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venerdì 16 ottobre 2020

RIPENSARE IL FUTURO DELLA MONTAGNA

 


Turismo bianco o futuro nero ?

Premesso che tutti vorremmo un Nevegal risorto o comunque in grado di continuare con le proprie forze, ma non è difficile comprendere che siamo fuori da ogni ragionevole aspettativa. Qualche tempo fa, già si pronosticava un turismo bianco da un futuro nero per le quote più basse dell’arco alpino.

A tutti, dovrebbe essere noto che sulle Alpi, al di sotto dei 2000 metri, sempre con meno neve, non è più possibile sciare con piste naturalmente innevate. I cambiamenti climatici fanno sentire il loro effetto e molti comprensori, sappiamo, ne soffrono le conseguenze. La gestione degli impianti ha costi non più sostenibili da tempo. La stagione sciistica si è accorciata, e per necessità di sopravvivenza degli operatori in servizio, si è arrivati ad aperture di stagione ritardate ma con piste dove compare anche l’erba. Gradatamente, si è passati verso un più diffuso innevamento artificiale sostenuto da cannoni sparaneve che economicamente aggravano il mantenimento dell’impianto.

La questione Nevegal è politica, e non può essere affrontata in termini demagogici o superficiali, perché è un problema economico, prima di tutto con riflessi sulla vita delle persone: chi vi lavora. Tutti si prodigano per il Nevegal (a parole) ma non mi sembra che alcuno abbia presentato, per la sua continuazione nella gestione degli impianti, uno straccio di “business plan”. In semplici parole, quell’idea imprenditoriale che riesce a spiegare una fattibilità nella continuazione che sia competitiva e sostenibile.



Purtroppo, s
i discute da anni come se fosse un fatto a sé stante e non come tema di interesse territoriale per Belluno. Tutto tra l’altro avviene, tralasciando quello che è l’impasse principale: il cambiamento climatico di questi ultimi anni.

La recessione del 2007, oltre al cambiamento climatico, è il punto d’inizio della crisi che avrebbe colpito i comprensori sciistici. L’OCSE (Organizzazione Cooperazione Sviluppo Economico) in una sua ricerca, se ne occupa facendo notare che per il mantenimento di un comprensorio occorre un innevamento della durata di 100 giorni all’anno e un’altezza della neve di almeno 30 centimetri. Altro dato non trascurabile nella complessiva crisi determinata dal clima in montagna, riguarda la temperatura media, la quale per ogni grado in più fa alzare il livello sciabile di 300 metri.

E’ un fatto, che per i comprensori sciistici sono in atto un certo numero di chiusure verso fondo valle di chi dichiara fallimento e di altri che fanno proposte di salvataggio con ricorso ai fondi pubblici.

Volere ancora insistere nella priorità turistica delle piste da sci, può sembrare più un “accanimento terapeutico” che non altro.

La montagna ha tanto da dare e non testardamente per forza un’offerta turistica in perdita puntando quasi esclusivamente su un’attività monocorde. In tempi di transizione sarebbe bene riprendere con maggiore orgoglio le offerte di eccellenza che offre la natura dei luoghi. Insomma non sarebbe poi così difficile orientarsi verso approcci di più basso impatto ambientale.

Vengono in mente: l’accoglienza, l’ospitalità, la vendita di prodotti locali e i servizi per il tempo libero per la bellezza dei luoghi.

E  il territorio di Belluno, di risorse come quelle accennate, ne ha di primati da offrire.

Giuseppe Cancemi


Vedi anche: https://gcancemi.blogspot.com/2023/02/nevegal-riqualificazione.html





venerdì 25 settembre 2020

EX PIAZZA DE LUCA - BELLUNO

 

