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domenica 2 settembre 2018

Rigenerazione e recupero per Caltanissetta 2018/1


C'é ANCORA UNA SPERANZA?


Prima di tutto, lo rammento per me stesso, il centro storico è parte integrante del sistema città-territorio. E non posso fare a meno di esternare il mio timore che su Caltanissetta incomba l’assurda scelta, mai accantonata ma tenuta in sonno, di calare dall’alto (per scelta del “principe”) una sorta di edilizia economica e popolare nei quartieri più degradati del centro in via di crollo, espellendo gli attuali residenti, autoctoni e non, che resistono in condizioni di estrema precarietà.
Il centro storico, per una gran parte di nisseni, lo sappiamo, non è appetibile da un punto di vista edilizio. La conservazione storica e urbanistica, sia pur minima, che comporta l'area, non consente abbuffate di speculazioni. Ma non sanno che un centro storico che si conserva bene è la massima attrattiva per una città che vuole incamminarsi per uno sviluppo sostenibile.
Comunque, sembrerebbe velleitario occuparsi di centro storico, come spesso si fa, senza avere indagato la composizione sociale di chi occupa le abitazioni più o meno degradate di detto centro, stabilito quale indirizzo dare all’economia locale e territoriale, conoscere qual è l’offerta/domanda di case, sapere quali tendenze e attese sono presenti nelle varie classi d’età della popolazione nissena, quanto è presente in città l’invecchiamento della popolazione, etc.. Insomma, recupero sì ma a patto che all’insieme di dati appena accennato si aggiunga la consapevolezza che lo stock edilizio da recuperare è vasto e che le risorse sono assai limitate. Tutte informazioni propedeutiche che fanno prevedere tempi lunghi per la realizzazione e un processo articolato che si auspica possa essere anche partecipato.

Il centro storico, per una gran parte di nisseni, lo sappiamo, non è appetibile da un punto di vista edilizio. La conservazione storica e urbanistica, sia pur minima, che comporta l'area, non consente abbuffate di speculazioni. Ma non sanno che un centro storico che si conserva bene è la massima attrattiva per una città che vuole incamminarsi per uno sviluppo sostenibile.Comunque, sembrerebbe velleitario occuparsi di centro storico, come spesso si fa, senza avere indagato la composizione sociale di chi occupa le abitazioni più o meno degradate di detto centro, stabilito quale indirizzo dare all’economia locale e territoriale, conoscere qual è l’offerta/domanda di case, sapere quali tendenze e attese sono presenti nelle varie classi d’età della popolazione nissena, quanto è presente in città l’invecchiamento della popolazione, etc.. Insomma, recupero sì ma a patto che all’insieme di dati appena accennato si aggiunga la consapevolezza che lo stock edilizio da recuperare è vasto e che le risorse sono assai limitate. Tutte informazioni propedeutiche che fanno prevedere tempi lunghi per la realizzazione e un processo articolato che si auspica possa essere anche partecipato. Agli intellettuali nisseni dico di non rimanere più alla finestra ad aspettare gli eventi. Si sbraccino e si mettano al lavoro. Anticipino e aiutino quel pensare positivo che in città c'è ma fa fatica a mostrarsi. Qualcuno mi pare lo stia già facendo, ma una sola rondine non fa primavera! 

La penna, oltre ad essere demolitiva, disfattista, estremamente critica, può diventare suggeritrice, costruttiva, indicatrice di percorsi, insomma attiva anche solo criticamente sì, ma in modo costruttivo.

Giuseppe Cancemi

sabato 1 settembre 2018

Rigenerazione e recupero per Caltanissetta 2018/2




IL SENSO DI RECUPERO E RIQUALIFICAZIONE DELLA 


CITTA'

Palazzo Moncada - Caltanissetta


Il recupero del tessuto urbano è un fatto complesso il quale, non si esaurisce con la sola riqualificazione del centro storico (in termini edilizi) ma che integra altre azioni di ecologia urbana. Si fonda e considera la funzione abitativa come elemento inscindibile da altre attività e modalità insediative (servizi, artigianato, commercio, tempo libero, ecc.) mettendo al centro di tutto il cittadino. Il ruolo decisivo che deve avere il recupero, riguarda il problema abitativo e i processi (trasformazioni d'uso e di tipologie, vendite frazionate, sfratti, costi d'affitto alti, ecc.) che si riflettono negativamente sulla domanda di nuove abitazioni per un riuso più equo e in grado di mantenere la naturale varietà sociale e funzionale di un centro storico.
Del processo di recupero di tutte le parti degradate della città, a partire dal centro storico, se ne deve fare carico il Comune, istituendo un ufficio casa in coincidenza dell'istituzione ufficio espropri previsto dal Testo Unico, D.P.R . n. 327/2001.
La gestione del processo di recupero riguarda il governo degli interventi necessari e urgenti adesso in centro storico ma in prospettiva, inevitabilmente, riguardanti l'intera città. Appalti, convenzioni, contratti, ecc. e ogni altro atto inteso a gestire il patrimonio edilizio (pubblico e privato) che s'invecchia, non rappresenta un fatto episodico ma un evento ciclico di cui il Comune deve averne "il polso" costantemente, se vuole evitare il fenomeno dell'abbandono e il degrado progressivo di parti della città.

Si dovrebbero intercettare tutte quelle risorse strutturali pubbliche e private che si propongono di innovare nel campo del risparmio idrico, energetico, della ricerca, del recupero, ecc.. Il progetto articolato di rinascita della città a partire dal centro storico, potrebbe rappresentare la base programmatica per ricomporre in un unicum quelle azioni tra piani, progetti e regolamenti comunali esistenti che guidano e indirizzano le varie attività territoriali.
La politica del recupero che vuole sortire due effetti: soddisfacimento del bisogno abitativo e restituzione di un'immagine cittadina del costruito rispettosa della storia e della cultura che ha stratificato la città, non può trascurare la delicatezza che investe le decisioni sulle modalità di intervento, e per questo deve poter disporre anche di imprese e maestranze competenti, in grado di eseguire gli interventi nel rispetto dei canoni del restauro.
I tempi lunghi inevitabili, per il recupero del centro storico attraverso un circolo virtuoso manutentivo della città, postulano un atteggiamento consapevole dell'esigenza di ordinare, controllare e guidare ogni processo d'intervento.

