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giovedì 9 aprile 2015

Disneyland o centro commerciale dei poveri?

LA CARICA DEI 5000

Il centro storico non è disneyland e neanche il centro commerciale dei poveri. Piuttosto rappresenta l'anima, la cultura, la storia del genius loci, la traccia tangibile delle generazioni che l'hanno attraversato e il contesto della generazione in itinere. Eppure, non sembra bastare che tutti i fine settimana ci si lamenti di atti vandalici, inquinamento acustico e abbandono di rifiuti in ogni luogo. Anzi, ci si preoccupa di tanto in tanto di fare qualche “iniezione” di inquinamento atmosferico e acustico supplementare. Domenica ci saranno 5000 moto in piazza da (sic!) “benedire”.


Giustamente il Sindaco, rivolgendosi all'opposizione, manda a dire che vuole discutere di temi e non di “poltrone”. Vero! Poco e niente interessano ai cittadini gli “avvitamenti” su temi e problemi sempre di assetto, di piccole strategie di singoli, di minuscoli gruppi e di partito. Ci si dovrebbe ricordare, sempre, che la delega a governare data dagli elettori non può essere barattata come merce di scambio. Per primi gli abitanti del centro di Belluno, da tempo avvertono i disagi appena accennati ma anche come il cuore della città si stia lentamente degradando. Molti marciapiedi sono sconnessi, le piante esistenti pian piano si vanno diradando per gli annuali abbattimenti che finiscono col fare posto ai parcheggi. Via via si sta assecondando anche una tendenza che fa crescere il contingente di auto stanziali e circolanti nelle principali aree storiche della città, mentre il parcheggio Lambioi resta quasi sempre vuoto.
I temi su cui riflettere non mancano. A breve, per esempio, perché i “bolidi da ammirare” debbono essere mostrati in piazza dei Martiri e in via Loreto e non nello spazioso parcheggio Lambioi?
L'inquinamento, non è solo quello atmosferico ma anche quello più sottile spaziale e cromatico. Il caos tecnologico non va d'accordo con lo sfondo storico e i vari inquinanti come benzene, monossido e biossido di carbonio, etc. disseminati. E neanche con la salute pubblica!

Mi chiedo e chiedo agli amministratori, a proposito di candidatura della città di Belluno a smart city, a quale di questi fattori smart: economy, people, governance, mobility, environment, living appartiene questa manifestazione a base di gas di scarico e rumore? O forse quest'ultimi non vanno contabilizzati perché sono solo inevitabili “danni collaterali”?
Per concludere, sui temi che andrebbero affrontati per il medio e lungo termine, a solo scopo indicativo me ne vengono in mente alcuni. Il verde degli alberi, per primo, che annualmente diminuisce ad opera delle ferite delle capitozzature selvagge, senza alcun risarcimento (come promesso anni fa da altra amministrazione). Non meno degno di attenzione è lo spopolamento della città e in particolare del centro storico affiancato da una contemporanea assurda invenzione di nuovi volumi edificabili. E infine, per ultimo, ma non l'ultimo, penso al tema dimenticato che riguarda il le progettate modifiche della piazza dei Martiri non compatibili con i segni della storia.
Forse, mi rivolgo agli Amministratori della città, una generale revisione di quanto accennato nei temi ricordati andrebbe fatta, ma con molta umiltà e senso di servizio al “cittadino sovrano”.


Giuseppe Cancemi

giovedì 2 aprile 2015

Promuoviamo il mecenatismo per riappropriarci dei BENI CULTURALI

Manifesto

NISSENI..., TUTTI MECENATI!

Senza più aspettare Godot mi viene di suggerire ai nisseni tutti, un' autonoma iniziativa di

adozione del

CENTRO STORICO
(Bene culturale di tutti!)

facendoci promotori di una raccolta, anche di un singolo euro per ogni cittadino, per un progetto del cuore della città condiviso.

Si organizzi una raccolta un po' dappertutto: centri commerciali, singoli esercizi, mediante cellulare, etc.. Una sorta di colletta anche di pochi spiccioli raccolti capillarmente per dare un segnale al Comune che i cittadini per il recupero del centro storico ci stanno e non possono più aspettare ulteriormente.

