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venerdì 24 maggio 2024

PONTE SULLO STRETTO DI MESSINA - Leandro Jannì

 ItaliaNostraAPS

CONSIGLIO REGIONALE SICILIANO

Presidente prof. Leandro Janni  

Segreteria  -  via Leonida Bissolati, 29 - Caltanissetta  

Uffici  di rappresentanza  - via Alagona, 66 - Siracusa

tel. 333 2822538 - tel. 0934 554907

sicilia@italianostra.org  www.italianostra.org  



Maggio 2024

Il PONTE SULLO STRETTO DI MESSINA:OVVERO PRATICARE

L’AGIOGRAFIA E CANCELLARE LA GEOGRAFIA

«Praticare l’agiografia e cancellare la geografia» si potrebbe dire a proposito dei progetti, degli atti delle attuali forze politiche di maggioranza, in Italia e in Sicilia. Il ponte sullo Stretto di Messina è stata “l’opera simbolo” del Governo Berlusconi. Adesso è “l’opera bandiera” del vicepresidente del Consiglio e ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Matteo Salvini. Noi ambientalisti e comitati civici ci abbiamo messo dieci anni, dal 2003 al 2013, per spazzarlo via dalla scena politica. Il Governo Monti staccò la spina. Nel 2023 hanno riesumato la salma del cosiddetto progetto definitivo elaborato nel 2011-2012 dal General Contractor Eurolink, capeggiato da WeBuild. Hanno rimesso in piedi nientemeno che la Stretto di Messina SpA, affidandola a Pietro Ciucci, già amministratore delegato della Stretto di Messina SpA dal 2002 al 2012, ed ora nuovo amministratore delegato della “nuova” Stretto di Messina SpA.  

Il progetto del ponte sullo Stretto è la risposta sbagliata, inutile e dannosa ai problemi del Meridione del Paese. Un progetto lacunoso e incompleto; un progetto che ha già “bruciato” una enorme quantità di risorse; un progetto  che non ha il consenso del territorio e degli enti locali.

Il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Salvini non perde occasione per enfatizzare l’utilità del ponte sullo Stretto, presentandolo come «un’opera green, sicura, moderna, un acceleratore di sviluppo per l’intero Meridione, fondamentale per migliorarne la rete dei trasporti». 

«Di fatto si tratterebbe di un’opera gigantesca dall’impatto ambientale devastante. Il Ponte lascerà perennemente nell’ombra interi agglomerati che sorgono nella zona costiera: borghi e villaggi abituati ad un’esposizione solare di 365 giorni l’anno saranno completamente oscurati, i laghi di Ganzirri e di Torre Faro rischiano l’estinzione, la città sarà paralizzata per molti anni da file di camion carichi del materiale di sbancamento: non è stato stabilito neanche un percorso alternativo. I cantieri invaderanno tutta la città» – ci avverte Renato Accorinti, ex sindaco di Messina. 


Il maggiore investimento della Legge di Bilancio 2024 è il ponte sullo Stretto di Messina con 11,6 miliardi di euro già impegnati da quest’anno al 2032. L’attuale Governo non sa fare nemmeno i conti perché nel Def 2023, il costo stimato della “magna opera” è di 14,6 miliardi di euro, compreso il costo delle ferroviarie ma non di quelle stradali. In più, dal prossimo anno entrerà in vigore il nuovo Patto di Stabilità europeo che imporrà un taglio di 15 miliardi l’anno per 7 anni alle nostre finanziarie, lasciando pochissimo spazio a investimenti anche molto più importanti del ponte. 


Insomma: vogliono costruire un ponte a campata unica della lunghezza di 3,3 km, e doppio impalcato ferroviario e stradale, sorretto da due torri alte 400 metri (centro metri più della Tour Eiffel) in una delle zone a maggior rischio sismico del Paese e dove i venti sono tra i più turbolenti. Tutto questo, ovviamente, sottraendo fondamentali risorse economico finanziarie ai veri bisogni del territorio. 

Le ambiguità e le contraddizioni, le criticità del progetto del ponte sono sottolineate dalle centinaia di osservazioni sostanziali formulate dal Ministero dell’Ambiente, dalla Commissione Tecnica del Ministero delle Infrastrutture, dal Ministero della Cultura, dagli Ordini professionali, delle Associazioni e dei Comitati Cittadini. E a questo si aggiunge un piano di espropri che porterebbe alla demolizione di migliaia di abitazioni e di spazi pubblici.


Lo Stretto di Messina è un’area tra le più belle dal punto di vista paesaggistico e tra le più ricche di biodiversità del nostro Paese. Innanzitutto va rimarcata l’importanza della collocazione geografica dello Stretto quale sistema eco culturale, paesaggistico e naturalistico, per correnti, venti, caratteristiche geomorfologiche, presenze faunistiche, ricchezze botaniche e naturalistiche di un territorio antropizzato fin dal paleolitico. Un territorio, un luogo che possiede tutte le caratteristiche per poter essere riconosciuto, dall’UNESCO, meritevole di essere inserito nella Word Heritage List, per eccezionale valore universale quale patrimonio naturale e culturale. «Dobbiamo avere la forza di dire che, come il Teatro Greco di Taormina, come il Colosseo, come Petra, c’è un bene mondiale che va tutelato dalle colate di cemento: lo Stretto di Messina. Dobbiamo essere più forti di chi vuole distruggerlo, far capire che si tratta di un luogo sacro di straordinaria bellezza che va tutelato, dobbiamo essere i protettori del creato. Concentriamo le nostre forze per realizzare l’opera più importante d’Italia: la messa in sicurezza del territorio, che crolla ad ogni temporale» – sostiene  ancora con indomita passione Renato Acorinti. 

In pochi chilometri è contenuto uno scrigno naturalistico dell’intero Mediterraneo, in un contesto tra i più significativi ed espressivi delle culture mitologiche del mondo classico. Ricordo l’intervista allo storico Rosario Villari sul periodico “Italia Nostra” n. 413 del 2005, in cui evidenziava le straordinarie peculiarità storiche e archeologiche del luogo, sia per quanto riguarda l’area calabrese sia per quanto riguarda l’area siciliana. 

L’area dello Stretto è il punto focale di un importantissimo sistema naturale oggi costituito da riserve naturali e parchi naturalistici, ricchissimo di siti delle Rete Natura 2000: i Nebrodi, l’Aspromonte, l’Etna e le Eolie patrimonio UNESCO, l’Isola Bella, le lagune di Marinello, gli ambienti umidi del litorale con gli acquitrini salmastri di Faro e Ganzirri, la zona costiera di Capo Peloro. Inoltre, le alture che si affacciano sulle due sponde dello Stretto sono i luoghi di sosta delle avifaune migratorie. Aspetti questi che richiamano l’art. 9 della Costituzione in cui si stabilisce: «La Repubblica tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione. Tutela l'ambiente, la biodiversità e gli ecosistemi, anche nell'interesse delle future generazioni». Così come non può essere ignorato il Decreto Assessoriale 8410/2009 che istituisce la Carta Regionale dei Luoghi dell'Identità e della Memoria. Dunque, le aree interessate dall'opera sono sottoposte a tutela 3 dal Piano Paesaggistico Ambito 9; aree che nelle Norme di adozione del Piano sono dichiarate “invarianti” del paesaggio. 