Perché non venga smarrita la linea di ricerca urbanistica di una simile operazione complessa, si richiede un'auspicabile sinergia delle varie componenti politiche, economiche e sociali della città. Solo così si possono evitare scelte in solitudine che possono tradursi in forzature, errori, improvvisazione o anche esigenze estranee all’interesse collettivo.


Giuseppe Cancemi


venerdì 1 giugno 2018

Palazzo Barcelloni - Belluno



ATTENTI AL RESTAURO...



La città di Belluno non è solo una bella città ma di questi tempi, specie in centro storico, è anche un laboratorio di architettura, di urbanistica e di belle arti. Insomma, un cantiere aperto (si fa per dire!) per operatori che si occupano di beni culturali e di qualche ritocco anche alla vegetazione storica.
Insomma, la città il suo apparire in ordine lo deve ad una manutenzione ciclica che altri Comuni non hanno. Peccato che la fregola di fare per essere notati, non è buona consigliera di prudenza, studio e di modestia nell'apparire.
Piazza Castello è già stata oggetto di un maquillage con artifici retorici, che in un qualche modo ha alterato l'immagine consolidata di un elegante mini giardino. Il palazzo Fulcis, ancor prima di essere il nuovo museo cittadino ha avuto il suo restauro, senza mai un confronto delle scelte progettuali fatte con la città e i suoi cittadini, La piazzetta S. Maria dei Battuti ha avuto anch'essa un rimodellamento delle piante ornamentali, tanto per citarne alcuni. E tanti altri, con il progetto città di Belluno, ne seguiranno.

Della serie: interventi nel cuore della città, che continuano, passando per caso in questi giorni, mi è capitato di osservare in via Carrera che si sta per chiudere il cantiere di palazzo Barcelloni e la mia curiosità (di carattere scientifico) è stata attratta dalle modalità d'intervento nel restauro esterno dei vari piedritti delle finestre. Un'operatrice era intenta a riprodurre il colore del materiale lapideo su pregressi fori otturati che dovevano accogliere in passato un'inferriata, del piano rialzato, che proteggeva la proprietà da intrusioni. 
Tutto normale si potrebbe dire! Ma quel modificare esteticamente, sia pur minimente l'immagine, per non fare riconoscere la presenza di un foro non più utilizzato, ha fatto nascere in me una perplessità. Se prendiamo, ad esempio un libro, un manoscritto e una o più parole del testo nel tempo hanno perso anche un semplice carattere (finale o iniziale) nella lingua corrente, nel corso di un restauro è bene cancellarlo? O lasciarlo com'era? Poca cosa si potrebbe dire, sottigliezze che non inficiano il monumento. Eppure non dovrebbe essere così!
Grata in piazza delle erbe
Ciò che è appartenuto o appartiene al passato con la sua conservazione integra e non alterata, non è forse il miglior modo per trasmettere ai posteri un pezzo di storia autentico?
Anche i minimi segni storici, a mio modesto avviso, testimoniano tracce di riconoscimento che ci dicono qualcosa, e dunque è buona norma, conservare un documento storico (perché tale è un qualsiasi bene culturale) nella sua integrità relativa, quando possibile, anche se alcuni passaggi di riuso costringono a delle modifiche.

Giuseppe Cancemi
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Palazzo Barcelloni


Eretto nel secolo XVI nell’estensione rinascimentale del Borgo di Campitello, a settentrione delle mura cittadine. Sul portale in pietra campeggia lo stemma della famiglia Barcelloni, ammessa al Consiglio dei Nobili nel 1642 grazie alla notorietà e alle ricchezze accumulate nel XVI secolo con la fabbricazione delle spade.
In alto a sinistra una cornice barocca sovrastata da uno stemma della famiglia patrizia veneziana dei Marcello contiene un’epigrafe datata 1689 che ricorda il procuratore di S. Marco Federico Marcello, protettore di Giovanni Battista Barcelloni Corte. Di particolare interesse decorativo la balaustra in ferro battuto della loggetta al primo piano.





lunedì 21 maggio 2018

In favore di Belluno capitale delle Dolomiti

L'ANNUNCIATO DEPOTENZIAMENTO DELLA RETE INTEGRATA DEI SERVIZI SANITARI, RIDUCE L'APPEAL DI BELLUNO CAPITALE DELLE DOLOMITI


Il paventato riassetto del presidio ospedaliero della montagna, in questi giorni ha messo giustamente in allarme tutta l'area dolomitica del Veneto, per un'annunciata relativa riduzione di posti letto. Belluno capitale delle Dolomiti, rischia un ulteriore depauperamento di attività specialistiche per consunzione numerica del personale medico e paramedico ma anche per un complessivo declassamento funzionale.
La “brutalità” dei numeri (posti letto x abitante), sembra prendere piede nel ragionamento politico di chi governa. Si pensa di ricondurre all'artificiosa sterile relazione tra gli insediati dell'area montana e i posti letto in ospedale, ad un rigido rapporto numerico. E' legittimo credere che un simile criterio, più o meno opinabile, per non uguali situazioni territoriali (montagna e pianura) che comportano linee cinematiche, circolazione e mobilità non confrontabili, non sia equo per le varie istanze territoriali. Le isocrone (dei tempi di percorrenza a pari distanze), per fare un esempio, e la dispersione dei nuclei abitati del bellunese, rispetto i presidi sanitari, fanno una grande differenza tra il territorio pianeggiante e la montagna. Già dunque, i 3,7 posti letto per ogni 1000 abitanti non è un criterio spalmabile su tutto il Veneto. Per la verità ancora nel bellunese il rapporto tra abitanti e posti letto in ospedale è 4 e non 3,7. Una differenziazione da tempo riconosciuta. Ora, si vogliono rifare i “conti” forse in relazione ad uno spopolamento in atto, che colpisce maggiormente la montagna. La chiusura o riconversione di alcune strutture ospedaliere, riconducibile ad una disposizione (D. L. 70/2015) non è una soluzione, ma appare come una mera questione economica che si rifà a rigidi standard, i quali non differenziano alcuna realtà territoriale.
La strategia regionale comunque, che non vuole levate di scudi, è iniziata in modo soft. Ha messo in moto una sottile sfiducia rivelata dall'annuncio letto in questi giorni, di un riassetto delle strutture sanitarie lasciato “casualmente” filtrare, il quale però, inconsciamente o meno, incide sempre più sull'appeal in caduta per i posti di medicina specialistica da hub, che il territorio ha da coprire. È noto a tutti che la fiducia rimane l'elemento primario di un qualsiasi rapporto. Per fare un esempio, se prendiamo uno Stato africano qualsiasi, pur se ricco di risorse (materie prime e umane), non riesce solitamente a vivere all'altezza del suo potenziale economico, perché ritenuto poco affidabile in genere, per la sua stabilità politica per prima, e dunque ignorato dai mercati finanziari. Ecco, nel nostro caso, il venir meno della fiducia verso un luogo di lavoro depauperato nelle sue strutture, ha l'effetto di accelerare le uscite degli specialisti verso la medicina privata e la fatica di trovarne nuovi. La risultante di un depotenziamento degli ospedali come di Belluno ma anche di Feltre, assimilabili ad hub per la rete territoriale, in qualche modo, aumenta il disagio di chi vive in montagna e contribuisce allo spopolamento. In buona sostanza è bene ricordare che l'area Bellunese, per la diversità, in attuazione della legge regionale 25/2014, ha un suo riconoscimento che non può essere soltanto un fatto burocratico di attribuzioni trasferite o da trasferire, senza la sostanza di una sostenibilità. Sostenibilità che non deve prescindere da una sanità intesa come rete integrata di servizi che, anziché essere potenziata, con la ventilata riorganizzazione, corra il rischio di essere svuotata dai contenuti di ciò che può significare nel complesso di una specificità territoriale.