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martedì 17 febbraio 2015

ALBERO GENEALOGICO

PREFAZIONE DEL LIBRO DEL MIO AMICO STEFANO

Gens Mea

Questa ricerca nasce dalla semplice constatazione che ogni persona, anche di età avanzata, con i propri ricordi non riesce ad andare oltre i suoi bisnonni, cioè  oltre le tre ultime generazioni  che l’ hanno preceduta. Il passaggio da una generazione all'altra si compie intorno ai 30 anni. Si può perciò ritenere che, con le dovute approssimazioni, il ricordo rivolto ai nostri ascendenti  non va oltre il secolo, tranne che si tratti di persone eccezionali che, nel bene o nel male, riescano ad entrare in atti, scritture, memorie a vario titolo e/o documenti noti ad una moltitudine di persone, insomma nella storia. Ma anche allora non è detto che sia chiaro il loro collegamento con i propri discendenti. In Corsica, ad esempio,  sono in troppi a dirsi discendenti di Garibaldi o addirittura di Napoleone Bonaparte.
Le persone coinvolte in questo volume sono circa ottomila (discendenti e loro coniugi), distribuiti in un numero di generazioni che va, in gran parte, attorno a sette. A partire dall’anno 2011 e andando a ritroso nel tempo, nella mia ricerca,  sono arrivato non oltre l’anno 1690.
Negli anni futuri i discendenti degli inclusi in questi novantasei alberi genealogici potranno risalire ben oltre le tre generazioni di cui dicevo prima e, se avranno la solerzia di aggiornare il proprio albero, avranno il merito di tramandare ai propri discendenti il ricordo dei propri avi..
Conoscere la propria genealogia contribuisce a rafforzare la propria identità.
L’evangelista Matteo nell’iniziare il suo Vangelo fa una lunga genealogia di Gesù, tripartita in gruppi di quattordici generazioni (in tutto quarantadue generazioni) che risalgono da Gesù ad Abramo (dal quale inizia la storia di Israele). Applicando alle quarantadue generazioni la durata di trenta anni per ciascuna, ricaviamo che Gesù venne dopo 1260 anni da Abramo. Ovviamente è probabile che tale calcolo sia fatto in difetto perché possiamo presumere che la durata della vita sia andata cambiando nel corso del tempo. Anche nella genealogia di Gesù troviamo donne non israelite e, a volte, non proprio virtuose.
Cercando in alcune biblioteche ed in internet (lingua italiana), non ho trovato libri o indizi che conducano a ricerche, nel mare delle genealogie, che assomiglino al presente volume.  Mi è stato di aiuto l’essere partito dall’albero genealogico della mia famiglia (albero b2), allargandomi gradualmente di ramo in ramo, di generazione in generazione. Questo è un libro che non va letto pagina dopo pagina, ma  soltanto consultato da chi vuole conoscere i rapporti tra i censiti in un albero. È anche possibile  risalire ad altre persone inserite in alberi diversi (attraverso i rimandi ai detti  alberi  riportati nei rettangoli gialli).
Per compilare quest’opera ho chiesto notizie a centinaia di persone (residenti in tante parti del mondo) mandando in genere ad esse copie dell’albero su cui stavo lavorando e chiedendo integrazioni, correzioni e dati anagrafici. La gran parte di essi mi ha risposto. Spesso mi hanno ringraziato dicendomi che attraverso l’albero avevano avuto la gioia di scoprire l’esistenza di parenti con i quali subito si sono messi in contatto. Chissà  se in futuro sarà ancora possibile fare una simile ricerca sia perché la dispersione delle persone nel mondo sarà sempre maggiore sia anche per la possibile entrata in vigore, in Italia, di una legge che dia ai genitori la possibilità di utilizzare come cognome dei figli sia il cognome della madre che quello del padre oppure ambedue insieme.
Ho constatato che il mio lavoro serve anche ad aggregare le famiglie dando ai rispettivi membri la consapevolezza della comune appartenenza.
Oggi siamo sempre più investiti dalla globalizzazione che produce l’effetto di ridurre le distanze ed incrementa le comunicazioni. In conseguenza vedremo i nostri figli andare via dal comune in cui sono nati e cercare lavoro altrove,  trasferendosi in qualsiasi parte del mondo.
Già oggi notiamo che coloro che si sono trasferiti permanentemente all’estero  hanno allentato i rapporti con i parenti e, se non tornano spesso al comune di origine, finiscono col non conoscere più i parenti lontani. Perdono cioè la consapevolezza della propria identità, come fossero foglie staccate dall’albero familiare sotto l’azione del vento della globalizzazione.
