELL'IMMAGINE STORICIZZATA DEL LUOGO. INOLTRE, APPARE CHIARO CHE NON INTENDE CONDIVIDERE CON I CITTADINI LE DECISIONI PRESE IN MERITO.
domenica 26 gennaio 2014
PIAZZA DEI MARTIRI A BELLUNO
SEGNALI DI FUMO DA PARTE DEL COMUNE VERSO I CITTADINI
La notizia che il
Comune sta cercando i soldi per la realizzazione di Piazza dei
Martiri, ci trova favorevoli per il fatto l'Amministrazione si attivi
per creare nuove occasioni di lavoro e perché vuole rendere la
piazza più accogliente. Resta però un dubbio su "come" si
vuole mettere mano al restauro, perché tale deve essere
l'intervento.
La "mano
pesante" che si era prospettata con la presentazione del
progetto emergente dal concorso di idee: “Drava Piave Fiumi e
Architetture” non ci sembra che abbia avuto ripensamenti, e questo
non ci rende tranquilli su quello che si vuole fare. I timori non
sono dettati da alcuna prevenzione ma piuttosto anche da alcuni
segnali, come per esempio la ricollocazione dei gazebo per le
edicole, che stranamente non prevede un'opzione zero. Sì in due così
belle piazze, con quello che rappresentano, meritavano almeno una
possibilità di discutere l'eventuale ricollocazione delle rivendite,
in locali a pianterreno di qualcuno degli edifici esistenti. Certo,
sarà difficile far fare un ripensamento con le cose appena dette a
chi ritiene che la democrazia e la partecipazione si ottemperino
tenendo nel "cassetto" i progetti in attesa di esibirli, a
domanda, aspettandosi che siano i cittadini ad interessarsene. La
"glasnost", se si vuole, è facilissima, basta
creare una "bacheca" virtuale in internet e tenere i
progetti esposti, per tutti. Ma trasparenza e partecipazione sono
un'altra storia!
Per chi, comunque, da un punto di vista tecnico, si dovrà occupare di questi lavori, consiglierei di utilizzare la TMIDINA C (vedi pubblicità sottostante), che farà sicuramente bene e i cittadini ne saranno lieti e ringrazieranno.
Giuseppe Cancemi
martedì 21 gennaio 2014
BELLUNO, VIA MEZZATERRA
LAVORI PUBBLICI E PARTECIPAZIONE
L'incontro che il Comune ha tenuto per presentare i lavori che inizieranno a breve in via Mezzaterra, ha avuto luogo tra un pubblico attento ma non molto numeroso.
Così come annunciato, era rivolto quasi esclusivamente alla categoria dei commercianti di quella via, trascurando l’esistenza dei residenti. La comunicazione aveva per oggetto il cronoprogramma dei lavori con attenzione verso la mobilità per ridurre al minimo, mentre si lavora, i disagi di transito. Apparentemente tutto normale, solo un peccatuccio veniale verso i residenti del centro storico. Nell’apparente normalità di un incontro, invece, si cela tutta la debolezza politica di un rapporto tra P. A. e cittadino. Da parte dell’Amministrazione attiva, con un simile incontro, si è voluto intanto assolvere ogni obbligo di democrazia trasparente e partecipata. Ma così non è. Trasparenza e partecipazione vogliono, invece, che gli elaborati prodotti per interventi (siano essi macro oppure micro) sul territorio, vengano condivisi. Una bacheca virtuale in internet, in questo caso per esempio, poteva utilmente e modernamente assolvere a tale compito. Possibilmente, con una preparazione visibile e aperta a suggerimenti e apporti. Anche una progettazione apparentemente semplice che riguarda la lastricatura di una via, ha elementi da condividere che possono essere socializzati per una migliore riuscita. Una pur semplice strada in centro storico e in pendenza, per giunta, presenta dei vincoli che sicuramente sono stati affrontati e risolti ma senza “ascolto” ed eventuale apporto di conoscenze utili. Lo ricordo per me stesso, l’essere strada di centro storico pone qualche limite nelle scelte di materiale, di tecniche e di ambientazione. Così come anche la pendenza, obbliga scelte di parziale assorbimento, rallentamento e adeguato smaltimento fognario dello scorrimento superficiale, specie nelle massime piene pluviali. Tutto, in un quadro generale che progetta per il territorio, la città, il quartiere... il tratto di strada.