Così per ricordare, la legge 833/78, quella del Servizio Sanitario Nazionale, in attuazione di uno dei principi della repubblica rivolto alla “tutela la salute come fondamentale diritto dell'individuo” non può essere mortificata da una contabilità ragioneristica, che perde di vista la sua finalità principale che è la salute dell'individuo. Non a caso l'antico progetto quadro del 1973 suggeriva un parametro addirittura di 7,3 letti per ogni 1000 abitanti, forse meno realistico di quello di oggi (3,7x1000 ab.), ma certo indicativo di un rapporto meno avaro per tutti.
I disagi nella fruizione di servizi essenziali, sposta l'inurbamento verso le città più attrezzate, le città cosiddette metropolitane e, per chi può permetterselo, verso una sanità privata.
Con la cosiddetta riorganizzazioni dei servizi sanitari in Veneto, senza aspettare che nessuno venga a dircelo, è facile rendersi conto che in zona montana, il declassamento delle strutture esistenti, non solo aumenta il disagio ma dà anche una mano allo spopolamento.
In un'analisi SWOT, la rete integrata di servizi sanitari, di buon livello come quella di Belluno, in una prospettiva di sviluppo socio-economico se mantenuta e anzi integrata, fa la differenza (come punto di forza) e il piano strategico, in progress, di cui la Provincia è in attesa, ne ha necessità.
Sparigliare la rete sanitaria dolomitica non è solo un danno alla sanità ma più complessivamente è anche un danno che ha riflessi sulle prospettive socio-economiche di tutto il territorio bellunese.


Giuseppe Cancemi

giovedì 22 marzo 2018

BELLUNO: ATTENZIONE AGLI ALBERI !



Nell'annunciata potatura, il Comune si ricordi del patto dei Sindaci 
(riduzione dell'anidride carbonica)

La questione degli alberi non è solo locale e Italia Nostra se n'è accorta.
Ci risiamo. Ogni anno il Comune, comunica il consueto taglio degli alberi presentandolo come potatura, diventata oramai anche abbondante capitozzatura tout court, come giustificato intervento di manutenzione del verde cittadino. Via Tiziano Vecellio, nella comunicazione ufficiale del Comune, viene indicata anche come luogo per una revisione della “salute” degli alberi e una “messa in sicurezza”, che potrebbe significare, anzi significa: taglio delle malcapitate piante che risulteranno non “sane” e/o non “sicure”. A costo di fare “peccato”, come diceva Andreotti: “quando si pensa male spesso si indovina”, questi annuali tagli a noi sembrano contraddire la legge n. 10/2013 che si richiama al protocollo di Kyoto per la qualità dell'aria. L'importante funzione naturale e decorativa che svolgono gli alberi, ha sicuramente un costo ma la ricaduta in benefici è alta. La vivibilità in termini di ossigeno e l'immagine del verde che arreda, sono elementi che mantengono alti salubrità e profilo della città.
Ricordo all'occorrenza, che Belluno non ha, per esempio, ancora fatto il censimento degli alberi monumentali e la Regione non si è ancora attivata con i suoi poteri sostitutivi, al fine di garantire la tutela delle essenze monumentali in loco.
Temiamo che Belluno, di questo passo, anno dopo anno sta perdendo la sua identità di città giardino (niente a che vedere col pensiero di Howard delle "Garden city"). E allora viene il sospetto che è già stato avanzato da tempo: non sarà che con l'abbattimento sistematico degli alberi si vuole ridurre nel bilancio comunale la relativa spesa della manutenzione?
Sarà scelta economica di una qualche valenza, ma non certamente una scelta di “salute” e di mantenimento del complessivo decoro urbano, per i cittadini.




Giuseppe Cancemi

venerdì 16 marzo 2018

Amministrare con verità e chiarezza


E dopo le recenti elezioni... 


risultati elettorali del 4 marzo, in termini grossolani, ci dicono come hanno votato le due italie: Nord e Sud. Per la prima, con una disoccupazione contenuta, il voto ha rappresentato l'avversione per il peso delle tasse e una percepita sicurezza focalizzata verso il diverso, lo straniero ma, comunque, di un territorio che economicamente tira. Per il Mezzogiorno invece, con un alto tasso di disoccupazione, ha fatto eco la promessa di un cosiddetto “reddito di cittadinanza”. In parole povere un annunciato soccorso alla fascia di povertà mediante un minimo salario di sopravvivenza. Un Sud sofferente, che si muove a fatica nel panorama economico italiano.