Dal punto di vista culturale, l’uomo sente il bisogno di essere consapevole della propria identità, che è costituita da tanti elementi: la famiglia di appartenenza, il territorio di provenienza, la lingua parlata, la religione professata ecc. Tante volte abbiamo potuto constatare che le persone emigrate in America agli inizi del secolo scorso, cercano ancora di conoscere i propri parenti, di chiarire la propria genealogia  e spesso, venendo in Italia, li cercano (anche andando a chiedere notizie negli uffici anagrafici del comune o nelle parrocchie) e stabiliscono con loro nuove relazioni. È probabile che questo volume sarà gradito a molti emigrati. Tanti hanno ricercato i legami o le radici che collegano il popolo americano di origine italiana con la nostra terra attraverso gli archivi di Ellis Island (https://www.ellisisland.org/).
La compilazione di questi alberi genealogici mi ha dato modo di rendermi conto di alcuni eventi verificatisi nel trascorrere degli anni. È cambiato il numero di figli delle coppie di sposi. Prima  era  più alto, normalmente si attestava attorno a quattro e spesso, specialmente a Milena, si andava oltre dieci. Eppure la povertà era maggiore. Col passare degli anni man mano che l’occupazione si è spostata dall’agricoltura all’industria ed ai servizi ed il reddito è andato aumentando, il numero dei figli è sceso attestandosi ad uno o due figli per coppia. Forse per una modificazione culturale e una maggiore consapevolezza genitoriale. Chissà!
La coppia prima era costituita normalmente da persone sposate in chiesa, oggi il legame matrimoniale si è allentato. Spesso si convive.
Certamente ha influito sia l’affacciarsi della donna al mercato del lavoro,  sia la crescente scristianizzazione della nostra società.
Anche i nomi che si danno ai figli sono cambiati. Prima si rispettava di più  l’usanza di dare ai figli il nome dei propri genitori. Io mi chiamo Stefano Diprima perché mio nonno si chiamava Stefano Diprima. Tale usanza è antichissima e ne abbiamo traccia anche nei Vangeli.
L’evangelista Luca riferisce che l’arcangelo Gabriele annunziò a Zaccaria, marito di Elisabetta, che avrebbe avuto un figlio e lo doveva chiamare Giovanni. Maturò il tempo ed Elisabetta partorì. «I vicini ed i parenti udirono che il Signore aveva manifestato in lei la sua grande misericordia e si rallegravano con lei. Otto giorni dopo vennero per circoncidere il bambino e volevano chiamarlo con il nome di suo padre Zaccaria. Ma sua madre intervenne: “No, si chiamerà Giovanni”. Le dissero: “Non c’è nessuno nella tua parentela che si chiami con questo nome”». Al bambino fu dato nome Giovanni perché anche Zaccaria lo volle.
Oggi sono in tanti a non sentirsi vincolati dall’antica usanza e scelgono nomi di personaggi celebrati dai media, sentiti in televisione o nelle letture di romanzi o ancora nei film. Accade anche che i cattolici, nella scelta del nome di battesimo,  non  rispettino il Codice di Diritto Canonico che dice «I genitori, i padrini e il parroco abbiano cura che non venga imposto un nome estraneo al senso cristiano» (Can. 855).
Alla base di ogni albero genealogico sta la persona. L’albero definisce il rapporto di parentelatra le persone. L’uomo è per sua natura un essere “sociale” cioè collegato ad altre persone. Detto collegamento può essere di varia natura: amicizia, conoscenza, inimicizia, parentado ecc..  Sono convinto che il collegamento più importante è l’amicizia. Il patrimonio più importante che ognuno di noi ha è costituito dalle relazioni amicali che possiede e che vorrebbe trasmettere ai propri figli. La natura aiuta l’uomo a relazionarsi con gli altri uomini sulla base della propria libertà. La parentela non è altro che un suggerimento che la natura dà all’uomo sulla scelta dei primi possibili amici.
L’uomo,  usando la propria libertà, può accoglierlo, respingerlo o semplicemente ignorarlo. Certo però è che la famiglia è l’unico luogo in cui il singolo trova normalmente e gratuitamente rifugio ed aiuto. Dal bambino all’adulto, tutti i suoi bisogni trovano risposta in famiglia.
Nelle nostre società progredite, la risposta ad alcuni bisogni è oggi passata dalla famiglia alla società. Penso alle cure di malattie gravi, alla istruzione, alla sicurezza ecc.. Ma la maggiore serenità la trovano quelle persone che hanno cercato nei parenti più vicini i loro migliori amici.
È questo l’augurio che faccio al lettore.

