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domenica 2 ottobre 2022

Riparazioni stradali a Belluno


 FOSSI






RIDIAMOCI SU. Ma non troppo...!

Giustamente il Comune, ha diffidato e multato una delle società che gestiscono la telefonia. Una tra le altre che stanno innovando la comunicazione digitale nel territorio, con la posa della fibra ottica. Il motivo è sotto gli occhi di tutti. Con i lavori di collocazione della rete, i vari gestori hanno intaccato il manto stradale che rende, con trincee mal riparate anche se provvisoriamente, la sede stradale sconnessa.

Le successive riparazioni che si stanno via via facendo, comunque, non appaiono al profano come me un ripristino, che diritto e logica vorrebbero ad opera d'arte. Ragion per cui, si dovrebbe riflettere su due questioni. La prima: se questo solco per la cablatura è stato realmente microinvasivo e se è stato ricoperto, provvisoriamente, nel migliore dei modi che la tecnica dispone; la seconda, ancora più importante, se l'intervento di completamento successivo si limita alla sola ricopertura con bitume. Senza cioè, tutti gli accorgimenti che possano scongiurare rigonfiamenti, infiltrazioni d'acqua e/o comunque attenzioni che facilitino la “scucitura” del bitumato, dopo poco tempo.

Infine, a questo proposito mi chiedo e domando: ma alcuni nuovi interventi di rifacimento stradale, possono avere avuto origine dai lavori di terzi e una insufficiente attenzione da chi preposto ha mancato nel vigilare?

Può questo eventuale detrimento, configurarsi come danno erariale e non essere a carico della finanza pubblica?

Giuseppe Cancemi

venerdì 22 luglio 2022

BELLUNO - BARRIERE ARCHITETTONICHE

NE ESISTONO? PARLIAMONE !


Credo che la civiltà di una città si misuri anche, da quante “barriere” siano state rimosse, e non solo di quelle architettoniche. Restando a queste ultime, il Comune di Belluno per esempio, sulle disabilità permanenti e/o temporanee, relativamente alla deambulazione dei cittadini specie in centro storico, non sembra avere mostrato molta attenzione. L'esistente, è racchiuso in un qualche raro scivolo nei marciapiedi e alcune strisce tattili per non vedenti/ ipovedenti, fermi restando non pochi inciampi lungo i marciapiedi che non dovrebbero esserci. E questo, non certo per una sensibilità motu proprio, ma piuttosto per una qualche iniziativa finanziata dal Ministero delle Infrastrutture e della Mobilità Sostenibile.

Nella sede amministrativa comunale, adesso, l'articolazione dello spazio per muoversi, del nuovo Primo cittadino con carrozzina, si è dovuta riformare. La trasformazione dei luoghi, si spera che abbia avuto anche il senso di fare riflettere tutti, sulla rara e scarsa attenzione verso le esistenti barriere architettoniche in ambito pubblico.

Ci si augura che tale cogenza, abbia almeno messo in moto, localmente, una maggiore sensibilità verso le disabilità. Situazione, che si spera agisca verso un utile rispolvero delle leggi del passato in materia: di accessibilità, adattabilità e visitabilità poco osservate (per la verità anche in altre parti d'Italia) se non disattese.

Il tema delle barriere architettoniche negli spazi urbani di città, se assimilato culturalmente, deve iniziare con un percorso di scopo, per indagare le criticità che si riscontrano più frequentemente in città. La progettualità, deve potersi muovere attraverso un incipit che potremmo definire: Design for All. Che significa anche nel nostro caso, ascoltare e comprendere i bisogni della gente e provvedere di conseguenza. Un segnale, insomma di buona volontà per tutti. Che farebbe anche bene ai nostri Comuni in provincia.

Sembra perfino strano, che nell'aula consiliare di Palazzo Rosso, per esempio, luogo della volontà popolare del Comune, si acceda dopo alcune faticose rampe di scala. Questo, non agevola certo la disponibilità di quel potenziale diritto alla partecipazione di tutti i cittadini. 

Insomma, si continua così a perpetuare uno di quei vulnus che affliggono la democrazia partecipata che tutti vorremmo.

La politica di Belluno per lungo tempo, questa "inezia" l'ha sottovalutata. Non ha considerato che ogni persona ha una sua propria complessità e diversità. Questa, tra fasi di vita e salute: handicap, anzianità e disabilità, è figura unica irripetibile anche agli effetti di quella ritenuta, erroneamente, "normalità". In buona sostanza, si è continuato a trascurare con questa diciamo disattenzione, qualcosa di elementare e fondamentale in democrazia: la partecipazione. Un “imperdonabile peccato mortale” che indebolisce quella parte di consenso che, si sa, contribuisce al sostegno della democrazia stessa.

Si dirà che esiste per quella sala un accesso dedicato, tramite ascensore. Vero! 

Ma in quanto obbligo di legge per locali pubblici. 

Insomma, un'osservanza, con escamotage consentita, più che una vera rimozione di barriera. Il giudizio su questo palliativa soluzione, infatti, dovrebbero darlo quei cittadini che, impediti nella deambulazione, abbiano mai fatto ricorso a detta soluzione in tutti questi anni, per raggiungere l'Aula Consiliare.

Aggiungerei per ultima cosa, ma non l'ultima, la vexata quaestio del centro città, dove ci si lamenta che si svuotano i locali a piano terra. Bene! No, anzi male, perché si deve poter fare qualcosa. E c'è il modo di farla.

La larga offerta locativa che si è configurata, a pensarci bene, con una appropriata gestione delle destinazioni d'uso, può diventare un'occosione di riequilibrio abitativo dell'area storica. Una opportunità!

Il Comune, per sua natura allocato con destinazione funzionale in centro città, può utilmente ritagliarsi un offerta migliore dei servizi urbani di vicinanza al cittadino, attraverso l'esubero di un'offerta locativa, ultimamente risultata a piano terra.  Un'utile facilitazione, per altro, che attraverso i locali reperibili (privati e pubblici) suggerisce un progetto di social hausing.  Un utile strumento in aiuto al ripopolamento, gestibile, nel complesso dei bisogni abitativi, da un apposito ufficio-casa creato dal Comune.