Caltanissetta, profondo Sud, non ha smentito il risultato nazionale. Anche qui i partiti si sono classificati come in tutta Italia ma con la specificità scontata del primo partito mov. 5 stelle, che intercettando alcuni endemici bisogni della gente si fa carico come in altre parti della Sicilia della diffusa povertà. Povertà, non come solitamente si intende, economica, ma che andrebbe distinta nelle sue differenziazioni.
Nel nostro caso, infatti, non si tratta di una motivazione ascrivibile alla sola economia ma piuttosto ad una diffusa incapacità di affrontare e gestire l'esistente con cognizione, tempistica adeguata e impegno, anche a costo di personale sacrificio. Insomma ciò che non sono mancate e mancano nella nostra città non sono le occasioni ma piuttosto la capacità di scovarle e gestirle con cognizione di causa. Da tempo, oramai, i Comuni per effetto del cosiddetto patto di stabilità hanno bilanci non soddisfacenti per i bisogni dell'ente amministrato, debbono attingere ai finanziamenti nazionali ed europei concorrendo ai vari bandi ad hoc e, dunque, debbono avere capacità di intercettare ciò che viene pubblicato da questi.

Per fare qualche esempio, vivendo in altra città io che sono nisseno, ho l'occasione di paragonare ciò che accade in loco con quello che si fa a Caltanissetta in merito alla ricerca di finanziamenti col meccanismo dei bandi. Non di rado osservo, che Belluno nella partecipazione ai detti bandi non ne manca uno, mentre lo stesso non accade per la mia città di origine. E questo fa nascere in me un dubbio: perché mai non partecipa anche Caltanissetta? Non avrà progetti nel cassetto o non è in grado di produrne nuovi ed appositi?
Ultimamente a livello nazionale è stato pubblicato un bando di finanziamento per città metropolitane e capoluoghi che avessero presentato dei progetti per la “riqualificazione urbana e la sicurezza delle periferie”. Caltanissetta lo ha fatto e si è classificata al 49° posto, ottenendo 7.787.874 €, nulla da eccepire si direbbe, ma come mai tanti altri capoluoghi, siciliani e non, anche con meno abitanti, hanno ottenuto 18 milioni (tetto massimo) o poco meno?

Il Comune di Belluno, per esempio, città sempre ai primi posti nelle classifiche di vivibilità, con i 18 milioni ottenuti ha molti progetti pronti e già discute con i cittadini delle scelte progettuali fatte, proprio in questi giorni. Per questa stessa opportunità, correggetemi se sbaglio, a Caltanissetta non si intravede e non si sente nulla. Perché?
Mi chiedo quali progetti avrà presentato per ottenere così poco col bisogno che c'è in città. Speriamo che almeno la ricaduta dei progetti abbia saputo interpretare il “materiale e l'immateriale” delle scelte. Insomma se c'è nel quadro sistemico della città, un nesso tra quanto si vuole riqualificare e l'utilità e/o i bisogni dei cittadini utenti, nonché tanti altri progetti per la città non presentati ma pronti per altri finanziamenti. Con l'occasione non posso fare a meno di ricordare il centro storico abbandonato al degrado e domando: nella riqualificazione, è compreso quest'ultimo?

A giudicare dai social Caltanissetta appare vivace e propositiva, ma si ha anche la sensazione che tutto ciò che viene mostrato è solo apparenza. Si levano voci che si vuole dare un'ospitalità dignitosa ai profughi con la caserma “ Capitano Franco” ma non mi sembra che alcuno abbia fatto passi per chiedere al demanio la cessione di proprietà verso l'ente locale. Belluno, anch'essa città italiana, ha in corso un paio di trattative, quasi concluse, in cui il demanio cede la proprietà di alcune caserme e spazi annessi al Comune.
Sempre attraverso i social si fa un gran parlare di cultura, e Caltanissetta ha tutte le carte in regola per fare della cultura un business, ma non mi sembra che si siano intercettate tutte quelle risorse europee, siciliane e nazionali che in questi anni sono state messe su pubblico bando.

Lo scrittore Carofiglio in un suo ultimo libro, interessante perché attraverso una conversazione induce a riflettere su politica e verità. Citando qualche aforisma o fatto accaduto vuole significare che i “volontari”, nei cataclismi, per aiutare gli altri debbono mettere “i piedi nel fango” citando un pensiero di Orwell per i politici realisti. Riferendoci al nostro contesto può significare anche per noi una riflessione: dalle difficoltà bisogna saperne trarre consapevolezza se si vuole incidere e migliorare le cose.
Ai miei conterranei che si occupano di politica, la cui azione incide sulla sorte di altri cittadini, vorrei dire, da comune cittadino, che verità e chiarezza alzano il livello sia della comprensione che della condivisione.

Giuseppe Cancemi


Il partigiano "Ciro" - Caltanissetta/Belluno




IL PARTIGIANO SALVATORE CACCIATORE DETTO “CIRO”

CHI ERA “CIRO”



(dalla recensione del libro di Enzo Barnabà)


La Jugoslavia e i Paesi nati dalla sua frammentazione, la seconda guerra mondiale, la memoria e la lotta partigiana per la liberazione dell’Italia dal nazifascismo sono i temi centrali di questo fine lavoro di ricerca raccontato in veste di romanzo storico. Al centro della vicenda c’è la figura del partigiano Salvatore Cacciatore, nome di battaglia “Ciro”, giovane siciliano che lasciò il seminario poco prima di prendere i voti per andare a combattere in Africa, poi a Pordenone. Dato per disperso in Russia, tra il 1943 e il 1945 combatte invece nelle file partigiane e viene impiccato ai lampioni della piazza centrale di Belluno con tre compagni di lotta. È il 17 marzo 1945 e da allora quel luogo ha preso il nome di Piazza dei Martiri. In questo libro c’è la sua storia, quella del movimento di liberazione nel Nord Italia e le vicende di un figlio alla ricerca del padre.
È la nostra storia, quella narrata in questo ottimo libro. Da Milano a Dubrovnik, dalla Sicilia a Roma, dalla Carnia alle Dolomiti. Per finire sui lampioni di Piazza dei Martiri a Belluno. Quella storia in cui uno dei capi della Resistenza, le cui fila in montagna s’ingrossavano di giovani smossi dall’appello di Concetto Marchesi all’Università di Padova, aveva il volto di un ragazzo siciliano”. (Luca Barbieri)

Con l'occasione si ricordano alla città alcuni ...