Rotatoria in via Vittorio Veneto a Belluno


La rotonda in corso di realizzazione lungo la via Vittorio Veneto, viene presentata alla città di Belluno come un intervento di riqualificazione "compensativa” . Nello specifico, vuole essere un intervento di: “...miglioramento della segnalazione e riqualificazione dei passaggi pedonali, abbattimento delle barriere architettoniche, riqualificazione delle fermate dei bus, rifacimento delle pavimentazioni dei marciapiedi.”
Detta rotatoria, viene a collocarsi su di un trafficatissimo asse viario nei pressi di un luogo, destinato ad accogliere una nuova attività economica. In soldoni, un ennesimo centro commerciale. L'esigenza della modifica stradale, si rende necessaria per agevolare la circolazione in loco, a causa di un prevedibile incremento di traffico automobilistico.
A giudicare da come stanno andando le cose, forse, questo progetto per effetto della pandemia o per un difetto di trasparenza, finora, non deve essere stato molto attenzionato. Lo stesso autore del monumento in piazza De Luca, solo ora, a lavori avanzati, si accorge del colpo di spugna che è stato dato alla sua opera. Per la verità, il Comune di Belluno non è nuovo di azioni come questa. Aveva già dato segno di stancarsi presto delle opere d’arte che commissiona, e i cittadini lo lasciano fare. Circa un decennio fa, ricordo, l'opera di Arnaldo Pomodoro, “Novecento”, è stata acquistata e poi venduta, senza che alcuno se ne dolesse o battesse ciglio. Ora ci risiamo ancora, spiana la “firmata” opera, stranamente trascurata, di piazza De Luca e dei suoi alberi che l’adornavano. Forse, cancellando anche la segnalazione di uno dei 22 punti geodetici, parte dell'intera rete plano-altimetrica nazionale (13.000 punti in tutto, dell'attuale rete viaria italiana).
Nella premessa progettuale di questo intervento, che modifica pesantemente la destinazione dei luoghi, si accosta al progetto una reclamizzata messa in sicurezza. Il che fa pensare a chissà quale “pericolo” da scongiurare.
Il timore che si legge, però, nei principi della riqualificazione invocata, sembra riconducibile alle previsioni d’incremento della mobilità urbana in prossimità dell’area da trasformare. Se tale era la preoccupazione, non si capisce perché si è consentito un ulteriore insediamento commerciale che sappiamo letale per il mantenimento degli esercizi di vicinato, da sostenere ("a parole"). Non a caso nello studio della progettazione non si coglie un qualche accenno al bisogno di un piano commerciale per tutto l’hinterland bellunese.
Una scelta politica non certo favorevole per un territorio come quello di Belluno, già penalizzato perché insieme di piccoli nuclei abitati che avrebbero necessità di una “ricucitura” urbana. E non è solo questo che peggiorerà i dintorni dell’ex piazza De Luca. Forse non si è pensato che il rallentamento dei mezzi meccanici in movimento, farà aumentare anche l’inquinamento atmosferico. Come minimo, il progetto di rotatoria, si doveva anzitutto preoccupare, con una attenta analisi dei flussi di traffico del luogo, di conoscere i livelli di CO2 e di polveri sottili (PM 2.5 e PM 10). I cui valori, quasi sicuramente, avrebbero scoraggiato la scelta che si sta attuando.
La stampa è l'unica fonte che ha informato la cittadinanza di questa invasiva trasformazione. Nonostante tutto il tempo passato dal primo annuncio, non c’è stata alcuna lamentela. La solita impugnativa che non manca nelle varianti urbanistiche con qualche osservazione e/o opposizione previsti al momento della pubblicazione ufficiale, è mancata. Ed è mancato anche uno dei soliti ricorsi al TAR. Tutto è andato liscio a parte qualche “rumor” sulla temuta perdita dei parcheggi auto.
Altra osservazione di natura urbanistica che va fatta a questa modifica della viabilità in via Vittorio Veneto, se soffermiamo l’attenzione allo “smontaggio” di un’alberata e una ben attrezzata piazza, con monumento realizzato dall’Arch. Francesco Palma, che poteva piacere o meno ma era pur sempre un opera intellettuale che non può e non doveva essere cancellata per fare posto ad un incrocio stradale senz’anima.
Poi, se si vogliono ancora approfondire i motivi squisitamente urbanistici, in concreto, non può essere trascurata la leggerezza con cui si è deciso di abbattere le otto essenze arboree mature che ombreggiavano la zona e compensavano, questi sì, i luoghi con la loro restituzione di ossigeno che attenua le emissioni di anidride carbonica.
Infine, qualche ulteriore dubbio su questa “riqualificazione” nasce riflettendo sugli spazi qualificati e già vissuti del precedente progetto, che la legge sancisce come standard residenziali, barattati per un traffico automobilistico che non migliorerà la componente residenziale degli abitanti di quella zona.
Un ulteriore semplice richiamo alla riflessione può ancora essere fatto su verde e spazi pubblici sacrificati, nonostante la loro legittima allocazione di progetto a norma della legge nazionale (D.I. 1444/68) sugli standard residenziali.
E' lecito chiedersi a questo punto, se quella che si sta attuando nella, ora, ex piazza De Luca è riqualificazione e se la Corte dei Conti, definita “come garante imparziale dell'equilibrio dell'economia e della finanza pubblica”, può permettere l’alienazione di un ambiente urbano definito, come quello di cui stiamo parlando, di proprietà pubblica, mediante una discutibile trasformazione.

Giuseppe Cancemi

domenica 30 agosto 2020

NUOVA LEGGE URBANISTICA IN SICILIA

La Regione Sicilia ha esitato nei giorni scorsi la sua ultima legge urbanistica. Rientra nella prevista autonomia delle Regioni a statuto speciale, che hanno potestà legislativa in materia, riconosciuta dalla Costituzione italiana. 