E ancora, sempre per esemplificare, aggiungerei che la  bellezza del centro storico, in Piazza dei Martiri, ereditato con il suo giardino pubblico, può mostrare un volto diverso. Quasi di vetrina che con l'abbattimento delle Barriere architettoniche esemplifica una inclusività ed una sensibilità che dà a quel rinomato spazio una connotazione e un valore aggiunto. Con poco, si potrebbe ottenere un grande effetto. 

Una modica spesa, può attrezzare quell'area come “giardino degli odori”oltre che dei colori. L'uso di essenze dissimili in quel verde, com'è immaginabile, può rendere riconoscibili attraverso l'olfatto i vari areali. E se si vuole fare di più, si possono aggiungere semplici sensori di vicinanza dove, con l'avvicinarsi delle persone, una voce discretamente informa: su ciò che si vuole (botanica,  storia del luogo, etc.). Qualcosa che massimizza la fruibilità della piazza, includendo non vedenti e ipovedenti ed esempio che suggerisce una maggiore attenzione alle naturali diversità degli umani.

Insomma, un progetto come "spora" per una graduale rimozione delle barriere. Se si vuole, anche, un "rinforzo" alla precedente funzione fruitiva storico-culturale dei luoghi, ereditata. Attualmente decaduta per l'eccessivo uso mercantile.

Ricapitolando si vuole dire che, con l'opportunità che può offrire l'abbattimento delle barriere architettoniche, si può anche legare l'occasione per u n recupero di Piazza dei Martiri: area storica, identitaria e custode del suo genius loci, mortificata e sopraffatta dalle eccessive sagre paesane.

Giuseppe Cancemi

 

https://infobandi.csvnet.it/




lunedì 9 maggio 2022

Dubbioso restauro in centro storico dell'edificio sede dei "Dottori della Chiesa" (Gesuiti)

RESTAURO DELL’ EX CHIESA DELLA "COMPAGNIA DI GESU' " IN CENTRO STORICO

La ex Chiesa dei Gesuiti di Belluno,


nell'Ottocento conosciuta come "Caserma dei Gesuiti” o anche immediatamente dopo "Caserma Tasso”, in questi giorni, dopo essere stata restaurata, è stata presentata in pompa magna, in attesa di una sua prossima fruizione della città.

Una conclusione a lieto fine, non sempre facile per i reperti storici, che nelle nostre città abbondano, ma che spesso vengono anche trascurati.

Qui a Belluno bisogna dire che l'attenzione per le presenze storiche, si è sempre avuta. Ultimamente anzi, è sembrata aumentare grazie ai finanziamenti europei e italiani, abilmente intercettati nei concorsi, mediante progetti ad hoc.

In quello che però alla fine risultano essere gli interventi in città, non tutti corrispondono a cauti restauri, attenti alla struttura urbana del centro storico. A questo proposito bisogna riconoscere, che in linea generale il più delle volte, le alterazioni sono attribuibili anche ad una regolamentazione scarna o priva di fondamento giuridico, che ha lasciato spazio ad una conduzione dei restauri, per così dire, interpretata.

È ben noto, che la “Compagnia di Gesù”, detta dei dottori della chiesa, da dove proviene anche Papa Bergoglio, per due secoli è stata un ambiente educativo e di studio dove veniva formata, un po' in tutta Europa, la classe dirigente per i figli della nobiltà e della borghesia.

Le chiese dei Gesuiti come opere d’arte, sono un modello a sé stante, di architettura barocca detta appunto gesuitica. Le caratteristiche che accomunano le varie chiese, distribuite in tutta Europa, si riconoscono per alcuni tratti che relativamente le rende simili, pur nelle differenze di un Barocco che si adatta alle condizioni e alle culture locali.

Nel merito, per non lasciare spazio al solito apprezzamento superficiale, che spesso si conclude limitandosi: al mi piace o non mi piace, oppure è brutto o è bello.

Il risultato di quest’ultima opera vista il 1° maggio, per “gentile concessione” diciamo del Comune, osservato con un po' più di attenzione, spiace dirlo, ma non sembra essere quel “nuovo contenitore d’eccellenza” che è stato reclamizzato.

Il progetto, visto che siamo in pieno centro storico, per la norma a cui fa riferimento il bando: “rigenerazione urbana” (intesa a garantire qualità e sicurezza dell'abitare sociale e ambientale, in particolare nelle periferie più degradate), non si capisce cosa c’entra con il restauro sbandierato.

Altrettanto resta incomprensibile, come mai non si sia tenuto conto della ristrutturazione urbanistica.

A tale scopo bastava guardare la planimetria del PRG, per rendersi conto delle superfetazioni (ignorate) di Piazza Piloni e via d’Incà, in un’area, dove la correzione dell’aggregazione storica originaria doveva essere d’obbligo.

Ricordo solo che da mezzo secolo e più, pur non avendo forza di legge la “Carta del Restauro”, ha comunque orientato gli interventi nei centri storici d’Europa.

La cosiddetta “poli-funzionalità” a cui è stato destinato lo spazio di questo suggestivo reperto storico-culturale, qual è questa originaria chiesa, volgarizzato come recupero di volume, denuncia una indecisione che fa pensare ad un’urbanistica che non riesce ad avere un progetto d’insieme centrato su l’immateriale. Qualcosa che dovrebbe cambiare i rapporti esistenti tra sviluppo urbanistico-edilizio caotico e centro storico sempre più soggetto a degrado dal carico delle funzioni.

Come se non bastasse, è anche assai strano che nel progetto non si parli di un altro aspetto che assieme a quello urbanistico sembra dimenticato.

Le note progettuali, infatti, non appaiono evidenziare la vulnerabilità statica dell’edificio nei confronti del rischio sismico 1, a cui appartiene Belluno. Non si intravedono o non ci sono, opere preposte al miglioramento di tale scopo, nelle generali condizioni strutturali.

