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mercoledì 15 ottobre 2014

PRG BELLUNO

Urbanistica contrattata o furbata per fare cassa?

Con l'annuncio di stampa di qualche giorno fa, la Giunta Massaro, riscopre come processo evolutivo di un già vantato “programma costruttivo” per Col Cavalier, già foriero di nuovi volumi sul territorio, una nuova urbanistica contrattata (sic!) che richiama alla memoria l'imprenditore Berlusconi con le Milano 1 e 2. Una sorta di permuta già nota, apparentemente vantaggiosa per la comunità ma segno che ancora una volta il potere pubblico è favorevole a derogare sul rigore nel governo del territorio.
In effetti l'operazione, con una annunciata modificazione degli indici di edificabilità al Master plan di Cavarzano, intenderebbe spostare una certa quantità di volume edificabile facendolo “saltare” da un posto all'altro in cambio di cosiddette “opere di compensazione”, insomma, senza mezzi termini si vuole ulteriormente raschiare il fondo del barile. Si vogliono “smerciare” i vincoli scaduti di volume progettato per uso pubblico contro vil moneta. In termini molto più crudi, s'intende far ancora cassa a tutti i costi e in tutti i modi. Mi chiedo se quelle aree per opere pubbliche già titolate ora diventate (ritenute) “bianche” appartengono a calcolati rapporti tra standard residenziali e popolazione, o sopravanzano così perché i progettisti li hanno messi lì tanto per gradire, per impedire qua e là che i privati edificassero. Il dibattito urbanistico che non si è mai arreso alla cultura della speculazione edilizia, dilagante - fino a compromettere sempre più il territorio nella sua intrinseca fragilità geomorfologica - si ritrova ancora una volta a subire un arretramento, grazie ad una studiata furbata con la trovata del baratto. Tutto a posto con leggi, regolamenti, e cavilli vari ma come la mettiamo con una realtà fisica che impone sempre più attenzione per una urbanizzazione che sommata ad altra preesistente aumenta il rischio di frane alluvioni e disastri cosiddetti naturali ma che naturali poi non sono. Sa il Comune qual è il bisogno di nuove abitazioni o di nuovi volumi per il commercio e le attività economiche? Ha ipotizzato una qualche previsione di crescita socio-economica alla luce di una evolvente dinamica della popolazione, delle forze lavoro, dei settori economici, dei bisogni per fasce d'età al fine inquadrare e giustificare queste eventuali prefigurate domande di nuova edilizia su aree inedificate? Si è sicuri che le aree per le quali si vuole rinunciare al reitero del vincolo per opere pubbliche (già titolate) non sia più necessario? E le aree “sottratte” a Cavarzano non genereranno un qualche inevitabile contenzioso?
Sembra veramente molto riduttivo, mi perdonino Sindaco e Assessore, e quasi offensivo verso un dibattito sulla governace del territorio, lungo credo di decenni, liquidare in poche informazioni giornalistiche, un serio argomento che investe tutto l'assetto urbanistico della città di Belluno.
Soffermarsi su “incassi” per la vendita di volumetria traslata da altre aree, sia pure in cambio di opere pubbliche vagamente citate nel pezzo giornalistico, sembra quasi voler porre più un accento sull'aspetto economicistico che non sul volere agire con questa operazione “baratto”, in concorso con altre azioni, ad una risistemazione del più complessivo sistema città. L'operazione vendite, non sembra volere affrontare quella gestione urbanistica che proprio per salvaguardare e proteggere il territorio ha bisogno di un governo dei processi a prevalenza pubblica, senza deroghe o cedimenti alle privatizzazioni. Invece appare debole e deludente e di “scopo” l'annunciata speciosa permuta volumetrica. Richiama quasi l'idea immaginaria di un commercio da banchetto, dove le aree, prima riservate ad opere pubbliche, prossimamente, verranno vendute e/o “barattate” come ultimi “scampoli in liquidazione”.
Voglio ancora ricordare che il territorio, visto il repentino mutamento della meteorologia, di queste scelte solo economicistiche potrebbe in un futuro non più remoto pagarne le conseguenze. Riflettiamo... gente. Attenzione!

Giuseppe Cancemi


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Il testo giornalistico di riferimento...

BELLUNO. Le “aree bianche” diventano edificabili. Ma solo su richiesta del proprietario del terreno e sulla base di precisi paletti, che la giunta ha messo per evitare che in zone di pregio sorgano palazzine ingombranti. Inoltre, la volumetria che sarà sviluppata nelle aree bianche sarà “sottratta” a Cavarzano, nella zona destinata allo sviluppo del Master plan. In questo modo non aumenterà la cubatura prevista dal piano regolatore in vigore.
L'assessore Franco Frison sta lavorando da mesi a questo piano e nel prossimo consiglio comunale (e prima in commissione urbanistica) si discuterà della quantificazione economica di questi spazi. Le zone bianche sono aree del territorio comunale sul quale il Comune pensava di realizzare opere pubbliche (parcheggi, per esempio, ma anche piste ciclabili o parchi) e per questo, anni fa, vi ha messo un vincolo. Ai primi cinque anni ne sono seguiti altrettanti, poi la legge, con una sentenza della Corte Costituzionale, ha fatto decadere quei vincoli e le aree sono diventate “bianche”, cioè «prive di una pianificazione urbanistica», spiega l'assessore Frison. Ma sono anche bloccate, cioè il proprietario non le può usare. «Abbiamo alcune richieste da sistemare, per questo dobbiamo arrivare a una quantificazione economica, al metro cubo, di questi spazi».
In pratica, il proprietario del terreno “area bianca” che volesse costruirvi una casa, dovrà pagare una certa cifra al Comune (da stabilire). Solo chi presenterà apposita istanza avrà il terreno edificabile a disposizione, gli altri rimarranno come sono. Da un lato, dunque, ci sarà anche chi avrà un evidente beneficio, perché magari quel terreno 10 anni fa era agricolo e ora può diventare edificabile, ma anche il Comune avrà il suo vantaggio, economico. «In questo modo si trova un equilibrio fra due interessi», precisa il sindaco, Jacopo Massaro. «Quello del privato, che per anni ha avuto un vincolo su un terreno di sua proprietà, ma anche quello pubblico, sia perché è prevista una cifra per l'acquisto della volumetria, sia perché abbiamo posto precisi paletti all'edificazione».
L'acquisto di volumetria, infatti, sarà possibile solo in determinate zone, «ovvero in contesti già urbanizzati» e anche i metri cubi saranno limitati per evitare di veder sorgere condomini dove oggi ci sono prati.
Sono un centinaio le aree bianche in comune; per consentirne l’edificazione sarà tolta volumetria a Cavarzano, nell'ampia area dove da anni si parla del Master plan. Un bilanciamento per mantenere la stessa volumetria prevista nel Prg: «Avevamo la necessità di risolvere aspettative legittime di alcuni cittadini (una decina)», continua Frison.
I soldi che il Comune incasserà per la “vendita” della volumetria serviranno per fare qualche opera pubblica, come parcheggi e ciclabili: «È lo stesso lavoro», conclude Massaro, «che stiamo facendo con i Suap (via Agordo e la Carpenada per esempio): quando un privato ci chiede una variante al Prg, noi chiediamo opere di compensazione a beneficio della comunità. Con le aree bianche succederà lo stesso».
di Alessia Forzin
Corriere delle Alpi del 10 ottobre 2014


domenica 12 ottobre 2014

MOBILITA'

Perché la bicicletta no?