Sull’utilità dell’opera in ordine alla mobilità, tutti gli studi e le più accreditate valutazioni ritengono che il traffico marittimo tra la Sicilia e i porti del Nord non sia dirottabile sul ponte, visto l’incontrastabile convenienza dei trasporti via mare. Anche il traffico passeggeri risponde allo stesso principio, non essendo concorrenziale con i collegamenti aerei di lunga distanza tra Sicilia e Nord Italia o Europa. Vi è inoltre ancora necessità di ricordare che le assai carenti infrastrutture stradali e ferroviarie non permettono oggi i normali spostamenti tra le varie città dell’Isola. E ogni giorno emergono nuovi limiti del progetto: è troppo basso per le nuove dimensioni delle navi da crociera e da carico; deve essere mantenuto il sistema dei traghetti per la elevata percentuale di indisponibilità per vento eccessivo; le indicazioni europee stimolano i trasporti via mare e non via terra per il minor costo e il minor inquinamento. Per affrontare il problema reale di miglioramento dei collegamenti, si potrebbe e si dovrebbe intervenire con investimenti innovativi nel settore traghetti, proseguendo negli interventi già in corso nell’ambito del PNRR.

I costi di realizzazione del ponte sono enormemente superiori a opere comparabili (il ponte Sultan Selim sul Bosforo, con una campata principale di 1,41 km e una lunghezza totale di 2,2 km, è costato € 2,3 miliardi; il ponte di Akashi Kaikyō, con una campata centrale di oltre 1,9 km è costato € 3,38 miliardi). L’area di influenza del ponte ha una significatività economica relativamente modesta e il volume dei pedaggi non sarebbe in grado di ripagarne le spese, che sarebbero invece a carico dello Stato (al contrario, ad esempio, del Tunnel della Manica, totalmente a carico del traffico). 

Alla luce di tali considerazioni e dei molti indicatori critici rilevati nel corso delle verifiche, l’associazione Italia Nostra intende quindi convocare, a breve, un incontro internazionale di tecnici e di studiosi, per contribuire ad un ulteriore approfondimento delle conoscenze relative alla “questione ponte”.

Infine, ricordo le parole di un grande scrittore siciliano, Gesualdo Bufalino: «Il ponte sullo Stretto? Personalmente mi sta benissimo, a patto di non sovrapporre metafore e simboli indebiti ad una operazione di semplice ingegneria. Voglio dire che non sarà un modesto guadagno tecnico nei tempi di traghettamento a modificare o a guarire la nostra vocazione claustrofila e il vizio di fare della solitudine un trono e una tana. Caso mai sono altre le conseguenze che l’evento (se accadrà) si porterà dietro: di favorire lo smercio e la circolazione dei nostri vizi nel resto della penisola; e di aizzare le nostre virtù a degradarsi più velocemente nell’ omologia generale dei contegni e dei sentimenti. Poiché con le isole il punto è questo: sono di per sé parchi naturali e riserve dove lo “specifico” indigeno resiste più a lungo: sicché rimane sempre da sciogliere il nodo se convenga tutelarle a costo di sequestrarne anche le più selvagge memorie, o spingerle verso una moderna ma ripetitiva e anonima identità. Insomma è la solita solfa del contenzioso tra passato e futuro, natura e cultura, lucciole del pre-industriale e chimiche del post-industriale… Il ponte ovviamente giocherà a vantaggio di questa seconda ipotesi, benché non molto più, credo, di quanto abbiano già fatto l’Alitalia e l’Autostrada del Sole. Resta da vedere se e come esso possa contribuire a renderci più italiani. Qualcuno dubita che non lo siamo abbastanza o che desideriamo non esserlo più. Proprio su la Repubblica (del 31 agosto 1985) Arbasino ci attribuiva una smania di staccarci dalla nazione e ce ne concedeva licenza. Obietto che, dai tempi di Salvatore Giuliano, fra le maschere sanguinose della mafia il fantasma del separatismo non è più ricomparso: e che oggi un eventuale referendum secessionista non raccoglierebbe in Sicilia più di mille o duemila suffragi… La verità è che fanatismo regionale e fermenti antiunitari sono da noi assai meno vigorosi e loquaci che non in tanti altri luoghi d’Italia, dall’Alto Adige alla Sardegna, dal Veneto alla Val d’Aosta. Basterebbe, per appurarlo, una gitarella a Messina… Con tutto ciò, come negare l’esistenza del tumore Sicilia e delle sue minacciose metastasi d’esportazione? E’ un morbo vecchio di secoli, ma non saranno né la segregazione né l’ aggregazione a salvarcene: né una chirurgia che ci amputi, né un ponte che ci concilii. Occorrono cure diverse, e io dico timidamente: libri e acqua, libri e strade, libri e case, libri e occupazione. Libri» (la Repubblica, 19 settembre 1985).  

Prof. Leandro Janni, presidente di Italia Nostra Sicilia

giovedì 7 marzo 2024

Restauro, Recupero, Ristrutturazione, Risanamento... e poi?

 

 CENTRO STORICO? PARLIAMONE...


Se non ricordo male, il centro storico di Caltanissetta nel PRG di oltre un ventennio fa, veniva definito dallo zoning come centro direzionale, commerciale e residenziale. A distanza di non poco tempo la complessità che riguarda i molti aspetti della vita sociale, economica e culturale delle città italiane è aumentata. La crisi del commercio tradizionale per prima, è stata una delle cause principali che ha fatto iniziare lo svuotamento dei centri storici e portato alla chiusura di molti negozi e attività.
Secondo una recente indagine di Confcommercio, in dieci anni sono spariti in Italia quasi centomila negozi nei salotti buoni delle città, sostituiti da ristoranti, alloggi e servizi per il turismo. L’attrattiva e la vivibilità dei centri storici per i residenti, si sono spostati verso le periferie o le piattaforme on-line per i loro acquisti. Per Caltanissetta però questo, forse, è accaduto solo in minima parte.
Altro fattore che contribuisce non poco allo svuotamento del nostro centro storico come per tutti gli altri è la mobilità, compresa la difficoltà di accesso, sia per i residenti che per gli eventuali visitatori. La circolazione a causa delle strade strette, aree pedonali condivise con il traffico, e scarsità o problematicità dei parcheggi e del trasporto pubblico contribuisce all'abbandono.
Per contrastare questo fenomeno, si potrebbe pensare a politiche di sostegno e incentivazione al commercio di prossimità, che valorizzino la qualità, la diversità e l’identità dei prodotti locali.
Si potrebbe anche favorire la collaborazione tra i commercianti e le altre realtà del territorio, come le associazioni culturali, le scuole e le istituzioni, per creare eventi, iniziative e sinergie che rendano i centri storici più vivi e attrattivi.
Per migliorare la situazione, si potrebbe investire in soluzioni di mobilità sostenibile, ove possibile, come piste ciclabili, mezzi elettrici, parcheggi interrati, servizi di car-sharing e di bike-sharing. Si potrebbe anche promuovere una maggiore integrazione tra i vari modi di trasporto, per facilitare gli spostamenti tra il centro e la periferia.
Il patrimonio architettonico e culturale del centro storico, per essere maggiormente attrattivo, lo si potrebbe rendere più accessibile installando ascensori, rampe, passerelle e altri dispositivi allo scopo di superare le esistenti barriere architettoniche.
In ultimo, ma non l'ultimo degli aspetti più da riqualificare in centro storico, è quello di rafforzare il senso di comunità e di appartenenza dei residenti e dei visitatori.
Ma tutto questo ha bisogno prima di tutto che vi sia tra Comune Provincia e Regione una sinergia istituzionale non senza il coinvolgimento dell'economia locale (Confcommercio, Confartigianato e Confindustria) e delle organizzazioni sindacali. Un progetto comune di rinascita socio-economica.
Il nostro centro storico viene oramai vissuto come luogo estraneo e, forse anche, anonimo, deserto, insicuro, privo di identità e di valore. Per invertire questa tendenza, si potrebbe stimolare la partecipazione e il coinvolgimento dei cittadini nelle decisioni e nelle azioni che riguardano il loro territorio. Si potrebbe anche valorizzare la storia, la cultura, la tradizione e la creatività dei centri storici, attraverso progetti di recupero, restauro, riutilizzo e innovazione degli spazi e dei beni.
Non senza, una necessaria, incentivazione della convivenza e della solidarietà tra le diverse generazioni, culture e categorie sociali che abitano/frequentano il centro storico, promuovendo iniziative di inclusione, integrazione e cooperazione.
Giuseppe Cancemi