Non è la prima volta che tutto ciò che si fa in centro storico abbia per referenti solo i commercianti, quasi che i residenti non esistano. Eppure, un centro storico senza residenti è un centro storico morto. Il presidio dei cittadini che lo abitano oltre che a salvaguardarlo dal decadimento, dall’abbandono supportano anche il commercio. Costituiscono lo “zoccolo duro” dello spendere e degli acquisti.
Il Comune ascolti, abbia più spirito di servizio, più rispetto per gli abitanti del centro storico, insomma, più attenzione per i cittadini, più coraggio per aprirsi ad una politica della vivibilità che sia più coinvolgente e partecipata e meno inerzialmente burocratica.
Giuseppe Cancemi
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martedì 14 gennaio 2014
FERROVIE DELLO STATO
VIAGGIARE IN TRENO NEL MITICO NORDEST
Il
turista, il cittadino veneto, il viaggiatore occasionale che
transita, lavora o trascorre le vacanze nel bellunese, senza
preoccuparsi di chi è o non è la responsabilità del trasporto
ferroviario, certamente, percepisce in quella mobilità pubblica un
servizio assai carente per numero di corse, collegamenti
“frantumati”, puntualità, confort e forse anche per
pulizia. Il rimpallo e le varie scuse che adducono i ben individuati
responsabili (Trenitalia e Regione), alle proteste ed ai continui
mugugni, non alleviano il problema, anzi, lo rendono più fastidioso.
Ad onor del vero l'incertezza del quadro normativo nazionale, la
Legge di stabilità 2013, la scarsità di risorse e i tagli che
ricadono anche sui trasporti non agevolano una necessaria riforma
della mobilità, specie, nei territori di montagna dove è necessario
migliorare il trasporto pubblico e scoraggiare quello privato. Pur
tra tante difficoltà, per chi vuole trovare un sostegno per
migliorare il trasporto pubblico, un punto fermo esiste ed è nel
ricostituito Fondo Nazionale Trasporti, dove, confluisce il 90% delle
risorse assegnate ma viene riservato il rimanente 10% ai criteri
premiali (nel miglioramento nella produttività). Non va sottaciuto,
infine, il nodo irrisolto dell'assetto delle Province che con i
Comuni sono gli enti programmatori del servizio. Comunque, se si
guarda ai dati regionali confrontandoli con altre regioni ci si
accorge che il trasporto ferroviario può essere migliorato.
Il
turista, il cittadino veneto, il viaggiatore occasionale che
transita, lavora o trascorre le vacanze nel bellunese, senza
preoccuparsi di chi è o non è la responsabilità del trasporto
ferroviario, certamente, percepisce in quella mobilità pubblica un
servizio assai carente per numero di corse, collegamenti
“frantumati”, puntualità, confort e forse anche per
pulizia. Il rimpallo e le varie scuse che adducono i ben individuati
responsabili (Trenitalia e Regione), alle proteste ed ai continui
mugugni, non alleviano il problema, anzi, lo rendono più fastidioso.
Ad onor del vero l'incertezza del quadro normativo nazionale, la
Legge di stabilità 2013, la scarsità di risorse e i tagli che
ricadono anche sui trasporti non agevolano una necessaria riforma
della mobilità, specie, nei territori di montagna dove è necessario
migliorare il trasporto pubblico e scoraggiare quello privato. Pur
tra tante difficoltà, per chi vuole trovare un sostegno per
migliorare il trasporto pubblico, un punto fermo esiste ed è nel
ricostituito Fondo Nazionale Trasporti, dove, confluisce il 90% delle
risorse assegnate ma viene riservato il rimanente 10% ai criteri
premiali (nel miglioramento nella produttività). Non va sottaciuto,
infine, il nodo irrisolto dell'assetto delle Province che con i
Comuni sono gli enti programmatori del servizio. Comunque, se si
guarda ai dati regionali confrontandoli con altre regioni ci si
accorge che il trasporto ferroviario può essere migliorato.