Stefano Diprima


venerdì 9 gennaio 2015

Amministrare la città



PER PARTIRE BENE... SIN DAI PRIMI CENTO GIORNI


Voltare pagina, per una città del profondo Sud che tutti gli anni regolarmente si colloca all'ultimo posto delle graduatorie sulla vivibilità delle città in Italia, è cosa ardua. Il gorgo di una quotidianità amministrativa esercitata nell'inseguire i problemi, può risucchiare ogni buona intenzione di riscossa promessa in tempo di elezioni, fatta magari in buona fede. Aggredire le problematiche amministrative quotidiane che sempre più hanno abbassato il livello dell'ordinaria amministrazione, è la prima cosa che bisogna fare. Serve anche rinvigorire ed estendere l'etica della responsabilità, rendere trasparente il palazzo comunale, avvicinare tutti i cittadini alle scelte, prima di farle e non dopo. Razionalizzare, risparmiare, riqualificare e/o spostare risorse improduttive verso capitoli che ottimizzano, qualificano l'attività amministrativa, sono categorie che devono entrare per prime nella buona amministrazione.
Come iniziare un nuovo corso di buona amministrazione della città, parte da una conoscenza condivisa dei problemi e dalle risposte da dare a questi, secondo una tempistica, una disponibilità delle risorse da impiegare, una assegnazione della priorità e alcuni criteri di base. Nei primi cento giorni, si può cominciare dall'immagine della città, dall'erogazione dei servizi, dalle facilitazioni che possono essere avviate per avvicinare gli utenti della città al "palazzo". I costi, che questo primo approccio deve avere, devono rimanere gli stessi di prima, se non meno. Sembrerebbe velleitario ma non lo è!
 Prendiamo l'immagine della città attuale non priva di degrado in generale e nell'arredo urbano, poco pulita lungo le strade, i marciapiedi e i posti di raccolta e vediamo cosa si può fare per ridare un nuovo volto alla città.

 A mo' d'esempio: se riduciamo il volume della frazione indifferenziata che finisce nei cassonetti, si possono abbattere i costi di conferimento in discarica a vantaggio del riutilizzo, delle finanze locali (e non solo) e dell'ambiente naturale dove andrebbe smaltito l'umido. Dunque vantaggi diretti e indiretti. Altro esempio, a favore dell'immagine urbana, potrebbe riguardare una più "severa", "pignola" e "accurata" pulizia cittadina. Avendo cura di difendere sì la giusta e puntuale ricompensa del lavoro svolto dagli Operatori ecologici ma non senza pretendere la contropartita apprezzabile da tutti e non senza perseguire (se necessario ed educativo) i contravventori cittadini. Un ulteriore esempio potrebbe riguardare la velocizzazione dei servizi ai cittadini, al commercio e all'imprenditoria, facendo viaggiare le informazioni e non le persone.
All'interno del Palazzo, sempre per esemplificare, i carichi di lavoro di ognuno e di tutti, previsti dalle norme (Contratti collettivi) o dalla consuetudine riconosciuta e consolidata e la dirigenza che deve vigilare, debbono assicurare il massimo della efficienza per dovere e rispetto ai cittadini sovrani. Anche gli amministratori, da parte loro, non debbono e non possono delegare agli uffici e al rispettivo personale, compiti propri della politica. Le scelte e le soluzioni di natura politica, non contrarie alle leggi e con copertura finanziaria, debbono solo essere, tradotte in azioni, ed eseguite. Non bisogna lasciare spazio alla discrezionalità. Se viene delegata ai dirigenti la conduzione degli atti che afferiscono alla sfera della loro responsabilità individuale ma che sono riconducibili alla responsabilità politica, viene dato spazio a rinvii, ritardi se non ad una elusione della esecutività.
Infine, le aggregazioni di volontariato, gli anziani organizzati (p. e. AUSER) con deleghe e responsabilizzazione sulla custodia e il mantenimento, per esempio, dei giardini pubblici o del verde di quartiere possono fornire un prezioso ausilio a costo zero.
E via discorrendo di questo passo....
Ecco, l'avvio così concepito, di aggiustamenti, puntualizzazioni, razionalizzazioni, riconoscimenti di ruoli e responsabilità, efficienza, dovere e diritto, consapevolezza, di cittadinanza attiva e partecipativa può fare da volano a una serie di altre piccole riforme dal basso se partecipate davvero.