mercoledì 6 marzo 2024

Abitare in C. S. a C/ssetta


 CENTRO STORICO DI CALTANISSETTA. QUALE FUTURO?

(di Giuseppe Cancemi)

La questione centrale che emerge dal tema di quest'incontro, fa parte di ciò che affligge gran parte del Paese Italia in questo momento storico. il pesante bilancio del commercio, lo spopolamento e una presenza fluttuante di popolazione alloctona “invisibile”, fanno tutti parte di uno stesso fenomeno abitativo in città stranamente contraddittorio.

Non si trovano case in affitto nei centri storici, pur in un mercato di vuoti edilizio-abitativi relativamente in abbondanza.

Da parte dell'economia si sa, che tra il 2012 e il 2023 il commercio ha perso oltre 111mila negozi al dettaglio ed è cessata l'attività di 24mila unità nel commercio ambulante. Fattori non indifferenti, che hanno contribuito e contribuiscono alla desertificazione dei centri urbani, con calo e/o riduzione dei servizi ai cittadini. Il commercio di vicinato, pur anch'esso colpito, sopravvive in alcuni casi, a fatica, anche se per limitati consumi non serviti da internet. Di questi epocali mutamenti in ambiente cittadino, ne è responsabile in gran parte l'e-commerce.

Ma l'Italia non si arrende, anzi, prova e riprova ad attrezzarsi per andare avanti! Secondo alcuni studi e ricerche, i centri storici in Italia sono diventati sempre più una realtà variegata e polarizzata, in cui convivono situazioni di vitalità e di crisi, di conservazione e di rinnovamento, di attrazione e di abbandono. Alcuni centri storici sono diventati dei poli di sviluppo e di innovazione, grazie alla presenza di attività economiche, culturali e turistiche, mentre altri sono rimasti marginali e degradati, come causa/effetto della perdita di servizi, della popolazione e della qualità urbana.

Il panorama è assai vario ed aiuta poco, ai fini di una eventuale scelta modellistica, nell'eventualità che se ne volesse mutuare qualcuna.

Sappiamo comunque, che non è facile dare una risposta univoca al futuro del nostro centro storico, perché ogni scelta dipende da tanti diversi fattori e tra questi, per esempio, il complesso delle dinamiche socio-economiche, la valorizzazione del patrimonio culturale e ultimamente anche, la sostenibilità ambientale e con quale tasso di partecipazione i cittadini affrontano le problematiche.

In Sicilia e non solo in Sicilia, con la cosiddetta Autonomia differenziata, bisogna anche dire che l'incognita maggiore sta principalmente nelle politiche ondivaghe delle leggi esitate e/o in corso, in materia di edilizia e di urbanistica. Secondo il Consiglio dei Ministri, recentemente, la legge regionale n. 2/2022 della Regione Siciliana “eccederebbe dalle competenze statutarie presentando profili di illegittimità costituzionale”.

Purtroppo, ci si deve barcamenare anche tra vecchi e nuovi orientamenti che contraddicono la sostenibilità e il consumo di suolo. Nella nostra Sicilia per esempio, siamo ancora combattuti se riesumare o meno, la sanatoria edilizia e/o mettere in soffitta lo Zoning e gli standard residenziali: “per attrezzature ed impianti di interesse generale” che nel tempo, per quest'ultimi, siamo riusciti a mantenerli non negoziabili.

Al Teatro Margherita domani (7 marzo 2024) il Comune di Caltanissetta

presenterà due casi di studio, sulle nuove procedure attuative del Piano Urbanistico Generale, che provengono dalla Legge Regione Sicilia n.19/2020.

Un qualcosa di accademico, dal titolo: “Status del P.U.G.” più di attività culturale, molto interessante, ma che fa sorgere una qualche perplessità in un momento in cui preme di più la crisi urbana, diventata endemica, che attanaglia la città nissena. Argomento, sicuramente utile per le procedure di Piano Urbanistico Generale, che può interessare di più ad un ordine professionale di riferimento che non all'interesse comune dei cittadini.

Il nostro centro storico, tra sfide e opportunità del futuro, nel suo insieme e non diversamente da tanti altri centri storici in difficoltà, va visto come bene comune da tutelare e valorizzare, nell'ottica di recupero di una maggiore vivibilità e funzionalità dei luoghi, nell'interesse generale di poter soddisfare le varie esigenze dei residenti e dei visitatori.

L’UNESCO in questo senso, ha elaborato delle linee guida per integrare la conservazione del patrimonio urbano, nelle strategie di sviluppo socioeconomico, basate sul concetto di Historic Urban Landscape, ovvero di paesaggio urbano storico.

Un classico esempio di progetto pilota, lo ha realizzato Mozia, cuore delle saline di Marsala nella Riserva Naturale Orientata.

Lo si ritrova in una tesi accademica applicata (e realizzata) sulla musealizzazione dell’isola, che muovendo dal sito archeologico dell’isola ne preconizza una rinascita all’interno dell’immenso suo patrimonio artistico. Un approccio olistico e dinamico, che tiene conto non solo degli aspetti materiali e immateriali del luogo, ma anche delle sue trasformazioni e delle sue relazioni con il contesto naturale e sociale.

