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giovedì 7 settembre 2017

Belluno e la riqualificazione 1


PIAZZA CASTELLO: I SEGNI DELLA RIQUALIFICAZIONE

Dei lavori di Piazza Castello che sono stati discussi giorni fa, non vi è stata eco, come solitamente accade non appena si manifestano i segni di un cambiamento in città. Da un rigoglioso giardino, anche se un po' trascurato, siamo passati ad uno spoglio anonimo angolo in piazza Castello, dal terreno circostante incolto, al momento, e un tratto di marciapiede in terra battuta (dai cittadini in transito!). Quel cantiere a cielo aperto e non altro ha destato un qualche disappunto che si è smorzato presto. Chi non ha trovato apprezzabile quel lavoro, citando lo spirito dell'originario progetto dell’architetto bellunese Alpago Novello è stata una nota associazione nazionale. Chi, invece, ha provato a difendere la nuova immagine è stato un altrettanto noto, localmente, ex consigliere comunale di passate amministrazioni. Ma in ogni caso stiamo parlando di un'opera di "riqualificazione del centro urbano" con finanziamento comunitario.

Effettivamente, l'immagine che ha adesso quella piazza delude la fondante idea progettuale d'insieme che intendeva fondere compositivamente, l'immagine dei resti dell'antico castello animata da un giardino, con il palazzo delle poste, espressione della cultura architettonica del razionalismo italiano del ventennio fascista.
La cosiddetta riqualificazione non è certo il massimo, e con l'attuale aspetto spoglio non sembra rafforzare la qualità delle funzioni, come promette il cartello di cantiere, con in bella mostra la scritta Regione Veneto e a seguire: l'Unione Montana e poi i comuni di Belluno, Ponte nelle Alpi e Tambre tutto a spese di un cofinanziamento europeo. Insomma, sembrerebbe che l'opera per il largo coinvolgimento della committenza e dei tecnici realizzatori debba rappresentare il risultato di un impegnativo progetto condiviso e partecipato. I dati però, nessuno me ne voglia, non sembrano accordarsi con le premesse.
In meno di 100 mq di superficie, con dei ruderi che occupano un terzo dello spazio e due terzi sono di nudo terreno, udite... udite sono impegnati 10 diversi fior di professionisti (tra architetti, ingegneri e un geologo). Il budget per i lavori è di 773 mila euro come dire 8-12 mila euro per mq.




L'opera, sorprende anche, per la sospettosa "scacchiera" in ferro arrugginito prospiciente il rudere, comparsa in questi giorni, che sembra già degradata prima del tempo. Ma nessun patema, tutto sotto controllo. Trattasi di un materiale di moda che alcune città mostrano già da qualche tempo (Spagna, per esempio) per fioriere, opere d'arte e altri oggetti che si pensa debbano durare nel tempo. In fondo questo materiale, può sembrare discutibile, forse, per un nostro retaggio da immaginario collettivo che in tutti questi anni ci ha fatto percepire la ruggine come indiscutibile segno di decadimento dei metalli ferrosi. Ma questo Cor-Ten (così si chiama) è un metallo brevettato per resistenza meccanica e durabilità nel tempo. L'ossido temuto, in questo materiale, si arresta in superficie e ne impedisce la conosciuta corrosione del ferro.
Comunque, l'immagine di un piccolo gradevole giardino, che a distanza di un anno dall'inizio dei lavori, con quello che costerà alla collettività, nel suo apparire un cantiere fantasma che si trasforma lentamente, senza lasciare trasparire dove sta la “riqualificazione degli spazi urbani”, non  si può sottacere.

Giuseppe Cancemi




martedì 5 settembre 2017

Caltanissetta e le facili demolizioni

ATTENZIONE ALLE DEMOLIZIONI FACILI!
Mi chiedo e chiedo, che fine farà l'ex distributore di via Sallemi (incrocio "Grazia") la cui forma architettonica, da non sottovalutare, ricorda opere importanti come la stazione Termini di Roma o lo stadio di Padova e altri ancora sempre per l'ardita pensilina?
Non potrebbe essere restaurato e reso fruibile, per esempio, per la pro loco di Caltanissetta, come reception?







E LE ISTITUZIONI STANNO A GUARDARE

Ecco che ancora una volta si presenta alla comunità nissena un altro immobile che nell'immaginario collettivo rappresenta un pezzo di storia della Città. Gli anni cinquanta di quel distributore, sono per la città quelli che oggi si ricordano come gli


anni del boom economico. Peggio ricordati, più tardi, come quelli de "le mani sulla città", mutuando il titolo del noto film di Francesco Rosi. A quel tempo la Soprintendenza non esisteva e i primi scempi si sono fatti nella via delle Medaglie D'Oro, a scendere verso il cimitero, e in via Re d'Italia, con insensati diradamenti. L'istituzione della Soprintendenza, fortemente richiesta da Italia Nostra, di qualche decennio fa, è servita sì a disciplinare (molto moderatamente) gli interventi sul centro storico degli anni a seguire, ma non li ha arrestati. Nel frattempo il Comune, con il suo immobilismo proverbiale ha lasciato che il cuore della città si degradasse giorno dopo giorno.
Siamo oramai agli scampoli. Le ultime tracce, di un vissuto che racconta, vengono facilmente cancellate e mentre si compiono gli ultimi scempi le istituzioni stanno a guardare. Il Comune non esercita il suo potere di discernimento e la soprintendenza, nel silenzio ufficiale, lascia solo trapelare un "vorrei ma non posso".
Un occhio al PRG vigente per conoscere se il "casotto" è compreso in zona A, diventa un'impresa impossibile. Le planimetrie sono illeggibili. Non posso fare a meno di notare che la trasparenza dei rispettivi siti di Comune e Soprintendenza ha un basso livello. Non a caso "la Bussola", che non è quella nota dove cantavano le star degli anni '60, ma quella della trasparenza dei siti web delle PA per entrambe le istituzioni: una non la conosce e l'altra quasi. Per il Comune diciamo che la trasparenza, ai fini del Decreto legislativo n.33/2013, è al 5% degli adempimenti di rispondenza, pari a 4 su un totale di 68, mentre la Soprintendenza è totalmente sconosciuta. Entrambi i siti, in perfetta sintonia di disprezzo per l'utente della città: "io so io e voi non siete un c...o".
Chi si dovrebbe occupare della tutela delle cose immobili, compreso l'esame di tutte le questioni urbanistiche relative ai piani regolatori, facendo trapelare che non sono trascorsi i canonici 50 anni per potere vincolare il bene, dice il vero. Trascura però, l'istituto del vincolo indiretto che tutela anche i caratteri del contesto.
Infatti, assicurando attraverso le prescrizioni anche le aree e/o gli edifici circostanti, che possono non essere necessariamente confinanti, si mantiene quell'integrità, quella prospettiva, quella luce che unitamente alle condizioni d'ambiente tutelano il complessivo decoro di un luogo che ha carattere storico.
Il Comune, la cui attività non sembra essere quella di motu proprio ma sempre per iniziative di altri, nel nostro caso un decreto ministeriale che intima la bonifica di un sito, non sembra volersi assumere alcuna responsabilità del soprassuolo.