Il mio amico Oscar, inguaribile salutista e ambientalista, da tempo per me rappresenta l'ultimo “panda” deciso a perorare l'uso della bicicletta in città per spostarsi. La rarità di questo stile ecologista negli spostamenti individuali che il mio amico rappresenta, forse, trova una ragion d'essere in una scelta d'uso diffusa di questo mezzo che Caltanissetta non ha mai avuto. Questo inusitato esempio di convinto fruitore delle due ruote, mi rappresenta, come il grillo parlante ( in Pinocchio), quella coscienza che fa riflettere su quale potrebbe essere una possibile sostenibilità del traffico, attraverso una mobilità intelligente, incrementando l'uso delle due ruote. Proprio una riscoperta della bicicletta, mezzo semplice ed economico, potrebbe fare la differenza tra un trasporto stranamente smart e la mobilità attuale. Non siamo certo in Olanda per condizioni orografiche ma soprattutto per cultura cosmopolita per accettare facilmente un avvio o un ravvedimento nello spostarsi in città, avendo a cuore principalmente il bene di tutti.
È difficile nella realtà nissena trovare uno come Oscar, convinto per cultura, che anche nel piccolo di una città dall'assetto urbano non pianeggiante - con due centri direzionali (Piazza Garibaldi e Palmintelli) agli estremi di circa 1000 m di un asse Est /Ovest - esiste la possibilità di circolare con velocipede.
Certo una mobilità ciclistica tra due diverse tipologie di maglie stradali e pavimentazioni a dislivelli vari, fra spazi a misura d'uomo e vie più moderne, non può certo considerarsi di facile utilizzo e dunque per tutti.
In effetti, però, nulla è impossibile. Bisogna solo cominciare a pensare in grande, con visione europea. Non è recente nei trasporti l'idea della mobilità intermodale, che comprenda anche la bicicletta, ma è sempre attuale. Non a caso in altre realtà simili a quella nissena la bici, strategicamente nella mobilità urbana, viene fornita anche gratuitamente per spostarsi da un luogo all'altro in città. È facile immaginarsi allora, quali vantaggi offre una simile scelta a fronte di un investimento che rispetto a tutte le altre spese per il trasporto urbano rimane quello più esiguo. Ma forse, per i nisseni lo scoglio è solo di carattere più psicologico che orografico. Nell'immaginario collettivo, per tradizione, la percorribilità stradale ha troppe salite per muoversi in bicicletta. Si potrebbe argomentare a favore della mobilità ciclistica, che sì è vero che i dislivelli non sono superabili facilmente da tutti nelle condizioni attuali ma è anche facile pensare che esistono strategie di superamento dei dislivelli attraverso tecniche e/o tecnologiche attuabili per mitigare tali limitazioni. Nell'immaginario di Oscar, per esempio, i due centri direzionali già menzionati, possono essere visti come due realtà praticabili, ciascuno con un proprio livello di accessibilità. Un limite alla mobilità tra i due centri, che può sembrare più vistoso, resterebbe quello dello spostamento tra questi mediante la via Palmintelli. Non sto a ricordare che chi ama il mezzo a fini sportivi per una tale salita si farebbe una risata, specie di questi tempi che esistono i cambi di marcia anche nelle bici dei bambini. Ricordo anche che molti Comuni delle nostre Alpi che non sono certo solcati da vie pianeggianti, fanno largo uso delle biciclette per spostarsi, tutto a beneficio della salute e delle tasche.

Mi viene in mente a questo punto che tutto è cambiato, continua a cambiare e che Caltanissetta non può restare inchiodata ai suoi vecchi schemi di una città in cui gli spostamenti non possono annoverare anche le biciclette perché ci sono troppe salite. Scuse da immobilismo conservativo che alle nuove generazioni comincia a stare stretto. È tempo di pensare ad una vera sostenibilità trasporti compresi. Una riorganizzazione della mobilità non episodica o per settori ma con una logica di rapporto infrastrutturale sistemico. Approfittando, per esempio, della recente crisi ciclica dei trasporti urbani, si potrebbe immaginare per Caltanissetta anche l'adozione di un qualche collegamento mediante funivia (da non intendersi solo aerea) anche in funzione degli spostamenti con bici. Nel complesso, il pensare ad un trasporto ecologico, relativamente poco impattante e dai costi contenuti, significa non scartare a priori possibilità come quella citata che allarga gli orizzonti di scelta.
Ecco, una profonda revisione dei trasporti a Caltanissetta, può muovere i suoi passi da nuova cultura della mobilità più sobria. Meno auto private e più trasporto pubblico meno invasivo.
E quale mobilità se non quella a partire del mezzo di trasporto più semplice ed economico qual è la bicicletta?

Giuseppe Cancemi

Pubblicato su LA SICILIA...

CALTANISSETTA, MERCOLEDÌ 15 OTTOBRE 2014

mercoledì 8 ottobre 2014

CALTANISSETTA: Revisione PRG



LE SCELTE URBANISTICHE DEBBONO ESSERE POLITICHE


L'allegato documento che circola, circa una revisione del PRG di Caltanissetta, sembra essere un mix tra un flebile contenuto di scelta partecipata e una staccata burocratica applicazione esecutiva. Sembra marcare un annunciato assemblearismo che può scadere in partecipazionismo fine a se stesso. La riorganizzazione di una città dove i cittadini finora sono rimasti illustri sconosciuti ai cosiddetti piani da sempre studiati rigorosamente solo a tavolino, promuovere assemblee sia pure con la presenza di istituzioni, enti ed associazioni può sembrare “rivoluzionario”, ma tale non è. Enunciare vagamente una riqualificazione del centro storico, una
rivisitazione dell'espansione urbanistica o un'organizzazione viaria non ci entusiasma, anzi ci fa temere altri condivisi e non, prevedibili nuovi scempi. Per esempio, in una città come la nostra, persino semplicemente usare l'espressione espansione dovrebbe essere proibito. Le zone di una città che si è estesa eludendo gli standard residenziali e che ha edificato per oltre due vani per abitante (senza avere risposto alla domanda di casa e di vivibilità), sono sotto gli occhi di tutti.
Ancora una volta non si fa alcun cenno a come far fronte ai bisogni, pregressi e futuri, degli abitanti di risiedere, abitare, spostarsi e lavorare.
Le scelte per la città non sono un fatto tecnico ma solo ed esclusivamente espressioni di volontà politica in cui ai tecnici viene affidata l'interpretazione.