Non è convinta di una medesima interpretazione di “Città museo” , Cecilie Hollberg direttrice dell'Accademia di Firenze. Esprime una grande preoccupazione a suo dire, per quella città, schiacciata dal turismo, esprimendosi testualmente con: “Non troviamo più un negozio, una bottega normale ma solo oggetti esclusivamente per turisti come gadget e souvenir..”

Per Caltanissetta, al punto in cui siamo, non saranno certo le strade che conducono al centro, immaginate da qualcuno innovate al massimo: dal volume di traffico alleggerito, con tanti parcheggi e senza limiti per la circolazione a risollevare la città, dalla crisi socio-economica del momento attraversata.

Dai progetti annunciati con qualcuno realizzato, di cui si è visto e si sente parlare, si avverte però un gran distacco tra il bisogno e le risposte.

Non esiste un raccordo progettuale tra il “materiale e l'immateriale”.

Il progetto di Via Mazzini “social home”, la Caserma Capitano Franco, la scala mobile della scalinata Silvio Pellico e forse altro ancora, ne sono un esempio. Non sembrano esprimere un concorde indirizzo di scopo ma una produzione di volume edilizio in opere a sé stanti.

Sono interventi che non hanno un nesso con una progettualità che proviene da analisi multicriteria, di recupero funzionale tra domanda e offerta, di opere avvertite dalla cittadinanza come bisogni reali e non indotti.

Sono solo segnali di operazioni occasionali, che provengono da realizzazioni fatte o da fare in totale assenza di un dialogo tra progetti e reali interessi della comunità nissena. Scelte “senza anima”, che appartengono ad una casualità distratta da piccoli interessi, non coincidenti col bisogno di una città in crisi profonda e non da ora.

Il centro storico, a fini di un'investimento nel “mattone” per gran parte dei nisseni, lo sappiamo, non è appetibile da un punto di vista edilizio. La conservazione storica e urbanistica, sia pure non eccessiva, non interessa a nessuno. Lo stock edilizio ha scarse possibilità di incremento, e dunque non consente abbuffate speculative.

Cosa fare allora per iniziare con qualcosa per il centro storico, diciamo “a mani nude”?

Come attività in campo, un primo suggerimento di incipit lasciato alla fantasia umana/urbana si può dare.

Si provi ad immaginare un giardino di pietra in quelle aree costituite da muri crollati, blocchi, ruderi in generale e superfici orizzontali, tutti ripuliti, messi in sicurezza e ricoperti da piante spontanee di vario tipo, specie e colori.

Quel luogo non più com'è adesso, si ritroverà “ingentilito” da tanti piccoli interventi “verdi”.

si può cominciare anche da subito nella trasformazione, Non appena anche pochi interessati, cittadini di buona volontà, daranno la loro adesione.

Si sa già in partenza, che molti nisseni sono già abituati a dare un tocco verde al proprio balcone. I tanti, a pensarci bene, potrebbero abilmente diventare quel popolo non solo che può dare l'avvio all'operazione: GIARDINO DI PIETRA, ma anche parte di quella risorsa corale che serve di più per un inizio di progetto condiviso.




giovedì 22 febbraio 2024

I CASOTTI DI BELLUNO

Nuova vita ai casotti, pardon, 'casòt' di Belluno

Riconducibile all’attività 'edilizia libera' di cui all’art. 6 del D.P.R. 380/2001

Suvvia! Mi pare giusto che il Consiglio comunale di Belluno si occupi di casotti. Anche, perché la Regione Veneto sta mettendo ancora le mani, su una riforma urbanistica regionale assieme ad altre buone intenzioni, come la semplificazione urbanistica (progetto di legge n. 513) e la differenziata compresa. Non quest'ultima per la raccolta ma per l'Autonomia. 

Forse con questa modifica, si vuole aggiungere una nota locale alla transizione di potestà urbanistica tutta veneta, finora però prerogativa esclusiva dello Stato.

Per carità, comunque, non senza tutte le premesse di intervenire sul territorio, in termini di sostenibilità ambientale a livello regionale e con imperituro impegno volto al contenimento nel consumo di suolo.

Per la stampa locale di qualche giorno fa, infatti, le “ Buone notizie” del tanto atteso (sic!) “rinnovo dei ricoveri attrezzi” narrano di una deliberazione comunale, intesa a modificare il Regolamento Edilizio a favore un atteso decoro urbano. I cittadini ora potranno rimettere a posto i famosi 'casòt' di Belluno, rendendo giustizia alla identità bellunese.

La città vuole essere pronta, per una prevista rigenerazione dell'urbanesimo veneto che circola. E per questo, anche Belluno ha inteso mettere il suo 'carico', sicuramente assai utile e necessario, per un nuovo corso dell'urbanistica cittadina.

In effetti si sa che la modifica ultima del R. E. pubblicata sul sito comunale, risale a fine dicembre 2023 e l'ampliamento è già vigente.

Comunque, udite... udite, l'operazione casotti, per gli “addetti ai lavori”, consentirà di ampliare e forse anche modificare il “casotto” che negli ultimi anni era nei desiderata dei cittadini. E ora diciamo, col solo 'fastidio' dell'accatastamento, finalmente diventa realtà. L'incognita resta per l'eventuale riconfigurazione di questi “edifici a scopo di ricovero”, autorizzati a possibili ritocchi e/o a nuovi interventi di edilizia. Quanto impattanti possano rivelarsi da ora in poi, non sfiora l'idea e l'immagine di una probabile diversa identità urbana di Belluno. Ma quello che vale da ora in poi, è più che il tutto vada sotto la 'rivoluzionaria' etichetta di “libera edilizia”.

Dagli indicati 8 metri al quadrato, massimo (senza accatastamento), consentiti dal Decreto del Ministero delle Finanze di: tettoie per porcili, pollai, casotti, concimaie, pozzi e simili, con quest'ultima modifica al Regolamento Edilizio (forse) i 9 m al quadrato sono un'affermazione di principio locale. Con questa nuova norma nel R. E., varia il volume da 8 a 9 metri quadrati, ferma restando l'altezza utile di non oltre 1,80 m e il volume massimo di 150 mc.

Intanto, si registra che nel R.E. pubblicato sul sito comunale: DELIBERAZIONE DI C.C.N.114 del 28/12/2023 nel : QUADRO DELLE DEFINIZIONI DEGLI ELEMENTI DI ARREDO DELLE AREE DI PERTINENZA riconducibili all’attività edilizia libera, il significato: “Casotto” o “Casòt” usato dall'articolo di stampa corrisponde ad un eufemismo: 'Ripostiglio per attrezzi'. Sarà perché si vuole sottolineare che il “ritocco” aderisce più al R.E. : AREE DI PERTINENZA riconducibili all’attività edilizia libera art. 6 del D.P.R. 380/2001 ?

Peccato che di questa importante e cogente modifica al R. E. passata in Consiglio comunale, non si sia potuta leggere alcuna riflessione sulla risultante di un eventuale rinnovo, che possa ferire il decoro urbano esistente.

O magari, senza malizia alcuna, che si possa favorire la comune voglia di allargarsi verso un suolo agricolo limitrofo alla propria abitazione, al di là dell'interesse di comunità.