Alcuni
dei punti del trasporto ferroviario che sono confrontabili mettono in
luce l'arretratezza del trasporto veneto. Il Veneto con 13,8 treni
per 100 mila abitanti e una popolazione residente di 4,9 milioni ha
meno treni per 100 mila abitanti di Piemonte (19,7), Emilia Romagna
(18,7), Toscana (21,4) e Liguria (15,2). Altro esempio che si
differenzia in negativo per servizio è il contact center, che
la Toscana ha messo in essere per monitorare le lamentele e le
esigenze dei cittadini utenti e organizzare la risposta, mentre, in
Veneto, cresce la protesta per un servizio che perde pezzi e si
degrada, in un “brodo” politico da campagna elettorale.
Da Belluno, per spostarsi, bisogna armarsi di tanta pazienza per le
attese nelle stazioni intermedie e, affidandosi alla fortuna,
sperare che non ci siano soppressioni di treni all'ultimo momento.
In alternativa, diventata una costante, resta l'uso del mezzo
proprio.
Se
in Toscana con gli stessi problemi del Veneto e di tutte le altre
regioni, si riesce a mantenere uno standard
medio minimo di confort,
di puntualità, di certezza nel passaggio dei treni e comunque si
cerca di evitare ogni disagio ai fruitori del servizio ferroviario,
non si comprende qual è la politica dei trasporti della Regione
Veneto che non riesce ad assicurare altrettanti standard.
Nel
Piano Generale dei Trasporti il fulcro della mobilità veneta è
rappresentato dalla “mediopadana” e dal “corridoio
prealpino-padano”. Non compare nel sistema trasporti, una
altrettanto utile attenzione alla mobilità ferroviaria locale,
specie dell'alto Veneto: una rete di collegamenti essenziali tra la
gente delle Dolomiti e la pianura. Un'attenzione dovuta verso chi
preserva e custodisce un importante patrimonio dell'umanità. Una
considerazione allora, che deve fare riflettere, è d'obbligo. Non
investendo preminentemente sulla mobilità ferroviaria e favorendo,
anzi, il traffico su gomma, si rischia di compromettere con gli
inquinamenti in crescita, il capitale naturale da conservare,
rappresentato dalle Dolomiti. Si pratica, dunque, una politica fin
qui non certo in grado di fare affermare un trasporto sostenibile,
richiesto dai luoghi e non più rinviabile.
Giuseppe
Cancemi
giovedì 9 gennaio 2014
AFORISMA
mercoledì 8 gennaio 2014
CENTRO STORICO
CENTRO STORICO
lunedì 6 gennaio 2014
PROGETTO PILOTA
CENTRO
STORICO
LE
ISTITUZIONI, SE NECESSARIO, HANNO IL DOVERE DI FAVORIRE LA
PARTECIPAZIONE DEI CITTADINI AL DESTINO DELLA CITTA'
Nella
mia modesta nota che segue, alla maniera del naufrago che cerca aiuto
col messaggio affidato alla bottiglia in pieno oceano, vorrei
comunicare alla ministro prof.ssa Carrozza un non raro esempio di
come i vertici della cultura, le università, nell'interland che le
ospita, non offrano quel riferimento culturale autorevole che
rappresentano. Non di rado sembrano avvitarsi in esercitazioni, fine
a se stesse, consumando sempre più scarse risorse economiche del
contribuente, senza un effettivo ritorno per il territorio.
Accade,
per esempio, che a Caltanissetta si sta pensando di "consumare"
l'ultimo "scampolo" di territorio come il centro storico -
dopo che gli ultimi diciamo "spazi di completamento",
indicati nel PRG con la lettera B sono stati saturati - senza che la
vicinissima Università Kore di Enna abbia speso una sola parola.
Detta
università ha un corso di laurea in architettura con autorevoli
docenti ma che si tengono ben lontani da un dibattito che vede come
antagonisti in un cosiddetto "Piano pilota" Italia nostra
regionale, alcuni professionisti e cittadini vari. La contesa
riguarda il destino di un centro storico la cui velleità del Comune
(di Caltanissetta) è quella di volere avviare un recupero
urbanistico ed architettonico, in solitudine.
Ma
non è solo l'università che ignora cosa sta succedendo a
Caltanissetta in tema di recupero del centro storico, perchè in
varie occasioni il Dipartimento regionale dell'urbanistica,
l'Assessorato beni culturali e la locale Soprintendenza bb. cc. sono
state chiamate in causa senza alcun risultato. Probabilmente ancora
la politca o meglio i politici ritengono che la partecipazione è un
optional che serve solo in alcuni momenti, quando bisogna agevolare
qualcuno o qualcosa. Insomma, ognuno si coltiva il proprio orticello
senza disturbare alcuno.