Due istituzioni, stessa voglia di non impelagarsi in qualcosa che poi, alla fine, potrebbe dare alla città un segno di speranza. 

Giuseppe Cancemi

venerdì 28 luglio 2017

Belluno, quale buon governo

LA GIUNTA MASSARO 2.0 AI BLOCCHI DI PARTENZA

Ad esser sincero c'è poco o nulla da dire all'Amministrazione Massaro 2.0, per come si presenta. Le sue linee programmatiche per il prossimo governo della città, non fanno una grinza. Il Consiglio tutto, a parte due speciosi voti contrari, ha riconosciuto i buoni propositi del Sindaco per il futuro della città. Le premesse, insomma, per una città più moderna, più attenta ai bisogni del cittadino ci sono tutte sì, ma per un sindaco che si mostra, per la prima volta, dal più alto scranno comunale. Ma così non è per Massaro. Ha già amministrato la città, con un precedente altrettanto intenso programma di buone intenzioni, ma dimostrando una realizzazione assai lacunosa. Nella passata amministrazione, si sono fatte poche scelte e si è lasciata scorrere quella che può dirsi l'ordinaria amministrazione: i cittadini chi più e chi meno hanno fatto il loro quotidiano dovere e la burocrazia comunale pure.

In una favola si potrebbe concludere: e tutti vissero felici e contenti!
Mediocrità a parte, di un'ordinaria amministrazione e di una vivibilità apparente, non tutti forse hanno notato che la città possiede una promettente vocazione turistica, soprattutto per il suo centro storico. Nel corso del quinquennio, l'identità di Belluno per scelte di utilizzo del centro storico, ha perduto quell'appeal di luogo della memoria, per fare posto a continue sagre paesane di dubbio gusto e sempre più invadenti. L'inquinamento acustico e atmosferico in centro storico è di casa. Alla faccia di un piano di classificazione acustica del 2007 e di due centraline che misurano "la febbre" senza mai occuparsi della causa. Inquinamenti vari, writer, scorribande notturne corroborate dall'alcol, hanno scacciato il silenzio notturno, la buona educazione e mortificato il luogo dove aleggia il "genius loci" lasciato dal vissuto delle passate generazioni. Tutto materializzato, degradato, volgarizzato per "schèi ", a favore di pochi commercianti del salotto buono di città. In quel salotto, per chi non lo sapesse, ci vivono maggiormente gli ultimi resistenti, che non hanno spostato la propria residenza in periferia, per motivi anagrafici. Quegli anziani, che con un centro storico a misura d'uomo, meglio si ritrovano per i loro limitati spostamenti. E invece ecco, che nel corso di quest'ultimo quinquennio, si sono fatte ritornare le auto, si fanno raduni motoristici con auto e moto, molto inquinanti, si lascia spazio ai vandali, si fa occupare sempre più spazio pubblico per pochi spiccioli. Per non parlare degli abbattimenti di alberi in via d'Incà e in ogni dove per pochi stalli. Il Sindaco, grazie al suo trascorso politico, si presenta bene anche nelle scelte che promette di fare. Ma il suo ultimo mandato, che lo ha visto protagonista di cose importanti come la firma del cosiddetto patto dei Sindaci 20_20_20, che in soldoni significava contribuire su scala mondiale all'abbattimento di CO2, responsabile del clima di cui ci lamentiamo, non sembra avere avuto un seguito. Ma forse, non è passato il messaggio di ciò che è stato fatto in proposito. Male! Se non si conoscono tali importanti realizzazioni, dove stanno trasparenza e partecipazione tanto decantate? Per un democratico, lo ricordo per me stesso, trasparenza e partecipazione non sono le pubbliche affissioni nell'albo del sito o nella bacheca comunale, come atto formale, ma un vis à vis più diretto con i cittadini.
Anche i 18 milioni sbandierati per la rigenerazione urbana, sono ancora solo uno spot pubblicitario. Hanno però il merito, di avere attinto un finanziamento fino all'ultimo centesimo del tetto massimo di bando. Ma sono ancora una promessa. Il primo finanziamento si è fermato al 24° posto e Belluno si trova al 50°. Eppoi, i progetti relativi a questo finanziamento considerano l'opportunità di un rinnovo sia sociale che urbano tipo social housing?
Un'ultima cosa, ma non l'ultima, nella presentazione del documento d'insediamento, a proposito di inclusività, è l'accessibilità per tutti in città che sembra mancare. Nell'idea di città di questo secondo mandato non si vede proprio quell'accessibilità integrata che inizia dalle barriere architettoniche.
Non è pensabile, infatti, che Belluno sia in grado di ospitare, in occasione dei suoi consigli comunali, dei circa 37 mila cittadini, solo un millesimo di essi. Ma il peggio è che chi ha problemi, per patologie varie, viene escluso. La chiamata che esiste, per superare il dislivello tra la strada e la sala consiliare, serve a poco. Nessuno, per esempio, per patologie cardiache si farebbe trasportare su in braccio.

Per chiudere, rivolgerei al Sindaco una sommessa mia valutazione del suo target, che è questa: i suoi obiettivi, per un nuovo governo della città sono buoni, ma per meglio concretizzarli dev'essere scelta la via della condivisione, ricercata. Solo così le sue scelte politiche potranno restituire alla città, a partire dal centro storico, quell'immagine identitaria che nel comune intendere è: la bellezza.

