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sabato 27 maggio 2017

Elezioni comunali 2017 - Il bilancio sul verde di Belluno, che non c'è


Non da ora, ma appena dopo l'uscita della legge sugli alberi (n. 10/2013), vista la "moria" di alberi a Belluno ho cercato di sapere presso il Comune quali adempimenti in merito alla citata legge erano stati messi in essere. La risposta si è arenata presso un ufficio (anagrafe?) che non ricordo.
L'occasione delle nuove elezioni comunali mi ha fatto ricordare che la relazione di commiato del Sindaco uscente doveva contenere il bilancio arboreo del suo mandato. La relazione pubblicata in rete non mi è sembrato che contenesse alcunché in merito. A questo punto ho deciso di chiedere direttamente sul post del Sindaco quelle informazioni che il cittadino vorrebbe vedere diffuse senza sollecitarle.
Ed ecco come sono andate le cose:






Grazie per avermi reindirizzato a: http://www.massarosindaco.it/?page_id=1752 , dove ho potuto leggere, in risposta alla mia richiesta, quello che il suo post dice di avere fatto in città per il verde.
Vede, senza alcuno spirito di polemica, la mia richiesta era e resta molto semplice e comportava una altrettanto semplice risposta: estremi di un censimento annuale anagrafico di albero, luogo di piantumazione e nome del nato/adottato, oppure, un catasto nella medesima forma del censimento. La Sua indiretta risposta, invece, sfiora la mia domanda in modo generico, comunicando per chi legge che sono stati impiantati 2000 alberi. Nello stesso post si legge anche che ci sono 4 nuovi parchi : Lambioi, Chiesurazza, Città di Bologna (giochi 0-6 anni) e Maraga un (parco per anziani). Bene, provo a capirci e trovo che: il Parco Lambioi non è altro che la fascia di rispetto del fiume già vincolata dall'ex legge Galasso prima, Urbani adesso; il Parco Chiesurazza, è ancora in progress... e con tanti interrogativi; Il magico “trasformabile” Parco Città di Bologna, sempre più ridotto all'osso, già impiegato da tempo per ospitare una scuola elementare, diventa ora, con qualche gioco in più per bambini da 0-6 anni, una acquisizione da vantare, e, infine, il Parco Maraga con un “contenitore” al suo interno per mantenere in... forma gli anziani (?). Tutto ciò, non me ne voglia signor Sindaco, mi ricorda gli aerei spostati del ventennio.
Mi spiace signor Sindaco, ma la mia richiesta faceva un riferimento preciso alla legge n. 10/2013 che tra l'altro impone ai Sindaci, a fine mandato, di inserire nella relazione anche il bilancio del verde, che non trovo nella sua relazione. E mi viene anche di ricordarLe che in merito ai 4 parchi fatti passare un po' come valore aggiunto per il verde, non si possono sommare come aree disgiunte e dunque non sono conteggiabili neanche ai fini del D.I. 1444/'68, semmai rappresentano solo delle tipologie di verde frutto di una occasionale provenienza e non da una precisa scelta politica programmata.

Un esempio di adempimento alla legge n. 10/2013 glie la mostro io!


 Come si può vedere, in foto, a Bologna in un parco pubblico gli alberi, in adempimento alla legge n.10/2013, mostrano un riferimento numerico. 

Non crede che si dovrebbe fare così anche a Belluno?

Giuseppe Cancemi

venerdì 19 maggio 2017

LA FLESSIBILITA' (sic!)... DEGLI SPAZI URBANI!

Accadde non molto tempo fa...


Una vasca vuota, non vuol dire che stiamo vedendo solo una breve interruzione di servizio, per una pulizia manutentiva programmata. E tanto meno che dei ragazzi, i quali giocano a pallone dentro, non vuol significare che hanno necessariamente “sconfinato” in uno spazio ad altro scopo dedicato. Ma allora....?
Allora può significare anche altre cose. L'acqua che non c'è, per esempio, e perché; spazi pubblici per adolescenti che scarseggiano o massima tolleranza per tutto, o ancora, assenza di un servizio di vigilanza, etc..

Per l'acqua che non c'è, viene subito da pensare semplicemente che una vasca d'acqua nella “piccola Venezia delle montagne” orgogliosamente delle dolomiti non può esistere. Altre città, che non hanno la fortuna di avere a vista d'occhio le montagne innevate per un lungo periodo nel corso dell'anno, micro (diciamo) problemi come questo l'hanno risolto con il ricircolo di una minima stessa quantità d'acqua. A Belluno no! O si ha l'acqua da mandare in fogna a ciclo continuo o niente! Ma a parte questa notazione che è forse puramente estetica di ornato, altre ne vengono in mente. La penuria d'acqua, mai vista prima, associata alle cosiddette bombe d'acqua, alla siccità in genere, sono segnali che meritano tutta l'attenzione possibile, anche localmente, perché denunciano un'alterazione del clima di cui, anche nel nostro piccolo, siamo tutti responsabili. Non a caso nel cosiddetto “PATTO DEI SINDACI 20 20 20” anche Belluno ha firmato un suo impegno. Per la cronaca i sindaci che hanno sottoscritto il patto, si sono impegnati a ridurre le emissioni di gas serra del 20 %, alzare al 20 % la quota di energia prodotta da fonti rinnovabili e portare al 20 % il risparmio energetico: il tutto entro il 2020.
Per questo impegno, non sapendo cosa è stato fatto a Belluno, da quel che è visibile deduco ed esprimo una mia dubbiosità sui risultati finora perseguiti.
Da anni, è sotto gli occhi di tutti, questa città ha subito un considerevole depauperamento delle essenze arboree, per tagli forse in massima parte ingiustificati. Le più elementari conoscenze di ciascuno di noi, senza tante nozioni in materia di climatologia, può rilevare che meno alberi significano più anidride carbonica (gas serra) in contrasto con la promessa di riduzione e le conseguenti ricadute che si hanno sul pianeta. Se la vogliamo dire tutta, gli alberi in città sono diminuiti, nonostante una legge favorevole all'incremento arboreo di qualche anno fa, che poteva far compensare le perdite subite.
Detta legge (del 14/01/2013, n. 10), impone ai sindaci di Comuni che superano i 15 mila abitanti di dedicare un albero per ogni bimbo nato o adottato. Dunque, un utile indirizzo, più che suggerimento per le città, di accrescere il proprio patrimonio arboreo, che però a Belluno non sembra vedersene i segni. Di risparmio energetico, non se ne vede neanche negli edifici pubblici o nell'illuminazione stradale. A 'mo d'esempio, volendo iscriversi ad un virtuoso risparmio energetico, basterebbe fare accendere le luci sul Ponte degli Alpini, una metà per volta, delle attuali lampade (spero a led); ridurre di pochi lux nelle ore notturne l'illuminazione stradale; programmare un rigido controllo di accensione/spegnimento di tutte utenze pubbliche mediante un'unica gestione.
La serietà dell'impegno sulla riduzione del CO2, che non è solamente locale, imporrebbe, una politica accorta nel senso del risparmio energetico a cui si potrebbe anche aggiungere quello idrico, con il recupero delle acque pluviali e il ricircolo delle acque grigie depurate.
I ragazzetti in vasca, fanno pensare ad un centro storico si vivo ma poco attenzionato, e anch'esso privato di qualcosa. Per esempio, la prima cosa che viene in mente sono gli spazi pubblici, e come per riflesso condizionato viene da ricordarsi che tanti anni fa erano di moda gli standard residenziali e tra questi gli spazi pubblici attrezzati a parco e per il gioco e lo sport, per un totale minimo di 9mq per abitante. E qui verrebbe da chiedersi se e quando è stata fatta l'ultima verifica di questi standard (D. I. 02 /04/1968, n. 1444) in centro storico.
Ecco, la vasca centrale del cuore di Belluno a vedersi così e per lungo tempo fa tristezza, e viene da attribuire la colpa a un qualcuno. Sì perché a pensar male quasi sempre, diceva un noto politico: ci si azzecca!
Belluno è una città matura, che ha bisogno di una conduzione attenta nei dettagli di una complessità amministrativa, che solitamente sembra muoversi a vista, spesso, rincorrendo i problemi e raramente prevenendoli.
L'alternativa ad una città che si muove per inerzia, grazie al civismo dei suoi cittadini non basta più. Solo una città dinamica pensata, analizzata e progettata - sempre attenta ai valori e ai bisogni - è capace di valorizzare le proprie risorse ma anche di attingere ad altre risorse di livello diverso, e può ambire ad una crescita sociale ed economica che i tempi moderni richiedono.