Qualcuno diceva in passato, che a pensar male ci si azzecca, e qualcun altro riferendosi al medesimo motivo, invece: che si fa peccato. Nel nostro caso, della modifica al R.E., il passaggio da 8 a 9 mq e una silente approvazione, sembrano quasi più aderire al pensare male e che no, non si fa peccato.

Aspetteremo in seguito e si vedrà, a quali obiettivi della transizione ecologica si è voluto aderire tra consumo di suolo zero e sostenibilità con la detta modifica di R.E..

Intanto, è quanto meno bizzarro, in tempi di transizione ecologica non occuparsi prioritariamente delle risorse vitali. Acqua per prima!

I ghiacciai che scompaiono, i fiumi che esondano, le acque salmastre che risalgono dalle foci non bastano forse per sollecitare agli umani che bisogna fare qualcosa per il clima, la temperatura del pianeta e al fine di difendersi oramai, dalle disastrose conseguenze.

Non sfiora l'idea che a fronte di una scarsità delle risorse idriche, a partire dal Regolamento Edilizio, un cambio di paradigma nell'uso  dell'essenziale risorsa 'acqua', per gli esseri viventi, è un grande passo di conservazione delle specie tutte, umanità compresa, per prima.

Tutto il mondo si aspetta che oltre una “green economy” vi sia anche un nuovo modo di governare il territorio, nel quale, negli ultimi tempi, l’assetto locale vive tutte le problematiche che minacciano il futuro. L'agricoltura per esempio, ha lanciato e continua a lanciare segnali importanti per la sete dei campi che producono cibo. E non solo in Italia ma anche in altre parti del nostro pianeta.

Ma anche le città sono colpite dalla “sete”. Ciclicamente, alcune debbono rivedere la tempistica dell'erogazione idrica alle loro popolazioni, mentre per altre per la carenza del prezioso liquido è in aumento. Intanto questo, solo così per ricordare uno dei problemi che dovrebbe farci riflettere.

Nel caso nostro, a proposito di Regolamento Edilizio, per essere anche propositivi, viene in mente che la Belluno operosa si può attrezzare meglio e di più, nel risparmio idrico con alcune soluzioni.

Il tema delle acque è vario. L'uso umano ha bisogno necessariamente di una potabilizzazione spinta, diversamente da quelle strettamente irrigue agricole e per le produzioni industriali, le quali, necessitano di purificazione sì ma di convenienza. E già questo semplifica e indica ciò che si può fare per un inderogabile riutilizzo delle acque in un territorio.

Trattenere le acque il più a lungo possibile sulla terraferma,  pluviali comprese, è l'imperativo per una esigenza indifferibile. Un possibile rallentamento dei corsi d'acqua anche per evitare piene distruttrici, si ottiene mantenendo in ordine le aree golenali (Lambioi per fare un esempio). Altrettanto utile è anche il ricircolo delle acque potabili già utilizzate, per usi vari come acque grigie, attraverso un'apposita ulteriore circolazione. Sapendo che si può fare tanto altro, capillarmente, per famiglia.

Anche nella nostra città si può pensare ad una scelta urbanistico-edilizia, per esempio, che affronti attraverso un nuovo Regolamento Edilizio un percorso fattibile, di nuove scelte applicabili alle future ristrutturazioni e/o nuove costruzioni edilizie.

L'introduzione di una seconda circuitazione idrica (ad esempio) con raccolta o meno anche delle acque meteoriche, è l'uovo di Colombo.


Intraprendere la via del risparmio idrico significa, mettere in campo un sostanziale elemento d'approvvigionamento d'acqua. Un qualcosa che con l'innovativa economia circolare apre anche a nuovi spazi di lavoro, specializzazioni e favorisce le condizioni per un know-how che sicuramente si presta a diventare esportabile.

Giuseppe Cancemi 

sabato 10 febbraio 2024

BELLUNO: RISPARMIO IDRICO E NON SOLO...

 Il bisogno dell'acqua si fa sempre più pressante per la nota crisi dovuta al riscaldamento globale.

Iniziare a considerare le acque per il loro effettivo uso: agricolo, industriale e civile è il primo passo che bisogna fare verso la riduzione degli sprechi in termini quantitativi e non senza un'attenzione verso i riflessi economici.

Sappiamo che nel mondo 3,6 miliardi di persone non hanno accesso all'acqua per almeno un mese all'anno e si prevede che questa cifra aumenterà a più di 5 miliardi entro il 2050. 

Il consumo delle acque è vario. L'uso umano ha bisogno necessariamente di una potabilizzazione spinta, diversamente da quelle strettamente irrigue agricole e per le produzioni industriali, le quali, necessitano di purificazione sì ma di convenienza. E già questo semplifica e indica ciò che si può fare per un inderogabile riutilizzo delle acque di un territorio.

Trattenere il più a lungo possibile le acque in generale sulla terraferma, pluviali comprese, è diventata un'esigenza indifferibile. Un possibile rallentamento dei corsi d'acqua anche per evitare piene distruttrici, si ottiene mantenendo in ordine le aree golenali (Lambioi per fare un esempio). Altrettanto utile è anche il ricircolo delle acque potabili già utilizzate, attraverso un'apposita ulteriore circolazione come acque grigie.

Tutti contributi per un avvio verso una ricercata soluzione razionale e valoriale del risparmio idrico.

Per avere un'idea, i Comuni che affrontano i temi legati ai cambiamenti climatici, con l’adattamento dei propri Regolamenti Edilizi, in Italia sono 298.

Anche nella nostra città si può pensare ad una scelta urbanistico-edilizia, per esempio, che affronti attraverso un nuovo Regolamento Edilizio un percorso fattibile, che scelga di applicare alle future ristrutturazioni e nuove costruzioni edilizie. L'introduzione di una seconda circuitazione idrica con raccolta o meno anche delle acque meteoriche è l'uovo di Colombo. Un sistema misto di circolazione dell'acqua potabile la quale, successivamente depurata, si usa come acqua grigia che viene ulteriormente impiegata per altri appositi consumi d'uso civile. Un inizio virtuoso di risparmio idrico che fa bene all'ecologia e all'economia.

Nella scelta del risparmio idrico, fattibile, Belluno ha anche un suo ulteriore vantaggio orografico oltre che panoramico. Nell'affaccio della parte storica della città verso il Fiume Piave, una diversità di quota tra abitato e corso d'acqua, rende immaginabile che si possa ricavare elettricità dalla trasformazione dell'energia cinetica potenziale, posseduta delle acque reflue che si riversano perennemente in quel Fiume.

Altri vantaggi che può apportare il risparmio idrico sono notevoli. Basti pensare che già il trattenere a lungo le acque sulla terraferma solo mediante il riutilizzo, fa diminuire la necessità delle consistenti scorte idriche e produce un indotto economico. Ma più di tutto, vale la pena ricordare che intraprendere la via del risparmio idrico significa, mettere in campo un sostanziale elemento d'approvvigionamento d'acqua. Un qualcosa che con l'innovativa economia circolare apre a nuovi spazi di lavoro, specializzazioni e favorisce le condizioni per un know-how sicuramente anche esportabile.