E’ composta da 55 articoli in tutto. Vuole essere una legge con il dichiarato scopo di frenare l’intenso consumo di suolo inarrestabile di questi ultimi lustri, fino ad annullarlo entro il 2050 così come deciso in ambito europeo. Si annuncia complessa nella sua articolazione e poco “amichevole” nella traduzione in attività realizzative. 

Sembra più favorevole alla burocrazia, che si vorrebbe alleggerire (a parole da parte di tutti), che non per facilitare, semplificando, le modalità operative degli interventi sul territorio. Nell’articolato, appaiono norme che spaziano e si “allargano” verso ambiti e competenze storicamente appartenenti ad altri assessorati. Si profilano all’orizzonte della legittimità costituzionale e del diritto, impugnazioni per quelle norme che sembrano contraddittorie. 

Tali appaiono quelle previsioni del Piano urbanistico generale (PUG) che hanno efficacia a tempo indeterminato, a fronte di vincoli espropriativi che decadono dopo cinque anni. Una confusionaria “Perequazione urbanistica”, rappresenta la ciliegina sulla torta, per l'inevitabile contenzioso che si paleserà ai primi confronti d’interesse pubblico/privato tra diritti edificatori e diritto di attuazione delle previsioni urbanistiche. Non si comprende come mai, specifici professionisti in materia di urbanistica, presenti sul “mercato”, siano stati ignorati. 

Infatti questa legge, prevede un apposito Comitato Tecnico Scientifico dell’Urbanistica, come organo di riferimento, la cui formazione non prevede un solo rappresentante, uscito da un corso di laurea in urbanistica o scienze della pianificazione territoriale e ambientale. D'accordo sulle varie figure professionali per una metodologia olistica ma non va bene che siano stati trascurati quei professionisti che provengono da studi accademici specifici in materia di pianificazione territoriale.

 Una mia valutazione per questa diciamo "disattenzione" mi fa pensare che i corrispondenti atenei, scarsamente si occupano del rapporto tra formazione e mercato delle professioni, e che gli ordini professionali, con scarso numero di iscritti, hanno poco" peso" nel reclamare. Forse oramai, è tempo che gli atenei facciano una revisione dei corsi di laurea, in materia di territorio, e per gli ordini professionali tutti, inattuali, si pensi ad una riforma o ad abolirli completamente. 

Con l’occasione, voglio comunque ricordare che esiste da tempo la classe L-21 delle Lauree in Urbanistica e Scienze della Pianificazione Territoriale e Ambientale. Oltre 20 corsi di laurea presenti in svariati Atenei italiani, che hanno “sfornato” un folto numero di professionisti. 

Per dare una delle tante motivazioni che suscitano non poche perplessità sulla legge urbanistica regionale, l’art. 25 mi fa pensare alla gattopardesca mossa del cambiare tutto per non cambiare nulla. Là dove regola i contenuti di piano, nel comma 2, si stabilisce che le “previsioni hanno efficacia a tempo indeterminato”, fatta “eccezione per i vincoli preordinati all’espropriazione, la cui efficacia è di cinque anni”. 

Un semplice “rivoluzionario” cambiamento che riconferma una legittimità, che ora diventa ricorsiva automaticamente ad ogni lustro. Nella passata legislazione si inventavano le cosiddette “zone bianche”. Cioè aree titolate magari pubbliche nelle previsioni urbanistiche (Scuole, parchi, etc.), che perdendo la loro efficacia realizzativa dopo 5 anni, ritornavano con una qualche difficoltà sì, ma si rendevano libere sul mercato edilizio.

 Ora, nel Piano urbanistico generale comunale (PUG), le previsioni urbanistiche di alcune aree per opere pubbliche, in funzione di calcolate proporzioni tra standard residenziali e popolazione, come prima se non realizzate, allo scadere del vincolo dei 5 anni, diventeranno ancora più facilmente "zone bianche”, cioè aree da barattare e/o vendere. Non di rado queste aree, massimamente pubbliche, si ritrovano nelle parti interstiziali dello zoning, nelle cosiddette zone di espansione. Insomma sono “scampoli” di territorio che per la loro rendita di posizione sono molto ricercati per fini speculativi. 

Ecco, questo viene riconfermato, ma con la probabilità di diventare un contenzioso senza fine. Ad essere sinceri, non mi pare che la nuova legge urbanistica esitata dalla Regione Sicilia, sia realmente una innovazione normativa che dovrebbe azzerare il consumo di suolo entro trent'anni. Un tempo che tra l'altro, per i provati eventi accelerati che accompagnano l’uomo, è apparso assai lungo. 