Giuseppe Cancemi

BELLUNO: la città nel suo essere insieme urbano


IL CENTRO STORICO NON E' DISNEYLAND


Credo che il centro storico meriti più rispetto. Non si è mai spenta l'eco dei risentimenti dei suoi abitanti che si rinnova di tanto in tanto. Non sono giustificabili le “offese” e le “ferite” che vengono inferte tutte le notti dal “nottam...bullismo e quasi settimanalmente dalle varie, diciamo, “feste paesane”, in nome di un'economia che alla fine si riduce alla sopravvivenza di qualche bar. Tutto insiste come se il centro storico non fosse abitato da alcuno.
Eppure, bisognerebbe ringraziare proprio la “resistenza” di quegli abitanti del centro, se viene mantenuto un minimo di sopravvivenza per quegli esercizi commerciali di vicinato, divenuti oramai i meno sostenibili.
La politica è sorda, considera e percepisce il maggior luogo di rappresentanza della città, come strumento semplicemente da usare: senz'anima e senza abitanti. I progetti quasi sempre per il centro che mostra, sono presentati come frutto di un “concorso” in fretta e furia sempre in chiave mercantilista. Comunque, la recente volontà amministrativa di volere calmierare i prezzi d'affitto delle abitazioni, potrebbe essere un inizio di buona politica. Bisogna, però, affrontare il problema delle abitazioni nella globalità di un progetto di città che fin qui non si è visto. Tanti sono i segni che l'Amministrazione cittadina naviga a vista. Non ha una rotta tracciata. Considera la periferia urbanizzata come luogo aperto alla saturazione edilizia, il centro storico come la Disneyland di città, il greto del Fiume Piave come la futura Palm Beach, gli alberi un impiccio per i parcheggi e viabilità e l'ambiente naturale non diverso dal suolo agricolo. L'eccesso di feste “strapaesane” continuato ed aggravato da emissioni acustiche inquinanti in alcune circostanze oltre i limiti del dolore, gli affollamenti variopinti di cose e persone, e perfino la circolazione di cibi e bevande non sempre nostrani, per chi vorrebbe apprezzare, “gustare” il godimento del genius loci nel silenzio, nei colori e nei sapori propri del luogo dovrà accontentarsi
di una mistificante accozzaglia di estemporanei segni in contrasto con quello che rappresenta un centro storico. A tutti sono note le spese per i festini vari, l'aspettativa di una spiaggia a Lambioi e l'abbattimento di quei poveri alberi, sempre ritenuti malati, ma in verità utili per qualche posteggio in più. Di non meno rilievo, anzi quasi dispettoso, nella conduzione amministrativa di questa città, appare, anche, l'esclusione del centro storico nel servizio di ecocentro su mezzo mobile.


Pendono adesso, sommariamente, sul capo della città: una scelta di ammodernamento di Piazza dei Martiri che si propone di stravolgere l'immagine consolidata del salotto buono di Belluno; una permuta di volumi per agevolare nuova edilizia in zona di espansione; nuovi gadget per allietare ulteriormente le notti brave di Belluno sempre in centro storico, etc.. Bisogna riconoscere, però, che qualche iniziativa all'orizzonte appare con una qualche utilità, pur se non coordinata nel suo complesso, con risorse, bisogni, problemi e progetti. Mi riferisco alla ricercata azione amministrativa di volere con l'ATER, un approccio progettuale che potrebbe diventare ambizioso, se non si esaurisce e si limita al solo reperimento di qualche abitazione a costo contenuto. L'occasione, invece, dovrebbe estendersi e prevedere per la città un piano complessivo nella direzione di un rinnovo edilizio a rotazione continua, magari dando, forse, meglio impulso, da parte del Comune, all'Ufficio Politiche per la Casa. Non secondario è anche l'interessamento che si ha per la scuola primaria. Restituire la scuola “Gabelli” ai cittadini e ripristinare lo spazio occupato provvisoriamente, dagli attuali edifici scolastici nel Parco Città di Bologna, farebbe cessare quella deprecabile emergenza di cui l'Italia è solita abusarne.

Insomma, il primo cittadino non me ne voglia, se mi sono permesso di sottolineare una certa carenza politica che nulla ha a che vedere con le ristrettezze economiche comunali, che esistono e limitano l'azione politica, ma ciò che mi sembrava utile mettere in evidenza resta la visione d'insieme della città che rimarco: non deve mancare. Ricordo soltanto, che il centro storico non è luogo a se stante ma, piuttosto, parte nobile di un luogo abitato. L'umanità che l'ha attraversato con i suoi segni tangibili lo ha reso unico e irripetibile. Pertanto, lo ricordo per me stesso, chi non riconosce nel centro storico l'alta pregnanza storico-culturale e baratta la sua essenza di città per valori miseri ed effimeri, non solo sbaglia ma fa anche proselitismo per l'ignoranza!