La riconoscibilità della nostra chiesa tipologicamente gesuita, con il suo convento, appartiene ad un isolato che oggi appare un comune caseggiato anonimo. La differenza la fa l’affaccio sulla via Jacopo Tasso, grazie alla rimasta essenziale facciata Barocca. Le immagini prospettiche dell’isolato, comprendente il complesso edilizio dei gesuiti non sono rimaste quelle che dovevano essere in epoca. Le laterali costruzioni in aderenza inglobano la ex chiesa con pianta ad “aula” in un caseggiato alterato senza quella “anima” che lo aveva generato. Era un’ordine religioso importante in quell’epoca, parecchio influente nella politica. Come dire che era di casa con il potere.

Quel caseggiato di origine religioso, doveva trovarsi una sua distinta area che si trova ora confusa, in un disarticolato insieme edilizio, non privo di superfetazioni ben evidenti (vedi figura).

Sappiamo, che nello spirito e nella cultura urbanistica di quell'epoca, quel prestigioso ordine religioso godeva già della centralità nello spazio cittadino. Con questo recente intervento, si ripresentava ancora la possibilità di ricomporre quell’area “gesuitica” storica. Purtroppo sprecata.

L’intervento di restauro anche se adatta ad altro uso il manufatto, non dovrebbe comunque mai alterare la lettura di quello che era originariamente, anche nel caso, come quest’interno, di una chiesa sconsacrata. Nella fattispecie lo spazio “aula”, che rappresenta un tutt'uno dal significato liturgico del luogo, dallo slancio verso l'alto delle pareti alla magnificenza acustica della parola. Insomma quel “genius loci” di quello che è rimasto dell’ex chiesa da salvare e tramandare. Quella divisione in verticale del volume che ha mortificato la spazialità volumetrica e ridimensionato il “verbo”. Sembrerebbe più che altro, una “ingordigia” di volumi a tutti i costi, specie per quella destinazione d’uso che appare, allo stato, di carattere aleatorio.

Un rilievo promettente di quel luogo, nel restauro è quell'innovazione, che rende accessibile e visitabile tutto lo spazio dell’ambiente ex chiesa anche se, come detto, dubbiosamente parcellizzato. Ma a parte la rimozione apprezzabile di barriere architettoniche, non mancano altre notevoli perplessità.

Nel corpo di fabbrica, il pavimento in acciaio, la scala dentro e l’ascensore fuori, danno nuovi motivi su cui riflettere. Per esempio: non poteva essere invertita la relativa posizione?

Ma avranno pensato se quella platea di acciaio e quel corpo scale che sale verso l’alto, dove potrebbero trovarsi molte persone, sono al sicuro da una accidentale scarica elettrica da fulmine?

Belluno non è una città dove con i temporali i fulmini sono rari.

La rassicurante immagine dell’auto che se pur in acciaio, sappiamo, protegge i suoi passeggeri (per similitudine con la gabbia di Faraday)in questo caso, non è la stessa cosa.

Infine non può sfuggire che quel pavimento in acciaio, sigilla una considerevole parte di sottosuolo. E non da ora, si sa che turbare l’equilibrio del sottosuolo è sempre stato un problema delle città. Fra l’altro, nel nostro caso, alla falda idrica, alle esalazioni di gas (che potrebbero essere anche con radon), in quel sottosuolo, si dovrebbe anche pensare alla eventualità di reperti archeologici li presenti, per vicini altri luoghi di culto di età rinascimentale (Chiesa S. Stefano).

Concludendo, a qualcuno più malignamente, può fare pensare che al vantaggioso ingresso dal parco (a favore del concetto di partecipazione sociale uguale per tutti) corrisponde un rovescio della medaglia della recentissima “pista ciclabile” (di poca o nessuna utilità pubblica) la quale, sminuisce il beneficio, perché farà portare all’interno dell’ex chiesa: polvere d’estate e fango d’inverno.

Ma questo forse è il minimo di quello a cui non si è pensato!

Giuseppe Cancemi

sabato 24 aprile 2021

MOBILITA' SOSTENIBILE NON A PAROLE

 


BELLUNO: Strada Cucciolo-Marisiga


Tutto è cominciato in tempo di covid-19. L’amministrazione attiva di questa città, per una disposizione di legge regionale che prevede un Piano di Assetto del Territorio, ha riesumato il solito PRG visitato e rivisitato con un patetico ennesimo maquillage da vecchio signore. Ulteriore proposta tra le “perle”, del “progetto Belluno” che ha già animato mugugni vari. Due nuove strade per un quotiano ingorgo, in prossimità del Ponte degli Alpini (La Cerva), che potremmo definire “pedo el tacon del bus”. Due strade come bypass della S.S. 50: uno attraverso Cavarzano e l’altro, nei dintorni di Mier, conosciuto come Cucciolo-Marisiga. Per fortuna, pare che il passaggio per Cavarzano, sia stato scongiurato per il suo inopportuno tracciato all’interno del polo scolastico di quel quartiere. Numerosi cittadini con le loro firme ne hanno scoraggiato la realizzazione. Resta però ancora in piedi la Cucciolo-Marisiga nonostante, anche qui non manchi la contrarietà di tanti altri cittadini.





Che dire! Possibile che ancora non si sia capito che l’accelerata crescita della mobilità non si può continuare ad assecondarla all’infinito? Siamo tutti in un’astronave chiamata Terra, e dobbiamo renderci conto che è giunto il momento di cambiare i nostri paradigmi, di vita individuale e collettiva.

Gli scienziati del clima dicono che ci avviciniamo sempre più ad un punto di non ritorno per quel fenomeno seguito dai grandi della terra che si chiama riscaldamento globale.

Consumo di suolo, impermeabilizzazione e degrado del territorio tra le cause del cambiamento climatico (tropicalizzazione) anche delle nostre zone, vanno anche contro la vocazione turistica della montagna. Il brand del turismo di montagna, all’insegna della natura, è il canonico vivere nella lentezza. Assaporando nelle tradizioni e nei cibi locali il godere di una natura incontaminata. Un vivere salutista che si conserva, non senza difficoltà, tra l’orografia bella ma limitante negli spostamenti e con un’economia agricolo-forestale di difficile conduzione.

E qui mi sento di dire che la mobilità sostenibile non può essere quella che propone nuove strade di sicuro impatto per un ambiente naturale particolarmente fragile come quello di montagna.