Si prende atto di questo documento che non dichiara una volontà di inversione di tendenza. Ci aspettiamo, comunque, un documento politico di intenzioni dell'Amministrazione circa il prossimo strumento urbanistico che si vuole sottoporre a revisione, avendo in mente un'idea di città come impianto sistemico per un progettato sviluppo prima sociale e poi economico. 

Giuseppe Cancemi 

Allegato:

sabato 9 agosto 2014

ACQUA DEI CITTADINI



L'acqua del Sindaco che reclamizza un risparmio sull'acquisto d'acqua per usi alimentari, è un'idea molto suggestiva, ma non nuova, per il cittadino che compra acqua, cosiddetta minerale, spendendo un aggiuntivo budget straordinario, nonostante la vera acqua del Sindaco la paghi già. Un minimo di riflessione e forse qualche lettura in più qua e là, ci dovrebbe suggerire che la distribuzione idrica in città, così come la conosciamo, ha fatto il suo tempo, e sappiamo che oltre alla sua igienicità e sicurezza oramai conta anche la non più trascurabile attenzione di utilizzo, orientata al risparmio idrico. I distributori d'acqua a costo contenuto, che hanno fatto comparsa in un Comune del nisseno localizzati come le antiche fontanelle pubbliche, sono una nuova trovata (oserei dire un nuovo business) allo scopo di calmierare l'acquisto in termini sia economici che di inquinamento, quest'ultimo, dovuto a milioni e milioni di bottiglie in plastica che entrano nel circuito dello smaltimento. Eppure, molti di quelli che comprano acqua imbottigliata, sono convinti che si tratta della stessa acqua distribuita in città ma confezionata e bell'impacchettata. Effettivamente tutti i Sindaci delle città italiane si affannano a diffondere la certificata potabilità dell'acqua del proprio Comune. A cosa credere? L'acqua del Sindaco ci libererà, in futuro, anche a Caltanissetta dalla schiavitù delle ingombranti bottiglie di plastica?
Proviamo a fare un ragionamento semplice semplice a livello della nostra città. La società che gestisce la distribuzione idrica ci assicura la potabilità dell'acqua nissena, pubblicando nel proprio sito un tabulato nel quale si certifica, la rispondenza, entro i limiti dei parametri rilevati, in un confronto con quelli ufficiali. Non è dato sapere, però, altre notizie che sarebbero state utili per meglio rassicurare il cittadino consumatore. Non sappiamo nulla sui trialometani e sull'arsenico che impensieriscono tanto alcuni Sindaci italiani.
Tornando all'acqua dei nisseni, qualche osservazione nasce spontanea. Nei dati tabulati, per esempio, i campioni analizzati provengono dai prelievi delle varie periferie (quartieri o zone) o sono quelli prelevati alla fonte (serbatoi di distribuzione)? La diversità dei campioni fa sicuramente una certa differenza dovuta ai chilometri di attraversamenti nel sottosuolo, come pure fa differenza la distribuzione a giorni alterni. Senza alcun dubbio la potabilità delle acque destinate al consumo umano corre maggiori rischi di inquinamento nei punti più lontani dalle fonti di approvvigionamento. Ricordo per me stesso, che la vicinanza delle condotte fognarie e l'ossido di ferro che si forma nelle condutture quando la distribuzione si ferma, etc. sono fattori di rischio che minacciano l'acqua cittadina. Per completare brevemente il quadro che accompagna la questione idrica, - meglio sarebbe la sete atavica di Caltanissetta - diventa incomprensibile anche lo spreco che si fa dell'acqua potabile per usi, solo in piccola parte, del bisogno alimentare umano in una realtà dove il soddisfacimento del servizio idrico è carente.
Proviamo ad immaginarci cosa può accadere introducendo alcuni appositi chioschi i quali dovrebbero incidere sulla sicurezza e consapevolezza alimentare, sugli stili di vita e altrettanto favorire in maniera sensibile anche l'economia.
A parte l'effetto tutto solo immaginabile di una fila di cittadini che a turno riempie le proprie bottiglie, alla fine, per semplicemente far circolare meno plastica da smaltire, per Caltanissetta è pura fantasia che, forse, durerebbe qualche giorno.
Piuttosto, meglio sarebbe considerare la questione “prezioso liquido” nella sua interezza (di quantità e qualità), nella complessità sistemica e verso il tracciato di “acqua bene comune” come ritorno a totale proprietà pubblica, reinvestimento degli utili e partecipazione dei cittadini negli organi di controllo”.

Nella nostra città, infatti, i tempi sono maturi per cominciare un nuovo corso di vita associata, proprio dall'acqua. Iniziare a considerare le acque per il loro effettivo uso: agricolo, industriale e civile è il primo passo verso la riduzione degli sprechi sia in termini quantitativi che economici. Il consumo industriale e quello strettamente irriguo non necessitano di potabilizzazione spinta come per le acque necessarie al consumo umano. La città potrebbe iniziare un percorso virtuoso scegliendo di applicare alle ristrutturazioni e alle nuove costruzioni edilizie, la doppia circuitazione idrica. Un sistema misto di circolazione delle acque potabili parallelamente ad altre ciclicamente riutilizzate per i vari consumi idrici nell'uso civile. I vantaggi di una tale scelta sono tanti, basti pensare che il solo trattenere a lungo le acque sulla terraferma mediante il riutilizzo, fa diminuire la necessità delle consistenti scorte idriche. Ma più di tutto vale la pena ricordare che intraprendere la via del risparmio idrico significa mettere in moto una nuova economia che offre lavoro, specializzazione e crea le condizioni per un know-how sicuramente esportabile.