Giuseppe Cancemi

sabato 3 gennaio 2015

Caltanissetta: La Grande Piazza


Il danno è fatto


Tralascio la scelta di pavimentazione la quale allo stato interessa corso Vittorio Emanuele, che contrasta di sicuro anche con l'immagine del centro storico, e provo a commentare ciò che si intravede attraverso le foto degli ultimi lavori. Intanto mi rifiuto di accettare l'idea che alla base di quella esecuzione di lavoro pubblico ci sia la guida di un tecnico comunale o di un libero professionista. Senza offesa per nessuno, quelle linee bianche e l'insieme della realizzazione in corso sembrano essere più opera arbitraria d'iniziativa del "bravo capomastro" che non l'esecuzione di un'opera sotto la guida di un tecnico professionista.
Quelle linee bianche lungo i lati del corso Vittorio Emanuele, che si fanno notare, danno alla percezione visiva d'insieme una nota coloristica fine a se stessa, ambigua e pericolosa per l'utenza automobilistica e dei pedoni. Senza troppo disquisire, tornando al segno che divide lo spazio carrabile da quello pedonabile, essendo non marcato dal rialzo di un marciapiede, dà all'automobilista, la superficiale sensazione di segno valicabile, abbassando così la ricercata soglia di sicurezza per il pedone. Stessa erronea valutazione da parte sua potrebbe farla anche il pedone, non percependo il limite in quella linea bianca considerandola, con ogni probabilità, solo un segno decorativo. La scelta poco idonea si giustifica con il dubbio progettuale non risolto di spazio dalla duplice valenza: a volte perdonabile e altre no. Insomma, l'immagine della Grande Piazza oltre a tradire la patina di una conservazione storica, sempre più appare incerta, ambigua nel suo uso e poco attenta all'incolumità del cittadino pedone.
E che dire del passaggio pedonale che si affaccia in piazza Garibaldi?

Intanto, esteticamente con le interruzioni dei raccordi e l'inclusione di tombini che scombinano l'impianto fisso sembra un “oggetto difettoso” ancor prima d'essere usato. Dunque non solo ambiguità in quella realizzazione ma anche qualche inesattezza tecnica nel passaggio zebrato realizzato nel tratto che incrocia Piazza Garibaldi. Per la funzione intrinseca di passaggio pedonale, stando alle linee guida e al codice stradale, qualche anomalia sembra evidente. A spanna, non sembrano a norma larghezza e lunghezza delle strisce (50 cm x 250 cm) bianche e soprattutto la distanza di esse dallo sbocco in piazza (5 m). In buona sostanza, tutto appare indeciso e titubante, più dettato da una (si fa per dire) ricerca estetica che non da un complessivo studio che consideri nel progetto, se prevista la viabilità, una ineludibile soluzione in termini anche di sicurezza stradale.
Per concludere, ad esempio, fermo restando l'obbrobrio della scelta in atto, si poteva, almeno, aggiungere al rinnovo, un percorso con pavimento tattile per l'attraversamento in sicurezza dei non vedenti, magari allungandolo verso altre funzionalità di servizio. Quindi non solo spostamento da un lato all'altro per tutti lungo la cosiddetta Grande Piazza, ma anche massima fruibilità cittadina verso i pubblici uffici (p. e. Comune). E perché no, pure verso i vari esercizi commerciali in un quadro di città con centro storico veramente a misura d'uomo?
Giuseppe Cancemi


mercoledì 12 novembre 2014

BELLUNO: PRG e Zone bianche

Inconciliabilità tra sicurezza del territorio e nuovo volume edilizio 

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Il mai sopito mercantilismo economicistico dell'Amministrazione cittadina, intende ancora prevalere sul buonsenso e su una inversione culturale che si affaccia alle diverse tendenze culturali urbanistiche. I danni del maltempo di questi giorni, imputati in parte alla tropicalizzazione del clima cui stiamo assistendo, dovrebbe insegnarci qualcosa? O no! Tutti i danni del territorio vengono sì anche da lontano, ma il lontano è l'accumulo degli errori che si sono commessi e si continuano a commettere, senza soluzione di
continuità, in una aberrante quotidiana gestione della città. Ma niente, imperterriti si vuole continuare a costruire e ad urbanizzare oltre ogni limite imposto dalla natura e così poi, essendo tutti colpevoli, nessun è colpevole e chi paga è sempre la collettività. Tutti riconoscono che i disastri del proprio territorio sono il risultato delle cementificazioni, spesso non necessarie, ma la eventuale responsabilità difficilmente è riconosciuta e imputabile a qualcuno. Al massimo, si attribuisce ad ignoti altri. Tutti, si stracciano le vesti per una mancata sicurezza del territorio in termini di prevenzione idraulica, geologica e idrogeologica. Infatti anche a Belluno si parla con lingua biforcuta: si vuole da una parte fermare il consumo di suolo e proteggere il territorio, dall'altra si continua a promuovere nuova urbanizzazione. E no! Non ci si può continuare a nascondere dietro un dito. Dovrebbe essere illuminante il fatto che le maggiori organizzazioni che raccolgono artigiani e imprenditori dell'edilizia hanno da tempo pubblicato un manifesto dove si esprimono per un freno assoluto alla cementificazione. Dicono basta al consumo di suolo! La legge regionale dietro cui si trincera il lassismo urbanistico cittadino, non va letta in chiave diversa da quello spirito che l'ha generata. Nel governo del territorio e del paesaggio non può essere implicita alcuna mano libera a coloro che vogliono nuove costruzioni. Di nuova edilizia, di case sfitte ve n'è sono abbastanza e comunque non certo in previsione di una soddisfazione del bisogno di abitazioni. Non c'è nello sbandierato disegno urbanistico (sic!) di volume che si sposta a una parte all'altra della città alcuna possibilità di smaterializzazione. Tutti capiscono che un volume che si aggiunge, resta tale anche se spostato da un luogo all'altro. E senza volere fare alcuna provocazione, credo che anziché aggiungere dovremmo pensare di sottrarre volume al territorio, se si vuole veramente fare prevenzione ai disastri.
Decostruire, non è più un astratto imperativo o un'eresia ma piuttosto una necessità se si vogliono sciogliere tutti i nodi dell'abitare nel nostro territorio che oramai sono giunti al pettine.