 La ripresa di questa idea di nuove strade con facilità, ha dato il via ad antiche proposte di assetto stradale che non hanno più senso. Dobbiamo pensare che in Italia si sta varando il Piano Nazionale di Ripresa Resilienza nel quadro degli impegni, anche a livello locale con agenda 30 e 50, di rilevanza europea e mondiale. La riduzione dell’anidride carbonica che è richiesta, serve per tenere bassa la temperatura media globale del nostro pianeta, al di sotto della soglia dei 2°C.

 Belluno non ha bisogno di nuove strade. La sua mobilità ha necessità solo di potenziare il trasporto pubblico, principalmente su rotaia. Esiste parallelamente alla statale n. 50 un tratto di ferrovia utilizzabile come metropolitana di superficie. Per il resto, basta razionalizzare: la logistica (orari e mezzi di piccole dimensioni e che non inquinano); gli orari di accesso e transito (ingressi scolastici e di lavoro); gli attraversamenti e l’uso di mezzi individuali (monopattini e bici), etc.. Insomma, una alternativa alle strade proposte esiste. La strategia consiste nell’organizzare un Piano per la Mobilità Sostenibile con quell’insieme di soluzioni che possano dare nuova vita ad una mobilità, dianzi accennata, di sicuro vantaggio per l’ambiente, ma anche e soprattutto per le persone.

Giuseppe Cancemi


domenica 18 aprile 2021

VIA DANTE E' MEGLIO LASCIARLA COM'E'

 


Il piazzale della stazione ferroviaria ha una sua immagine storica che rischia di essere cancellata

Con lo spirito di rinnovo (sic!) che contraddistingue la città di Belluno, poco tempo fa è stato annunciato che la città avrà prossimamente una via Dante più larga.

La città legale (Provincia e Comune) in accordo con Dolomitibus intende modificare l'originario progetto relativo alla stazione ferroviaria, ne “i dettagli del progetto di rigenerazione urbana che interesserà il piazzale della stazione. Ma neanche a dirlo, sappiamo che anche in questo caso come tanti altri, anche in questa parte della città alcuni alberi cadranno.




Da qualcosa come da quattro lustri ad oggi, Belluno sembra seguire una tendenza. Ma più evidentemente una controtendenza al Green Deal europeo.

Disfa in città l’assetto materiale esistente, con tutta la sua logica sistemica assestata nel corso degli anni per, eufemisticamente,rigenerare” un qualcosa che rientra in un discutibile Progetto Belluno. Quello che fa più inquietare i cittadini, in queste trasformazioni è la restituzione di questi frammenti di ambiente urbano, sempre più priva degli alberi preesistenti. Una assurdità, che collide con la politica europea, orientata verso un uso efficiente delle risorse, mediante un'economia pulita e circolare.

Il Progetto Belluno, per capire, merita una qualche nota. Nel suo insieme, si presenta come si direbbe in chimica, più un miscuglio che non una combinazione. Tanti sottoprogetti che non dialogano perché più fine a se stessi che non parti dell’insieme sistema città.

Il progetto del piazzale della stazione che comprende anche la via Dante, è l’esempio classico di un intervento che poteva rappresentare un’opportunità. Bastava saper cogliere quel nesso che lo lega ad una visione integrata tra il vicino parco, il Metropolis, la ex caserma militare e la scuola “Gabelli”. Un unicum, con valenza nazionale dove potere ospitare, formare e aggiornare, periodicamente in ambito delle scienze dell’educazione, un laboratorio per i docenti di tutta Italia. Invece, ecco un progetto di corto respiro che affastella quattro carabattole, tra arredi urbani da alienare e sostituire, pensiline e delineatori di corsia e altre modifiche riservate ai bus, con spazi recuperati nelle vie adiacenti alla piazza della stazione e una segnaletica orizzontale rinnovata che completerà la tanta, ma tanta, “rigenerazione” (sic!).



E come se non bastasse, ecco che la Dolomitibus con un recente atto: Accordo di programma” assieme alla Provincia presenta con una integrazione di programma che modifica l’area Metropolis e alcune adiacenti strade.

U annuncio ultim’ora di stampa, che con una “...via Dante più largadel progetto Stazione ferroviaria pone, la classica ciliegina sulla torta. Per la cronaca, una via lunga poco più di 100 passi e larga 50 che perderà alcuni alberi, in compenso sarà complementare ad un’autostazione per pullman più che invasiva.

Qualcuno degli addetti, per questa recente nuova integrazione del progetto, si è compiaciuto ritenendo che la:riqualificazione dell'area della stazione servirà a garantire maggiore sicurezza”. Al contrario, dei pochi cittadini, che vedendo qualche tavola di progetto e l’ultimo allegato che intende sacrificare alcuni alberi, hanno già detto che quel piazzale e i suoi dintorni sarebbe meglio lasciarlo comè.

Non ci vuole molto, comunque, per capire che al centro del progetto non c’è l’uomo ma il singolo interesse su come sistemare i mezzi di trasporto su gomma e la sua stretta attività. Viene quasi ignorato il trasporto ferroviario principale stanziale di quel luogo, che con i suoi servizi telematici ristrutturati, da tempo dispone di locali oggi ad uso anche per altre attività.

Le stesse tavole planimetriche, che indicano la prima e l’ultima sistemazione nella divisione di aree per stazionamento e viabilità differiscono, non poco, anche nei colori. Nella prima, una parvenza di spazi verdi esiste, mentre nella stesura finale di cui parliamo, domina il rosso delle linee e il grigio degli spazi riservati ai mezzi circolanti. A parte il contenuto tecnico è anche chiara nei colori la rappresentazione valoriale.

Per l’accoglienza dei passeggeri e il loro stazionamento, non risulta alcuna attenzione o menzione.

Sono ignorati anche, servizi igienici, stalli per portatori di handicap nonché abbattimento delle barriere architettoniche per il transito. Per non parlare dei percorsi di un qualsiasi comune cittadino che deve raggiungere il mezzo gommato. Le zone pedonali di attraversamento non mostrano una continuità. Si ignorano i percorsi pedonali svincolati dalla via carreggiabile e di schermatura delle siepi, aiuole spartitraffico e alberature che migliorano la qualità ambientale non se ne parla nemmeno. Insomma chi dovrà raggiungere il suo mezzo di trasporto, dovrà fare parecchi slalom attraverso il traffico, anche se con strisce pedonali. Ecco svelato perché anche il taglio di pochi alberi si può fare a cuor leggero.