Giuseppe Cancemi
Vedi:  http://gcancemi.blogspot.it/2011/05/acqua-laudato-si-mi-signore-per-sor.html

martedì 29 luglio 2014

LIBERO CONSORZIO


La sensibilità verso i temi dell'ambiente che da anni mostra il Presidente di Italia Nostra Regionale arch. Lendro Jannì, ha fatto ancora centro con la tavola rotonda “Liberi consorzi e territorio. Focus su Sistema Sicilia Centrale”, mettendo cappello su un'importante problematica che riguarda l'istituzione dei liberi

consorzi. Le Province non ci sono più e la Sicilia autonomamente sta già muovendosi verso una riorganizzazione territoriale che dovrà aggregare più Comuni in una amministrazione intermedia tra il singolo “campanile” e la Regione. L'idea, di una nuova aggregazione comunque non è nuova, anzi. Già lo Statuto (1946) della Regione Siciliana all'art.15, comma 2 così recitava: “L'ordinamento degli enti locali si basa nella Regione stessa sui Comuni e sui liberi Consorzi comunali, dotati della più ampia autonomia amministrativa e finanziaria”. Questa norma, per dirla tutta, non è mai stata attuata, pur trasformandosi nel 1955 nelle appena soppresse Province Regionali. Dunque, il dibattito si riapre, e Caltanissetta con Enna e Gela provano a dialogare mettendo in campo temi riguardanti le identità territoriali e culturali, arricchiti da stimoli sulla governance provenienti da docenti in rappresentanza degli atenei di Catania ed Enna. Non sono mancate neppure le proposte sulle significatività da dare al territorio da parte di tanti altri interventi. In verità, a mio modesto avviso, il confronto ricco non mi è sembrato però percorrere il solco che voleva e doveva avere una tavola rotonda, su un tema che andrebbe sviluppato più sul concreto, evitando confronti sul “si poteva fare” o ancora propedeutici alla politica o alla dottrina giurisprudenziale.
Provo allora a dire dal mio modesto punto di vista, come si può affrontare la questione a partire dal basso, dal cittadino utente della futura aggregazione comprensoriale. L'obiettivo primario che il mutamento dell'amministrazione intermedia deve affrontare, deve essere quello della “felicità” dell'amministrato. Felicità se non in senso psicologico, almeno in termini di tendenza alla massima soddisfazione nella fruizione complessiva del territorio e dei servizi in genere.
Se questo è l'obiettivo espresso in termini semplici, bisogna allora sapere di quale soggetto, di cittadino medio, non può fare a meno la nuova aggregazione di persone e territorio. La nuova forma amministrativa che deve mettere insieme vari comuni, nella sua dimensione “civica” con questo ambizioso obiettivo, deve sapere se esistono le condizioni per le quali il singolo intende mettere a disposizione degli altri un rinnovato rispetto per le regole di tutti, la sua partecipazione nella difesa del bene comune, la sua mutua scambievole solidarietà, etc.. Insomma, se al cambiamento intende partecipare e in quale misura.
Questo minimale approccio di civismo deve essere il minimo comun denominatore da cui muovere, perché basilare per un processo che dovrà rivoluzionare il modo di vivere associato delle generazioni attuali e future. É questa la proiezione d'identità del “campanile” e del suo appartenere ad una aggregazione più estesa che, come in un mantra, deve saldare i vari Comuni.
Riferendoci ora all'unione dei territori comunali per formare un libero consorzio, allegoricamente potremmo paragonarlo ad una società per azioni dove il prodotto è la vivibilità dei cittadini e ogni Comune partecipa con la proprie “azioni”. Il capitale umano, per primo ma anche il territorio fisico, i beni culturali e ambientali, le opportunità territoriali economiche (potenziali e in atto), le infrastrutture di collegamento (a rete e puntuali), le risorse idriche ed energetiche (elettriche e termiche), lo smaltimento dei rifiuti, nel loro insieme, dovranno costituire quel capitale comune utile per affrontare la sfida che attende le nuove aggregazioni di Comuni. Intendendo per sfida la pervicace voglia di fare da soli per una vivibilità al meglio dei cittadini che hanno deciso di unirsi in un'unica realtà territoriale, in sostituzione di una provincia obsoleta e stanca, mossa da automatismi oramai fiacchi non sempre rispondenti alle vere necessità della comunità amministrata.
Quale governo ipotizzare per i liberi consorzi comunali ci viene indicato dal dibattito cui siamo giunti in merito alle governance in genere. Gli italiani chiedono meno burocrazia, costi contenuti, sobrietà, funzionalità ed efficienza, nonché la separazione delle responsabilità politiche da quelle tecniche realizzative. Secondo questo orientamento generale si può pensare di individuare gli organi del nuovo Ente (meglio sarebbe chiamarlo comprensorio) a partire da un'Assemblea, composta dai sindaci dei comuni appartenenti al libero consorzio che elegge il Presidente, con un sistema di voto ponderato in rapporto alla popolazione di ciascun Comune. La stessa Assemblea esprime anche una Giunta composta da 3/5 componenti formata dagli x Comuni col maggior numero di abitanti che elegge un suo Presidente.
A governare l'attuazione delle scelte politiche dovrebbe essere delegato un City Manager assunto dal Consiglio di Giunta, strettamente in considerazione delle sue capacità manageriali escludendo dalla scelta ogni eventuale prevalenza per appartenenza politica. Questi, andrà assunto come realizzatore dell'espressione politica con contratto a tempo indeterminato ma con la facoltà per il Consiglio di Giunta di poterlo licenziare in ogni momento.
Strutturalmente, l'organizzazione del Libero Consorzio non può non partire da una composizione territoriale. Il punto di partenza di tutto deve essere rappresentato dal territorio in senso spaziale ed organizzativo sia di livello che di scala. I tempi di percorrenza, perché un servizio sia relativamente fruibile con il minor disagio possibile per l'utenza, per esempio, possono essere stabiliti mediante isocrone applicate ai servizi di base (sanità, istruzione e formazione, accesso ai beni territoriali in genere, etc.).
L'ottimizzazione, secondo gli esistenti punti fissi (l'attuale localizzazione, per esempio, dei servizi sanitari) e le variabili (nuovi servizi da ubicare) nonché i limiti (per esempio delle distanze) stabiliti non valicabili nel sistema dei servizi, per un'equa ridistribuzione, deve rappresentare il tracciato da cui muovere per meglio organizzare la base per le varie utenze.
Senza alcun indugio, l'esistente va esaltato, valorizzato ma anche razionalizzato. Il libero consorzio, dunque, dovrà disporre al meglio delle risorse umane, dei servizi di trasporto in termini di circolazione veicolare ma, soprattutto, delle informazioni (con cablatura in fibra ottica di ultima generazione) le quali riducono il traffico motoristico trasformandolo in traffico di rete (web). Sapendo, che è meglio far viaggiare le informazioni che non le persone. Ovviamente non basta razionalizzare uomini e mezzi, assumere nuove tecnologie se non si opera in maniera sistemica e sinergica. l'ammodernamento delle funzioni e dei servizi deve anche essere accompagnato da nuova linfa nelle varie istituzioni locali: Comuni in testa.
In termini economici vanno recuperate le dimenticate vocazioni territoriali come attrattive e occasioni di lavoro. Le produzioni in piccole serie di prodotti alimentari dei nostri Comuni tanto care a chi vive fuori dal proprio territorio di origine, possono diventare business con aree assai più lontane della stessa Europa. Il commercio, il turismo con un Libero Consorzio (smart) alle spalle possono migliorare e ampliare i propri circuiti e i consumatori/fruitori.