Giuseppe Cancemi 



martedì 11 novembre 2014

FORMAZIONE DEI PIANI DI RECUPERO DI CALTANISSETTA (2013)



(Nota di Giuseppe Cancemi)



Le esigenze di recuperare un centro storico, in generale, non sono nuove. Caltanissetta, per l'ennesima volta e con grande ritardo rispetto al contesto italiano, si cimenta con una nuova proposta progettuale di riutilizzo-rinnovo a partire dal quartiere “Provvidenza”. La premessa che muove il Piano di Recupero, cerca di giustificare le proprie scelte ritenendo di essere “ in linea con le direttive nazionali e comunitarie” e motivando un fine che è quello di “contenere il consumo del territorio”. Sostiene di adottare un criterio improntato all'ecocompatibilità, al recupero delle valenze architettoniche, e avanza anche, tra le “nuove esigenze” irrinunciabili dei luoghi, requisiti di “accessibilità - anche carrabile”, assai discutibili.

La relazione del nuovo Piano di recupero dopo 30 anni e alcuni passaggi oramai storicizzati, rivela un'unica tendenza: l'attesa ripagata dal tempo, dei prevedibili crolli per vetustà, che ripropone alla fine, un antico disegno di politica urbanistica orientato ad una edilizia, per il centro storico, sostitutiva dell'esistente. La nuova (si fa per dire) tendenza nelle scelte di quest'ultimo piano di recupero, a distanza di altri precedenti tentativi, fa emergere la pervicace volontà politica di volere a tutti i costi sostituire il «vecchio» col nuovo. Un passo della revisione del P.R.G. dell’anno 1982 riportata dalla relazione, a proposito dei passati Piani di Recupero ai sensi della L.N.457/78 usato a suffragio delle tesi sostenute dai redattori del PR così si esprime: ”Nelle more della redazione di tali Piani, gli unici interventi ammissibili potevano essere”, solo, “quelli di manutenzione ordinaria, straordinaria e” di “risanamento conservativo”. Per inciso, termini corretti nel restauro dei centri storici sostenuti dalla cultura urbanistica corrente ma evidentemente non condivisi, poiché utilizzati in un ragionamento del tipo: prima non si poteva intervenire in modo diverso da quello prescritto, ora sì.

Il tempo, è stato galantuomo (sic!). I quartieri della Provvidenza man mano che crollano sono ora transennati per pericolosità e pronti a ogni soluzione di nuova edilizia.
Verrebbe da dire... ci siamo! Con l'emergenza sicurezza si può e si potrà giustificare tutto.
Il Comune nel timore che si verifichino crolli a danno degli abitanti del c.s. si attrezza per operare senza veti. Il passaggio è lineare: con il timore dei crolli, lo scopo preventivo del Comune consente di provvedere ad allontanare gli occupanti delle abitazioni pericolanti in c. s. e si barricano gli accessi al quartiere in attesa di potere intervenire secondo una logica prevalentemente «modernizzativa» a partire degli slarghi, alcuni già oggi diventati parcheggi per auto. Vedasi esempio in foto di immagine documentata nella relazione del Comune di Caltanissetta.




Foto di Leandro Jannì


Pericolosa tendenza annunciata: largo alle auto


In clima di emergenza scompare ogni precauzione e interesse per il destino dei nuovi sfollati (tali per condizioni economiche precarie) che per questa tendenza si candidano con molta probabilità a formare le baraccopoli nissene. Già in passato gli abitanti della Provvidenza erano degli invisibili, non venivano considerati nei cosiddetti piani di recupero, figurarsi ora che i crolli incombono.