 Si sa, recuperare suolo oramai è una necessità non solo europea ma di tutto il Pianeta. Contribuire al mantenimento del suolo, nel panorama mondiale è un dovere morale e più drasticamente di sopravvivenza per le generazioni future. La sostenibilità, in senso generale, è diventata un mantra. Ci indica già, estremizzando, cosa bisogna fare in fretta per il mantenimento e la continuità delle specie. E gli umani, con il loro antropocentrismo, se ne sono assunti nei millenni tutta la responsabilità che oggi avvertiamo. 

Un solo dato dovrebbe farci riflettere. Dalla metà degli anni ’50 la superficie totale delle aree urbane nell’UE è aumentato del 78% mentre la crescita demografica è stata di appena il 33%. 

Giuseppe Cancemi 



mercoledì 29 luglio 2020

BANCHI DI SCUOLA


Le nuove suppellettili in tempi di COVID-19


La questione dei banchi di scuola tradizionali e l’alternativa di quelli ministeriali proposti, con una foggia a misura di convegnista ma non di studente, che abbiamo visto sulla stampa, è un’attualità che va affrontata prima che inizi il nuovo anno scolastico. Il modernismo che ci è stato fatto vedere con le sedie su rotelle piroettanti a mio modesto giudizio è fuori luogo, non tiene conto delle varie fasce d’età degli scolari/studenti da un punto di vista sia fisico che psicologico. Penso alla disabilità, all'obesità ma anche allo spirito goliardico che è nei giovani e che li fa relazionare con dinamiche varie. Insomma, persone che nella seggiolina facilmente movibile, con uno striminzito appoggio e un poco adattabile spazio di accomodo alle variabili anatomiche, non si troveranno tutti bene, e che degli spostamenti non ne faranno sempre un uso disciplinato.





Il tradizionale banchetto che forse ha un’immagine “primordiale” che ha stufato, sotto sotto ha un’utilità che il nuovo design prescelto non può trascurare. Il banco, elemento principe del “posto alunno” è una superficie sostenuta da piedritti il cui insieme può costituire, all’occorrenza, una protezione per studenti/alunni e insegnanti in caso di evento sismico. Non ci vuole molto per un designer allestire forme nuove di queste suppellettili, utili per l’uso didattico e, data anche la fragilità del territorio italiano, per alzare l’asticella della sicurezza nelle aule e negli ambienti scolastici tutti.

Le norme UNI EN 1729 che assicurano le caratteristiche di banchi e sedie sono il riferimento sicuro che comunque lasciano libera la scelta nella realizzazione, fermi restando i nuovi vincoli che si sono aggiunti come il distanziamento e la necessità d'appoggio di nuovi strumenti di lavoro come il PC che sono entrati nell’uso didattico quotidiano.

L’autorità scolastica di vertice che presiede la scuola, anziché fornire un prodotto preconfezionato non sufficientemente pensato, s’impegni a bandire un concorso/progetto per le prossime forniture di nuove suppellettili nelle scuole, filtrate da linee guida. Quest’ultime, dovrebbero assicurare un insieme scelto di caratteristiche, al fine di dare risposte utili per comodità, funzionalità e sicurezza a studenti e alunni.

Giuseppe Cancemi

lunedì 6 luglio 2020

Contributo da lontano



Revisione Generale del PRG


La revisione generale del PRG, con la partecipazione attiva dei cittadini, nelle indicazioni da formulare per dare corso alla sua formazione, propone un atto amministrativo di importante valenza politica. Una condivisione, che la legge regionale n. 15 del 1991, pur se obsoleta, aveva già compreso.