Al cittadino del nuovo consorzio spetta di scegliere. Sapendo che il destino di ciascuno dipende in massima parte da noi stessi. Alle amministrazioni locali, invece, compete la capacità di indurre partecipazione e responsabilizzazione nelle scelte, le quali debbono essere meno campanilistiche e più comunitarie.
Per concludere, qualche esempio per tutto la gestione dei rifiuti per prima. Nel principio per un'etica della responsabilità la produzione e lo smaltimento in termini morali debbono, senza se e senza ma, elidersi localmente.
L'approvvigionamento idrico, non può essere delegato ai privati e la restituzione delle acque reflue ai naturali alvei del suolo, deve essere depurata e ritardata al massimo; gli inquinamenti vari di suolo, acqua ed aria vanno abbattuti e combattuti.
Per concludere, il nuovo strumento di aggregazione territoriale ha due possibili sbocchi: quello dell'opportunità o quello della conservazione. Può rimanere una somma di comuni e delle loro popolazioni o diventare elemento di rilancio socio-economico tanto agognato, ma sempre rimandato o disatteso.

Giuseppe Cancemi

sabato 12 luglio 2014

Breve nota sulle nuove emergenze per Caltanissetta



 IL DISAGIO SOCIALE CRESCE
Facciamo tutti qualcosa!

A parte gli obiettivi a breve scadenza nei primi 100 giorni di una città più accogliente che la città si aspetta, le emergenze comunque non possono essere rinviate o disattese. Senza lasciarsi prendere dall'abbraccio mortale del rincorrere i problemi anziché gradatamente risolverli e prevenirli. Peggio ancora l'adagiarsi sul tirare a campare. Le realtà come i bisogni alimentari giornalieri, un tetto per i rifugiati e diseredati, i disagi abitativi gravi e la mancanza di lavoro rimangono una priorità non rinviabile. La città soffre mali endemici aggravati da ulteriori nuove emergenze che hanno bisogno dell'aiuto di tutti. Il volontariato cattolico e laico, i comitati di quartiere e le singole famiglie, persone che possono e vogliono partecipare alla rinascita di una comunità più solidale, hanno l'occasione per spendersi. In Europa, per semplice spirito di solidarietà tra persone che auspicano e agiscono per un mondo meno consumista, hanno cominciato a combattere, per esempio lo spreco, organizzandosi anche come rete, nella raccolta di quel cibo che quotidianamente si butta nella spazzatura per vari motivi. Le aziende di catering, i supermercati, i ristoranti, i panifici, i mercati di frutta e verdura, le mense, etc. sono luoghi che giornalmente smaltiscono cibo in ottime condizioni igieniche e nutrizionali, nella pattumiera. Ecco che una rete organizzata anche informaticamente con raccoglitori di questi avanzi di cibo può funzionare per aiutare le persone disagiate, le quali in città non mancano, e facilitare dall'altro uno smaltimento costoso e per alcuni casi anche inquinante. Di ruderi, di case abbandonate il territorio e la città stessa di Caltanissetta sicuramente ne dispone. Catalogando, organizzandosi e organizzando si possono creare occasioni di lavoro e di aiuto per gli anziani, i rifugiati e comunque per i disagiati in genere. Una pulizia, una rimozione e/o manutenzione degli orpelli infrastrutturali e di arredo, straordinarie, che possono ciclicamente è programmate diventare nel tempo ordinarie, sono uno start potenziale valido prima di tutto per le risorse umane, che può tramutarsi in sicuro volano per una riscossa della città. Un sistema di buoni-lavoro, voucher, può essere messo in atto per avviare un lavoro che non c'è. Piccole attività guidate anche semplici, brevi temporaneamente ma utili a cancellare il degrado più appariscente della città, si possono mettere in "cantiere" con la partecipazione anche di ragazzi over 15, ovviamente tutto, in ossequio alle leggi sul lavoro e particolarmente su quello minorile. Le risorse economiche impiegate in questo modo sono doppiamente utili: da un lato danno dignità, avviano al lavoro e dall'altro rendono consapevoli e partecipi molti di quegli utenti della città da sempre, diciamo, ignari della cosa pubblica e da ora in poi probabilmente sempre più rispettosi di ciò che è di tutti.

Giuseppe Cancemi

sabato 17 maggio 2014

Belluno: Piazza dei Martiri

Estetica sì, ma... la statica?


Nella bella stagione e quando le condizioni atmosferiche lo consentono, specie nei giorni festivi e prefestivi, Piazza dei Martiri è allietata dalla presenza di bambini e ragazzi che giocano e si rincorrono sotto l'occhio vigile di nonni e genitori. La parte di lussureggianti fronde di quella piazza è quella che accoglie di più bimbi e adolescenti, la cui fantasia nei loro modi di giocare, non di rado, risulta essere imprevedibile.
In questi giorni, durante questo tardo risveglio della primavera, è possibile incontrare e vedere i giardinieri comunali all'opera: chi tosa l'erba, chi ritocca le piante ornamentali e perfino chi crea figure con piante e fiori di vario tipo. Insomma, è il momento in cui la fantasia e l'arte dei giardini si manifesta. In una di queste creazioni mi è capitato di vedere una monumentale composizione di sovrapposti contenitori in legno (parallelepipedi), ruotati di 90 gradi l'uno dall'altro, ricchi di piante ornamentali e secondo un asse non verticale. Osservando proprio questa composizione in verticale che ha l'altezza di un bambino, anche gradevole nella sua asimmetricità, per un momento mi è balenato nella mente il pensiero della sicurezza. La mia preoccupazione si faceva dubbiosa nella staticità. Secondo il mio modesto avviso il non allineamento verticale se sollecitato può, rovinosamente, cadere su quel fianco non in asse, punto debole, facilmente raggiungibile da un bambino.
La presenza dello stesso giardiniere che lo stava creando ha fatto ardire la mia preoccupazione verso chi operava, il quale, volgendomi uno sguardo seccato e di sufficienza prima e le spalle dopo giustificava “l'opera” non pericolosa perché in un'aiuola non si deve entrare. E qui mi fermo con il fatto!

Il rischio che si possa ribaltare quel "totem" forse è remoto o anche inesistente, ma il mio commento a questo punto vorrei che fosse un timore avvertito, come pubblica vigilanza nel prevenire, nel segno di una regola aurea che andrebbe applicata su tutto. La statica, in ogni caso... viene prima dell'estetica! Ma, data l'occasione, vorrei infine rivolgere un'ingenua domanda all'ufficio tecnico comunale: c'è una vigilanza, con tecnico abilitato, che alla fine assevera ogni esecuzione “a regola d'arte” anche di queste apparentemente innocue collocazione di arredi urbani, o si aspetta che prima si verifichi l'incidente e poi ci si attrezza?