E
tutti vivono... indisturbati e contenti!
Tutto
ciò mi sembra molto triste, ancora non si vuole capire che le
Istituzioni non possono e non debbono rimanere "dormienti"
quando si tratta specialmente del destino di un'ntera città SENZA IL
CONTRIBUTO DEI SUOI ABITANTI. Il Centro storico è il "salotto
buono " della città ma soprattutto la carta d'identità
dell'umanità che l'ha attraversato ed il suo destino non può e non
deve essere lasciato ai cosiddetti esperti. E' convinzione,
condivisibile, di J. J. Russeau che "la dove troviamo degli
specialisti non troviamo dei cittadini". Si vuole che siano i
politici e/o i tecnici a decidere, da soli, delle sorti di una città?
Giuseppe
Cancemi
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domenica 22 dicembre 2013
PROGETTO PILOTA
EMERGENZA
CENTRO STORICO
L'esposto presentato dai professionisti, che si erano già opposti al cosiddetto “progetto pilota” redatto dall'Ufficio Tecnico Comunale, mette sul tavolo di un confronto, mai cercato o accettato dall'Amministrazione in carica, la carta pesante della richiesta d'intervento delle autorità giudiziarie e contabili. Per la verità l'Assessore all'Urbanistica a febbraio del c. a. aveva annunciato di dover gestire il recupero del centro storico mediante l'urban center (termine di origine anglosassone), volendo significare un percorso di processi decisionali nelle politiche urbane, al fine di migliorare il livello d’informazione, la conoscenza, la trasparenza, la partecipazione e la effettiva condivisione. Ma così non è stato. Con arroganza, il Comune ha fatto tutto da solo. Ostinatamente, ogni decisione e tutte le operazione che conducono alla strombazzata “posa della prima pietra” hanno escluso ogni pur minima partecipazione. Ironicamente, questo reclamizzatissimo atto simbolico della prima pietra è stato ribattezzato da qualcuno, come “ingresso della prima ruspa”, dati i presupposti del progetto.
Adesso l'oggetto del confronto si è spostato su un altro piano: quello del rispetto delle leggi. Nell'esposto, al di là delle diversità intepretative, nel modo di intendere l'azione di recupero in centro storico, già trattato dai professionisti in altro documento, ora, a fatto compiuto, con la consegna dei lavori, si evidenzia una misura colma per una discutibile osservanza procedurale, al limite della legittimità. La progettazione, nel segmento documentale che compete alla “conferenza dei servizi”, in merito alle autorizzazioni e alle conformità appare carente, come prima cosa per l'assenza di una approvazione paesaggistica. Se poi si prova a leggere l'approvazione del Soprintendente e del coadiuvante Responsabile di settore, le cosiddette prescrizioni sono generiche (appaiono più raccomandazioni che non precetti). Le prescrizioni, nella lingua italiana, vogliono significare precise imposizioni ai sensi di legge o da consolidati orientamenti e tendenze tecniche, architettoniche, culturali, etc. e non ambigue indicazioni generiche.
La “demolizione e arbitraria ricostruzione di due isolati del Quartiere Provvidenza” accusata dai professionisti che si oppongono al Progetto Pilota comunale, non può non fare ricordare a me stesso, per un verso, ma soprattutto per chi ha la responsabilità del progetto e della sua esecutività, le raccomandazioni della carta del restauro del 1987, la quale a chiare lettere re-spin-ge sin dallo stato di progettazione proprio le “rimozioni e demolizioni che cancellano il passaggio dell'opera attraverso il tempo”. Non è un caso che anche Leonardo Benevolo, membro della commissione che nel 1978 si è occupata della legge n. 457, trova discutibile persino “la parte che mette insieme restauro e risanamento conservativo” che a suo autorevole dire, parafrasando, quei tipi di intervento vengono interpretati come due gradi di tutela. ma che tali non sono, aggiungo io. Insomma, questo contenzioso che fa temere l'incognita di un futuro di “centro commerciale” (?) o di ghetto (?) e non di centro storico, appare, anzitutto, come il risultato di un “progetto pilota” privo di una ricognizione scientifica che è la base per una vera tutela della città antica e la “cura”, attraverso “la rigenerazione”,fa temere per la “morte biologica” del malato.