Giuseppe Cancemi

venerdì 12 maggio 2017

FIUME PIAVE. CHI VUOLE LE CENTRALINE?


Le centraline idroelettriche sono il tormentone che assilla di tanto in tanto i bellunesi più accorti che amano l'ambiente naturale. Qualcuno, in occasione delle prossime elezioni amministrative ha già scritto ad un candidato sindaco per avere l'opinione in merito ad una centralina (sottolineando) di società altoatesina da realizzare sul Fiume Piave.
Nel merito mi permetto di chiosare su quella domanda. Il cittadino pone un interrogativo in chiave retorica, che preconizza una risposta di diniego e una condivisione di tipo (nimby), acronimo che nel linguaggio anglosassone significa: non nel mio giardino. A mio modesto parere le due cose non sono scontate. Sappiamo che i richiedenti di centraline non sono benefattori della comunità italica, ma imprenditori che tentano di sfruttare gli incentivi economici per le energie rinnovabili, i cui costi gravano su tutti gli italiani. Il no a prescindere, però, da una qualsiasi più o meno ragionevole motivazione, non dovrebbe appartenere ad una comunità politica riformista, che nelle proposte e nell'agire, si pone obiettivi di sostenibilità. Penso che a simile domanda bisogna articolare più che risposte elementi di riflessione.
Un primo punto di ponderazione e di domanda verrebbe dal perché il bisogno di tutela ambientale nasce ed è sostenuto dalle comunità prossime ai singoli habitat e non come azione di insieme per il medesimo ecosistema: Piave. Altra considerazione andrebbe fatta sulla effettiva incidenza economica, in termini di potenza elettrica, nel complesso generativo energetico nazionale.
Le cosiddette centraline (perché di piccola potenza elettrica), nascono dalla necessità di diminuire i costi d'importazione dell'energia, pensando ad uno sfruttamento intensivo delle risorse naturali. La rimessa in campo di un così irrisorio contributo al problema energetico, nasce, forse, da chi negli incentivi pubblici, ci vede più il business e meno il danno ambientale. Mentre una valutazione d'incidenza assieme a quella di impatto dovevano già scongiurare a monte una simile scelta.
In termini politici la situazione sembra essere questa: la Provincia nella sua debolezza politica non sa difendere il territorio dagli assalti speculativi. La Regione politicamente, di segno diverso dello Stato non difende il territorio per attribuire la responsabilità a quest'ultimo e, come al solito col: “piove? Governo ladro” il cerino acceso resta nelle mani del partito di governo.


Ma il governo già nel gennaio 2016 rifacendosi ad una direttiva europea sul tema dell'energia e del clima si è attrezzato con le “Disposizioni in materia ambientale per promuovere misure di green economy e per il contenimento dell'uso eccessivo di risorse naturali.” dichiarando una sua strategia che si appoggia alla «crescita blu» di lungo termine per una crescita sostenibile e inclusiva per gli obiettivi di EUROPA 2020. La crescita blu si rivolge al mare e al marittimo proprio per evitare ciò che tardivamente ancora si sta tentando di fare.


In termini concreti basta guardare l'immagine riportata per capire che l'apporto di una o più centraline, qualche megawatt in più, per rispondere al bisogno di contribuire al risparmio energetico italiano ed europeo sarebbe ridicolo (una goccia nel mare).

In buona sostanza, se si aggiunge ciò che esprime il punto d) “favorire lo sviluppo di impianti di microgenerazione elettrica alimentati da fonti rinnovabili, in particolare per gli impieghi agricoli e per le aree montane. dell'art. 43 del decreto n. 387/2003, e cioè che l'energia utilizzabile deve essere esclusivamente a fini agricoli. E dato che, le richieste centraline tali non sono, forse si potrà vedere la totale incompatibilità di detti impianti  con la legge e con lo sviluppo eco-sostenibile.

Giuseppe Cancemi

martedì 18 aprile 2017

BELLUNO:RIALLOCAZIONE DELLE EDICOLE DEI GIORNALI in prossimità di piazza dei Martiri

Atto semplicemente burocratico o di attenzione per il centro storico?