Giuseppe Cancemi

domenica 27 aprile 2014

Risorse economiche, pubblicità negli ospedali e SALUTE


RIFORMA STRUTTURALE E PUBBLICITÀ NEGLI OSPEDALI

Per le Unità Sanitarie Locali le risorse economiche si fanno sempre più scarse come conseguenza di un trend, nell'assegnazione dei finanziamenti, già da tempo negativo. L'Ulss di Belluno già qualche tempo fa, avendo operato con sempre minori disponibilità finanziarie, ha dato un suo segnale. L'auto blu del direttore per prima è stata messa in vendita e, di recente, ha iniziato a razionalizzare l'uso dei suoi immobili e dei spending review. Tutti gli Enti territoriali hanno cominciato a escogitare qualcosa per fronteggiare il contrasto tra il crescere delle esigenze dei servizi locali e il diminuire delle risorse. La grande Milano, per esempio, per arginare la tendenza dei finanziamenti sempre più scarsi, negli Istituti Clinici di Perfezionamento e nelle Aziende Ospedaliere ha cominciato a fare “cassa” dando corso ad un affido pubblicitario che propaganderà all'interno delle strutture ospedaliere determinati prodotti in commercio. La novità si muove secondo l'ambito di un progetto denominato “Partner Sanità”, in via di sviluppo, che è presente in Veneto, Friuli Venezia Giulia, Lombardia ed Emilia Romagna.
relativi servizi avendo, penso, come obiettivo il mantenimento inalterato del presidio sanitario locale. Dalla diffusa scarsità di risorse economiche ne consegue una necessaria razionalizzazione delle spese con tagli e trasferimenti, che si va diffondendo.Insomma, va emergendo una revisione della spesa pubblica in tutt'Italia che, come sappiamo, prende il nome anglosassone di


Gli eventi appena accennati di ridimensionamento delle strutture a presidio della salute e la nuova opportunità di integrare le risorse economiche di gestione sono prossimi e pongono alcuni legittimi quesiti: siamo sicuri che la razionalizzazione strutturale non inciderà sul mantenimento degli standard finora assicurati? Come pensa di attrezzarsi l'Ulss bellunese per affrontare, eventualmente, la pubblicità nelle strutture sanitarie che va diffondendosi? E nel caso di ipotizzabili concessioni, si prevede una qualche “Commissione etica” o altro “filtro” allo scopo di vagliare quale propaganda consentire?
Gli interrogativi che sono stati posti, trovano ragion d'essere per un legittimo timore sul mantenimento della qualità dei servizi erogati dall'Ulss e sulla probabile nuova apertura agli spazi pubblicitari che, se non governata, rischia di invadere luoghi solitamente tranquilli e finora quasi protetti da irruzioni reclamistiche visive/auditive fine a se stesse.
La volontà di acquisire risorse per migliorare/mantenere gli standard di una buona sanità con questa tendenza, sicuramente inarrestabile, ci auguriamo, che non faccia perdere di vista la delicatezza dell'ambiente sanitario.
I pazienti, i relativi familiari e comunque ogni altra persona presente nelle strutture sanitarie, non si trova lì per caso e non si trova in uno stato d'animo capace di sopportare le varie forme subdole o scoperte di messaggi ingannevoli di cui la pubblicità non è immune. Dunque, ogni introduzione di pubblicizzazione, se con fini informativi e scevra da ogni carattere illusorio opportunamente filtrata, se non invasiva, potrebbe essere accolta ma sempre con relativa prudenza.
La nuova maniera di promuovere i vari prodotti commerciali, all'interno delle strutture sanitarie, non potrà comunque, e non dovrà, sottrarsi ad una scelta strategica pubblicitaria, nel rispetto che la sensibilità delle presenze in quei luoghi impone.

Giuseppe Cancemi

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#belluno 
#salute
#pubblicità

sabato 26 aprile 2014

Belluno. Energia e sostenibilità


ELETTRODOTTO TERNA: QUALE OPZIONE?

La diatriba sull'elettrodotto TERNA, tiene accesa, tra maggioranza e opposizione in Comune a Belluno, una discussione senza fine. Si disquisisce intorno al progetto ma non si riesce a decidere.  Allora, forse, cercare di fare il punto in sintesi sull'oggetto del contendere, può essere utile.La prima cosa da chiedersi dovrebbe essere: a che cosa serve un nuovo elettrodotto se i nuovi orientamenti sulla sostenibilità spingono verso un'energia rinnovabile? L'Italia per insolazione, rispetto al Nord Europa e per lo sviluppo delle tecnologie che diventano più efficienti, via via meno costose e meno ingombranti, ha le carte in regola per sviluppare un progetto energetico e industriale di avanguardia.  La risposta prima non è dunque di esclusività locale. Secondariamente, se l'elettrodotto deve essere realizzato per un ammodernamento delle linee o a scopo manutentivo o di economicità nel trasporto o di sicurezza, bisogna fare un ragionamento sulla contestuale sostenibilità. Intendendo per sostenibilità una nuova maggiore protezione verso le persone e l'ambiente naturale escludendo o riducendo al minimo le radiazioni elettromagnetiche e minimizzando l'impatto paesaggistico. Non escludendo tra le opzioni di intervento anche l'opzione zero.
Le scuole di pensiero che dividono gli esperti di trasporto elettrico – tra corrente continua o alternata – non appassionano affatto gli utenti del servizio energetico.  Interessano invece, per l'impatto i tralicci ove inevitabili e gli interramenti delle linee per l'esposizione all'inquinamento.  Ai cittadini tutti, di Belluno e del territorio attraversato spetta dunque il diritto di essere informati minuziosamente e soprattutto ascoltati. 


 Giuseppe Cancemi




Belluno 11/2/2018

ADDENDUM


Per un minimo di informazioni, perché non sia il solito NIMBY. In poche parole il problema della linea elettrica TERNA in terra bellunese.

La situazione attuale:
Esiste una linea obsoleta per usura, per invasività dei territori e per potenziale elettrico insufficiente.
Di provato e riconosciuto impatto ambientale


LA LINEA TERNA IN VIA DI REALIZZAZIONE E/O DA REALIZZARE...

A – Se aerea, facilità di dispersione termica che assicura maggiormente dai guasti una tratta e complessivamente meno costosa e con meno costi di gestione.
Maggiore impatto ambientale ed esposizione alle radiazioni non ionizzanti.