Giuseppe Cancemi
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giovedì 19 dicembre 2013
SALVIAMO IL CENTRO STORICO DI CALTANISSETTA
IL
PUNTO
Chi
non ricorda la politica degli annunci, il “ghe pensi mi”,
la protezione civile per ogni sorta di lavoro in emergenza, il
continuo ricorrere alle conferenze dei servizi di recente memoria.
Ecco, il recupero del centro storico di Caltanissetta pare che si
stia muovendo imitando in parte la medesima metodologia.
Inizia
per caso, con un annuncio in gazzetta ufficiale di bando
nazionale «Piano nazionale delle città». Prosegue con un'affannosa
preparazione in sede comunale di “pezze giustificative” per
documentare l'aderenza ai criteri di selezione richieste nel bando, al
fine di conseguire un finanziamento (ottenuto). Si revisionano gli
studi già fatti sul centro storico e si attribuisce alla nuova
proposta di intervento un taglio di emergenza e di messa in
sicurezza, per carità prioritari, ma non esclusivi. Questa visione
miope ha fatto però ignorare i superstiti abitanti, non prefigurare
i nuovi insedianti, ha minimizzato la salvaguardia del centro
(ombelico della città) quale documento storico-culturale parte
integrante dei tasselli del quadro meridionale che si riuniscono nel
mosaico Italia. Senza scomodare i tecnici, l'estensione del centro
storico che conosciamo tutti, a spanna, ci fa intuire che saranno i
posteri a giudicare se Caltanissetta ha saputo conservare cultura e
“radici”, riconducibili ai manufatti. Vero è anche che i nisseni
hanno la loro responsabilità (attraverso le scelte nel tempo dei
vari amministratori locali) nel degrado dello stock edilizio, oramai non privo di edifici pericolanti e di
macerie. La figura retorica “i medici che litigano mentre il malato
muore” applicata al tempo trascorso, prima di questo annunciato
intervento, calza a pennello. Ma la storia non finisce qui. Il punto
a cui siamo giunti che si annuncia con lavori a gogò in centro
storico non deve far stare tranquilli. Le istituzioni che hanno il
potere di gestire gli interventi annunciati se credibili su quanto
dicono di dover fare, non si mostrano tali con le azioni ufficiali.
Sfornano annunci e si dimostrano poco trasparenti. E non solo.
Intimidiscono (o meglio, tentano di intimidire) a vario modo tutti
quelli che in questo processo di avvio del recupero hanno provato a
mettere “bocca e faccia”. Anche chi scrive ha avuto, molto da
lontano, uno strano avviso: il consiglio di astenersi dal mettere
documenti pubblici esposti in questa pagina. Minacciato, di,
eventualmente, doverne rispondere penalmente in sede giudiziaria.
Con questi “chiari di luna” mi vengono in mente due cose: l'una
che questi “funzionari e politici” non hanno chiari i confini di
ciò che è lecito e del suo contrario e l'altra che hanno uno
strano concetto di democrazia che si dovrebbe nutrire di
partecipazione, condivisione e del diritto dei cittadini che in
questo caso significa: di essere informati.
![]() |
| G. Saggio - vista dell'intelaiatura in legno |
Nelle
esperienze presenti nel quartiere Provvidenza, come quella che si
ritrova nella foto sapientemente
mostrata da Saggio,
lo scorcio evidenzia una intelaiatura a struttura lignea, in
similitudine delle "case
baraccate" o "colombage" che ci ricordano un
passaggio architettonico, storico culturale di prevenzione dai
terremoti oggi ancora attuale.
Purtroppo,
la nostra realtà istituzionale locale non ha compreso o non vuole
comprendere che quel mucchio di vecchie case, di ruderi e di macerie
che è il centro storico, oltre a rappresentare le radici dei nisseni
ha anche più di un pregio economico (se vogliamo essere venali), che
lascio intuire all'intelligenza di chi legge.
Dunque,
una scelta di recupero dell'insieme centro storico non può e non
deve essere di “maniera”, con una scenica “antichizzazione”
delle costruzioni, inseguendo un adattamento alla motorizzazione
estraneo a luoghi già a misura d'uomo.