Nella nostra città, l'evento è già stato vissuto, e quello in atto è un secondo rinnovo che si presenta, non senza nuove attese per inadempienze realizzative pendenti e nuovi scenari di un mondo che cambia rapidamente. Il nuovo strumento urbanistico, che ha iniziato il suo iter, per coniugare al futuro quegli interventi che servono per una migliore vivibilità urbana, ora, aspetta di selezionare, tra le varie proposte, quelle indicazioni di assetto del territorio realizzabili, cui aspira la collettività.
Caltanissetta tra gli altri temi urbanistici, un problema endemico mai risolto, che si ripresenta ciclicamente, lo pone il centro storico. In vari anni si è sempre discusso di un suo recupero, ma mai convintamente e stata fatta qualcosa per salvarlo dai crolli e dal degrado. Ultimamente, un apposito "programma costruttivo", relativamente ad hoc, ha aperto e chiuso un cantiere, per la rigenerazione di un paio di abitazioni.
Purtroppo, anche gli anni dello sviluppo edilizio, alimentato da interessi speculativi, rivolti ad un'edilizia qualitativamente medio-bassa, hanno prodotto solo periferie disadorne. Vari stock edilizi di queste zone, cosiddette di espansione, in assenza di interventi manutentivi, sono oggi anch'essi soggetti ad un degrado che si propaga. In città è rimasto un surplus di case sfitte e un bisogno abitativo da compensare, mai affrontato con un vero progetto di social house.
Le risorse economiche, di provenienza europea e nazionale di questi anni, non sono state sufficientemente attenzionate, e quindi, sono state lasciate sfuggire. Caltanissetta, città terziaria di lungo corso, con un'economia prevalentemente fatta di occupati nei servizi e nel commercio, senza una particolare vocazione di altra natura emergente, ha resistito sì alla crisi economica di lunga durata, ma ha perso non pochi pezzi di un'imprenditoria, che non ha saputo rinnovarsi, come in altre realtà territoriali.
Gli effetti di questa economia asfittica, li ritroviamo nell'aumento di incapienza di non pochi cittadini. Complessivamente, possiamo dire che il tessuto sociale, per gli effetti del noto fenomeno migratorio del Mediterraneo, in qualche modo ha ricevuto una compensazione anagrafica, nei confronti di un lento spopolamento in atto, e sono comparsi nei quartieri di centro piccole attività artigianali, non nuove, ma che da tempo non erano più presenti in città. Inoltre, un altro segnale importante che la città mostra, da non sottovalutare, viene da alcune nuove tendenze di business, nelle attività di nicchia verso le risorse naturali e culturali in generale.
In questo quadro socio-economico non certo esaltante, per una più che necessaria ripresa della Comunità nissena, la sfida è ardua e l'occasione di un evento coinvolgente non basta. Bisogna convincersi e convincere che l'occasione può diventare opportunità se si potenziano gli elementi di forza e si riducono quelli di debolezza.
Nel metodo, scontato che l'obsoleto modello urbanistico finora in uso, ha relativamente, esaurito il suo compito di normare principalmente l'espansione edilizia. O almeno, non ha più una prevalente motivazione regolativa della trasformazione dei suoli (da agricoli a urbani). Nasce l'idea, che il modo più consono di pensare quale città si vuole in futuro, comporta un minimo di considerazioni sul punto cui è giunto il dibattito urbanistico a livello nazionale.
La città contemporanea, qual è Caltanissetta, forse, non ha conosciuto molto del “federalismo” a macchie di Leopardo italiano, che localmente in urbanistica ha modificato qualcosa. Il Regolamento Edilizio Tipo/Unico (RET/REU), per esempio, è presente in 11 regioni, così come conosciuto da altre regioni è anche il consumo di suolo zero.
In Sicilia, nel suo dibattito corrente, l'urbanistica ha forse ignorato alcuni passaggi e siamo solo in attesa della riforma urbanistica.
Nella revisione del PRG che vogliamo, si può pensare al punto in cui si è giunti, di organizzare un piano strutturale olistico, articolato tra piano strategico e progetto, per uno strumento sistemico in grado di coniugare insieme: ambiente, infrastrutture e insediamento.
Il Partito Democratico, con la nuova pianificazione orientata verso un piano strutturale, che discende dal dibattito urbanistico corrente, trova che almeno due esperienze del passato nella pianificazione inducono a riflettere: una si riferisce alla complessità e alle lungaggini dei processi e l'altra riguarda la dilatazione degli spazi urbani a spese della campagna non più sostenibile. I nuovi orientamenti, che si ritrovano nel modo di affrontare la revisione del PRG, si dimostrano tendenzialmente favorevoli ad una trasformazione urbana rigenerativa, come prezioso ausilio per una città che decide e programma di ripartire.
Comunque, per il PD di Caltanissetta l'ambizione progettuale da realizzare, passa per una smart city accessibile a tutti, che in progress, negli anni a venire, anche con piccoli passi, possa rendere sempre più concreto questo obiettivo.