B – Se interrata si hanno maggiori probabilità di guasti, maggiori costi anche per una doppia linea di servizio per i blackout.
Minore impatto ambientale e di radiazioni ma forse più invasività per i territori

Giuseppe Cancemi

Necessità di cambiare per un nuovo disegno (concettuale) di città


Caltanissetta punto e a capo

Caltanissetta punto e a capo. Indubbiamente c’è tanta strada da percorrere, ancora, affinché si inverta definitivamente la tendenza che, dagli anni Cinquanta ad oggi, ha fatto e continua a fare della nostra città, della nostra Caltanissetta, un “bene” disponibile per facili arricchimenti privati e si riaffermi una coscienza del bene comune. Ma noi siamo convinti che questo cambiamento sia possibile in quanto fortemente sperato, voluto da un numero sempre crescente di cittadini che si organizzano in gruppi, comitati, associazioni, persino partiti. Insomma, le città, la città quale bene “in comune”. Un insieme di spazi, edifici e risorse condivise, a vantaggio di tutti. Un sistema urbano che risponda ai bisogni abitativi primari e alle diverse esigenze sociali, economiche, culturali ed estetiche di chi lo abita. Una “civitas” che genera qualità della vita, felicità di appartenenza ad una specifica comunità.
La qualità di una città è certamente la qualità degli spazi domestici (le case, gli edifici condominiali), ma anche la qualità di strade, di marciapiedi, di piazze, di giardini, di palazzi pubblici, di alberi, di aiuole, di statue, dell’acqua che arriva ai rubinetti, dell’aria che si respira, di tutto ciò che costituisce il fondamento dello stare insieme. Vivere in una collettività non può prescindere da attenzione e cura nei confronti di ciò che è patrimonio, valore condiviso. Occorre pertanto che tutti se ne prendano carico, cittadini e amministratori, con la stessa attenzione con cui ci si dedica alle proprietà personali: cioè tenendo pulito e in buon ordine, mantenendo, restaurando, ristrutturando, modificando e innovando; gestendo bene le risorse economiche a disposizione, rendendo produttivo ciò che ci appartiene, ciò che lasceremo ad altri.
Per realizzare questo cambiamento occorrono persone competenti, motivate, determinate. Occorre sviluppare e applicare modelli nuovi. Una città quale bene comune richiede una “visione nuova”, quella che gran parte del pensiero contemporaneo (ecologico, sistemico, organicistico, olistico) auspica, promuove. Viviamo in una tale stretta interdipendenza tra persone, cose, spazi, risorse, ambienti, che risulta inconcepibile qualsiasi idea di separazione tra tutti i sistemi a cui apparteniamo, non ultimo la città. Il nostro benessere personale, la nostra sopravvivenza è fortemente legata al benessere del territorio in cui abitiamo. In definitiva, la città nel suo complesso, non è “altro” da noi. Per questo sono necessarie responsabilità e azione, partecipazione collettiva, regole da rispettare e da far rispettare, competenza, progettualità.
Termini quali unitarietà, organicità, relazione, parte-tutto, diversità, comunità, partecipazione, rete, responsabilità, sono gli stessi su cui si fondano le più interessanti ricerche sullo spazio urbano contemporaneo del nuovo organicismo, dell’urbanistica integrale, dell’architettura sostenibile. Insomma, affinché avvenga una efficace, autentica trasformazione urbanistica e architettonica, è necessario questo cambiamento, certamente etico ma dalle fortissime implicazioni sul nuovo disegno della città. Saremo finalmente in grado di realizzare tutto questo?


Leandro Janni
Presidente regionale di Italia Nostra Sicilia

sabato 29 marzo 2014

Caltanissetta: Santa Maria la Vetere


IL RESTAURO DI UN BENE ARCHITETTONICO NON DEVE ESSERE FATTO IN SOLITUDINE



Una nota pubblicata su LA SICILIA qualche giorno fa, in merito al restauro di Santa Maria la Vetere, mi suggerisce una riflessione che vorrei girare al Soprintendente.
I giudizi più o meno avventati sull'operato di una istituzione preposta alla conservazione dei Beni Culturali, a mio modesto avviso, nascono quando la Comunità che ha ereditato e custodisce uno specifico Bene, non viene informata/coinvolta, in itinere, delle scelte preordinate a l restauro di quell'opera. Ancora non è una conquista di tutti, la partecipazione e la condivisione di un così importante rapporto tra la parte che ha in affido il Bene e quella che è stata delegata alla sua custodia, alla sua conservazione e mantenimento, il più a lungo possibile.
Non a caso, in Italia e in Europa, è stato avvertito il bisogno di una cosiddetta “Carta del Restauro”. Le linee guida che suggerisce la “carta” sono il risultato di accese e sempre attuali discussioni in merito al modo di intervenire.
Se non ricordo male, il punto fermo che rimane sulle opere di restauro di interesse architettonico, in linea generale, con eccezioni ovviamente, riguarda il rifuggire da completamenti in stile o analogici, alterazioni o rimozioni, aggiunte, etc.. Insomma, nell'intervento, deve sempre essere tenuta presente l'accezione “conservativa”, nel senso dell'integrità della lettura di quel “documento” e della sua più fedele possibile trasmissività ai posteri. Comunque, ogni lecita critica che può sorgere intorno ad un restauro, se a posteriori, può apparire come sterile confronto ma non lo è. Semmai, mette in evidenza quei nodi che ci indicano come si può evitare un semplicistico giudizio in un rapporto complesso e, a volte, conflittuale.
Le nuove tecnologie a disposizione, possono fare cadere quel diaframma che esiste tra la P. A. (in questo caso la Soprintendenza) e la Comunità. La pubblicazione in un apposito sito di tutto il materiale che riguarda, per esempio, un restauro, può diventare “valore aggiunto” che amplia la storia nella storia dell'opera, e non rimanere oscuro lavoro, in polverosi archivi, di “soloni” che decidono per tutto e per tutti con una delega che non può più essere in bianco.
Si sa che tra i documenti suggeriti dalla “Carta del Restauro”, solitamente le Soprintendenze annoverano una relazione preliminare sullo stato di fatto iniziale, sulle vicissitudini conservative e una progettualità di quanti e quali interventi debbono preservare e conservare il Bene Architettonico. Tutto, con un corredo di foto del prima e del dopo, le tecniche di intervento, nonché le relative implicazioni di carattere fisico, chimico, ambientale e antropologico richiesto come dossier che deve accompagnare l'opera.
Bene! La Soprintendenza di Caltanissetta, cominci con Santa Maria la Vetere ad inaugurare un New Dial della Cultura. Pubblichi in rete, tutto il materiale di studio e di progettazione che ci ha consegnato quel restauro.