Giuseppe Cancemi
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lunedì 16 dicembre 2013
Discutibile riutilizzo della scuola elementare "Gabelli"
"Una scuola che progetta un’altra scuola"
ITIS “Segato”" proposta di ristrutturazione e riutilizzo dell’edificio delle scuole “Gabelli” di Belluno: una struttura destinata a ospitare i licei scientifico e classico, ma anche una biblioteca multimediale aperta a tutti, uno spazio polivalente e un museo storico."
***
L'opinione
L’intestazione della scuola al pedagogista filosofo “Gabelli” mi dà La motivazione per interloquire sul progetto di ristrutturazione realizzato dell’ITIS “Segato” che fa discutere i bellunesi. Non è un caso che quell’edificio sia stato denominato Aristide Gabelli. La titolazione di quella scuola ha un riferimento preciso nell’innovatore della scuola primaria di un’Italia risorgimentale appena unita. Rivoluzionario nel confutare il nozionismo, con un apprendimento liberatorio dell’essere. Precursore della filosofia pedagogica e didattica, relativamente recente, dell’americano John Dewey.Dunque, la scuola Gabelli non può tradire lo spirito dell’organizzazione scolastica che è impressa in quei muri che la rappresentano. Progettare la ristrutturazione di un “contenitore” di tale “peso” sociale e culturale si può ma con una certa prudenza. Lo spirito che aleggia sulle opere dell’uomo, come l’edificio dell’elementare “Gabelli”, deve tenere conto non solo dell’umanità che lo ha attraversato e dei vincoli tecnico-urbanistici ma soprattutto della dimensione culturale che l’opera rappresenta. Il progetto non è una mera operazione tecnica.
L’esercitazione pratica di progettazione applicata ad un edificio scolastico come il Gabelli, fatta dall’ITIS “Segato”, è un segnale forte di sollecitazione per la competente amministrazione locale, un contributo didattico e un elemento di confronto culturale con gli operatori del settore edilizio, per i suoi suggerimenti esemplificativi di progettualità orientata al sostenibile.
Volendo elencare alcuni vincoli da cui muovere per un restauro con criteri di bioarchitettura e dunque ecosostenibile, bisogna prioritariamente stabilire quale sarà la destinazione d’uso del “prodotto finito”. Qui, senza alcun dubbio la destinazione non può che essere quella di una scuola primaria e/o per l’infanzia. Esiste una relazione di continuità per alcuni semplici motivi che sono il reale vincolo: standard residenziali da PRG; tempi di percorrenza (isocrone, da casa a scuola) in base all’età; rapporti volumetrici: vuoto/pieno (corpi edilizi, giardino) maggiormente idonei per quella fascia d’età dell’utenza.
Un secondo vincolo di tipo ecologico-economico-gestionale va letto in termini di input/output energetico nella realizzazione.
Un terzo tipo di vincolo sempre di natura ecologica, viene imposto da una crisi idrica che sta diventando sempre più endemica, e riguarda il risparmio nei consumi d’acqua potabile.
Nel complesso, la sfida che ci pone il restauro della Gabelli - perché restauro deve essere - in chiave moderna di adeguamento funzionale, tecnico e tecnologico, comporta un aggiornamento di parametri riconducibili a confort ambientale interno ed esterno con raffrescamento passivo, tecnologie di ottimizzazione dell’energia, protezione dalle radiazioni magnetiche, sicurezza sismica, autonomia energetica, multifunzionalità e condivisione, uso di cemento fotocatalitico (per l’abbattimento degli inquinanti organici e inorganici presenti nell’aria), verde e fito-depurazione delle acque, ecc.
Ecco! Sono questi gli elementi che dovranno essere messi in gioco nella sfida che trovo stimolante nel lavoro che vuole sollecitare l’ITIS “Segato”.
Il “metodo scientifico”, come principio, propugnato dal positivista Aristide Gabelli, simbolicamente, può orientare quella metodologia del fare che delle austere mura di una scuola già appartenuta ad una filosofia dell’impegno didattico compassato, si possa ottenere una scuola confortevole e gioiosa.
Dunque restauro nella sua complessità per la Gabelli e non semplice maquillage più o meno funzionale!
Un‘immagine, per dirla con Dewey, che sia “percezione operativa dell’efficienza dell’oggetto estetico” e non rappresentazione di un modernariato senz’anima.
Giuseppe Cancemi
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