Giuseppe Cancemi

martedì 2 gennaio 2024

La Pista per il Bob a Cortina

UNA STORIA SENZA FINE


La foto alberata rappresenta quello che è il luogo: lo stato di fatto.

Il progetto fa 'sparire' gli alberi, facendo illudere su una 'immaginata' neve che non si vede da anni.


 Gira e rigira dopo più volte avere letto e sentito dire che la pista di bob a Cortina non si può e non si deve fare, torna ancora arrogantemente riproposta da un potere politico dal volto sovranista che vuole imporre ciò che in democrazia si respira come, non si sa, se logica autoritaria o abuso di potere.

Il binomio Comitato Olimpico Italiano e Regione Veneto continuano ad insistere nel volere realizzare questo 'prestigioso oggetto' di rivalsa politica, forse, per rassicurare i “tycoon de noantri” su chi “comanda” in Italia.

Tutti in Italia e fuori però sanno, a vari livelli, che una nuova pista sportiva per pochissimi interessati: atleti e tifosi, economicamente esosa e dannosa per l'ambiente naturale, non è e non può essere un irrefrenabile oggetto del desiderio, neanche per gli stessi veneti.

Il bob in Italia ha due squadre di 9 uomini e una donna. Complessivamente, non si sa neppure quanti siano i praticanti di questo sport. Si stima, che possano essere da venti a trentotto persone in tutto. I bob club presenti in Italia, infatti, sono solo in poche località montane come Cortina, Cesana Pariol, Lorenzago, Pelos e Mottarone34.

Diciamo che è uno sport che non può dirsi neanche di élite, per la sua presenza numericamente insignificante sul territorio. Se per tale sport da 'gruppo esclusivo' si discute da qualche anno per una sua apposita pista, costosissima in termini soprattutto ambientali, viene da chiedersi se c'è un perché. Sfugge, una tale aberrazione a moltissimi italiani, i quali, lontani e contrari al solo pensiero che tale costo (superiore ai 100 milioni) possa gravare su tutti e, ironia, anche su quelli che forse nella loro vita, hanno visto la neve solo qualche volta in televisione.

A parte ogni altra considerazione, la realizzazione di un simile obbrobrio in ambiente naturale, se realizzato, costerebbe il sacrificio di centinaia di alberi ed una forte compromissione dell'ecosistema montagna, che finora ha contribuito al mantenimento dell'alta biodiversità italiana nel mondo.

Da un punto di vista pragmatico, facendo un po' i conti della serva, intanto, il costo non sarà di 100 milioni come dicono, ma ancora di più. Se non ricordiamo male, per quello di Cesana Pariol (TO) di qualche tempo fa, utilizzato per una ventina di eventi e 6 anni di vita, è costato oltre i 100 milioni.

Nel nostro caso, anche con solo 100 e passa milioni per 38 utilizzatori, la spesa di quasi 3 milioni per ogni atleta rimane sempre esagerata, anche se si escludono i costi annuali di gestione.

Domanda: con un finanziamento pubblico, si può creare una struttura sportiva, il cui costo elevato non considera il suo risaputo scarso impiego per i pochi atleti, e un quasi inesistente potenziale di eventuale pubblico?

Una simile spesa, se non è paragonabile a quella fatta singolarmente per tutte le altre specialità agonistiche per atleti e pubblico assai numerosi (di élite e di massa), non è solo una ingiustizia sociale, ma un discrimine, uno schiaffo morale a tanti altri atleti e a chi ha scelto di seguire altre specialità competitive.

L'artificio che la cifra comunque, per qualcuno, è giustificabile per una qualche ulteriore primato mondiale conseguibile, è una falsa misera aspettativa. Nelle competizioni agonistiche, i primati conseguibili sono tanti, e numerosi gli atleti che li ambiscono. Nella competizione di Milano-Cortina di cui parliamo, si contano 16 discipline olimpiche, e le loro strutture olimpiche dai costi ed oneri generalmente più conternuti, praticate da pattuglie di atleti che vi competono, non sono considerate certo inferiori sia nel prestigio che nell'immagine agonistica.

La giusta rinuncia alla pista di bob che aveva placato gli animi fino all'altro ieri, sembra essere ritornata nuovamente in questi giorni alla ribalta. Una nuova accensione dei riflettori su un progetto ch'era stato accantonato, smentendo l'esistenza di un piano B  rimette in gioco il progetto originario, dandolo in corso di affidamento. 

Ma la telenovela non finisce qui. 

Il nuovo appuntamento per quando si potrà avere un responso definitivo, però, viene rinviato alla fine di gennaio. 

Chi è a capo della commissione che si occupa dei Giochi italiani, fa sapere da parte sua che per il CIO la pista a Cortina di cui si discute non è essenziale per le gare di bob, slittino e skeleton di Milano Cortina. Si resta dunque in attesa di un, diciamo, ultimo responso del CIO. Quest'ultimo sottolinea che, pur rimanendo coerente con quanto anzi detto, riconferma la dipendenza del progetto dai tempi e dai bandi di gara e, comunque, che a decidere sarà la Fondazione Milano-Cortina. Una storia ambigua senza fine con una ancora pilatesca decisione finale la cui eco si protrarrà nel tempo.

Pervicacemente Regione e Comitato Olimpico (?) non rinunciano, e si ritorna a parlare di “piano A” pur se i costi già elevati lieviteranno ancora, la manutenzione per il mantenimento dovrà essere iscritta annualmente a bilancio. Insomma l'operazione 'pista da bob' fa a pugni con il consumo di suolo, la transizione ecologica e il riscaldamento globale o cambiamento climatico mondiale che con questo eventuale intervento vengono dimenticati.

La preoccupazione del Sindaco di Cortina che teme per il Comune amministrato un rischio “default” non viene minimamente considerata. Nelle more di questa storia senza fine, non manca un certo risentimento del neosindaco che taccia il suo predecessore di avere firmato gli accordi olimpici con superficialità.


Stupisce particolarmente il Presidente della Regione, che in questa opera assurda riesca a vedere un business economico favorevole allo sviluppo per le terre alte menzionano la costruzione di nuove strade. Un'ottica tutta diversa, specie per le aree montane dove andrebbero rivisitati gli spostamenti per: servizi, mezzi di locomozione, tempi e logistica a favore di un trasporto pubblico, e una esclusione totale dell'occupazione di suolo con nuove strade, in ragione di una lentezza che è sempre stata propria della vita di montagna. Il turismo ricerca quella tranquillità della montagna che non trova tutti i giorni nelle città di pianura.

Evviva, negli anni 60 con uno slogan si invocava la fantasia al potere, oggi cosa possiamo dire? Che gratuitamente, senza 'colpo ferire' abbiamo ottenuto qualcos'altro che si potrà celebrare come: la tronfiezza del potere!

Giuseppe Cancemi



martedì 21 novembre 2023

Uomini e Carusi di miniera nell'arte

 

PITTURA CHE RICORDA "I SURFARARA"

Caltanissetta il 12 novembre 1881 all’interno della zolfara di Gessolungo persero la vita 65 minatori, tra questi 19 “carusi”: bambini tra gli 8 e i 16 anni, nove dei quali rimasero senza nome.