Il tema delle due edicole ai lati di piazza dei Martiri, ricomparso in questi giorni, riprende per l'ennesima volta la ricollocazione delle stesse in un nuovo spazio. Non si capisce se la novità sta nelle superfici individuate nelle medesime vie di prima: Matteotti e Vittorio Emanuele o nell'approssimarsi di un bando per l'assegnazione ad hoc degli spazi individuati.

Siamo in tema di concessione di nuove aree pubbliche ma è come se fosse una questione privata. E non tanto per gli annunciati criteri, forse discutibili, di vantaggio per le preesistenti imprese ma per la conduzione disinvolta della collocazione nel suo complesso. Si va avanti con scelte di vertice, senza aver chiesto ai cittadini alcun parere, noncuranti di una prevedibile alterazione dell'immagine del centro storico. Nessuno che chieda: se va bene quel trasferimento proprio negli spazi che qualcuno, forse arbitrariamente, senza un criterio oggettivo, ha assegnato e destinato al trasloco. Meno ancora si sa della forma di queste edicole: se si collocheranno discretamente o se impatteranno con la storica piazza centrale.
Credo che al cittadino comune, interessi di più non tanto la trattativa in sé, ma piuttosto la modifica d'immagine che incide su una conservazione prospettica di un ornato, che ha un suo effetto presenza già storicizzato e consolidato.
In una gestione partecipata delle scelte urbane, il centro storico in particolare, necessita di cercate condivisioni e non di essere trattato “burocraticamente” nel solco di una ordinaria amministrazione. Mi pare che in passato, esistevano già due edicole piazzate ai lati del teatro, e questo è un dato. Verrebbe da dire che una qualche riflessione pubblica anche per questo oggettivo particolare, andava e andrebbe fatta per comprendere quale logica sottende la prevista collocazione e non altra. Il perché non è stata prevista, per esempio, una opzione, diciamo zero, a favore di locali sfitti esistenti in zona.
È un buon motivo il “disturbo” per gli “addetti ai lavori”, che porta l'attuale presenza di una delle due edicole l'immagine del Fulcis?
Forse sì, può darsi! Ma il groviglio di auto, pur se autorizzate, parcheggiate a ridosso del citato museo, non sono forse anche peggio?
Tralasciando altri particolari importanti come le forme dei futuri chioschi e dei relativi materiali che non si conoscono, ma che meritano una conoscenza, un confronto di idee e un discorso a parte, colpisce, e non da ora, il complessivo silenzio di partiti, associazioni e società civile. Gruppi, che solitamente non disdegnano di una visibilità per i loro convincimenti di parte.
E diciamolo, non convince neanche lo scarico di responsabilità della ricollocazione legato all'obbligatorietà di un vago coinvolgimento di soprintendenza e uno studio di architettura di Roma. Cittadini per primi, amministratori e tecnici comunali, non sono in grado di decidere per se stessi?
Infine, l'attuale collocazione per una distribuzione strategica di vendita trova, giustamente, le due edicole agli estremi della piazza dei Martiri. E questo può andare bene. Ma a voler ragionare in termini tutelativi per la piazza, per un bene che è di tutti, verrebbe da consigliare di lasciare che dette edicole trovino alloggio in locali fissi, specie in un momento in cui i locali in affitto sono tanti. Per una amministrazione attenta, infatti, basterebbe in questo caso l'adoperarsi per facilitare le locazioni, calmierando i prezzi. I vantaggi di una simile scelta, avrebbero una prevedibile ricaduta su tutto il commercio, con benefici, non solo per le edicole ma anche per una nuova politica di ripopolamento del centro storico.


Giuseppe Cancemi

ALLOCAZIONE DELL'EDICOLA NEL 2018

giovedì 13 aprile 2017

CALTANISSETTA E LE NOVITA' CON L'AMMINISTRAZIONE RUVOLO

Che senso ha una voce nel deserto in assenza di una progettualità priva di orizzonti per una città moderna e dinamica.

Tutte le novità in senso concreto le quali servono per migliorare una condizione di vita asfittica, come quella nissena, non possono che essere le benvenute. L’attenzione alla cultura, che è un ingrediente necessario per un territorio, non deve però essere un fatto episodico e meno ancora solo un fatto di immagine magari isolato. L’assenza di un disegno complessivo per una svolta socio-economica di cui la città di Caltanissetta soffre da tempo penalizza tutto, anche le migliori scelte come quella fatta del direttore artistico Moni Ovadia.

 La città ha già sperimentato, in sordina per il passato, un altro grande referente di fama come Pamela Villoresi, consulente culturale ai tempi del Sindaco Michele Abbate . La sua presenza, lo ricordo, ha ideato e suggerito il Parco Letterario Regalpetra su Leonardo Sciascia, materializzato in un luogo di “reception” nato e alloggiato malamente, ma che purtroppo non c’è neanche più traccia. In Italia sappiamo tutti che Sciascia è ben noto ed è ricordato anche in qualche via, a Caltanissetta no. E comunque, questo segnale di scelta del direttore artistico del Teatro Margherita, se pur indiscutibile, rappresenta una goccia nel mare dei bisogni che ha la città. Un assordante silenzio nella politica del fare, dell’organizzare, del realizzare e reinventare occasioni di risposta ai cambiamenti epocali permane. I problemi di casa e lavoro e più in generale della qualità della vita non si affrontano. Siamo ancora agli spot pubblicitari e ad un attivismo che sa di immagine fine a se stessa. Caltanissetta rimane città terziaria ma al ribasso.