Giuseppe Cancemi

domenica 16 luglio 2017

Belluno e il dopo elezioni comunali 2017


 Prospettive per una città che ha imparato a camminare da sola

Io, di Belluno, mi sono fatto un'opinione. Penso che un commissario prefettizio per governare la città basta. Amministrare secondo legge e lasciare svolgere tutto quanto alle persone preposte che operano in Comune è un'ordinarietà che regge. In fondo è un po' quello che abbiamo visto in questi anni. Il merito di una città con qualche lode e senza infamia appartiene ai cittadini. In fondo il tutto ha continuato a girare semplicemente perché il popolo bellunese recita senza alcuna sollecitazione il suo dovere civico. I primi posti conquistati in questi anni nella classifica nazionale di vivibilità per i parametri usati in base ai servizi, ben rappresentano lo stile di vita dei bellunesi. Anche una democrazia dell'istituzione che conduce la città, bisogna ammetterlo, formalmente c'è stata e si pratica, ma un solco politico di chi ha governato si fa fatica a riconoscerlo.
La democrazia a cui penso e propendo, viene da lontano. É ancora l'unica forma per amministrare una comunità, che dà il massimo protagonismo ai singoli cittadini. Tale sovranità del popolo, però, non può fare a meno di scelte nella conduzione di una città. Quelle scelte, sono il sale della politica che proviene dai gruppi che si ritrovano in un partito, in un movimento, luoghi di condivisione delle idee comuni, di parte.
Le concluse elezioni amministrative, penso che offrano un nuovo terreno di confronto serrato per non lasciare un continuum che perpetui l'ordinaria amministrazione. C'è bisogno di una discontinuità, di un cambiamento nel vivere associato che, utopisticamente deve aspirare alla felicità dei bellunesi. I nuovi canoni da considerare, non sono questa o quell'opera da realizzare che la propaganda elettorale ha promesso, ma piuttosto i principi fondanti come: quello di una città a misura di tutti che azzera le barriere architettoniche; avvia una ricucitura degli insediamenti (centro storico e periferia) e le necessarie relazioni con lo spazio interconnesso; si occupa di casa, lavoro, inclusione sociale dei più deboli, mobilità e best practice nei servizi. Il tutto riconducibile ad un percorso di progetto globale di sviluppo locale, a partire dai reali bisogni del cittadino, dell'uomo.
Per la verità i cittadini più noti di Belluno, o meglio quelli che si ritengono i rappresentanti dell'urbe ma che forse sono solo i rappresentanti dei commercianti del centro storico, non perdono occasioni per la reiterazione delle solite richieste di natura lobbistica, che massimamente riguardano parcheggi e circolazione. Non rinunciano a questa bandiera quasi un feticcio, lo sappiamo, per scongiurare la crisi che attraversano da qualche tempo le attività di piccolo commercio e/o di vicinato. Al Comune, viene richiesta ad ogni piè sospinto una partecipazione salvifica. L'Ente autarchico comunque, bisogna riconoscerlo, non è né responsabile né la panacea di tutto. Le difficoltà di ricollocazione dell'offerta commerciale e la relativa sintonia con la domanda, vengono da lontano e semmai, nei confronti del Comune, le uniche cose che si possono rivendicare sono gli atti intesi a ridurre la burocrazia, un qualche incentivo e un certo appeal del centro storico.
Fondamentalmente in ambito locale, nuova amministrazione e cittadini dovrebbero accordarsi su un cambiamento culturale non occasionale ma profondo che avvicini i punti di vista di ciascuna delle parti. É impensabile che per il centro storico ci sia una diversità di veduta, per uso, mobilità e circolazione.

L'umanità che è vissuta nel cuore di Belluno, con la sua stratificazione temporale dei manufatti, ha lasciato un suo schema viario ed una distribuzione spaziale più adatti ad una deambulazione pedonale che non ad una circolazione con mezzo meccanico. Dunque, ha configurato un luogo a misura d'uomo. E come tale andrebbe lasciato.
 Il ritrovarsi in spazi relazionali (piazze e vie), per vivere la città, fare acquisti, muoversi in sicurezza e a distanza dall'inquinamento atmosferico è un privilegio, un godimento e non uno svantaggio. Il centro storico nella sua identità storica e culturale, si diversifica, per natura, dagli altri luoghi della città più adatti ai mezzi a motore che comunque inquinano l'atmosfera e l'immagine degli stessi ambiti di vita associata. Persino la luce  viene inquinata con la presenza delle auto in centro. Basti pensare al calibro stradale limitato dalle vicine facciate degli edifici, e non è difficile osservare che anche l'illuminazione naturale con la presenza del variegato cromatismo delle auto tra i palazzi, restituisce per riflessione, una luminosità alterata delle facciate.
Belluno è una città giardino a sua insaputa, sì perché senza un progetto urbanistico “suggerito” dal pensiero di Ebenezer Howard mutua, per una sua logica di piccoli agglomerati agricoli distribuiti nel territorio, i caratteri costitutivi di quel movimento utopista ottocentesco.
Governare questa città ma anche altre, in generale, lo so non è facile, specie se si rincorrono i problemi e si naviga a vista; se la politica non si assume le proprie responsabilità e non decide; se non conosce l'umanità che popola il contesto urbano ed extraurbano; se non ha contezza dei servizi e dell'economia nelle sue diversificazioni e, non ultimo, se non ha cognizione delle risorse territoriali. Insomma, se non ha una chiara visione della struttura socio-economica dei luoghi e quali prezzi pagare o meno, per uno sviluppo condizionato dal rapporto costi/benefici, non potrà parlare di sviluppo sostenibile.
La scelta di chi deve amministrare per i prossimi 5 anni è fatta. Chi ha votato la formazione politica in carica, esercitando il suo diritto/dovere, si è assunto l'onere politico di quella che sarà la gestione della città. I cittadini tutti però sappiano, che il governo della città è affidato sì alla a maggioranza, ma il Consiglio dall'interno e la Società Civile dall'esterno non sono ininfluenti nella pratica politica. Anzi. La loro partecipazione mediante i partiti, i movimenti o anche i semplici raggruppamenti nelle scelte urbane, arricchiscono il confronto delle parti e, soprattutto, sublimano il ruolo del cittadino che in democrazia è sovrano.

Giuseppe Cancemi

sabato 1 luglio 2017

Il PIAVE MORMORO'...


Per tutti in Italia, appena minimamente si accenna al Piave, per riflesso condizionato, la mente corre al Fiume Piave e al breve motivetto di un canto, che tutti conosciamo,Il Piave mormorò: Non passa lo straniero!”. Ma di questi tempi, nel bellunese, non è il ricordo nostalgico di una storica rimembranza, che i quotidiani locali rimbalzano, ma piuttosto l'assurdo ulteriore sfruttamento del Piave e dei suoi affluenti. Non utile, ma molto più facilmente dannoso. Siamo all'ennesima notizia che vuole l'ecosistema Fiume Piave trascurato dalla politica e usato in dispregio della storia e dell'ecologia.
Il Piave, non diversamente degli altri fiumi italiani, con il suo insieme di biocenosi e biotopi, è una preziosa risorsa naturale di biodiversità. Lo testimoniano la moltitudine di Siti di Importanza Comunitaria (SIC) e Zone di Protezione Speciale (ZPS) di Rete Natura 2000.

Monumento al Fiume sacro della Patria
Non di meno, così per ricordare, è anche luogo e memoria storica di battaglie della Grande Guerra, combattute sulle sue sponde che lo consacrano come: “Fiume sacro della Patria”.