Altri uomini della resistenza di Caltanissetta e provincia

Pompeo Colajanni “Comandante Barbato”

Nato a Caltanissetta il 4 gennaio 1906, morto a Palermo nel 1987, avvocato.
ufficiale di complemento di cavalleria durante la seconda guerra mondiale, subito dopo l'8 settembre del 1943 organizzò in Val Po, presso Borgo San Dalmazzo, con i suoi soldati, altri ufficiali e civili, una delle prime bande partigiane (il distaccamento garibaldino "Pisacane"), da cui si sarebbero poi sviluppate, brigate, divisioni e raggruppamenti di divisioni. Il nome di "Barbato", divenuto comandante della VIII Zona (Monferrato) e vicecomandante del Comando militare regionale piemontese, divenne presto leggendario per le imprese delle formazioni al suo comando e per la competenza militare.

Gaetano Butera

    Caduto
    Medaglia d'Oro al Valor Militare
Nato a Riesi (Caltanissetta) l'11 settembre 1924, ucciso a Roma il 24 marzo 1944, decoratore, Medaglia d'Oro al Valor Militare alla memoria.

Salvatore Auria

    Caduto
    Medaglia d'Argento al Valor Militare
Nato a Sommatino (Caltanissetta) il 18 ottobre 1916, caduto a Strabatenza (Forlì) il 21 aprile 1944, Medaglia d'argento al valor militare alla memoria.

Salvatore Jannello

    Perseguitato Politico
Nato a Sommatino (Caltanissetta), ucciso a Montbuzat (Francia) il 22 aprile 1944, minatore.

Leonardo Speziale

    Perseguitato Politico
Nato a Serradifalco (Caltanissetta) il 4 settembre 1903, morto a Gela (Caltanissetta) il 20 aprile 1979, operaio e dirigente politico sindacale.



Belluno, 17 marzo 2018

domenica 17 dicembre 2017

ALTA BUROCRAZIA, SPAZI INDECISI e DECISI DIRADAMENTI IN CENTRO STORICO





L'OCCASIONE DI UNA DIRIGENZA CHE SI RINNOVA

Leggo di una “dirigenza”, nel Comune di Caltanissetta, che sta cambiando, ma mi sembra che nella stipula contrattuale ci si stia orientando secondo un contratto già visto. Mi sbaglierò, ma non vi sono articoli che in qualche modo richiamino il cosiddetto “decreto Brunetta” il quale, introduce una nuova disciplina negli incarichi dirigenziali degli enti locali. Tale normativa, ripresa relativamente recentemente, prevede in ordine a indirizzo politico-amministrativo (raggiungimento degli obiettivi) e nelle funzioni (responsabilità dirigenziale), la possibilità che gli incarichi dirigenziali possono essere revocati. Motivazioni assai importanti perché stabiliscono una responsabilità oltre che per riflesso esecutivo politico-amministrativo anche e complessivamente dirigenziale. In buona sostanza il Comune, in questo momento di nomine, ha una buona occasione per migliorare i servizi comunali per la cittadinanza. Ebbene, la sfrutti!
Giuseppe Cancemi


Così, tanto per capire, proverei non con “i conti della spesa” ma con “i conti della serva”.Di 500 mila euro (100% della spesa) concessi dalla Regione si sono spesi: il 72% per espropri; il 14% per demolizione e il rimanente 14% per la progettazione. Non sono stati completati i lavori, si dice, per mancanza di denari. Ora, tralasciando la demolizione che quando necessaria ha un suo costo, dunque relativamente insindacabile, meritano una qualche riflessione gli espropri e la progettazione. L'uomo della strada direbbe subito che con 430 mila euro degli espropri si potevano fare tante altre cose, ma questa potrebbe essere tutta un'altra storia. L'appendice dei 70 mila euro attribuiti alla progettazione sono quelli che potrebbero interessare di più, visto che non sono bruscolini.  
A volere guardare meglio al perché “... il Comune non ha le somme necessarie per finanziare i lavori necessari”, si potrebbe dire che sorgono spontanee più domande. 
Ma scusate, nel progetto non c'erano un calcolo sommario di spesa, un computo metrico estimativo, un quadro economico, un piano economico e finanziario di massima, un cronoprogramma, etc. etc.? 
Si sapeva o no che sarebbero mancati i denari per completare il lavoro? 
E se si sapeva, perché precipitarsi alla demolizione senza un futuro per quel diradamento?
A volere guardare meglio al perché “... il Comune non ha le somme necessarie per finanziare i lavori necessari”, si potrebbe dire che sorgono spontanee più domande. Ma scusate, nel progetto non c'erano un calcolo sommario di spesa, un computo metrico estimativo, un quadro economico, un piano economico e finanziario di massima, un cronoprogramma, etc. etc.? Si sapeva o no che sarebbero mancati i denari per completare il lavoro? E se si sapeva, perché precipitarsi alla demolizione senza un futuro per quel diradamento?A volere guardare meglio al perché “... il Comune non ha le somme necessarie per finanziare i lavori necessari”, si potrebbe dire che sorgono spontanee più domande. Ma scusate, nel progetto non c'erano un calcolo sommario di spesa, un computo metrico estimativo, un quadro economico, un piano economico e finanziario di massima, un cronoprogramma, etc. etc.? Si sapeva o no che sarebbero mancati i denari per completare il lavoro? E se si sapeva, perché precipitarsi alla demolizione senza un futuro per quel diradamento?

Giuseppe Cancemi


BANDO RIQUALIFICAZIONE ...