Si oppone al riordino e al cambiamento dei servizi sotto il profilo della sola conservazione, difendendo, neanche con convinzione, il posto fisso con deboli resistenze di retroguardia per mantenere questo o quell'ufficio in un era in cui cambia tutto. La riorganizzazione delle strutture burocratiche territoriali per altre parti dell’Italia sono tutto un fermento: si accorpano Comuni, si studiano nuove linee di trasporti, si fa il censimento delle risorse locali. Tutti fanno progetti per reperire risorse economiche ma anche per razionalizzare tutto al massimo e spendere meglio. In un panorama evolutivo economico e sociale, dove il lavoro ha assunto un diverso orientamento da quello conosciuto,  il nuovo armamentario dei neologismi di origine anglosassone come hight-tech, nano-tech, start-up, maker ma anche i più comuni risparmio idrico, risparmio energetico non sembra essere in uso dalle classi politiche e imprenditoriali di casa nostra. Non a caso pubbliche istituzioni e imprenditoria nostrana non praticano molto la cultura del “faber”.  Sappiamo sì che il Comune non è un’agenzia collocamento ma può facilitare, agevolare e perfino incentivare l’insediamento di occasioni di lavoro. All'inizio dell’ultimo insediamento amministrativo in città per la verità qualche mirabolante volo pintarico, timidamente ci era stato annunciato. All'orizzonte compariva la prospettiva di un campus biomedico a Caltanissetta, caro al nostro primo cittadino, ma di cui però a tutt'oggi non se ne vede l’ombra e  non se ne percepisce il tenore delle sue ricadute sul territorio. Qualcuno ha provato a dire che i bisogni della città sono oramai troppi e che si è perso abbastanza tempo ma l’amministrazione della città è rimasta e continua a rimanere sorda. Ha adottato la congiura del silenzio. Risponde alle giuste o meno critiche dei cittadini, degli intellettuali come un muro di gomma. Basterebbe fare una ricognizione tecnico-scientifica a scopo progettuale e una scala delle priorità degli annosi problemi, come per esempio l’acqua, le necessità improrogabili di recuperare il centro storico (con tutte le implicazioni dell’abitare del risiedere) e tanto altro ancora, per motivare una vera ricerca delle risorse economiche, specie in Europa.
Il grado di civiltà di un popolo, si misura a partire da queste essenziali necessità il cui recupero ha una ricaduta economica e sociale, in termini di lavoro e di dignità umana.
Una sola rondine, non fa primavera!

Giuseppe Cancemi 

domenica 9 aprile 2017

IL SINDACO CHE VERRA' (della serie...)



Il PD si muove! Ha un suo candidato a sindaco. Un iniziale sospetto che il partito si rende visibile solo nelle “grandi occasioni”, e non puntualmente, non si può sottacere.
La “convention” fuori dagli schemi soliti di partito, in mattinata ha visto una quarantina e più di persone di buona volontà, riunite in campo neutro (non nella sede di partito). I convenuti, si sono ritrovati per cominciare a riflettere su tematiche estemporanee, a loro scelta, per gruppi. Il metodo di lavoro avviato senza tanti convenevoli mi è sembrato nuovo, le tecniche operative di tipo sociologico adottate apparivano efficienti, e persino la semplice ed efficace cartellonistica per raggiungere il luogo d'incontro era perfetta.
Oltre le apparenze, ma questo è un mio opinabile giudizio, un visibile iniziale imbarazzo comunicativo tra le persone presenti, c'era, ma forse era da addebitare alla rarità dei contatti che dovrebbero esserci tra persone che si riconoscono in un grande partito come il PD. Ne deduco, forse semplicisticamente, che a BL, il PD ha smarrito un vecchio metodo che corroborava il popolo di sinistra: la presenza costante in piazza tra la gente, e la ricerca di condivisione di ogni informazione/decisione di partito. Ulteriore mio convincimento resta, il marginale interesse del PD locale, per il cyberspazio. L'agorà virtuale, novità di questi anni, è stata lasciata in uso, quasi esclusivo ad altre formazioni che si dicono movimento. 
Ciò detto, una mia modestissima nota la vorrei esprimere per quest'incontro già riconosciuto valido ma che non deve esaurirsi con il termine della prossima tornata amministrativa. Intendo dire che, con o senza responsabilità amministrativa in prima persona, bisogna aprire lo stesso, con l'occasione, un “laboratorio” permanente che informa, ascolta, elabora progetti, risposte... e si confronta periodicamente con la gente comune.
Il metodo che l'incontro ha utilizzato mi è sembrato utile ma forse non del tutto appropriato. Tra gente che si vede ogni tanto, andava utilizzata una strategia più maieutica.
Già l'approccio, a partire dalla “offerta” e non dalla “domanda”, non mi è sembrato un punto di partenza utile, per imbastire un percorso di socializzazione di temi urbani e territoriali a misura di Belluno. In termini brutali, questo modo di procedere, si potrebbe accostare alla produzione industriale più interessata a produrre oggetti che non a soddisfare i reali bisogni, spingendo addirittura la sua necessità produttiva alla creazione di bisogni indotti.


Nel merito delle conclusioni dei gruppi, molto sommariamente, rilevo un'ansia di conclusioni che vanno nella direzione del “contenitore” (territorio e città) e non di ciò che deve contenere (le persone) da qui a dieci anni. Nel corso del decennio ci saranno sempre più anziani? Abbonderanno i luoghi di culto ma non in rapporto ai relativi osservanti? La produzione agricola, quella artigianale e industriale, il commercio, manterranno sempre lo stesso rapporto con il territorio? Insomma, si è dato l'avvio su ciò che si sente a pelle e non a partire da interessi secondo una scala di priorità, per esempio, a partire dai problemi cogenti come: desertificazione, innalzamento della temperatura e quindi risparmio energetico, risparmio idrico, etc. etc. E si potrebbe continuare...
Semplicemente concludo, per non tediare, che forse dal momento che i temi di una amministrazione comunale dovrebbero muovere più dalle persone che non dalle cose, una migliore conoscenza socio-economica della popolazione e dei temi di ampio respiro potrebbe essere l'ausilio prioritario che più serve per indicare il per chi e il perché delle scelte per il prossimo decennio.


Giuseppe Cancemi

martedì 4 aprile 2017

Governance del prossimo sindaco di Belluno


Non c'è che dire! I primi candidati a sindaco che si annunciano pubblicamente, promettono scintille di novità per la città. Uno, come se non bastasse la continua distruzione degli alberi, promette un ulteriore incremento dei tagli, proprio nel cuore di Belluno, e l'altro, invece, pone un'altra novità assoluta... s'impegna per una maggiore circolazione automobilistica e relativa sosta in centro. Tutta salute e forte incremento di economia per la città giardino (sic!).