Insomma, siamo in presenza di un grande Fiume italiano la cui labile tutela apposta dalla legislazione ordinaria è stata travolta da un Decreto Lgv. (387/2003) di recepimento della direttiva 2001/77/CE, mosso da fini di importanza planetaria (diminuzione delle emissioni di CO2) ma insignificante per il contributo alla nobile causa e pericoloso come deroga, che può agire in dispregio delle tutele per l'ambiente faticosamente prima conseguite.
Il citato decreto, nelle sue finalità, raschiando il barile, per potere recuperare ancora un po' di energia da fonti rinnovabili: “favorisce”, nei fiumi, la “microgenerazione elettrica... per gli impieghi agricoli e per le aree montane”. E siccome è accompagnato da incentivi economici, diventa un'attrazione “predatoria” per l'ecosistema Fiume, svalutandolo ulteriormente e smarrendo l'utilità del “Pacchetto Clima-Energia” alla base dell'utilizzo delle energie rinnovabili.
Fiume Piave
Chi si è accorto del problema, che si stava cioè esagerando nello stressare l'ecosistema Piave è stato, nel nostro caso, il movimento Acqua Bene Comune. Un largo strato della società civile, con numerose sigle di adesione dell'area bellunese e 7000 firme, sollecitato dal solito impulso NIMBY (not in my back yard) che in italiano vuol dire: “non a casa mia”.

Il Comitato ABC, non ha mancato di ingaggiare una lotta con il potere costituito mediante vari ricorsi di cui anche uno a livello di Commissione europea, non trovando negli enti autarchici, per primi, una risposta soddisfacente e risolutoria che arrestasse l'assalto alla diligenza. Insomma, ha cercato di affrontare la questione in termini politici, giurisprudenziali e di diritto, a mio modesto giudizio, però il problema per la sua complessità mi fa propendere maggiormente e soprattutto per la questione politica che nasce dalle scelte energetiche per un futuro CO2 free.
Ma allora cosa è possibile fare per non arrivare a lotte lunghe che si possono radicalizzare o fare ignorare i più elementari rapporti di democrazia/dissenso?
Credo che si debbano investire le parti politiche che possono incidere nelle decisioni di Governo e comunque arrivare a decisioni che ascoltino il territorio.
In primis, per non sottrarsi ad un impegno come il post Kyoto, che obbliga moralmente e non solo moralmente a contrastare le emissioni di gas serra, ma anche per rimuovere il sottile ma continuo danno ambientale che incombe sul Piave, il quale può diventare un detrimento irreversibile.
Il Pensare globale e agire locale” in un così vasto interesse d'area diventa un obbligo. Il Piave, assaltato da impieghi non compatibili, con il suo ecosistema va difeso e non solo per interessi locali ma soprattutto per interesse collettivo: italiano.
Le motivazioni da spendere per confutare la scelta di utilizzare le cosiddette centraline nel Piave per ridurre le emissioni di CO2, complessivamente, stanno nella Strategia Energetica Nazionale (SEN 2017) del 12/6/2017, e nella sperimentazione di due progetti (Politecnico di Torino ed ENEA), in termini applicativi, per lo sfruttamento energetico delle onde marine.
Mezzo di sperimentazione - Politecnico di Torino ed  ENEA

Le tecnologie del pendolo e del giroscopio (Iswec e Pewec) sono pronte per le turbine che possono sviluppare potenze idroelettriche dai 17 a 2 kilowatt nei nostri mari più vicini. Con le onde della costa di Alghero, per esempio, in un'area di un kmq, si può ricavare un'energia per 42 mila abitanti. Il potenziale di 8000 km di coste italiane non è male per un futuro che punta a nuove e più economiche energie rinnovabili.
Basta fare notare alla politica che queste altre soluzioni, più importanti, riconosciute come energia blu del mare, anche dal punto di vista dell'economia e dell'occupazione, sono il futuro.
Altro motivo che rende inutile l'incentivare le discutibili centraline sono i dati. L'Italia nel suo SEN 2017 rivendica, rispetto ad altri Stati europei, di avere raggiunto l'obiettivo 20-20-20, previsto per l'anno 2020, già nel 2015.

Forse un'autorità di bacino autonoma che si occupi del solo Piave è richiesta. Un approccio integrato per l'ambiente antropizzato, e non, del Piave, dovrebbe poter ricomporre la moltitudine di competenze e di frammentazioni in quell'unicum del paesaggio fluviale che compone il solco naturale del Piave.
La politica dunque, quella locale prima, per essere più presente nella società, si deve adoperare nell'intento di creare condizioni e strumenti, per evitare che i conflitti diventino un fine.
Nel nostro caso, prioritariamente, si può e si deve chiedere presto al Governo, la rettifica del DLgs 387/2003, strumento che rappresenta il vero motivo della corsa alle famigerate centraline, affrontando nel contempo, i temi della tutela dell'ambiente e della promozione culturale del sistema fluviale Piave.

Giuseppe Cancemi 

lunedì 12 giugno 2017

IL MIO PUNTO DI VISTA SULLE ELEZIONI A BELLUNO



Le elezioni sono andate come dovevano andare. Già qualche settimana prima delle elezioni, non contento, pronosticavo che Belluno non aveva bisogno di un sindaco, perché i soli cittadini da una parte e la burocrazia comunale dall'altra, avevano raggiunto un equilibrio stabile: ad ognuno un minimo di dovere. E la comunità “senza lode e senza infamia” va avanti! La moltitudine dei non votanti lo conferma.



Ha votato, con qualche voto in più, il 50% degli aventi diritto. Gli altri sono rimasti a fare quello che fanno tutte le altre domeniche. Totale sfiducia ai partiti tradizionali e ai movimenti, con molto fai da te tra gli egoismi consolidati e il mascheramento “civico” sostenuti da numerosi gruppi di conservazione dello status quo. I partiti che ci hanno messo la faccia hanno raccolto quei risicati voti di fidelizzazione dei sostenitori. Che vuol dire questo?
Io provo a spiegarmelo con una riflessione che viene da lontano. Di solito i partiti tradizionali, nel passato, stavano tra la gente, raccoglievano ogni sorta di critica, meditavano, discutevano, si battevano per i principi del proprio partito. Oggi, la vita di partito si svolge nelle sole occasioni di assetto di partito (per pochi addetti) e nelle occasioni elettorali. La dialettica tra simpatizzanti e iscritti di partito non esiste. Passato uno di quei momenti celebrativi o di nomina, tutto viene archiviato. Il faldone elezioni, per esempio, si riprenderà, senza neanche spolverarlo, alle prossime, dopo un trascorso di silenzi, di scarse informazioni per la vita politica pubblica (esempio:cosa fanno i rappresentanti nelle istituzioni o ciò che discutono i consiglieri in Comune o in Provincia).
Insomma, per avere un'idea di quanto accennato, si può desumere da internet. La rete, in verità, non possiamo dire che viene usata al meglio da alcuni, il profilo è basso e utilitaristico. Nella rete però, che ha un uso consumistico di informazioni, chi si propone non può essere lì senza una costante e giornaliera presenza con idee, informazioni, opinioni, momenti culturali e tutto ciò che può far crescere l'interesse per collegare quel sito. E invece? Invece oltre a non trovare nulla di interessante nei siti di partito, ti accorgi che non aggiornano le loro pagine, se non in occasioni come dicevo, di nomine, spartizioni ed elezioni. Non solo, ma si barricano, si proteggono anche da partecipazioni esterne che dovrebbero essere il sale della discussione politica, del dibattito con la gente comune.