Il contenuto in termini non esaustivi, e volutamente esemplificativo nelle righe che seguono, vuole essere per la revisione generale del PRG, una traccia, un canovaccio di discussione che il PD intende mettere a confronto con le altre proposte dei cittadini.
Uno degli aspetti che fa discutere, in questo ultimo mezzo secolo, è il sovradimensionamento delle città e la dispersione degli immobili sul territorio, ascrivibile, per la maggior parte, alla cosiddetta rendita di posizione. Per intendersi, quella che ha maggiormente prodotto la speculazione edilizia.
Caltanissetta, lo sappiamo, ci rientra. Non sembra, ma anche la nostra città è sparsa ed estesa, come tante altre, nel territorio con: marcate periferie, villettopoli, borghi e frazioni.
Il fenomeno della dispersione delle costruzioni in ogni luogo, ha comportato forti squilibri territoriali. Il contrasto all'esistente diffusione/dispersione insediativa, infatti, è diventato una necessità. Alcuni sevizi urbani, sono diventati difficili, o quantomeno disagevoli nella loro fruizione. Le soluzioni di carattere edilizio che impermeabilizzano il suolo sono da evitare. Meglio decentramenti funzionali, anche attraverso servizi on line, diventati sempre più soluzioni praticabili per i costi in generale, più contenuti.
La pressione antropica, con le sue invadenti costruzioni edilizie, ha indebolito ogni parte del territorio italiano. Pensare ad una nuova difesa per un territorio già fragile, e ora maggiormente vulnerabile, per le nuove non più sporadiche, condizioni climatiche e atmosferiche, diventa una necessità cogente. Più attenzione, è dunque richiesta, anche per i sistemi idraulici urbani e complessivamente e per quelli di regimazione e convogliamento delle acque piovane.
Il problema dei Rifiuti Solidi Urbani, altro tema territoriale, quasi sempre in emergenza, va strutturalmente riorganizzato e ripensato, sapendo che alcune decisioni e dunque scelte, debbono essere fatte perché non più rinviabili. Pena, la centrifugazione della città, fuori totalmente dagli standard europei di vivibilità urbana. I nodi più importanti per il servizio da sciogliere, riguardano lo smaltimento delle frazioni “secco” e "umido"dai rifiuti. Per il primo un termovalorizzatore di ultima generazione ancora non c'è. E si discute all'infinito senza avere trovato alcuna soluzione. Per la frazione umida, invece, resta il dubbio sull'effettivo smaltimento in discarica controllata.
Il nucleo urbano allargato, le cui funzioni direzionali sono svolte da centro storico e zona “Palmintelli”, per la specificità consolidata, da un punto di vista strutturale va riformato in senso distributivo dei servizi, ferma restando la doppia centralità nei confronti del territorio. I quattro antichi quartieri di centro, attraverso il loro recupero, possono, invece, costituire un rilancio al ripopolamento.
Coppie di giovani ed anziani, incoraggiati da canone concordato e da una dimensione di città a misura d'uomo, sono l'opportunità per ridare linfa a quella residenza ritenuta, da tempo, poco appetibile, e rilanciare un commercio di vicinato che si va spegnendo.
Anche la relativamente recente riforma del catasto, può contribuire a governare il bisogno abitativo dei nisseni se coadiuvato da un apposito ufficio comunale per la casa.
Caltanissetta ha un suo cimitero, con una parte storica-monumentale che va tutelata, e una parte nuova che comincia a necessitare di un ampliamento, possibilmente in altra zona pianeggiante e facilmente raggiungibile da mezzo mobile. Non diversamente, si profila anche la necessità che la città pensi di dotarsi di qualche area a parco e un cimitero per gli animali di affezione.
Il territorio nisseno, nodo trasportistico strategico per la sua centralità, rispetto al resto dei comuni siciliani, specie per il vicino interscambio ferroviario (Xirbi), possiede una valenza economica potenziale di rilievo, specie per la distribuzione di merci. Un punto di forza non trascurabile per l'insieme delle risorse locali. Pertanto, la necessità degli eventuali ampliamenti strutturali, per gli scambi intermodali, va ricercata negli spazi indecisi o nelle dismissioni, e relazionata con altre esistenti sovraordinate pianificazioni.
Nuove idee e nuove prospettive architettoniche, per la massima accessibilità della città sono i nuovi ambiti di una ricerca che l'Universal Design da tempo propone e pratica, riconoscendo che esigenze ed abilità diverse delle persone sono una risorsa. Caltanissetta, volendo fare propria
l'idea di una città accessibile, come già detto, può con l'occasione proporre, con incentivi, agli ordini professionali competenti di cimentarsi per esempio, con i temi della deambulazione, o della percezione dei luoghi.
Il PD nisseno, pensa e si rende interprete propositivamente, che altri modi creativi di intendere l'armatura urbana, possono concepire una maggiore e migliore accoglienza e convivialità, adeguando e creando strutture che rendano indifferente, la fruibilità urbana di persone le cui abilità individuali sono diversificate.