Il cittadino comune non può che gioire per tali promesse programmatiche. E non sappiamo ancora cosa prometteranno gli altri candidati che parteciperanno alla competizione. L'uscente, per esempio, ha dimostrato che ci sa fare. Qualche strizzatina d'occhio ai soliti commercianti, che non si accontentano mai di vedere il centro storico ridotto a centro commerciale per ambulanti con: parcheggi aggiunti di soppiatto e reintroduzione soft delle auto in centro; nessuna risposta al tetto d'inquinamento atmosferico (polveri sottili); prosecuzione del sistematico abbattimento di alberi e ordinaria amministrazione che, peraltro, è tutta merito del civico consesso.
Vorrei ricordare, molto sommessamente, che chi si accinge a governare una città preziosa come Belluno, nel fare politica, cioè scelte di parte, non può prescindere da una competenza minima di ciò che è, o dovrebbe essere, l'aggregazione urbana e il suo intero territorio. Una città che ha una sua storia urbana abbastanza documentata: ricca vegetazione e adorna delle formazioni dolomitiche patrimonio dell'umanità, per sua natura, non ammette aperture alla desertificazione e alla inopportuna presenza in centro storico di motorizzazioni e varie feste paesane. Tutti sanno che il rumore provoca danni biologici agli esseri umani e non, e contrasta con le norme nazionali e locali d'inquinamento acustico. La stratificazione della città storica edificata a misura d'uomo, il cuore di Belluno, nei suoi schemi stradali, negli orizzonti di cui gode, negli spazi di aggregazione sociale ricchi di verde, non prevede l'estraneità delle auto che per la loro presenza nell'ambiente sono anche fonte di inquinamento in tutti i sensi. Persino quello cromatico. La presenza di oggetti colorati fermi o in moto, tra l'altro, alterano la riflessione dell'illuminazione solare nelle facciate dei sontuosi palazzi. Le austere vestigia che testimoniano i passaggi della storia urbana con presenze di ambito estranee o private di ornamenti verdi oramai storicizzati alterano l'identità di quella cittadina che ha avuto il preziosissimo riconoscimento UNESCO che inorgoglisce ogni contesto umano. In parole povere, abbattimento di alberi e auto riportate in centro storico, anche se mascherati da vantaggi economici o da restyling, non sono il nuovo che premia. Sono anzi il vecchio che ritorna. L'Europa del Nord (esempio: Amsterdam, Copenaghen e Berlino) fa di tutto per allontanare le auto dalle città. Non è un caso che nelle 20 città italiane capoluogo di livello europeo per performance di ciclabilità Belluno non esiste.
L'assenza di una idea, di una progettualità conservativa e valoriale del centro storico così com'è strutturato, non ha futuro. Il centro città è una risorsa che va mantenuta integra nella sua immagine storico-culturale.
Le aspettative dei bellunesi non credo che possano coincidere con quanto hanno già provato e quanto viene promesso di nuovo in spot elettoralistici fine a sé stessi.
L'incompatibilità tra la diminuzione di alberature, che si ripete ciclicamente da tempo, e la timida (ma non tanto) ricomparsa di auto che si vuole amplificare in centro, vanifica la promessa di diminuzione di anidride carbonica nell'atmosfera che oltre ad essere un impegno locale e italiano è anche mondiale. Sta nel cosiddetto patto dei sindaci! Così tanto per ricordarlo, l'innalzamento della temperatura del pianeta, sappiamo, ha cominciato a conoscerlo anche questa città.
Belluno, merita d'essere letta e vissuta nella sua interezza e non per settori. Il centro storico nelle sue funzioni: direzionale, commerciale e vorrei ricordare anche residenziale non può e non deve essere solo al servizio della burocrazia e del commercio. Da lungo tempo si trascura totalmente la delicata funzione residenziale che, per scelte fatte negli anni, ha una popolazione anziana e in calo per giunta ma che, però, rappresenta lo zoccolo duro dell'attuale commercio al dettaglio.
Le parti di una città debbono dialogare. Le periferie, per non rimanere solo dormitori, debbono integrarsi con il centro storico, che non può essere divertimentificio notturno o luogo esclusivo per ogni manifestazione in aperto contrasto con la funzione residenziale. La nuova compagine amministrativa deve farsi interprete, anzitutto, di un progetto per la ricucitura dei luoghi urbani, fondamentale per ristabilire un certo equilibrio del ruolo delle parti.

Ai candidati a sindaco, uscente compreso, non deve sfuggire il problema salute minacciato dalle polveri sottili (PM10). Ad oggi, per chi non lo sapesse, i dati diffusi giornalmente dall'ARPAV, adombrano, una proiezione di fine anno, di probabile superamento della soglia fissata dall'Organizzazione Mondiale della Sanità. Insomma, l'allarme smog c'è e resta un problema da risolvere.
Al primo cittadino che verrà, penso che la salute dei suoi concittadini debba essere un punto d'interesse primario. Fosse solo anche per un fatto economico di risparmio nella spesa sanitaria.
Il solo monitoraggio dell'inquinamento atmosferico in centro storico, così com'è oggi, non basta.
Così come non basta una cristallizzazione funzionale dell'intera città.
Le esigenze residenziali di tutta una città hanno pari dignità di quelle commerciali e burocratiche e vanno dunque fatte compenetrare ed armonizzare.
Il buon governo nasce dalla comunità fatta di persone, e chi amministra deve essere a conoscenza dei bisogni delle fasce anagrafiche del contesto, senza ansie per esclusive esigenze di parte. Non si amministra al meglio se si è ostaggio di una qualche lobby.
Il sindaco, deve essere il Sindaco di tutti!


Giuseppe Cancemi

venerdì 24 marzo 2017

Il taglio degli alberi a Belluno non si arresta...

VERDE PUBBLICO E SOSTENIBILITA' URBANA



 I n centro storico la falcidia degli alberi, per ondate successive, continua ad impoverire la città. Le fontane, da mesi, sono a secco. La minaccia di un inquinamento dell'aria non molla, e tutti... vissero felici e contenti.

Il microclima, l'abbattimento delle polveri, l'ornato urbano, la produzione di ossigeno e la diminuzione dell'anidride carbonica non interessano. Sono più importanti "i schei", "i franchi".
Liberare uno spazio sia pure relativamente minimo fa posto, magari a pagamento, a qualche macchina in più da parcheggiare. Tutto guadagno! Diminuire l'alberatura cittadina fa "risparmiare" sulla voce di bilancio: manutenzione, sempre più scarna, e in qualche caso prevenire un eventuale grattacapo da richieste di sicurezza o disturbo che qualcuno paventa, per la presenza di questo o di quell'albero non è male.