In buona sostanza, l'esito elettorale di Belluno non mi coglie di sorpresa. La disaffezione verso i partiti nazionali si trasferisce nei comuni e per quanto si tenta di mascherarla con le liste civiche, la crisi è manifesta lo stesso con il calo dei votanti. 

Giuseppe Cancemi

sabato 3 giugno 2017

ALLA RICERCA DELL'AMMINISTRAZIONE COMUNALE PROSSIMA VENTURA


Io, di Belluno, mi sono fatto un'opinione. Penso che un commissario prefettizio per governare la città basta. Amministrare secondo legge e lasciare svolgere tutto quanto alle persone preposte che operano in Comune è un'ordinarietà che regge. In fondo è un po' quello che abbiamo visto in questi anni. Il merito di una città con qualche lode e senza infamia appartiene ai cittadini. In fondo il tutto ha continuato a girare semplicemente perché il popolo bellunese recita senza alcuna sollecitazione il suo dovere civico. I primi posti conquistati in questi anni nella classifica nazionale di vivibilità per i parametri usati in base ai servizi, ben rappresentano lo stile di vita dei bellunesi. Anche una democrazia dell'istituzione che conduce la città, bisogna ammetterlo, formalmente c'è stata e si pratica, ma un solco politico di chi ha governato si fa fatica a riconoscerlo.

La democrazia a cui penso e propendo, viene da lontano. É ancora l'unica forma per amministrare una comunità, che dà il massimo protagonismo ai singoli cittadini. Tale sovranità del popolo, però, non può fare a meno di scelte nella conduzione di una città. Quelle scelte, sono il sale della politica che proviene dai gruppi che si ritrovano in un partito, in un movimento, luoghi di condivisione delle idee comuni, di parte.

Le elezioni amministrative che sono in corso d'opera, penso che debbano essere considerate un'opportunità più che una celebrazione di routine. Servono, per fare avanzare quelle scelte di necessario sviluppo a cui una città come Belluno deve tendere. C'è bisogno di una discontinuità, di un cambiamento nel vivere associato che, utopisticamente deve aspirare alla felicità. I nuovi canoni da considerare, non sono questa o quell'opera che la propaganda elettorale solitamente promette, ma piuttosto i principi fondanti come: quello di una città a misura di tutti che azzera le barriere architettoniche; la ricucitura degli insediamenti (centro storico e periferia) e le necessarie relazioni con lo spazio interconnesso; l'occuparsi di casa, lavoro, inclusione sociale dei più deboli, mobilità e servizi. Il tutto riconducibile ad un percorso di progetto globale di sviluppo locale, a partire dai reali bisogni del cittadino, dell'uomo.

Piazza Piloni o parco auto?
Per la verità i cittadini di Belluno, o meglio quelli che si ritengono i rappresentanti dell'urbe ma che sono solo i rappresentanti dei commercianti del centro storico, non perdono occasioni per la reiterazione delle solite richieste di natura lobbistica, che massimamente riguardano parcheggi e circolazione. Non rinunciano a questa bandiera, quasi un feticcio, per scongiurare la crisi che attraversano le attività del piccolo commercio di vicinato. Al Comune, viene richiesta ad ogni piè sospinto una partecipazione salvifica. L'Ente autarchico comunque, bisogna riconoscerlo, non è né responsabile né la panacea di tutto. Le difficoltà di ricollocazione dell'offerta commerciale e la sintonia con la domanda, vengono da lontano e semmai, nei confronti del Comune, le uniche cose che si possono rivendicare sono gli atti intesi a ridurre la burocrazia, un qualche incentivo e un certo appeal del centro storico.

Fondamentalmente in ambito locale, nuova amministrazione e cittadini dovrebbero accordarsi su un cambiamento culturale non occasionale ma profondo che avvicini i punti di vista di ciascuna delle parti. É impensabile che per il centro storico ci sia una diversità di vedute, per uso, mobilità e circolazione.
Piazza Duomo assediata dalle auto

L'umanità che è vissuta nel cuore di Belluno, con la sua stratificazione temporale dei manufatti, ha lasciato un suo schema viario ed una distribuzione spaziale più adatti ad una deambulazione pedonale che non ad una circolazione con mezzo meccanico. Dunque, ha configurato un luogo a sola misura d'uomo. E come tale andrebbe lasciato. Il ritrovarsi in spazi relazionali (piazze e vie), per vivere la città, fare acquisti, muoversi in sicurezza e a distanza dall'inquinamento atmosferico è un privilegio, un godimento e non uno svantaggio. Il centro storico nella sua identità storica e culturale, si diversifica, per natura, da gli altri luoghi della città più adatti ai mezzi a motore che comunque inquinano l'atmosfera e l'immagine degli stessi ambiti di vita associata. Persino la luce viene inquinata in centro. Basti pensare al calibro stradale limitato dalle vicine facciate degli edifici, e non è difficile osservare che anche la luce naturale con la presenza del variegato cromatismo delle auto e le quinte dei palazzi restituisce per riflessione una luce modificata.

Belluno è una città giardino, a sua insaputa, sì perché senza un progetto “suggerito” dal pensiero di Ebenezer Howard si ritrova in linea con i caratteri costitutivi del movimento utopista ottocentesco.
Governare questa città ma anche altre, in generale, lo so non è facile, specie se si rincorrono i problemi e si naviga a vista; se la politica non si assume le proprie responsabilità e non decide; se non si conosce l'umanità che popola il contesto urbano ed extraurbano; se non si ha contezza dei servizi e dell'economia nelle sue diversificazioni e, non ultimo, se non si ha cognizione delle risorse territoriali. Insomma, se non si ha una chiara visione della struttura socio-economica dei luoghi e quali prezzi bisogna pagare o meno, per uno sviluppo condizionato dal rapporto costi/benefici, non si potrà parlare di sviluppo sostenibile.