Il sistema infrastrutturale che serve la nostra città, nella sua molteplicità di forme e competenze in cui si realizza, rappresenta l'insieme “materiale” dei volumi e degli spazi nonché la “immateriale” logistica che organizza tutti i servizi. Costituisce, “corpo” ed “anima” di ciò che distingue l'offerta qualitativa del territorio.
Non tutto il sistema dei servizi, ha trovato nell'attuale assetto urbano contemporaneo, una concorde interazione. Con l'occasione del nuovo PRG, la pianificazione che riguarda gli aspetti infrastrutturali, può e deve recuperare le migliori pratiche, per esempio nella mobilità, dove l'inquinamento da trasporto sia privato che pubblico, di segno contrario alla ricercata riduzione di CO2 del (patto dei Sindaci), perpetua l'insostenibilità.
Caltanissetta, tra il surplus edilizio, annovera anche volumi e spazi di proprietà erariale, che per la loro posizione strategica in città, possono essere rigenerati per nuove funzioni integrative di servizi. Caserma Capitano Franco e antenna RAI sono emblematici per funzioni diverse che possono svolgere. L'ex presidio militare con il suo volume e il circostante verde, in area abitativa diventata soprassatura di abitanti, rispetto agli standard residenziali di progetto, può essere convertita in utile integrazione. Invece l'antenna, componente dubitato (per le sue radiazioni non ionizzanti) come elemento di forza del nostro territorio se si vuole, può essere riutilizzata come elemento strategico per la protezione civile su scala nazionale o per un Wi-Fi di ampio raggio. Oppure, a scala più ampia per la sicurezza comunicativa in caso di calamità nazionali per la protezione civile (dalle Alpi alle piramidi), o anche a sede partner per la diffusione radio e tv (DTT o DVB-T) e forse per altro ancora.
Non ultimo, ma pienamente concorrente nel sistema città, entra l'ambiente. Terreni agricoli, verde pubblico (parchi urbani e suburbani), alberature dei viali e, le aree naturali come aree relitto di natura ambientale naturale (Riserve, aree protette) sono gran parte dell'ambiente che concorre alla idea di piano, ma bisogna stabilire come.
Il territorio nisseno, ha un suo suolo agricolo esteso, tra incolto e colture prevalenti di cereali, che andrebbe studiato per una possibile conversione. Non necessariamente in termini di prodotti. Un'alternativa proponibile, sta nelle condizioni che possono favorire una ripresa dell'agricoltura, per esempio, nell'organizzazione in termini produttivi e strutturali di tipo industriale. Trasporti e mercati, come elementi strutturali innovativi da inserire nel processo produttivo agricolo, potrebbero rinvigorire la produzione dell'agro nisseno in termini economici e occupazionali.
Un luogo coerente tipo come immagine di ambiente naturale che si accosta al verde rurale, nel nostro caso il Fiume Imera Meridionale, solitamente viene più visto come elemento cartografico di confine amministrativo. Oppure, come semplice corso d'acqua.
Eppure, non è solo natura ma anche cultura e riferimento per il tempo libero. Con le sue diversità biologiche o le testimonianze di raro valore storico che rappresenta sono un altro punto di forza del nostro territorio. Il suo attraversare tutta la Sicilia da Nord a Sud e i ritrovamenti archeologici sono elementi vivi che raccontano i tempi delle generazioni vissute lungo le sue sponde.
La tutela della Valle dell'Imera Meridionale, sotto forma di Riserva Naturale Orientata, rimane come esempio di una scelta illuminata di conservazione di ambiente naturale, che la città ha saputo mantenere.
Il resto, l'ambiente verde in carico all'uso cittadino, come giardini pubblici, parchi e verde di arredo urbano, nel quadro di un rinnovo della pianificazione, in uso come tanti altri servizi infrastrutturali, con rara o totale mancanza di manutenzione, sicuramente va restaurato e ricalcolato nel suo dimensionamento (standard) rispetto alla popolazione.
Insomma, Caltanissetta alla fine, dovrà fissare nello strumento urbanistico sempre più “strutturale” e meno “regolativo” alcuni “paletti”, e stabilire quali punti di forza debbano orientare la governance della generale revisione del PRG.
Le sinergie tra pubblico e privato e le politiche di settore, sono il background richiesto dallo sviluppo socio-economico di cui ha necessità Caltanissetta.
La pianificazione strategica del PRG può essere uno strumento che coniuga insieme questi fattori.
Infine, questo documento pur non esaustivo, vuole dare un contributo fattivo, alla preparazione delle direttive, previste per la Revisione Generale del PRG.
I nuovi orientamenti, alla luce del corrente dibattito urbanistico, daranno l'occasione per una diversa formulazione interpretativa, utile al territorio nisseno, grazie ad un aggiornato processo locale di pianificazione che sicuramente emergerà.
L'occasione offerta dalla revisione, non sarà il solito insieme di carte richieste dalla burocrazia, a volte impropriamente considerato: “libro dei sogni”, se si riesce, tra componenti sociali, a mettere insieme proposte reali e utili per un combinato sistema inclusivo di ambiente, infrastrutture e insediamento, coerente con la sostenibilità.