Questo è, in poche parole, ciò che l'amministrazione legale, in fatto di sostenibilità ambientale, serve agli utenti della città.
Qualche anno fa, forse per pudore, si "giustificava" l'abbattimento degli alberi con l'esigenza di una presunta messa in sicurezza o perché gli alberi eliminati risultavano malati. In questi ultimi mesi, invece, quello che è chiaramente un diradamento, viene "giustificato" da un danno ai marciapiedi prodotto dalle radici.
Alcuni marciapiedi dissestati dalle radici, in verità esistono. Ma il diradamento delle alberature ornamentali delle vie interessate, avviene con un taglio sistematico, uno sì e l'altro no, ovviamente, indipendentemente dallo stato dei marciapiedi divelti.

E' avvilente vedere che nessuno muova un dito. Al comune cittadino, all'uomo della strada non giunge messaggio alcuno che sulle tematiche ambientali vi sia un dibattito, un contrasto, tra chi governa e chi fa opposizione, sulle scelte politiche. Tutto sembra scorrere con rare piccole schermaglie, più di interesse di parte che non per il bene dei cittadini. La distruzione sistematica di alberi a Belluno, sembra essere più una scelta tecnica che non politica. O almeno, se scelta politica vuole essere, è dissennata, e va contro gli orientamenti europei. In questi ultimi tempi si sono ripristinate abitudini che con fatica erano state superate. Mi riferisco alle auto riportate in Piazza Duomo e alla sparizione delle biciclette da detta piazza. Tutti i rappresentanti dei cittadini, nei loro discorsi su temi urbanistici o ambientali abusano del termine "sostenibilità". Ma realtà vuole, che quel quid linguistico ad effetto, è solo retorica.


E dov'è l'ambientalismo tanto bravo a parlare, nei salotti, dei massimi sistemi e molto attento al battere delle ali d'una farfalla?
La città ha dimenticato il detto: “Quando muore un vecchio albero è come se bruciasse una biblioteca”?

Ciò che colpisce di più in questa distruzione di alberi in città è il silenzio, il non vedere, la scarsa sensibilità anche dei partiti, la inottemperanza della legge 10/2013.

Il mandato amministrativo comunque sta per scadere. Vedremo nel “Bilancio arboreo” quante piante per nuovi nati o “minori” adottati sono state messe a dimora. Quali essenze sono state scelte, dove sono collocate e a chi sono state dedicate. 
Ed infine, quante piante ancora hanno integrato il verde demolito e quello esistente. Come, insomma, è stato gestito il verde urbano pubblico.


Giuseppe Cancemi




martedì 7 marzo 2017

Belluno, clima e inquinamento. Le sfide per una nuova ecologia urbana.


PALAZZO ROSSO E LA PIOGGIA

Forse qualcuno, nella stanza dei bottoni di Palazzo Rosso, deve avere fatto la danza della pioggia perché a Belluno nei giorni scorsi finalmente è piovuto. Sì perché con l'acqua dal cielo di qualche giorno fa, la città sarà forse meno preoccupata per la siccità ma anche per l'inquinamento dato dalle polveri sottili (PM10, PM2,5) disperse nell'aria. 

Già qualche anno fa l'ennesimo allarme di una desertificazione che avanza, si era registrato anche nel piovoso Nord-est. Non possiamo continuare a far finta di niente se mettiamo in fila anche il ritiro dei ghiacciai dalle calotte polari, l'aumento della temperatura del globo terrestre e la diminuita copertura nevosa dell'arco alpino sotto casa nostra: sulla Marmolada e sul vicino Presena (nel Trentino). 



Non stiamo neppure bene, se volgiamo la nostra attenzione alla qualità dell'aria. L'inquinamento dell'atmosfera non ci lascia tranquilli. Nello scorrere di questi due mesi del 2017, ad oggi, si sono registrati 12 giorni di superamento dei limiti di legge (50ug/mc) delle particelle sospese, per un tetto massimo di 35 "sforamenti" in un anno. L'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), stabilendo un numero limite non valicabile (standard) di esposizione di un organismo o di una popolazione ad uno o più inquinanti, non a caso fissa uno standard, superato il quale si entra nel rischio, che in termini di probabilità, vuol dire l'emergere di eventi indesiderati contrari alla salute.
L'interessante novità dell'ARPAV, che diffonde in tempo reale attraverso i cellulari con apposita "App"  i dati del Veneto, Belluno compresa, su concentrazione e limiti di esposizione agli inquinanti,  è un buon segnale di trasparenza. Ci indica cioè, giornalmente, quanto alta o bassa sia l'incidenza del rischio da inquinamento atmosferico con due parametri: PM10 e Ozono (O3). Meno comprensibile appare invece il risalto  di rischio riferito ai soli  “Dati validati” effettuati dalla centralina localizzata in area verde (Parco Città di Bologna) e trattando a parte i dati, forse più significativi, della postazione in località "La Cerva".
Sarà un monitoraggio mostrato ai cittadini idoneo e sufficiente?
Correttamente comunque, l'applicazione per gli smartphone citata, non si limita soltanto a mostrare i valori di  PM10 e Ozono ma mostra anche in altra schermata tutti e cinque i parametri (NO2, O3, CO, SO2 e PM10 ) previsti dalla legge.
Ma non viene in ogni caso spontaneo all'uomo della strada, porsi qualche interrogativo tipo: basta misurare la “febbre” e mostrare i suoi valori pubblicamente, o bisogna anche prevenire per evitare che tale avviso di anomalia insorga?