A quell’evento si ispirò probabilmente Onofrio Tomaselli di Bagheria realizzatore nel 1905 dell’opera “I Carusi”.

Tomaselli, è un artista il quale, come altri pittori dell’epoca, risente di esperienze pittoriche al di fuori dell’isola ed in particolare del paesaggismo e delle tendenze veriste della scuola napoletana.

Tomaselli non è comunque un semplice artista, ma è anche un uomo politico, del comitato centrale del Partito Comunista Italiano e senatore del Regno, e quindi particolarmente sensibile ai problemi sociali. Il compaesano Guttuso è allievo proprio del Tomaselli. 

Renato Guttuso  nato a Bagheria 1911, nella realizzazione de “La Zolfara”, riconosce di essersi ispirato al quadro del suo maestro. 

Nel raffrontare le due opere però, si rilevano due stili profondamente differenti: un crudo, seppure in parte “macchiaiolo” verismo di Tomaselli, ed una forte e coloratissima raffigurazione di Guttuso.

Nella pittura di Guttuso, che appare “materica” egli è solito fare, molti gialli, molti rossi in un cromatismo molto influenzato: dall’Ottocento francese al cubismo di Picasso.  Ne “la Zolfara”   non ci sono “I carusi” di Tomaselli, ma uomini adulti, fatta eccezione per un solo “Caruso” in primissimo piano.

Giuseppe Cancemi


sabato 11 novembre 2023

COMUNICAZIONE VERBALE E NON

La comunicazione non verbale che inframezza un dialogo ha in alcuni casi lo scopo di “amplificare”, sostituire o caricare maggiormente il suo significato e, non sempre ma in alcuni casi sì, serve anche per dare “colore” ad un parlato senza effetto, inefficace, monocorde. A Belluno dove le notizie di stampa relative alla politica locale si vedono con il lumicino, i social più attenti come rete diffusiva di discorsi in tempo reale, favoriscono una tendenza comunicativa come il passaparola, di cui si servivano le generazioni che ci hanno preceduto. La notizia che meglio circola, infatti, è ritornata ad essere il pettegolezzo locale, il resoconto sportivo e qualche volta su cosa si discute o deve discutere il Consiglio comunale. Il fatto che in questi giorni assurgere agli onori della cronaca anche giornalistica, nulla di nuovo sotto il sole, è per l'appunto uno “scandaloso” gesto di comunicazione non verbale che ha fatto “ciaccolare” i benpensanti bellunesi. Senza volere giustificare nulla, ricorderei a proposito del dito tra l'indice e l'anulare solo un paio di cose, che in qualche modo dovrebbero affievolire l'intendere forzoso (non reale) di quella sintesi gestuale. Prima di tutto, che questo gesto “inqualificabile”, tra gli antichi romani ma anche tra i greci non era sconosciuto. Se ne servivano ampiamente come disapprovazione verso i potenti. Un esempio per tutti, lo possiamo ricordare nella battuta di un personaggio del poeta latino Marco Valerio Marziale che volendo dire a dei medici di avere goduto sempre di buona salute e di non avere bisogno di loro cure, mostrava il suo “digitus impudicus ”. Secondo, forse quelli che si scandalizzano, non pensano che una persona ferita da parole provocatorie può perdere l'aplomb, al punto da controbattere impulsivamente con un gesto non verbale di sintesi. E non volendo poi essere moralisti solo quando ci conviene, ma umani che si “inca...no”, pardon che perdono la pazienza se provocati, bisogna fare mente locale e ricordare che anche la fisica che abbiamo studiato a scuola con Newton, con la terza legge della dinamica ci dice che: ad ogni azione, corrisponde una reazione uguale e contraria! Si smetta pure, di continuare a guardare il “dito” (figurativamente) e non la “luna indicata” (le problematiche della discussione), evitando di farsi distrarre ancora una volta da un vacuo discutere. Le risse verbali (in se, sempre stigmatizzabili) per dirla in semplici parole, si manifestano quando un sincero confronto, in senso partecipativo, tra maggioranza e opposizione di un contesto politico, amministrativo o comunque assembleare è di basso profilo e non scivola nella demagogia.

 Giuseppe Cancemi

mercoledì 25 ottobre 2023

ESISTE UN'ALTERNATIVA?

 A PROPOSITO DEL PONTE …

La ricerca di una soluzione che che possa dare un impulso allo sviluppo economico della Sicilia, si è fermata da tempo alla costruzione del Ponte di Messina. I sostenitori del Ponte sono convinti che lo sviluppo in Sicilia è frenato  dal mancato collegamento fisico con la penisola italiana. E cioè che il basso PIL della Sicilia è dovuto all'isolamento del territorio non in continuazione con quello italiano.

Nel merito di questa economia territoriale siciliana penalizzata, un testo online del prof. Guido Signorino - Ordinario di Economia presso l’Università Messina - pone in discussione la realizzazione del Ponte come soluzione unica che può dare un impulso all'economia isolana.  Avanza forti dubbi sullo sviluppo per presunte motivazioni di PIL, perché più basso rispetto ad altre regioni italiane. 

I suoi interrogativi per provare ciò che sostiene sul PIL procapite, nel grafico (vedi figura) si può leggere in un semplice confronto che mette in luce una poco significativa differenza di PIL, nelle tre regioni riportate.


Sicilia e Sardegna, isole, non differiscono per PIL granché, similmente alla Calabria che, territorialmente, è invece in continuità col resto dell'Italia.



Con questa semplice dimostrazione viene spontaneo chiedersi se escluso il ponte per vari motivi, esistano altre vie di sviluppo per la Sicilia.

L'alternativa economica e di sviluppo alternativa al Ponte c'è ed è condivisibile. La indica lo stesso prof. Guido Signorino.

Suggerisce, la semplice soluzione di puntare su settori ad alta ricaduta occupazionale come: istruzione, cultura e sanità. E cioè di investire sul 'capitale umano' ritenuto anche da altri economisti un potenziale sicuro di sviluppo primario, come nel nostro caso, per quella crescita sostenibile tanto ricercata che serve alla Sicilia.

Giuseppe Cancemi

martedì 24 ottobre 2023

Belluno: Palazzo del Monte di Pietà

 

A PROPOSITO DELLA VENDITA …

di Palazzo del Monte di Pietà, con annessa Chiesa della Beata Vergine, risulta che l'Associazione Italia Nostra di Belluno qualche settimana fa, si è mossa per manifestare una propria preoccupazione alla Soprintendenza, per la messa in vendita del suddetto immobile. Il timore segnalato, è rivolto e dovuto alle eventuali conseguenze di una riallocazione delle due biblioteche (ISBREC e Angelini).

La risposta della Soprintendenza è stata precisa e netta. Ha confermato che il bene, risultava tutelato (art. 59 del D.Lgs. 42/2004) e aggiungeva che l'immobile per altro e ulteriormente protetto da vincolo di “interesse culturale” (ex art. 12 del D.Lgs. 42/2004).