Ai sensi dell’art. 1 del citato DPCM, i progetti dal numero 1 al numero 24 sono finanziati con le risorse di cui all’art. 1, comma 978, della legge 28 dicembre 2015, n. 208, mentre gli altri ulteriori progetti, quindi anche quello del Comune di Caltanissetta, 49° posto su 120, saranno finanziati con le risorse che saranno successivamente disponibili.
Il 2/01/2017 è stata inviata dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri ai Comuni la comunicazione del finanziamento dei progetti candidati al “Bando per la riqualificazione urbana e la sicurezza delle periferie...”.
Quel Bando Periferie, lanciato dal Governo nel maggio 2016 con una dotazione iniziale di 500 milioni di euro, ha potuto finanziare tutti i 120 progetti presentati, a seguito di una aggiunta di finanziamento di 2,1 miliardi di euro pervenuti dalla Legge di Bilancio 2017.
I Comuni hanno avuto tempo fino al 28 febbraio 2017 per presentare i progetti esecutivi.
Caltanissetta, l'ha fatto?
Giuseppe Cancemi


SPAZI INDECISI !
L'esercizio distruttivo che in questi ultimi tempi ha caratterizzato l'amministrazione attiva, solleva l'antica questione di un potere arrogante e di un popolo che lo sfida in punta di "penna". La satira è la sola arma letale che al potere brucia. Ma purtroppo però, questa, per i nostri eroi di palazzo del Carmine, non sembra essere più il mezzo che possa scalfirli.
Ma non è questo che interessa!
Basta che, forse, siamo anche in presenza di una nuova specie di politici, un po' in ritardo per la verità, e al contrario, rispetto a quelli che nel 2010 hanno cominciato ad occuparsi di spazi indecisi, quali i luoghi abbandonati, disabitati, dismessi o de-antropizzati. Ecco, chi ha cominciato con questi siti da rigenerare si ponevano interrogativi sul passato, sul presente e sul futuro, abbracciando gli aspetti sia fisici che della mente. Ai nostri amministratori, invece, è bastato e basta solo il dover cancellare ogni traccia dei luoghi dove si è intervenuto, così, tanto per creare nuovi SPAZI INDECISI che non hanno voluto o saputo ricercare nel nostro territorio.
Giuseppe Cancemi

 

domenica 26 novembre 2017

La via dell'autonomia...


VIVA SAPPADA !

La vicenda di Sappada, che da Comune appartenente alla regione Veneto passa con il Friuli Venezia Giulia, potrebbe essere un precedente che può innescare un processo di riorganizzazione territoriale assai complesso, e dunque difficile da gestire, in una Italia che ha ben altre difficoltà da affrontare e superare. Attenzione però, a non dimenticare il fermo principio dello Stato unitario sancito dall'art. 5 della Costituzione, la cui impronta non è e non può essere negoziabile.


Per restare all'evento locale, preliminarmente trovo che il programmato incontro in casa bellunese, si presenta con un linguaggio non consono ad un partito non certo “populista”. Persino i termini virgolettati di fuso hanno uno stilema che non appartiene alla sinistra. L'interrogativo: “Provincia di Belluno: Una polveriera pronta ad esplodere?” poi, appare persino un eccesso nel richiamare a raccolta quella Comunità che forse, alla fine si è sentita tradita da un gioco delle parti. Una contesa che ha fatto una qualche confusione tra due distinte funzioni come autonomia e decentramento che possono essere esercitate dai territori.

Non dimentichiamo che lo spirito secessionista che aleggia sul Veneto, è sempre presente e può avere spinto anche gli animi di chi, per appartenenza partitica, faceva argine ma in fondo condivideva lo scisma vagheggiato per anni, da un egoismo quasi tribale mai tramontato. Lo spartiacque tra l'affidamento delle decisioni legislative dello Stato alla P. A. locale e la potestà legislativa di alcune materie che si sposta nel potere locale è molto sottile, e per questo si è creato un facile terreno per un sentimento su cui ha avuto gioco l'equivoco. Ma è bene dirselo, la vera differenza che ha scaldato l'anima dei “traslocatori” possiamo ascriverla alle aspettative economiche del Comune di Sappada e della regione Friuli Venezia Giulia. Più che un matrimonio di amore, bisogna riconoscerlo, sembra essere stato un matrimonio di interesse. Si aspettano entrambi più risorse economiche. Ma a danno di chi?


Evviva la solidarietà nazionale e la sussidiarietà!

Giuseppe Cancemi 

martedì 24 ottobre 2017


LA POLITICA NON SEMPRE DEVE ASSECONDARE IL "POPOLO"



Mi pare che una parte del popolo bellunese incarni il detto e il significato de:"l'erba del vicino è sempre più verde", non sa e non riesce ad apprezzare quello che ha. Testardamente e in modo miope guarda il modello di altre parti del territorio italiano vicino e pensa che basti l'accodarsi alla comunità di quell'area per averne i vantaggi, che secondo il suo punto di vista vede e che ritieni di non avere. Mi chiedo se chi guida questa “ambizione” conosce bene il suo territorio e ciò che offre, se non fa un calcolo sbagliato che potrà incidere sulla nuova etichetta di appartenenza, ma non sappiamo quanto sulla sostanza.


Eppure, la provincia bellunese, se guarda nel “suo giardino” con maggiore attenzione, potrebbe notare che, per esempio, nell'area agordina esiste un modello di economia che, forse, solo chi non è veneto, apprezza moltissimo. Basta soffermare l'attenzione su una industria locale di quell'area che è un esempio, il quale, per le sue scelte, ricorda il noto e decantato modello Olivetti. Un'esperienza importante di organizzazione aziendale per il suo articolato sistema sociale che si narra ogni volta che si parla di sostenibilità e welfare aziendale.

La politica locale, prima di affrontare inconsapevolmente fuori dal “proprio giardino” soluzioni di sviluppo economico, da ricercare negli altri, deve sapere meglio di quali risorse locali dispone. Anche il solo modello di sviluppo di un'area già sviluppata e l'indotto che ha generato, sono elementi culturali che hanno un peso maggiore, di una semplice rivendicazione riconducibile ad una appartenenza territoriale, ritenuta più “ricca”. Non sono solo i mezzi finanziari che fanno la ricchezza di una Comunità se non c'è cultura, se non c'è sapere.

Belluno e la sua provincia hanno tutto. Si tratta solo di avere maggiore stima di quello che si ha e di saperlo gestire.

Giuseppe Cancemi

NUOVE CASE POPOLARI E REVISIONE DEL PRG


Social housing: autocostruzione edilizia assistita a Caltanissetta. 
Si può fare?

Case a 15 euro al mese. Solo propaganda? No verità! Dirò dopo chi sta realizzando case, dove, come e con questi costi.