Per la siccità, nonostante i ripetuti segnali negli anni, che sono diventati una costante quasi minacciosa, nulla sembra muoversi. A parte la chiusura delle acque nelle fontane cittadine nei momenti di crisi. Nessuna percepibile presa d'atto, nessun provvedimento coinvolgente che, nel solco di un esempio, di un indirizzo possa far convergere i cittadini verso una responsabilità collettiva.
 Eppure, alcune abitudini come stile di vita che contemplino il  risparmio idrico e/o quello energetico non sono difficili da conseguire.
Una scelta urbanistica prevalentemente orientata al ciclico recupero dello stock edilizio esistente - complessi meglio organizzati in senso energetico con fonti rinnovabili pulite, riciclo delle acque grigie e recupero delle acque pluviali – potrebbe essere una delle risposte di miglior contrasto alle crisi che stiamo vivendo. Un modello anche per le future costruzioni, che nel quadro di un mantenimento il più a lungo possibile di tutte le acque sulla terra ferma e una bolletta elettrica più leggera, può divenire il faro di una sostenibilità possibile.
Ricordo che qualche anno fa, Belluno con il pacchetto "Clima Energia 20, 20, 20" mi era apparsa come una città virtuosa. Rientrava tra quelle che avevano firmato l'impegno comunitario europeo che si proponeva, mediante mitigazione e adattamento ai cambiamenti climatici, una riduzione delle emissioni di gas clima-alteranti.
Oggi, con qualche delusione in più mi verrebbe da chiedere: che fine ha fatto questo  "Patto dei sindaci" detto anche "Piano d'Azione per l'Energia Sostenibile"?  
Per concludere, siccità e inquinamento non sono fatti nuovi. Il nesso, la frequenza e il potenziamento tra queste avversità che interagiscono anche nelle micro-aree come Belluno, non possiamo continuare ad ignorarle. Forse, un uso diverso nella consapevolezza delle risorse, della mobilità, dell'energia e una rinnovata responsabilità collettiva, sono diventati atteggiamenti non più rinviabili.
Insomma, non abbiamo più bisogno di altri segnali dall'ambiente che ci “sollecitino” una diversa rotta del comune vivere associato. E' tempo oramai di  provare ad inventarsi una nuova "rivoluzione copernicana" nei comportamenti elementari di tutti i giorni,  per provare a conseguire risultati più incisivi, verso una ecologia urbana maggiormente consapevole.

Giuseppe Cancemi



domenica 22 gennaio 2017

Belluno: trasloco del Museo civico da Palazzo dei Giuristi a Palazzo Fulcis





QUALE SARA' IL DESTINO DEI BENI 
ARCHEOLOGICI 
ESCLUSI DA 
PALAZZO FULCIS?



Nel 2010 con la rozza frase: «con la cultura non si mangia» un ministro della Repubblica italiana giustificava alcuni tagli sulle attività culturali. Frase subito contraddetta da Famiglia Cristiana: “CARO MINISTRO, LA CULTURA È RICCHEZZA.” Dimostrando con uno studio, presentato a Firenze, che: “Ogni euro investito ne produce 2,49”.
Nel 2015, se mai ce ne fosse stato bisogno, la Conferenza internazionale dei Ministri della Cultura dei Paesi presenti ad Expo, con lo spot “Cultura, cibo per la mente” smentiva ulteriormente lo scivolone italiano precedente.
Quel dire e smentire il ruolo della cultura, proveniente dai “piani alti”, nei fatti di tutti i giorni ogni tanto riecheggia, e non si sa se per ignoranza e/o malafede di qualcuno. Resta comunque sempre inaccettabile, specie per il nostro Paese che ha il più alto patrimonio di beni culturali al mondo.
La poca attenzione verso i beni culturali la si può leggere anche nel sito regionale del Veneto. L'ampolloso Catalogo dei Beni Culturali mostra solo un database semivuoto. A livello locale la classe politica, che dovrebbe essere più vicina affettivamente, alle testimonianze che rappresentano le più prossime “radici”, non esercita il proprio orgoglio annoverando tra le principali risorse della comunità: i beni culturali.
Non è raro che le amministrazioni locali percepiscano l'insieme dei beni culturali, per i suoi costi di gestione e manutenzione, come voce di bilancio solitamente in deficit. E invece non lo è!
Quel disavanzo apparente, nel calcolo dei ricavi, trascura il valore intrinseco di attrattività (tra materiale e immateriale) del bene in sé, la parte fondamentale non monetizzabile.
Belluno per vocazione è una città turistica e culturale. Per questa attitudine un nuovo museo è pronto presso Palazzo Fulcis per accogliere tutto quanto stava nel Palazzo dei Giuristi. Un buon segnale si direbbe, date le considerazioni già espresse, ma per gli Amici del Museo di Belluno e Italia Nostra non lo è perché i reperti di archeologia ne restano fuori.
La ricollocazione dei reperti archeologici in altro Museo (Bembo?), di la da venire, pone qualche perplessità. Non si sa dove saranno “parcheggiati” detti reperti e si teme che, nell'attesa, vadano a finire altrove. La “disinformazione”, espressa dall'Assessora nei confronti di chi ha paventato queste fondate preoccupazioni sullo“sfratto” dei beni archeologici, se c'è stata e se permane, non è certo da attribuire al cittadino sovrano ma piuttosto a quel potere legale che si arroga anche il potere reale.
Ma tornando all'oggetto, che nel nostro caso si riferisce ai beni archeologici, per avere contezza di ciò che stiamo parlando, si elencano qui di seguito quei reperti di conoscenza pubblica sistemati nel portico d'ingresso e a piano terra e gli altri allocati a Palazzo dei Giuristi, Palazzo Crepadona e Auditorium comunale:
  • Sepoltura di un cacciatore - pietre dipinte in ocra rossa - rinvenimento in Val Cismon (12.000 anni fa)
  • Fibule, coltelli, oggetti di bronzo dell'età del ferro, rinvenuti nella necropoli di Cavarzano e aree vicine Numerosi reperti di età romana e dell'alto medioevo
  • Corredo tombale di epoca longobarda rinvenuto a Mel
  • Corredo tombale di epoca longobarda rinvenuto a Sospirolo
  • Lapidario romano, ospitato nell'androne del vicino Auditorium comunale
  • Base in pietra calcarea del Cansiglio, inizio III sec. d. C. Dedicata a Marco Carminio Pudente
  • Stele funeraria, del II sec. d. C. Di Tito Sertorio Proculo; Sarcofago di Flavio Ostilio e di sua moglie Domizia, del III sec. d. C. ospitato presso il Palazzo Crepadona.
Allo stato dei fatti, per finire, con un minimo di spirito civico si potrebbe suggerire al Comune, con buona pace per tutti, di catalogare i reperti rimasti fuori dal Palazzo Fulcis, magari con l'aiuto degli studenti di liceo non senza vantaggi per entrambe le componenti: committenza (conservazione per studio e memoria) e realizzatori (crediti e alternanza scuola-lavoro).

Giuseppe Cancemi




ADDENDUM


Mi permetto di rilevare, che l'articolo di stampa del GAZZETTINO, qui a fianco riprodotto, sfiorando appena l'essenza del mio dire, ne travisa i termini della mia comunicazione.
Si "appiattisce",  su un taglio di cronaca local-popolare, non rilevando l'accento posto sulla scarsa considerazione che la politica ha, in senso lato, nel nostro Paese, nei confronti dei beni culturali. 
Siccome criticare è facile e proporre meno,
per chi vuole vedere il bicchiere mezzo pieno, il pezzo chiude col mio consiglio di catalogare quei beni esclusi. Meno male!