Rassicurava infine, che alcune misure apposite per la conservazione sono state previste allo scopo di preservarne la attuale destinazione d’uso. Rilevava comunque, un mancato riscontro di una eventuale donazione del diritto di proprietà della superficie di quell'immobile al Comune di Belluno, discendente dal Decreto Direttoriale Archeologia Belle Arti e Paesaggio del 05 dicembre 2019, Rep. 1683.

Dai rumors locali è circolata la voce, che il Comune ha già avuto contatti con la Fondazione Cariverona, per accordi su questo Palazzo circa un comodato d'uso, dove però non risulta ancora un'intesa tra le parti.

Al punto in cui siamo, gli istituti culturali (ISBREC e Angelini) dovranno sloggiare per trasferirsi, pare, a Palazzo Crepadona dove gli spazi assegnati, speriamo, siano idonei.

Il trasloco dell'Istituto Storico Bellunese della Resistenza e dell'Età Contemporanea e della Fondazione Angelini che si allontanano da Piazza delle Erbe, via Mezzaterra e da Porta Dojona non corrobora più quell'attrattiva funzione che ha quel nucleo storico e culturale di Belluno e forse potrebbe anche contribuire ad un latente degrado dei luoghi.

La Piazza delle Erbe (tra fontane, teatri e palazzi) non sarà più la stessa. Quell'immobile diversamente occupato, una delle 'punte' delle presenze culturali entro le mura, dove aleggia il “Genius loci” della città, è un'inaspettata caduta d'immagine anche se virtuale.

Si faccia attenzione a non stravolgere l'appeal del centro storico, per dare ulteriore spazio a un modernismo tendenziale di 'divertimentificio e/o di mercantilismo' sempre più impersonato dalle 'feste paesane'.

Il Comune ci rifletta, e cerchi di mantenere questi centri di cultura 'in loco'. Si rammenti, che i beni culturali in genere, sono quei valori non monetizzabili ritenuti spesso secondari, perché non conteggiabili nel Pil. Ma attenzione, quella porzione di 'capitale immateriale' che proviene anche dalla cultura, dalla storia dei popoli è incommensurabile, ed è quello che fa andare avanti l'umanità.

Giuseppe Cancemi

giovedì 12 ottobre 2023

PARCO URBANO O AREA DI RISERVA?

 

UNA CICLABILE NEL PARCO COMUNALE CITTA' DI BELLUNO



BELLUNO La “adorabile Belluno”, ha acquisito dal nuovo urbanesimo, un sentire innovativo, che ricorda “le mani sulla città”. Esaurita l’urbanizzazione pagata dai contribuenti utile alla speculazione edilizia e in via di esaurimento l’urbanistica contrattata, la rigenerazione urbana è diventata di fatto, il nuovo cavallo di battaglia. Questa, si serve massimamente, di risorse pubbliche, senza alcun obiettivo di effettiva risoluzione dell’aspetto immateriale, a cui dovrebbero corrispondere le opere. Nel nostro centro storico, si utilizzano gli ultimi scampoli di aree e volumi, all’insegna del consumo di suolo zero e della bandiera della sostenibilità. Il prestigioso ex Convento dei Gesuiti, il complesso edilizio dell’antico nosocomio, Piazza Piloni, la vicina via d’Incà e il Parco urbano città di Bologna, sono il focus di interventi definibili, volendo essere buoni, non generativi ma de-generativi. Siamo veramente alla paranoia. L’originario Parco COMUNALE città di Bologna (circa 14.000 mq) e tutta l’area che circonda piazza Piloni, sono diventati luoghi di riserva per tutto, in barba alla cultura urbanistica e al sentire ecologistico, che la città ha ereditato (come best practices) dai comportamenti dell’umanità che ci ha preceduti. Non è bastato che in questi ultimi anni, si siano abbattuti degli alberi nelle adiacenze e pertinenze di quei luoghi né che, il sempre più scarno di piante parco, abbia ceduto ulteriori 6000 mq lordi agli scolari della “Gabelli”. Adesso si sta realizzando, ancora a spese della medesima area, udite udite, una ciclabile all’interno del medesimo parco. 

Un collegamento con la contigua piazza, a sua volta quest’ultima candidata allo scavo di un ulteriore parcheggio sotterraneo di tre piani, la cui superficie è già occupata da un parcheggio di auto. Per non parlare del Convento dei Gesuiti sconsacrato che diventerà mercato. Il tutto, nel centro storico dove, per usare una metafora ma non tanto metafora, si riportano i “mercanti” scacciati dal tempio, che la Bibbia ci ricorda. A questo punto un interrogativo è d’obbligo. Siamo vittime di una maledizione? O si vuole perpetuare uno sfruttamento intensivo di quell’area, senza una minima considerazione verso le buone pratiche urbanistiche?  Questi citati interventi, comunque, non sono quel contenimento o azzeramento del consumo di suolo che vogliono le leggi e il comune sentire dei cittadini, interessati a tutt’altra filosofia. Tanto per ricordarlo, in questi ultimi anni, proprio in zona, tanti alberi sono stati eliminati senza essere rimpiazzati da altre nuove essenze arboree. Non sappiamo se con il loro abbattimento si è voluto, forse, solo ricavare qualche stallo in più lungo il parcheggio di via d’Incà. Insomma si è continuato a ragionare, in controtendenza alle buone intenzioni europee di decarbonizzazione, che oggi si pone anche la transizione ecologica. Comunque, dall’area attualmente occupata dalla scuola, quando quest’ultima tornerà nella sua originaria sede, non si sa cosa, dai volumi allocati, tireranno fuori dal cilindro. Vedremo! In piazza Piloni invece, non contenti, si progetta con quel parcheggio sotterraneo, qualcosa non immune dai conosciuti problemi di sottosuolo: falde acquifere ed esalazioni gassose, nonché quelli di archeologia per la vicina chiesa gotica S. Stefano e/o annesso convento dei Frati Serviti, oggi Agenzia delle Entrate, etc.. Non si è pensato neanche che, portare altre centinaia di auto in transito e stazionamento in prossimità di quei luoghi, dove è presente anche una scuola secondaria, aumenta i problemi della già sofferente circolazione. 

Insomma quest’ultima, ma non ultima trovata della ciclabile in quel luogo, immaginando una intermodalità trasportistica (sic!) con un, mi si perdoni, risibile percorso di circa 120 mt (dal costo di circa 200 € al m), che attraversa il “parco città di Bologna”, è inutile e forse anche pericoloso per la sua vicinanza all’area di gioco dei bambini. Un ultima idea balzana che ci mancava! 

Belluno, che si autoproclama capitale delle Dolomiti, con il suo, più volte ridimensionato mini parco: “città di Bologna”, ridotto ad un fazzoletto di terra, osa ancora “ritagliare” altro spazio al verde urbano (D. I. 1444/68, minimo 9 mq/ab.) all’interno di un centro storico già “ferito”, che non è più né a misura d’uomo e neppure a misura di automobile.

Giuseppe Cancemi