Insomma il progetto di un nodo fondamentale di scambio intermodale trasportistico è svilito a luogo dove allocare dei pullman. Come se dovessero dimorare tutti negli stalli previsti giorno e notte. Questo per la sola parte materiale. L’immateriale che avrebbe dovuto ispirare il progetto è ancora peggio. Non esiste un’analisi dei flussi e della domanda di spostamento di persone e cose in tutte le sue forme: per lavoro, studio, consegna di merci, etc.

Tutto qui!

Ma penso che su questo poco bisognerà riflettere, in vista delle prossime elezioni che incalzano.

Giuseppe Cancemi








venerdì 16 aprile 2021

LA SCUOLA “ARISTIDE GABELLI” SI RINNOVA

 

Perplessità sull'intervento...


Il Restauro in corso della scuola elementare Gabelli, credo che meriti più attenzione. Quella scuola, nata con i crismi delle opere di regime, nel ventennio, è un esempio di architettura razionalista, che ha rappresentato un pezzo dell’italica storia. Uno stile, che rappresenta una qualità estetica ritenuta di rilievo.

Ne sono autori, due ingegneri (Agostino e Guglielmo Zadra) che realizzano un manufatto in chiave ambientale di ricercata sintonia con la pedagogia e la didattica, sostenuti dalla Montessori e dalla Pizzigoni, di quel periodo storico.

La scuola ha avuto anche nell’avvio, un’autorevole direzione della nota pedagogista locale Pierina Boranga.

Il tempo trascorso della scuola, fino ai nostri giorni, ci ha consegnato un complesso edilizio con i suoi connotati di vissuto, che ha accompagnato la fanciullezza di moltissimi noti e meno noti bellunesi. Ora in tempo di restauro, vale la pena di fare qualche annotazione sull’aspetto e il rispetto che va tributato all’immagine storica della scuola.

Gli attuali lavori, abbastanza lenti, hanno cominciato a fare emergere qualche elemento di riflessione. Guardando verso il materiale di risulta accumulato nel giardino, in attesa di essere portato al riciclaggio, risalta, la gran massa di infissi in alluminio anodizzato, non certamente dell’epoca. Per molti anni, ha rappresentato una non notata ferita all’immagine di quell’edificio.

In quella scelta impropria di finestre, non certo di stile, fatta nel tempo intermedio, in un territorio dove il legno è di casa e la sua naturale magnificenza è a tutti nota, appare proprio come un oltraggio al buon gusto e alla storia.

Il nuovo che va emergendo, non di meno, attira anch’esso una certa curiosità. Si vede in quelle finestre oramai sostituite, nel loro insieme un’immagine “discreta”, ma con un un qualcosa che attira l’attenzione. Ciò che appare guardando con attenzione, non è il solito legno che contorna i vetri, ma una sottile cornice che appare di un colore ruggine che fa ricordare il materiale di qualche arredo urbano presente in città. Una similitudine che fa pensare al perseverare delle scelte alloctone, pur sapendo che in “casa propria” esiste un materiale vivo (il legno) con qualità tecniche, meccaniche ed estetiche eccellenti, e sostenibile.

Forse chi governa questo territorio, non si è ancora accorto delle risorse di qualità che il territorio offre, persino dopo un disastro epocale. La tempesta Vaia, nei suoi danni creati nel bellunese, ha infatti regalato tanto legno che è stato poco considerato e anzi lasciato marcire. Eppure, si poteva intervenire con un progetto di recupero del legno ed un rilancio nel suo uso.



Oltre all’utilità come isolante termico e per tutte quelle varietà d’uso che si conoscono, si presentava anche l’opportunità per l’istituzione di un polo accademico del legno. Un luogo di ricerca per migliori applicazioni di quel materiale, la cui resilienza, elasticità e meccanica, sappiamo consentono adeguate strutture per una protezione sismica degli edifici.

Nella “capitale del legno” che ha fatto la storia delle imbarcazioni della Serenissima si sostituiscono gli infissi osceni precedenti (in alluminio) con altri non certo nostrani e per giunta con un materiale d’oltre Oceano. Il brevettato acciaio COR-TEN americano. Un materiale anche in contrasto con l’economia circolare ricercata dalla moderna cultura nell’uso dei materiali.

C’è da aspettarsi, che i bellunesi ancora non hanno visto bene, ma che comunque non faranno una piega come per i precedenti infissi.

Ci si augura soltanto che chi fa scelte per la comunità, possa riflettere sull’uso dei materiali estranei al contesto storico e culturale del bellunese. Per questo acciaio usato nelle nuove finestre non sappiamo quanto possa essere affidabile nella durata e quanto gradito sia nella fruizione della sua immagine. Il legno non si capisce perché, si cerca di “archiviarlo” e di ignorarlo, nonostante le sue ben note qualità.

Una raccomandazione per quanto detto, comunque, va fatta: attenzione a tutto quello che fa tendenza, anche nell’arredo urbano e persino nel restauro di antichi reperti. La sostituzione dei materiali, deve avere una giustificazione. Ricordiamoci che il significato di restauro è quello di assicurare la conservazione. La speranza che resta, è quella che la modernità a tutti i costi, non prenda la mano sulle opere in corso e quelle progettate da realizzare.

Giuseppe Cancemi




mercoledì 24 febbraio 2021

Vento di nuove strade sulle Dolomiti

 

BELLUNO INSISTE SULL’ANTROPIZZAZIONE

Scandaloso è ciò che ha voluto significare la stampa locale per l’accaduto, in un giorno festivo (domenica) dopo le recenti olimpiadi di Cortina. È stato sottolineato che: “Tre consiglieri provinciali hanno impiegato tre ore e mezza per andare da Cortina a Longarone”. Come se i rappresentanti del popolo avessero un qualche diritto in più rispetto ad altri comuni cittadini. Ma questo poco importa.