Intanto, penso che con i metodi fin qui adottati per costruire case popolari, non si è avuta una risposta vera al bisogno di alloggio. Risorse sottratte ai lavoratori non bastevoli e gestione degli immobili realizzati utile a mantenere in vita solo gli stessi uffici preposti all'edilizia popolare. L'idea dell'autocostruzione come risposta alla casa in Italia, al Nord qualcuno ha provato a sperimentarla. Sono stati anche scritti libri in materia, per esempio quello di M. Bertoni, “Autocostruzione associata ed assistita in Italia” come modello di housing sociale. Ma la sperimentazione ancora non risulta replicata in altre realtà. Chi ci ha provato e ci prova ancora comunque, resta ancora un'élite tutta di professionisti e di associazioni ambientaliste. Anch'io, nel mio piccolo ho provato, in passato, a pensare che è possibile costruire case a basso prezzo con il duplice obiettivo di soddisfare un bisogno primario abitativo e di creare lavoro, oggi più che mai, necessari e urgenti per Caltanissetta. Ma la pre-condizione da me pensata, rimaneva sempre quella di un'amministrazione della città che se ne facesse carico. La mia idea, in poche parole, era quella che il Comune istituisse un ufficio casa, per gestire terreni, aree e costruito a partire del pur piccolo patrimonio comunale al fine di avviare un circolo virtuoso di lavoro, recupero, riuso a guida tecnica e maestranze fornite dal Comune. Da noi non è accaduto e non accade niente di tutto questo. In Spagna invece qualcosa di simile lo ha messo già in atto un piccolo Comune: Marinelda (nella figura in basso) in Andalusia con 2.708 abitanti nel 2008.


Il loro schema operativo si fonda sempre sulla proprietà comunale, che viene ceduta gratuitamente all'autocostruttore. Una convezione con il governo regionale, permette di fornire il materiale acquistato, occorrente per la costruzione e consegnarlo a chi autocostruisce. Una guida con maestranze e consulenze tecniche aiuta, orienta e segue il progetto della casa, anche questo offerto gratuitamente; gli stessi autocostruttori, determinano in assemblea la quota mensile da pagare, per diventare proprietari dell'abitazione che stanno costruendo.
E se Caltanissetta provasse a mutuare qualcosa di simile?
L'occasione della revisione del Piano Regolatore è una opportunità che non bisogna disperdere. Certo a leggere ciò che dichiarano gli “addetti” (politici e tecnici) come anteprima per il PRG è scoraggiante. Partire dalle “attività edilizie pianificate e realizzate” come dichiarato dall'Assessore alla vivibilità e alla viabilità non fa ben sperare. Si ricomincia a ragionare ancora dalle “cose” e non dalle “persone”. 

 Una città di frontiera come adesso è Caltanissetta, per prima cosa andrebbe sondata nella sua popolazione in termini sociologici per poi stabilire senza tentennamenti che bisogna recuperare, risanare, ricucire e rigenerare ma senza consumo di suolo.
L'Amministrazione in carica, avrà il coraggio e la forza di invertire le tendenze replicanti di ciò che si è fatto e si vuole continuare a fare, noncuranti che la cultura cambia, il mondo cambia mentre noi continuiamo a collocarci sempre fuori dall'orbita?

Giuseppe Cancemi


sabato 16 settembre 2017

Belluno e la riqualificazione 2


↙LA GIUNTA MASSARO 2.0 PONTIFICA... E GLI ALTRI STANNO A GUARDARE


La Giunta Massaro 2.0 sa spendersi bene, specie nei passaggi frequenti che fa attraverso i media. Anche stamattina sul Corriere delle Alpi si parla di una nuova piazza e tre palazzine dell'immobiliare Filù in uno spazio del vecchio ospedale. La propaganda di “regime” si inserisce in quella che sembra una, diciamo, più “speculazione immobiliare” che non una riqualificazione. Il Comune, da quella stampa, viene inserito come “partner” con il suo “Progetto Belluno”, il quale, quest'ultimo, sembra essere diventato come le vacche di Mussolini. Ad ogni occasione di tipo edilizio, entra come progetto di 


riqualificazione e si attribuisce una spesa facente parte degli sbandierati 18 milioni della riqualificazione urbana. Anche qui si fa intendere che gli euro sono quasi in arrivo ma si tace il fatto che nella graduatoria dei cosiddetti vincitori, Belluno occupa il 50° posto. Il finanziamento non è così vicino come si vuol fare credere, a marzo di quest'anno sono stati finanziati solo 24 Comuni, mentre per gli altri si dice che: Gli ulteriori progetti saranno finanziati con le risorse che saranno successivamente disponibili. Ma a parte ciò, a giudicare da qualche servizio e/o spazio che sarà riservato per il Comune, l'operazione “filù” si presenta più come edilizia contrattata che non come “riqualificazione”.Infatti, viene da domandarsi ma gli standard residenziali del D. I. n. 1444/1968, da parte del Comune, sono stati verificati?E per lo zoning del PRG quell'area non è zona A? La soprintendenza cosa dice?
E come la mettiamo con l'ultima legge regionale n.14/2017 sul consumo di suolo?

Giuseppe Cancemi

giovedì 7 settembre 2017

Belluno e la riqualificazione 1


PIAZZA CASTELLO: I SEGNI DELLA RIQUALIFICAZIONE

Dei lavori di Piazza Castello che sono stati discussi giorni fa, non vi è stata eco, come solitamente accade non appena si manifestano i segni di un cambiamento in città. Da un rigoglioso giardino, anche se un po' trascurato, siamo passati ad uno spoglio anonimo angolo in piazza Castello, dal terreno circostante incolto, al momento, e un tratto di marciapiede in terra battuta (dai cittadini in transito!). Quel cantiere a cielo aperto e non altro ha destato un qualche disappunto che si è smorzato presto. Chi non ha trovato apprezzabile quel lavoro, citando lo spirito dell'originario progetto dell’architetto bellunese Alpago Novello è stata una nota associazione nazionale. Chi, invece, ha provato a difendere la nuova immagine è stato un altrettanto noto, localmente, ex consigliere comunale di passate amministrazioni. Ma in ogni caso stiamo parlando di un'opera di "riqualificazione del centro urbano" con finanziamento comunitario.