Per chi, invece, vuole vedere più lontano, sapendo che le calamità (terremoti, frane, slavine, etc.) non avvisano, basta mettere al sicuro, con la catalogazione locale, non solo i beni archeologici ma anche ogni altro bene.
Un dettagliato archivio informatico (foto e informazioni), potrebbe essere un serio modo di preservare la memoria storica, la traccia antropica di una Comunità: remota e futura.

www.gcancemi.blogspot.it










Confesso che le ultime note che sono apparse sul Gazzettino che in minimissima parte mi coinvolgono mi inducono ad una supplementare riflessione che riporto.

Le perplessità espresse da un comune cittadino a sostegno della diffidenza dichiarata a mezzo stampa (Gazzettino, 11/12/2016) da due autorevoli associazioni verso una scelta di conservazione di beni comuni quali quelli archeologici, non chiara, non è una “eversione” da cui prendere le distanze. Capisco che le salottiere rivendicazioni, un “detto tra noi” non postulano chiarimenti. Comunque, senza tema di ulteriore smentita posso assicurare che la mia uscita, basata su comune informazione di stampa, voleva essere semplice scambio dialettico utile e salutare per il rapporto tra istituzioni e cittadino, per la democrazia. Nel merito, il trasloco del museo che lascerà i reperti di archeologia nel Palazzo dei Giuristi fatto dell'Assessora, nulla da eccepire. Ma si possono avanzare dubbi e ulteriori chiarimenti? Per esempio, la promessa di farci rivedere nel vecchio museo ancora i reperti di archeologia e la successiva loro collocazione presso il Palazzo Bembo, che tempi avranno? A giudicare dalla rimozione dei pezzi che facevano bella mostra all'esterno del museo, si può legittimamente pensare che i tempi non saranno brevi?
La rassicurazione che la catalogazione dei reperti esiste già mi sembra una buona notizia. Peccato, però, che non sia facile trovare traccia di detta ovvia catalogazione nei siti internet deputati. Per ricordarlo a me stesso, la catalogazione nazionale - regolata dall’art. 17 del Codice dei beni culturali e del paesaggio  (d.lgsvo 42/2004 s.m.i.) al comma 4, individua negli attori del processo di catalogazione oltre che il Ministero, le regioni e gli altri enti pubblici territoriali.

Può il Comune pubblicizzare in quale archivio si trovano tutte le informazioni su catalogo circa i beni culturali ritrovati nel territorio di Belluno?
















http://corrierealpi.gelocal.it/belluno/cronaca/2016/12/18/news/le-opere-traslocano-e-l-ex-museo-civico-finisce-in-vendita-1.14583103

domenica 27 novembre 2016

ENNESIMO CONVEGNO SUI CENTRI STORICI SICILIANI


A PROPOSITO DEL CONVEGNO SUI CENTRI STORICI DI SICILIA


Il convegno sui centri storici di Sicilia che si è consumato a Palermo, appartiene all'ennesimo tentativo di stimolare una politica che in Sicilia per i centri storici non c'è, così come assente resta un vero interesse dei cittadini. Da noi manca la cultura del recupero. Amiamo le nostre città solo a parole. Siamo ancora attaccati al “nuovo è bello”. Perché quest'ultimo convegno non resti un semplice esercizio della parola dotta, accademica o una passerella per gli ospiti politici e non, dovrebbe convincere con i suoi argomenti che recuperare i centri storici è un'operazione possibile e dovuta. Resta la consapevolezza che i poteri politici autarchici per queste aree poco “appetibili” si muovono con lentezza e non concludono. Manca una vera volontà politica e progettuale con orizzonti temporali di lungo periodo. Anche più lustri amministrativi non bastano per la complessità dei problemi urbanistici e per la reperibilità delle risorse economiche occorrenti.Per intervenire sul territorio per restaurare, recuperare, prima di tutto, bisogna sapere dove trovare, attingere in tempi lunghi una gran quantità di risorse che non di rado proprio la nostra cara Sicilia si è lasciata sfuggire dai finanziamenti europei. Sul tema, non mancano pregressi convegni che si sono estinti nel giro dello stretto tempo del suo stesso svolgimento. Insomma mi sia consentito di chiosare sull'ennesimo evento culturale non senza un minimo di scetticismo. Vogliamo Recuperare i centri storici? Benissimo.La prima cosa che vorrei dire in merito è quella che osservo da tempo e mi sono posto: ma i Comuni hanno indagato quale gruppo sociale, massimamente, è andato formandosi e occupa i centri storici? La Regione ha il polso di quella che è la domanda di casa nel territorio?Ecco queste le propedeutiche osservazioni che dovrebbero orientare ogni eventuale intervento nella moltitudine di bisogni che il panorama dello stock edilizio in sfacelo presenta in Sicilia. Per citare un esempio della nostra terra pirandelliana, Caltanissetta anni addietro ha cercato di iniziare un recupero del suo centro con un intervento definito “pilota”, è stato avversato per le scelte poco di restauro e più di sostituzione, si è fermato, e ancora oggi si attende una soluzione. Nel frattempo, quell'area continua a degradarsi e a trasformarsi in un insieme di ruderi e cumuli di macerie. Ecco questo succede alle amministrazioni locali come quella nissena che sembra tirare a campare mentre i cittadini aspettano che, come diceva il celebre Eduardo: “a dda passà 'a nuttata”.Il centro storico per la cultura è il luogo della memoria che permette di leggere le stratificazioni nelle tipologie e nell'ordine entropico che l'umanità ha lasciato nel corso dei decenni, dei secoli. A questo punto cercare ancora di porsi come obiettivo la modifica (pur necessaria) di un testo di legge, forse ampiamente discutibile, non mi sembra un obiettivo attuale e cogente. Piuttosto, forse ciò che serve, alla maniera di un crono-programma, sono un circostanziato elenco (luogo, area, tempo, risorse) degli interventi in un lungo arco temporale, con scadenze e risorse precise da rivendicare, in contrasto con le proiezioni a breve termine della produzione normativa i cui effetti la politica è solita praticare. Ma forse quanto detto è inutile e tempo perso se non si cercano le opportune condivisioni (tra pubblico e privato), non si mettono in atto incentivi e strategie per rendere “appetibili” gli interventi di recupero in centro storico.

Giuseppe Cancemi