Forse però, si voleva rimarcare di più, il disagio da sovraffollamento stradale rilevato. Nel dire dei malcapitati automobilisti, c’erano le maggiori difficoltà del momento rispetto ad altri weekend, perfino con impianti aperti. Nel resoconto giornalistico, non mancano le lamentele di buche stradali e l’indignazione per la figuraccia fatta ai recenti mondiali per questo collegamento viario (S.S. 51).

Un pezzo giornalistico come messaggio subliminale, che sembra incoraggiare un atteso aumento di viabilità, su tutto il territorio montano del bellunese, in vista anche delle attese olimpiadi del 2026. Legittime? Sì! Giuste aspettative per tutti? No!

La soluzione alla richiesta mobilità, andrebbe ricercata in una alternativa al crescente trasporto privato, con un vantaggioso incentivato trasporto pubblico, e un modificato stile di vita.

L’uomo, essere intelligente, dovrebbe sempre imparare dal suo vissuto e usare la sua memoria remota. Invece in alcune circostanze, per ciò che gli conviene, agisce e basta. Sa che valanghe, alluvioni, smottamenti, frane, etc. non sono solo calamità naturali, ma il più delle volte, causa dell’antropizzazione. Eppure ripete gli stessi errori anche di un passato recente.

Tutti i dissesti delle strade ma anche dei marciapiedi, causa di interruzioni con lavori in corso che si vedono di questi tempi, sono sì dovuti in parte alla meteorologia o alla mancata manutenzione, ma sono prevalentemente dovuti alla orografia e alla fragilità innata del territorio.

Non è un caso che le strade di montagna sono difficili e costose nella loro realizzazione e mai sufficientemente larghe per fare meglio defluire il traffico. Tutti lo sanno, ma si continua lo stesso a reclamarle a gran voce. Pur sapendo che in non pochi casi, nel breve o nel lungo periodo se ne pagheranno le conseguenze.

Ci si dimentica facilmente che le strade sono porzioni di terreno agricolo prima permeabile, che si aggiunge ad altra urbanizzazione del territorio, e che insieme rappresentano, una sempre maggiore impermeabilizzazione del suolo. Lascio immaginare cosa possa significare questa apparentemente innocua, sempre più abbondante copertura, cementata e asfaltata agli effetti di una meteorologia di montagna.

Ma c’è dell’altro. Il giusto orgoglio dei bellunesi per il territorio dolomitico (patrimonio dell’umanità) che ha un forte appeal nel mondo, non è solo per la sua irripetibile bellezza, ma anche per il modo di vivere dei suoi abitanti, in simbiosi col proprio territorio. Una grande risorsa naturale per i residenti, che però comporta limiti per chi pensa ad un “divertimentificio” tipo disneyland, che peraltro contrasterebbe con il naturale scorrere della vita esistente da secoli, di che presidia la montagna. Sobrietà, spostamenti lenti, animali anziché nel piatto, come compagni di vita, e mezzi e paradigmi diversi da quelli ancora oggi ritenuti convenzionali. Insomma, un tutto per una vera sostenibilità ambientale, e non solo a parole.

Senza demonizzare il progresso, l’esclusività di un ambiente naturale da custodire per le future generazioni, chiede solo di essere governato con parsimonia e risparmio, perché usa risorse del territorio che non sono infinite e comunque appartengono a tutti. E non solo per chi lo vive localmente.

Diversamente, non si spiegherebbero, tutti i progetti europei e a livello mondiale di limitazione nel consumo di suolo e di abbattimento dell’anidride carbonica ai fini climatici, che lo ricordo hanno traguardi temporali prossimi negli anni: 2030 e 2050.

Giuseppe Cancemi


lunedì 15 febbraio 2021

BELLUNO, PROGETTO VIARIO IN TEMPI DI TRANSIZIONE ECOLOGICA

 

Piano di Assetto Territoriale (Cavarzano e Cucciolo-Marisiga)

È noto che la città di Belluno a livello nazionale, per le graduatorie di vivibilità, da alcuni anni è sempre ai primi posti, tra quelle dove si vive meglio. In questi ultimi tempi però, tra crisi economica che non molla, tempesta Vaia e pandemia, emerge una città che appare piuttosto ambigua, sulle scelte politiche che hanno una ricaduta nel futuro.

L’attenta politica verso l’ambiente, intrapresa nel corso di questi anni, come: “Patto dei Sindaci”, “Climate action in Alpine towns”, “cittaslow”, etc., con alcune scelte nel Piano di Assetto Territoriale (P.A.T.), ne viene indebolita. Il piano infrastrutturale viario molto discusso in questi giorni, ne è la prova. Viene presentato in nome di una sostenibilità che è a prescindere dal territorio e non per il territorio. Propone un discutibile attraversamento motivato dall’intenso traffico lungo la S. S. 50 da alleggerire, all’interno di aree (Cavarzano e Cucciolo-Marisiga) con uno sviluppo urbano esistente e consolidato. In termini ambientali un aumento di nuovo consumo di suolo e un nuovo sicuro inquinamento spalmato su una maggiore area abitata. Una strana e tardiva riproposizione di antica espansione edilizia, più volte variata, anticipatrice di una futura idea di circonvallazione.

Non sfiora minimamente l'idea, che la ricerca di una soluzione a problemi come quello viario di Belluno, almeno per coerenza, dovrebbe avere più soluzioni sostenibili, compresa l'opzione zero.

E poi, il tema della viabilità per la sua complessità, meriterebbe più attenzione nelle analisi e nelle buone pratiche, già osservate in altre città italiane ed europee. Un utile orientamento, che bada alla riduzione delle quantità (anche stradali) attraverso nuovi paradigmi negli stili di vita.

Belluno, come realtà comunale brandizzata: “città del buon vivere” nei quotidiani, la coerenza dovrebbe essere un valore. Un’incerta idea di nuova viabilità - che continua ad inseguire attraverso la quantità, un disordinato uso delle strutture preesistenti - non è una risposta politica capace di mettere al centro delle sue azioni, la centralità dell’uomo.

Per individuare un approccio ottimale ad un sistema trasportistico locale, occorre la stessa attenzione che si rivolge alla viabilità in reti infrastrutturali più complesse.