Scegliere votando, in conclusione, ciò che dovrebbe venirci dalla imminenti elezioni amministrative, vuol dire esercitare un diritto/dovere che ci fa assumere una responsabilità politica. Nella scelta, comunque, si corre il rischio di declassare il voto ad una formale delega, se ognuno crede che il tutto si esaurisce con le proprie preferenze elettorali. Diversamente si sappia, che al cittadino, sempre e comunque, spetta il diritto di esercitare una sua partecipazione alle decisioni nelle forme e nei modi previsti dalle leggi.

Giuseppe Cancemi


giovedì 1 giugno 2017

BENI CULTURALI, NON MUSEALI... MA PARLANTI!

 Le istituzioni scolastiche e quelle amministrative debbono, in un progetto condiviso, operare perché i Beni Culturali non restino "archiviati" o peggio "posteggiati" in costosi musei senza un uso che entri a far parte della crescita degli adolescenti e dei giovani.


Il tema dei beni culturali, va a braccetto con le risorse territoriali locali e con la loro valorizzazione. L'immaginario collettivo, in genere, ritiene e associa al patrimonio culturale, solo e sempre immagini di una certa esclusività, riferentesi ai manufatti storici più celebrati. Ma così non è! Le tracce storico-culturali e gli ambienti naturali rappresentano l'identità di un luogo, e non sono di serie A o di serie B. Voglio dire che, per una malformata accezione di bene culturale, la stratificazione storica e culturale, che appartiene alle trascorse generazioni dei nisseni, non viene riconosciuta e dunque, non valorizzata. Per molti nisseni ad esempio, i ritrovamenti archeologici ospitati a Caltanissetta, o non sono conosciuti, o ritenuti d'importanza minore, al confronto di altri più gettonati e più reclamizzati. Eppure, il centro storico con le sue case in via di degrado, quando non dirute, è luogo di altrettanti segni dell'umanità trascorsa, i cui reperti, hanno una propria dignità storica. Tutta l'Italia ha un passato storico più o meno ben conservato che forma l'insieme dei beni culturali, e la Sicilia di questi importanti segni, ne possiede un quarto. L' iniziativa 1ª Giornata Nazionale dei Beni Comuni di Italia Nostra”, in Sicilia, è un evento da sottolineare. Non si può continuare ad ignorare le nostre risorse territoriali abbandonate o consegnate all'ignavia perenne. Ma non basta celebrare, se ci si ferma al solo evento, tutto continuerà a restare come prima. Bisogna spendersi oltre, affinché ciascuno faccia la propria parte: dal singolo cittadino, alle più importanti istituzioni come per esempio la scuola. Gli adulti contemporanei, possono essere le avanguardie, ma è necessario puntare sulle nuove generazioni sin dalla scuola dell'obbligo. I bambini, gli adolescenti appartengono a quelle fasce d'età che debbono poter cominciare a “respirare” dentro e fuori la scuola aneddoti, ricordi, tradizioni, storia locale, piccoli brandelli di vissuto che possono o no raccordarsi con la storia formalizzata nei cosiddetti libri di testo. Insomma bisogna cominciare presto ad educare generazioni in crescita attraverso un percorso con la storicizzazione del vissuto locale come valore culturale.
L'offerta formativa delle scuole a tutti i livelli, programmi, non in solitudine, ma unitamente con le istituzioni locali. I percorsi formativi prevedano, all'interno delle attività culturali, impegni, nel corso dell'anno, che contemplino ricerche in: musei, biblioteche, archivio di stato, archivi di curia e chiese, e persino nelle interviste a privati che hanno memoria storica di eventi accaduti in città.
Le istituzioni locali, “battano un colpo”, nel senso di mettersi in gioco per una cultura partecipata e non passiva, soprattutto nella propositività e nelle soluzioni organizzative.
Impegnino e si impegnino per le nuove generazioni si da mettere in moto un circuito virtuoso verso beni culturali non più muti, museali, ma “parlanti”.

Giuseppe Cancemi




sabato 27 maggio 2017

Elezioni comunali 2017 - Il bilancio sul verde di Belluno, che non c'è


Non da ora, ma appena dopo l'uscita della legge sugli alberi (n. 10/2013), vista la "moria" di alberi a Belluno ho cercato di sapere presso il Comune quali adempimenti in merito alla citata legge erano stati messi in essere. La risposta si è arenata presso un ufficio (anagrafe?) che non ricordo.
L'occasione delle nuove elezioni comunali mi ha fatto ricordare che la relazione di commiato del Sindaco uscente doveva contenere il bilancio arboreo del suo mandato. La relazione pubblicata in rete non mi è sembrato che contenesse alcunché in merito. A questo punto ho deciso di chiedere direttamente sul post del Sindaco quelle informazioni che il cittadino vorrebbe vedere diffuse senza sollecitarle.
Ed ecco come sono andate le cose:






Grazie per avermi reindirizzato a: http://www.massarosindaco.it/?page_id=1752 , dove ho potuto leggere, in risposta alla mia richiesta, quello che il suo post dice di avere fatto in città per il verde.
Vede, senza alcuno spirito di polemica, la mia richiesta era e resta molto semplice e comportava una altrettanto semplice risposta: estremi di un censimento annuale anagrafico di albero, luogo di piantumazione e nome del nato/adottato, oppure, un catasto nella medesima forma del censimento. La Sua indiretta risposta, invece, sfiora la mia domanda in modo generico, comunicando per chi legge che sono stati impiantati 2000 alberi. Nello stesso post si legge anche che ci sono 4 nuovi parchi : Lambioi, Chiesurazza, Città di Bologna (giochi 0-6 anni) e Maraga un (parco per anziani). Bene, provo a capirci e trovo che: il Parco Lambioi non è altro che la fascia di rispetto del fiume già vincolata dall'ex legge Galasso prima, Urbani adesso; il Parco Chiesurazza, è ancora in progress... e con tanti interrogativi; Il magico “trasformabile” Parco Città di Bologna, sempre più ridotto all'osso, già impiegato da tempo per ospitare una scuola elementare, diventa ora, con qualche gioco in più per bambini da 0-6 anni, una acquisizione da vantare, e, infine, il Parco Maraga con un “contenitore” al suo interno per mantenere in... forma gli anziani (?). Tutto ciò, non me ne voglia signor Sindaco, mi ricorda gli aerei spostati del ventennio.
Mi spiace signor Sindaco, ma la mia richiesta faceva un riferimento preciso alla legge n. 10/2013 che tra l'altro impone ai Sindaci, a fine mandato, di inserire nella relazione anche il bilancio del verde, che non trovo nella sua relazione. E mi viene anche di ricordarLe che in merito ai 4 parchi fatti passare un po' come valore aggiunto per il verde, non si possono sommare come aree disgiunte e dunque non sono conteggiabili neanche ai fini del D.I. 1444/'68, semmai rappresentano solo delle tipologie di verde frutto di una occasionale provenienza e non da una precisa scelta politica programmata.