Effettivamente, l'immagine che ha adesso quella piazza delude la fondante idea progettuale d'insieme che intendeva fondere compositivamente, l'immagine dei resti dell'antico castello animata da un giardino, con il palazzo delle poste, espressione della cultura architettonica del razionalismo italiano del ventennio fascista.
La cosiddetta riqualificazione non è certo il massimo, e con l'attuale aspetto spoglio non sembra rafforzare la qualità delle funzioni, come promette il cartello di cantiere, con in bella mostra la scritta Regione Veneto e a seguire: l'Unione Montana e poi i comuni di Belluno, Ponte nelle Alpi e Tambre tutto a spese di un cofinanziamento europeo. Insomma, sembrerebbe che l'opera per il largo coinvolgimento della committenza e dei tecnici realizzatori debba rappresentare il risultato di un impegnativo progetto condiviso e partecipato. I dati però, nessuno me ne voglia, non sembrano accordarsi con le premesse.
In meno di 100 mq di superficie, con dei ruderi che occupano un terzo dello spazio e due terzi sono di nudo terreno, udite... udite sono impegnati 10 diversi fior di professionisti (tra architetti, ingegneri e un geologo). Il budget per i lavori è di 773 mila euro come dire 8-12 mila euro per mq.




L'opera, sorprende anche, per la sospettosa "scacchiera" in ferro arrugginito prospiciente il rudere, comparsa in questi giorni, che sembra già degradata prima del tempo. Ma nessun patema, tutto sotto controllo. Trattasi di un materiale di moda che alcune città mostrano già da qualche tempo (Spagna, per esempio) per fioriere, opere d'arte e altri oggetti che si pensa debbano durare nel tempo. In fondo questo materiale, può sembrare discutibile, forse, per un nostro retaggio da immaginario collettivo che in tutti questi anni ci ha fatto percepire la ruggine come indiscutibile segno di decadimento dei metalli ferrosi. Ma questo Cor-Ten (così si chiama) è un metallo brevettato per resistenza meccanica e durabilità nel tempo. L'ossido temuto, in questo materiale, si arresta in superficie e ne impedisce la conosciuta corrosione del ferro.
Comunque, l'immagine di un piccolo gradevole giardino, che a distanza di un anno dall'inizio dei lavori, con quello che costerà alla collettività, nel suo apparire un cantiere fantasma che si trasforma lentamente, senza lasciare trasparire dove sta la “riqualificazione degli spazi urbani”, non  si può sottacere.

Giuseppe Cancemi




martedì 5 settembre 2017

Caltanissetta e le facili demolizioni

ATTENZIONE ALLE DEMOLIZIONI FACILI!
Mi chiedo e chiedo, che fine farà l'ex distributore di via Sallemi (incrocio "Grazia") la cui forma architettonica, da non sottovalutare, ricorda opere importanti come la stazione Termini di Roma o lo stadio di Padova e altri ancora sempre per l'ardita pensilina?
Non potrebbe essere restaurato e reso fruibile, per esempio, per la pro loco di Caltanissetta, come reception?







E LE ISTITUZIONI STANNO A GUARDARE

Ecco che ancora una volta si presenta alla comunità nissena un altro immobile che nell'immaginario collettivo rappresenta un pezzo di storia della Città. Gli anni cinquanta di quel distributore, sono per la città quelli che oggi si ricordano come gli


anni del boom economico. Peggio ricordati, più tardi, come quelli de "le mani sulla città", mutuando il titolo del noto film di Francesco Rosi. A quel tempo la Soprintendenza non esisteva e i primi scempi si sono fatti nella via delle Medaglie D'Oro, a scendere verso il cimitero, e in via Re d'Italia, con insensati diradamenti. L'istituzione della Soprintendenza, fortemente richiesta da Italia Nostra, di qualche decennio fa, è servita sì a disciplinare (molto moderatamente) gli interventi sul centro storico degli anni a seguire, ma non li ha arrestati. Nel frattempo il Comune, con il suo immobilismo proverbiale ha lasciato che il cuore della città si degradasse giorno dopo giorno.
Siamo oramai agli scampoli. Le ultime tracce, di un vissuto che racconta, vengono facilmente cancellate e mentre si compiono gli ultimi scempi le istituzioni stanno a guardare. Il Comune non esercita il suo potere di discernimento e la soprintendenza, nel silenzio ufficiale, lascia solo trapelare un "vorrei ma non posso".
Un occhio al PRG vigente per conoscere se il "casotto" è compreso in zona A, diventa un'impresa impossibile. Le planimetrie sono illeggibili. Non posso fare a meno di notare che la trasparenza dei rispettivi siti di Comune e Soprintendenza ha un basso livello. Non a caso "la Bussola", che non è quella nota dove cantavano le star degli anni '60, ma quella della trasparenza dei siti web delle PA per entrambe le istituzioni: una non la conosce e l'altra quasi. Per il Comune diciamo che la trasparenza, ai fini del Decreto legislativo n.33/2013, è al 5% degli adempimenti di rispondenza, pari a 4 su un totale di 68, mentre la Soprintendenza è totalmente sconosciuta. Entrambi i siti, in perfetta sintonia di disprezzo per l'utente della città: "io so io e voi non siete un c...o".
Chi si dovrebbe occupare della tutela delle cose immobili, compreso l'esame di tutte le questioni urbanistiche relative ai piani regolatori, facendo trapelare che non sono trascorsi i canonici 50 anni per potere vincolare il bene, dice il vero. Trascura però, l'istituto del vincolo indiretto che tutela anche i caratteri del contesto.
Infatti, assicurando attraverso le prescrizioni anche le aree e/o gli edifici circostanti, che possono non essere necessariamente confinanti, si mantiene quell'integrità, quella prospettiva, quella luce che unitamente alle condizioni d'ambiente tutelano il complessivo decoro di un luogo che ha carattere storico.
Il Comune, la cui attività non sembra essere quella di motu proprio ma sempre per iniziative di altri, nel nostro caso un decreto ministeriale che intima la bonifica di un sito, non sembra volersi assumere alcuna responsabilità del soprassuolo.

Due istituzioni, stessa voglia di non impelagarsi in qualcosa che poi, alla fine, potrebbe dare alla città un segno di speranza. 

Giuseppe Cancemi