Giuseppe Cancemi


giovedì 27 marzo 2014

LAVORI PUBBLICI


BELLUNO, 

VIA MEZZATERRA:

 I LAVORI PROCEDONO


Un dubbio sul modo con cui sta realizzando il selciato fa riflettere sull'assorbimento e sulla velocizzazione delle acque meteoriche che scorreranno a seguito delle precipitazioni.
Bitumano prima del letto di sabbia che precede la posa del pavè.
E' sicuramente una tipologia di pavimentazione a regola d'arte ma che provoca qualche perplessità. Spiego meglio qual è il dubbio. Se si mette il bitume al posto del geotessuto il comportamento delle acque pluviali è diverso. Un mancato assorbimento del sottosuolo provoca un totale mantenimento in superficie delle acque e una

velocizzazione delle stesse. Diversamente, con un pavè che assorbe in parte le piogge, viene limitata la quantità e la velocità delle acque che si ritroveranno a valle della via Mezzaterra. Domanda: tutto calcolato?

Giuseppe Cancemi


mercoledì 26 marzo 2014

Il Comune di Caltanissetta vuole formare 15 esperti per europrogetti


EUROESPERTI O SPOT ELETTORALE?

Leggere, qualche giorno fa, che il Comune si ripromette di formare 15 esperti in “euro-progettazione” per la mia città mi rende contento, ma solo per qualche istante. Quasi subito, in effetti, ho sentore che qualcosa non funziona. L'ateneo LUSPIO è una Libera Università degli Studi, privata, nata nel 1996 a Roma, ufficialmente con tre facoltà (Interpretariato e Traduzione, Scienze politiche ed Economia) e 5 corsi di laurea in tutto. E subito penso, cosa mai c'entrerà una simile università con l'europrogettazione. O meglio, se un simile ateneo è capace di formare “esperti” per attingere finanziamenti in Europa - perché di questo si dovrebbe trattare - come mai il deputato che con ogni probabilità ha suggerito al Comune una così brillante idea non lo ha già fatto prima a livello nazionale? Egli sa e anche noi sappiamo, che tanti


finanziamenti europei, anche di recente, sono stati persi per l'Italia e nessuno se ne è mai accorto o preoccupato. Forse, si poteva cominciare proprio dall'alto, per così dire. Sì perché per il livello locale qualche dubbio sull'utilità viene, specie se mettiamo in fila alcune cose: siamo sotto elezioni; un corso dal costo di 10 mila euro dovrebbe durare come un comune corso di laurea; gli “esperti” si potranno vedere solo alla fine di un triennio/quinquennio. Insomma, è il caso di dire “campa cavallo che l'erba cresce”. A dire il vero sorge anche un ragionevole dubbio che fa pensare più ad uno spot elettorale che non ad una proposta seria fatta per il bene di Caltanissetta. Un mandato amministrativo quasi scaduto, un tempo di formazione non immediato e con utilizzo, non prossimo, d'incidere sulla problematica dei finanziamenti, confermano che la proposta dovrebbe riguardare la futura amministrazione comunale. E questo la dice lunga.
Infine, anche il suggerimento di accedere ai finanziamenti Horizon 2020 come “Mission” di “battesimo”, per il comune di Caltanissetta con i nuovi esperti su proposta dello stesso deputato, ci sembra proprio indicato per le vocazioni del nostro territorio.
Infatti, si tratta di finanziamenti da erogare per il quinquennio 2015-2020 tutti dedicati alla ricerca scientifica. E come è noto, Caltanissetta è quasi come la Silicon Valley!

Giuseppe Cancemi 

giovedì 20 marzo 2014

STOP AL CONSUMO DI SUOLO AGRICOLO



BELLUNO: COL CAVALIER


Espansione edilizia. Per la Giunta 
comunale,

si può fare!



Le diatribe tra parti (rappresentanti di partito e non) di diversa opinione, classificate non di rado con un eufemismo: confronto politico, da tempo, non muovono più da una oggettività del contendere, ragionata e pacata, ma piuttosto da una più generale pregiudiziale divergenza dei contendenti. Anche nelle contese locali, Belluno nel nostro caso, si scimmiottano le artificiose polemiche offerte della cosiddetta “casta”, cui assistiamo quotidianamente nei media. Purtroppo, anche gli amministratori locali di lungo corso e “tecnici”, oramai, si sono omologati ai politici nazionali. Sono sempre acidi alle domande e rispondono in maniera anche indispettita e piccata o si rifugiano in evasive risposte, forse sapendo di non essere più tollerati, perché assimilati alla casta. La pregressa critica sull'edificazione a Col Cavalier riaccesasi per l'ok al recente intervento edilizio, si rinfocola in questi giorni, per le risposte dell'assessore all'urbanistica, a dir poco ingenue per uno del mestiere (già presidente dell'ordine degli architetti di BL), e del Sindaco più stizzita. Basti pensare che l'Assessore all'urbanistica, le osservazioni e le opposizioni fatte da Italia Nostra (associazione nazionale di lunga esperienza e competenza) e dal Comitato civico Col Cavalier, le liquida come “generali” e “non puntuali”. Che dire da amministrato della superficialità che traspare dalla laconica risposta verso le competenti osservazioni fatte da Italia Nostra? Per l'Assessore, sono considerate osservazioni generali e non puntuali le segnalazioni che esprimono grosse perplessità sulla fragilità di carattere geotecnico e idrogeologico dell'area interessata. L'osservazione di contrarietà ad una nuova edificazione in un'area catalogata di pericolosità limitata, ma posta in prossimità di un territorio gravemente instabile” non basta! Per non parlare del pregio paesaggistico che si andrà a compromettere o dell'invasione urbanizzativa dell'area a destinazione e vocazione agricola. Poca cosa per l'Assessore. In compenso, il Sindaco in persona, ad altra critica mossa da un Consigliere comunale, risponde divagando e burocraticamente arroccandosi all'impossibilità, per legge, di negare l'intervento edilizio in Col Cavalier. Ne fa una questione burocratica e di osservanza della legge urbanistica, dimenticando che in zona agricola vige sempre, al di sopra della norma regionale, la regola nazionale, per le costruzioni a destinazione agricola, dello 0,03mc/mq. E comunque, il contenimento o meglio stop al consumo di suolo, riconosciuto anche da organizzazioni come la Confedilizia e altri Enti simili, non è uno slogan vuoto. Sappiamo bene che un'antropizzazione a tutti i costi non è più né utile né necessaria, specie dove le peculiarità idrogeologiche e l'assetto paesistico, se violati, i danni, si ritorcono anche su coloro che li hanno causati.
Senza volermi associare a chi ne fa del caso, una “questione di lana caprina”, vorrei semplicemente e solo, rammentare, che basta la fragilità del territorio di montagna a giustificare – a garanzia di tutti - le limitazioni e i dinieghi che si impongono in simili situazioni, utili a prevenire concause nei dissesti della montagna.
Una diversa decisione deve fare riflettere sulla palese contraddizione che si instaura tra il volere costruire a tutti i costi e la messa in sicurezza del territorio, se non si vuole piangerne le conseguenze in tempi, che possono reputarsi anche remoti, ma che arrivano... arrivano!

Belluno, 21/03/2013



Giuseppe Cancemi