Un esempio di adempimento alla legge n. 10/2013 glie la mostro io!


 Come si può vedere, in foto, a Bologna in un parco pubblico gli alberi, in adempimento alla legge n.10/2013, mostrano un riferimento numerico. 

Non crede che si dovrebbe fare così anche a Belluno?

Giuseppe Cancemi

venerdì 19 maggio 2017

LA FLESSIBILITA' (sic!)... DEGLI SPAZI URBANI!

Accadde non molto tempo fa...


Una vasca vuota, non vuol dire che stiamo vedendo solo una breve interruzione di servizio, per una pulizia manutentiva programmata. E tanto meno che dei ragazzi, i quali giocano a pallone dentro, non vuol significare che hanno necessariamente “sconfinato” in uno spazio ad altro scopo dedicato. Ma allora....?
Allora può significare anche altre cose. L'acqua che non c'è, per esempio, e perché; spazi pubblici per adolescenti che scarseggiano o massima tolleranza per tutto, o ancora, assenza di un servizio di vigilanza, etc..

Per l'acqua che non c'è, viene subito da pensare semplicemente che una vasca d'acqua nella “piccola Venezia delle montagne” orgogliosamente delle dolomiti non può esistere. Altre città, che non hanno la fortuna di avere a vista d'occhio le montagne innevate per un lungo periodo nel corso dell'anno, micro (diciamo) problemi come questo l'hanno risolto con il ricircolo di una minima stessa quantità d'acqua. A Belluno no! O si ha l'acqua da mandare in fogna a ciclo continuo o niente! Ma a parte questa notazione che è forse puramente estetica di ornato, altre ne vengono in mente. La penuria d'acqua, mai vista prima, associata alle cosiddette bombe d'acqua, alla siccità in genere, sono segnali che meritano tutta l'attenzione possibile, anche localmente, perché denunciano un'alterazione del clima di cui, anche nel nostro piccolo, siamo tutti responsabili. Non a caso nel cosiddetto “PATTO DEI SINDACI 20 20 20” anche Belluno ha firmato un suo impegno. Per la cronaca i sindaci che hanno sottoscritto il patto, si sono impegnati a ridurre le emissioni di gas serra del 20 %, alzare al 20 % la quota di energia prodotta da fonti rinnovabili e portare al 20 % il risparmio energetico: il tutto entro il 2020.
Per questo impegno, non sapendo cosa è stato fatto a Belluno, da quel che è visibile deduco ed esprimo una mia dubbiosità sui risultati finora perseguiti.
Da anni, è sotto gli occhi di tutti, questa città ha subito un considerevole depauperamento delle essenze arboree, per tagli forse in massima parte ingiustificati. Le più elementari conoscenze di ciascuno di noi, senza tante nozioni in materia di climatologia, può rilevare che meno alberi significano più anidride carbonica (gas serra) in contrasto con la promessa di riduzione e le conseguenti ricadute che si hanno sul pianeta. Se la vogliamo dire tutta, gli alberi in città sono diminuiti, nonostante una legge favorevole all'incremento arboreo di qualche anno fa, che poteva far compensare le perdite subite.
Detta legge (del 14/01/2013, n. 10), impone ai sindaci di Comuni che superano i 15 mila abitanti di dedicare un albero per ogni bimbo nato o adottato. Dunque, un utile indirizzo, più che suggerimento per le città, di accrescere il proprio patrimonio arboreo, che però a Belluno non sembra vedersene i segni. Di risparmio energetico, non se ne vede neanche negli edifici pubblici o nell'illuminazione stradale. A 'mo d'esempio, volendo iscriversi ad un virtuoso risparmio energetico, basterebbe fare accendere le luci sul Ponte degli Alpini, una metà per volta, delle attuali lampade (spero a led); ridurre di pochi lux nelle ore notturne l'illuminazione stradale; programmare un rigido controllo di accensione/spegnimento di tutte utenze pubbliche mediante un'unica gestione.
La serietà dell'impegno sulla riduzione del CO2, che non è solamente locale, imporrebbe, una politica accorta nel senso del risparmio energetico a cui si potrebbe anche aggiungere quello idrico, con il recupero delle acque pluviali e il ricircolo delle acque grigie depurate.
I ragazzetti in vasca, fanno pensare ad un centro storico si vivo ma poco attenzionato, e anch'esso privato di qualcosa. Per esempio, la prima cosa che viene in mente sono gli spazi pubblici, e come per riflesso condizionato viene da ricordarsi che tanti anni fa erano di moda gli standard residenziali e tra questi gli spazi pubblici attrezzati a parco e per il gioco e lo sport, per un totale minimo di 9mq per abitante. E qui verrebbe da chiedersi se e quando è stata fatta l'ultima verifica di questi standard (D. I. 02 /04/1968, n. 1444) in centro storico.
Ecco, la vasca centrale del cuore di Belluno a vedersi così e per lungo tempo fa tristezza, e viene da attribuire la colpa a un qualcuno. Sì perché a pensar male quasi sempre, diceva un noto politico: ci si azzecca!
Belluno è una città matura, che ha bisogno di una conduzione attenta nei dettagli di una complessità amministrativa, che solitamente sembra muoversi a vista, spesso, rincorrendo i problemi e raramente prevenendoli.
L'alternativa ad una città che si muove per inerzia, grazie al civismo dei suoi cittadini non basta più. Solo una città dinamica pensata, analizzata e progettata - sempre attenta ai valori e ai bisogni - è capace di valorizzare le proprie risorse ma anche di attingere ad altre risorse di livello diverso, e può ambire ad una crescita sociale ed economica che i tempi moderni richiedono.


Giuseppe Cancemi

venerdì 12 maggio 2017

FIUME PIAVE. CHI VUOLE LE CENTRALINE?