Un piano del traffico, sia pure minimale, che vuole seguire una metodologia di progetto sostenibile, non può non guardare alle elementari componenti del traffico. Analizzando, dalle categorie (veicoli leggeri, pesanti, motoveicoli, pedoni, animali, ecc.) alla funzione del contesto territoriale attraversato (collegamento regionale, provinciale e locale); dalla tipologia del movimento (transito, distribuzione, penetrazione, accesso) alle entità di spostamento nei due sensi (con le distanze mediamente percorse dai veicoli).

Tutti elementi di mobilità che influiscono su urbanistica, logistica e sviluppo territoriale socio-economico, ma anche ambiente, turismo, salute e sicurezza.

Quel minimo che dovrebbe orientare una puntuale progettazione, alla luce di una sua relativa valutazione di impatto ambientale.

Bisognerebbe chiedersi se tali passaggi hanno guidato l’armonico inserimento nel P.A.T. della progettata viabilità, visto che si parla di un progetto pronto per essere discusso in Consiglio comunale.

Anche a questo livello occorrerebbe una valutazione economica dei progetti, con strumenti che offrano risultati idonei come le analisi multi-criterio (Multi Criteria Decision Aid). Una metodologia non su base monetaria ma sulla convenienza e i suoi riflessi di tipo socio-economico a fronte di un rilevante impatto ambientale. Insomma vantaggi o meno di costi-benefici e di costi-efficacia. Per quanto è dato conoscere, nel progetto annunciato dal Comune, invece, si bada appena ai flussi di traffico attraverso un mix di studi datati e/o anche recenti, che per quanto detto non sono sufficientemente significativi.

Nel merito del dibattito che si è innescato in città, un dato è certo, sia il Comune che chi avversa il piano viario, hanno lo stesso orientamento monocorde. Ai problemi della mobilità pensano di poter rispondere con una diversa scelta viaria, riconducibile però sempre a nuove strade. Non considerano che anche nella mobilità è cambiato un mondo. Il tema della sostenibilità, per questo, sollecita anche per le città una nuova organizzazione e una logistica fondata in primis sul trasporto pubblico collettivo.

In un quadro sistemico di servizi per la collettività, prima di affrontare un progetto di ampliamento stradale, come nel nostro caso, va messa in conto la sua razionalizzazione. Valutando processi di modifica che riguardano per esempio, l'efficienza dei veicoli (attraverso i motori nuovi, i materiali, il design, i biocarburanti, l’idrogeno) e un uso migliore delle reti e dei servizi attraverso le tecnologie ICT”(acronimo di Information and Communications Technology). Insomma a tutto ciò che incoraggia l’Europa per un nuovo futuro di trasporto che guardi alla “Next Generation”.

Il Ministero delle Infrastrutture e l’ANCI, come indirizzo strategico per diminuire l’inquinamento urbano, si sono già mossi, definendo un Piano strategico di azione per la logistica urbana, allo scopo di avviare un percorso partecipativo con gli Enti locali.

Per concludere, una concreta alternativa alle “progettate strade”, Belluno ce l’ha. Basta guardare agli orientamenti europei, che sono poi le fonti di finanziamento, e aggiungere un pizzico di facile fantasia.

Tutto può avere inizio razionalizzando l’esistente e scegliendo alcune soluzioni minime di cultura green, per invertire una tendenza stantia, sempre pronta a replicare ciò che si conosce. Si può iniziare con lo spostare l’utilizzo dei mezzi in circolazione a propulsore termico verso quelli elettrici, a partire dai segmenti a maggior efficacia e praticabilità, dando alla mobilità, per prima cosa, un incremento per il trasporto pubblico. Feltre, con l’adesione alla “Carta Metropolitana della Mobilità Elettrica” sembra avere già capito.

Il principio comunque è quello di controbilanciare il trasporto: aumentando l’offerta pubblica e mettendo in atto oltre che la logistica territoriale anche quella urbana regolamentata.

È possibile, impostare una riduzione del trasporto privato, attraverso un maggiore e migliore (ecologicamente ed economicamente) trasporto pubblico, dove specialmente per Belluno, si può pensare ad una conversione in metropolitana di superficie, dell’infrastruttura ferroviaria esistente.

Quale migliore occasione, quella di avere una mobilità elettrica su binario già pronta, lungo un'area in gran parte tra le 31 frazioni disseminate ai lati di quel trasporto?

Sommessamente mi permetto di suggerire alla politica, di uscire dall’atteggiamento provinciale, e confrontarsi sui temi che appartengono alle nuove generazioni, in campo lungo. Magari, non prima di avere fatto proprio il pensiero tanto caro agli ambientalisti : “pensare globalmente, agire localmente”

Giuseppe Cancemi

https://www.bellunopress.it/2021/02/17/viabilita-a-belluno-progetti-di-circonvallazioni-che-attraversano-i-centri-abitati-una-tardiva-riproposizione-di-unantica-espansione-edilizia/?fbclid=IwAR13JzCDoI6NlDg6_eaPvOOfjhiF3UBEIolo0oKxMbywQhedkt6OYnsaCDU



venerdì 15 gennaio 2021

NEVICATA ECCEZIONALE A BELLUNO

 Attenzione agli alberi e alle persone...


Le nevicate di fine 2020, straordinarie secondo i cultori della meteorologia, hanno impegnato non poco chi si doveva occupare della rimozione della neve caduta. Sono state liberate le strade in un tempo accettabile e la circolazione dei mezzi mobili è potuta riprendere sia pure con qualche difficoltà. Ma la neve ha anche preoccupato l’amministrazione attiva cittadina per l’eccezionale carico sui rami degli alberi, che hanno fatto temere per la sicurezza e dunque anche per l’incolumità dei passanti. Sulla messa in sicurezza e sulla circolazione però sono state prese misure che sono apparse, a mio giudizio, discutibili. Per gli alberi sospettati di cedimento si è subito pensato di intervenire drasticamente. Si è lasciato intendere che, in particolare per tre alberi secolari che adornano Piazza dei Martiri, si sarebbe intervenuto con tagli importanti.

A questo annuncio, due autorevoli interventi come quello della Presidente di Italia nostra Belluno e del naturalista Boranga, hanno cercato di frenare questo "slancio" che sarebbe potuto essere dannoso per le piante. Hanno semplicemente chiesto che prima di ogni intervento era necessario periziare lo stato di “salute” delle essenze indicate come pericolanti.