Giuseppe Cancemi



mercoledì 17 giugno 2020

Urbanistica in Veneto


  Progetto di legge N. 513






La semplificazione urbanistica del progetto di legge N. 513 presentata alla Regione Veneto, viene annunciata come una risposta alla crisi, dovuta alla pandemia da coronavirus. Con questa specifica nuova normativa, si vuole intervenire sulla rigenerazione delle città venete, fermo restando il contenimento del consumo di suolo.
Il testo presentato ha come obiettivo il rilancio del settore edilizio, in sofferenza già da tempo. Le altre ragioni conosciute ma non citate, dalla relazione di accompagnamento della normativa che s’intende proporre, non palesate, hanno lo scopo di facilitare tutti quegli interventi che dovranno precedere la nuova infrastrutturazione prevista per il Veneto negli anni a venire. Qualcosa come mezzo miliardo per le Olimpiadi del 2026 e tanti altri finanziamenti per Vaia e rigenerazioni varie.
O forse, anche per accreditarsi come fatto compiuto, una potestà legislativa non del tutto definita in materia di urbanistica ed edilizia, per quanto riguarda l’autonomia differenziata per regioni a statuto ordinario come il Veneto. L’urbanistica allo stato attuale, comunque resta ancora costituzionalmente una prerogativa della legislazione statale.
“VENETO CANTIERE VELOCE” a chiusura della titolazione della proposta di legge 513 è ben chiara come parola d’ordine, per ciò vuole significare.
Preparazione ad un interventismo tutto edilizio e poco urbanistico senza se e senza ma.

Il mondo ambientalista, che si aspetta una “green economy” dal nuovo governo del territorio il quale, si spera, abbia imparato qualcosa dagli eventi degli ultimi tempi che hanno segnato l’assetto del nostro pianeta Terra, nutre, una qualche perplessità per questo progetto di legge che si annuncia non proprio come si dichiara. Si teme, che in Veneto possa avere luogo ciò che è accaduto in tempi delle mani sulla città. Ma soprattutto si paventa, una deregulation che metta in pericolo le immagini identitarie dei centri e la loro funzione storica. Pende sugli abitati, con questa nuova legge in itinere, la saturazione delle varie zonizzazioni delle città, che finora nel bene o nel male, il PRG ne ha limitato l’aumento di volume e dunque, in qualche modo, anche il consumo di suolo che si vuole, a parole, “contenere”.

Non è certo che questa proposta di legge passi, perché rischia di essere annullata per incostituzionalità. Ma comunque, la tendenza che attraverso l’ambiguità delle parole e la difficile lettura per richiami e rinvii ad altre leggi formino un corpus non univoco, va evitata. Una norma di legge dovrebbe poter evitare letture e/o interpretazioni diverse, le quali potrebbero anche dare luogo a conflittualità interpretativa.

I legislatori che hanno prodotto quell’articolato del progetto di legge n.513 assai favorevole alla cantierizzazione di qualsivoglia intervento edilizio e poco prudenti nei necessari controlli, dovrebbero avere l’umiltà di riformulare i vari articoli riscrivendoli senza rinvii ad altre norme, e nel periodare di una lingua italiana, inclusiva di univocità nella trasmissione del significato.
Nel merito del testo presentato, già a leggere l’art. 2, per esempio, i timori di interventi a briglia sciolta sono il primo pensiero che viene in mente, quando l’inizio dei lavori diventa un automatismo. Basta una semplice comunicazione d’inizio di attività (CILA) per qualsiasi lavoro, financo per quei lavori che necessitano di delicata attenzione nella progettazione e nell’esecuzione.
Magari a non pochi chilometri di distanza dalla più vicina Soprintendenza, può iniziare qualsiasi intervento di restauro e/o di ristrutturazione edilizia. Viene allora da chiedersi quale figura professionale, magari di un piccolo comune, sindacherà quella conduzione dei lavori, se mai vorrà farlo?
Quanti uffici di piccoli Comuni dispongono di un architetto?
Ecco, credo che basti questo esempio, per comprendere il significato della “semplificazione” nel disegno di legge 513. Non ci vuole molto per capire, che quanto si propone con l’articolato delle norme, non dà sufficienti garanzie di salvaguardia dei beni immobili storici da soli e/o insieme, ma anche della loro distribuzione spaziale e dello schema viario. Il tutto, comunque, di quello che può essere coinvolto in lavori di rigenerazione.
Con la legge in questione, il Codice dei beni culturali e del paesaggio si potrà mettere in soffitta!

Quanto altro volume con l’art. 3 potrà essere aggiunto alle cosiddette zone di completamento?
Con i nuovi volumi che fanno aumentare le persone residenti in una zona, saranno ancora soddisfatti i parametri stabiliti dal D. I. 1444, detto anche degli standard residenziali?
Non è tutto qui, ma tanto basta per dire che il nuovo progetto di legge può essere stato concepito con tutte le buone intenzioni che si vogliono, nel senso di migliorare la vita dei cittadini, ma per quello che mostra, appare più proteso a dare mano libera a nuovo cemento che non a fare stare meglio la gente.
I legislatori che lo sostengono ma anche gli altri, sono sicuri che è questo che vuole la gente del Veneto?

Giuseppe Cancemi