Le centraline idroelettriche sono il tormentone che assilla di tanto in tanto i bellunesi più accorti che amano l'ambiente naturale. Qualcuno, in occasione delle prossime elezioni amministrative ha già scritto ad un candidato sindaco per avere l'opinione in merito ad una centralina (sottolineando) di società altoatesina da realizzare sul Fiume Piave.
Nel merito mi permetto di chiosare su quella domanda. Il cittadino pone un interrogativo in chiave retorica, che preconizza una risposta di diniego e una condivisione di tipo (nimby), acronimo che nel linguaggio anglosassone significa: non nel mio giardino. A mio modesto parere le due cose non sono scontate. Sappiamo che i richiedenti di centraline non sono benefattori della comunità italica, ma imprenditori che tentano di sfruttare gli incentivi economici per le energie rinnovabili, i cui costi gravano su tutti gli italiani. Il no a prescindere, però, da una qualsiasi più o meno ragionevole motivazione, non dovrebbe appartenere ad una comunità politica riformista, che nelle proposte e nell'agire, si pone obiettivi di sostenibilità. Penso che a simile domanda bisogna articolare più che risposte elementi di riflessione.
Un primo punto di ponderazione e di domanda verrebbe dal perché il bisogno di tutela ambientale nasce ed è sostenuto dalle comunità prossime ai singoli habitat e non come azione di insieme per il medesimo ecosistema: Piave. Altra considerazione andrebbe fatta sulla effettiva incidenza economica, in termini di potenza elettrica, nel complesso generativo energetico nazionale.
Le cosiddette centraline (perché di piccola potenza elettrica), nascono dalla necessità di diminuire i costi d'importazione dell'energia, pensando ad uno sfruttamento intensivo delle risorse naturali. La rimessa in campo di un così irrisorio contributo al problema energetico, nasce, forse, da chi negli incentivi pubblici, ci vede più il business e meno il danno ambientale. Mentre una valutazione d'incidenza assieme a quella di impatto dovevano già scongiurare a monte una simile scelta.
In termini politici la situazione sembra essere questa: la Provincia nella sua debolezza politica non sa difendere il territorio dagli assalti speculativi. La Regione politicamente, di segno diverso dello Stato non difende il territorio per attribuire la responsabilità a quest'ultimo e, come al solito col: “piove? Governo ladro” il cerino acceso resta nelle mani del partito di governo.


Ma il governo già nel gennaio 2016 rifacendosi ad una direttiva europea sul tema dell'energia e del clima si è attrezzato con le “Disposizioni in materia ambientale per promuovere misure di green economy e per il contenimento dell'uso eccessivo di risorse naturali.” dichiarando una sua strategia che si appoggia alla «crescita blu» di lungo termine per una crescita sostenibile e inclusiva per gli obiettivi di EUROPA 2020. La crescita blu si rivolge al mare e al marittimo proprio per evitare ciò che tardivamente ancora si sta tentando di fare.


In termini concreti basta guardare l'immagine riportata per capire che l'apporto di una o più centraline, qualche megawatt in più, per rispondere al bisogno di contribuire al risparmio energetico italiano ed europeo sarebbe ridicolo (una goccia nel mare).

In buona sostanza, se si aggiunge ciò che esprime il punto d) “favorire lo sviluppo di impianti di microgenerazione elettrica alimentati da fonti rinnovabili, in particolare per gli impieghi agricoli e per le aree montane. dell'art. 43 del decreto n. 387/2003, e cioè che l'energia utilizzabile deve essere esclusivamente a fini agricoli. E dato che, le richieste centraline tali non sono, forse si potrà vedere la totale incompatibilità di detti impianti  con la legge e con lo sviluppo eco-sostenibile.

Giuseppe Cancemi

martedì 18 aprile 2017

BELLUNO:RIALLOCAZIONE DELLE EDICOLE DEI GIORNALI in prossimità di piazza dei Martiri

Atto semplicemente burocratico o di attenzione per il centro storico?

Il tema delle due edicole ai lati di piazza dei Martiri, ricomparso in questi giorni, riprende per l'ennesima volta la ricollocazione delle stesse in un nuovo spazio. Non si capisce se la novità sta nelle superfici individuate nelle medesime vie di prima: Matteotti e Vittorio Emanuele o nell'approssimarsi di un bando per l'assegnazione ad hoc degli spazi individuati.

Siamo in tema di concessione di nuove aree pubbliche ma è come se fosse una questione privata. E non tanto per gli annunciati criteri, forse discutibili, di vantaggio per le preesistenti imprese ma per la conduzione disinvolta della collocazione nel suo complesso. Si va avanti con scelte di vertice, senza aver chiesto ai cittadini alcun parere, noncuranti di una prevedibile alterazione dell'immagine del centro storico. Nessuno che chieda: se va bene quel trasferimento proprio negli spazi che qualcuno, forse arbitrariamente, senza un criterio oggettivo, ha assegnato e destinato al trasloco. Meno ancora si sa della forma di queste edicole: se si collocheranno discretamente o se impatteranno con la storica piazza centrale.
Credo che al cittadino comune, interessi di più non tanto la trattativa in sé, ma piuttosto la modifica d'immagine che incide su una conservazione prospettica di un ornato, che ha un suo effetto presenza già storicizzato e consolidato.
In una gestione partecipata delle scelte urbane, il centro storico in particolare, necessita di cercate condivisioni e non di essere trattato “burocraticamente” nel solco di una ordinaria amministrazione. Mi pare che in passato, esistevano già due edicole piazzate ai lati del teatro, e questo è un dato. Verrebbe da dire che una qualche riflessione pubblica anche per questo oggettivo particolare, andava e andrebbe fatta per comprendere quale logica sottende la prevista collocazione e non altra. Il perché non è stata prevista, per esempio, una opzione, diciamo zero, a favore di locali sfitti esistenti in zona.
È un buon motivo il “disturbo” per gli “addetti ai lavori”, che porta l'attuale presenza di una delle due edicole l'immagine del Fulcis?
Forse sì, può darsi! Ma il groviglio di auto, pur se autorizzate, parcheggiate a ridosso del citato museo, non sono forse anche peggio?
Tralasciando altri particolari importanti come le forme dei futuri chioschi e dei relativi materiali che non si conoscono, ma che meritano una conoscenza, un confronto di idee e un discorso a parte, colpisce, e non da ora, il complessivo silenzio di partiti, associazioni e società civile. Gruppi, che solitamente non disdegnano di una visibilità per i loro convincimenti di parte.
E diciamolo, non convince neanche lo scarico di responsabilità della ricollocazione legato all'obbligatorietà di un vago coinvolgimento di soprintendenza e uno studio di architettura di Roma. Cittadini per primi, amministratori e tecnici comunali, non sono in grado di decidere per se stessi?
Infine, l'attuale collocazione per una distribuzione strategica di vendita trova, giustamente, le due edicole agli estremi della piazza dei Martiri. E questo può andare bene. Ma a voler ragionare in termini tutelativi per la piazza, per un bene che è di tutti, verrebbe da consigliare di lasciare che dette edicole trovino alloggio in locali fissi, specie in un momento in cui i locali in affitto sono tanti. Per una amministrazione attenta, infatti, basterebbe in questo caso l'adoperarsi per facilitare le locazioni, calmierando i prezzi. I vantaggi di una simile scelta, avrebbero una prevedibile ricaduta su tutto il commercio, con benefici, non solo per le edicole ma anche per una nuova politica di ripopolamento del centro storico.


Giuseppe Cancemi

ALLOCAZIONE DELL'EDICOLA NEL 2018