In effetti il timore di interventi distruttivi per gli alberi a Belluno non è remoto, in città negli anni passati tante piante sono state tagliate e senza un rimpiazzo compensativo.

L’altra “perla”, individuata sempre a causa della neve, si è evidenziata nella mobilità, specie dei pedoni. Il servizio dedicato alla circolazione, nelle condizioni di quei giorni, si è dimostrato più attento agli automobilisti che non agli spostamenti a piedi dei cittadini.

Va bene che bisognava e bisogna stare a casa per via della pandemia, ma dopo oltre 15 giorni da quando è nevicato a Belluno, nessuno si è accorto che i pedoni tutti i santi giorni si ritrovano quegli impedimenti alla deambulazione, che sono rimasti lì, come quelli mostrati nelle foto che nel tempo si potevano e possono essere rimossi.


 Se si guarda bene per il passaggio pedonale, si tratta di circa un paio di metri cubi da rimuovere o, se si vuole, ancora molto meno per un solco ad uso passaggio per un solo pedone. La neve sul marciapiede, poi, è veramente un assurdo che si commenta da sé.

Bisogna riconoscere che in questo caso, diciamo, la disattenzione notata verso i pedoni è più un fatto culturale che non economico. Si può pensare che per migliorare ci vuole poco: formazione a tutti i livelli e verifica dei risultati di ciò che si fa. Specie per quei servizi che hanno una fruibilità immediata da parte dei cittadini.


Mi chiedo e chiedo: ma esiste una filiera di comando che si occupa se i lavori sono stati svolti secondo opera d’arte o nella giusta maniera?

Giuseppe Cancemi









Oggi 16 gennaio 2021, rilevo che da parte dell'amministrazione non vi è stata la solita sordità che solitamente la P.A. usa nei riguardi del cittadino.

 Diciamo che come cittadino Comune apprezzo la sensibilità di chi ha fatto rimuovere o rimosso l’ingombro di neve ghiacciata che impediva il passaggio in alcuni punti del centro storico.






Le foto mostrate ne sono la prova.



Giuseppe Cancemi

lunedì 11 gennaio 2021

BASTA CON LE PROMESSE DI NUOVA VIABILITA'!

 

SONO PIU' UTILI I TRASPORTI COLLETTIVI

Cavarzano, frazione di Belluno, sviluppatasi con l'idea borghese di città giardino mai completamente realizzata, ha comunque consolidato una sua immagine di quartiere in mezzo al verde. Trasformare appena 100 metri di pista ciclopedonale in ambito di futura viabilità di penetrazione, che si colloca a ridosso di alcuni plessi scolastici, non migliora la vivibilità di Cavarzano, bensì la peggiora.

Lo schema viario di quel quartiere, voglio ricordarlo, è stato concepito almeno in parte, per una circolazione a misura d’uomo. Il traffico portato all'interno del quartiere, proveniente da una nuova cosiddetta “viabilità di penetrazione”, si troverebbe a passare per un'area più densamente abitata e frequentata da scolari e studenti, per i vicini plessi scolastici. Non è difficile prevedere che tale passaggio provocherebbe maggiori problemi di tutela delle scolaresche, e un incremento dell’inquinamento atmosferico.

Si vuole insistere, con il convincimento che la viabilità cosiddetta “Strada interna della Veneggia” sia un’opera necessaria e utile. Si dimentica che quella strada di PRG, con i suoi vincoli preordinati all’espropriazione, scaduti, non ha mai interessato nessuno, nonostante il passaggio delle varie compagini amministrative, che hanno amministrato la città.

Belluno, ai primi posti nelle annuali classifiche sulla vivibilità urbana, non può e non deve decidere alcuna modifica infrastrutturale in un quartiere verde com'è Cavarzano. E per di più, connesso con un’offerta scolastica ben adattata al quartiere, che ha nel suo excursus storico di realizzazione, una certa influenza delle città giardino di Howard.

Cavarzano oltre che per una salubrità dei luoghi, va difesa anche per una questione di memoria storica. L’Europa intera di questi tempi, tanto per ricordarlo, si sta attrezzando per combattere i mutamenti climatici, e noi che facciamo? Ci avvitiamo in un impegno che ci propone una politica di retroguardia.

L’Italia e Belluno stessa, però, sanno per esperienza cosa significa la tropicalizzazione del clima. Per la mobilità non è necessario costruire ancora, specie in montagna, nuovi percorsi o adattamenti viari che turbano gli assetti, di realtà urbane che non li richiedono. Bisogna cambiare invece i paradigmi della mobilità.

L’accettazione di un baratto, che scambia l’esistente utilità di un suolo fruito attualmente da pedoni e ciclisti, per un’occupazione con manufatto stradale, invadente, per traffico motoristico, non è certo un vantaggio per i cittadini che vivono in quel quartiere, e neanche per Belluno che si è impegnata in Europa, attraverso il "Patto dei Sindaci", per una riduzione delle emissioni di anidride carbonica.

Si rifletta su questa operazione, il suo carattere economico ricorda l’urbanistica contrattata di Berlusconi e di tutti quelli la praticano, che non sono certo dei filantropi. 


Il futuro prossimo venturo è cominciato, dobbiamo perciò svincolarci dagli antichi retaggi dell’auto come status symbol, che ancora ci condiziona nelle scelte. La politica della mobilità allora va fatta potenziando il trasporto pubblico, e non favorendo quello privato. Belluno, città che necessita prima di tutto di connettere il territorio, nel tratto ferroviario di quell’area per esempio, ha un importante carta da giocare. Penso che una proposta di conversione dell’attuale sistema di trasporto in quell’area ad esclusivo uso ferroviario, sia una opportunità da non lasciarsi sfuggire. Il nuovo trasporto elettrico in parallelo alla S.S. 50 già pronto, può essere convertito o condiviso come metropolitana di superficie. Una innovazione green in grado idi drenare passeggeri autotrasportati e mezzi di trasporto privato, proprio in quel tratto sensibile di circolazione stradale, e contribuendo anche a quella “ricucitura” di cui ha bisogno il territorio, la cui popolazione è dispersa in 33 frazioni.

Giuseppe Cancemi