La ricca documentazione fotografica del degrado nella formazione dei piani di recupero, riportata nella relazione dell'ufficio tecnico comunale, preconizza la “soluzione finale”.

Nella formazione del Piano, la relazione, com'era prevedibile nella logica delle città materiali, esamina la presenza degli abitanti - incidentalmente e senza dati recenti - evidenziando uno spopolamento del c. s. nella dinamica complessiva dell'occupazione degli immobili a fronte di ripopolamento con persone non italiane. Evitando di entrare, per esempio, nel merito della composizione della proprietà immobiliare e la tipologia degli attuali abitanti. In buona sostanza viene rafforzata la necessità di intervenire per motivi igienici, di decoro e di stabilità degli immobili. Nessuna relazione con le esigenze abitative dei nisseni e non.

***

In sintesi

Dalla relazione emerge la logica dell'emergenza eletta a metodo. Aspettiamo... con i crolli la necessità di allontanare gli abitanti (prima più difficile) ora si fa cogente e si può anche diradare a misura (si fa per dire) d'auto. Si può costruire il nuovo. Manifestamente sembrerebbe l'unica possibilità. Con ruderi irriconoscibili la demolizione e ricostruzione con aumento della volumetria in verticale, il diradamento in orizzontale per parcheggi e l'allargamento di strade saranno accettati perché apparentemente indolori.

Se la partecipazione alla formazione dell'ennesimo piano serve a corresponsabilizzare una scelta non solo urbanisticamente da retrovia ma soprattutto etica, la risposta, a mio avviso, è no!

La sfida che si può lanciare, invece, deve puntare ad un recupero tendenzialmente conservativo e sostenibile. Si deve partire dalle esigenze dei futuri cittadini abitanti di un ambiente urbano storico a misura d'uomo com'era.
L'insediamento previsto, pur senza uno studio sociologico che doveva essere approntato, si può ipotizzare formato da anziani, giovani coppie, singoli, tra i quali nuclei familiari con poche risorse economiche.

Gestione

Con le strategie giuste e con un patto di solidarietà da inventare, si possono organizzare sistemi di partecipazione al restauro, affiancate da corsi di formazione professionale indirizzata al recupero edilizio per piccole imprese e lavoratori con contratti ad hoc sostenuti da Comune, IACP, cooperative, privati, cassa edili, sindacati, confindustria, imprenditori, lavoratori-corsisti, ecc.

Le risorse economiche dovranno essere reperite, tra finanziamenti agenda 2000, cassa depositi e prestiti, BOC, finanziamenti IACP e cooperative, finanziamenti prima casa, capitali d'investimento privati, nonché banche, specie le locali, attraverso le quali con garanzie pubbliche, dovranno essere indotte ad erogare anche piccoli prestiti. I cittadini tutti, gli interessati per primi, coinvolti nei vari passaggi: dal progetto ai finanziamenti alla realizzazione, assumeranno il ruolo di protagonisti del cambiamento. Il Comune dovrà fondare un ufficio casa perenne per seguire tutte le operazioni di recupero.
Le proprietà pubbliche recuperate per prime, dovranno servire da spore per innescare un processo virtuoso di parcheggio in attesa del restauro, formazione/collaborazione, restituzione e così via.
Quali agevolazioni si possono attivare riguardano: le facilitazioni burocratiche, la riduzione degli oneri di urbanizzazione, degli incentivi vari sui costi (cantiere, smaltimento sfabbricidi, ecc.) e sulle scelte di sostenibilità.

Quale restauro

In merito alla sostenibilità vanno orientate scelte di interventi che tengano conto della bioarchitettura (verifica della presenza del gas radon, basso in/out energetico, cappotto termico ecc.).
Risparmio idrico, con recupero delle acque piovane e/o ricircolo delle acque grige
Risparmio energetico (pannelli fotovoltaici, energia solare-termica) Eventuale sperimentazione di teleriscaldamento con TOTEM e/o geotermia
Efficienza energetica su tutto, elettrica e termica.

La vera sfida va concretizzata confutando la ricostruzione e/o diradamento (data per scontata per i ruderi) con il mantenimento del disegno urbanistico del luogo (es. della Provvidenza con caratteristiche ippodamiche). Cioè, mantenendo la maglia urbana del quartiere, scongiurando il preteso sacrificio della dimensione ad uomo per sostituirla con quella a misura di automobile (impossibile) per vari motivi. Non necessariamente costituzione di volumi in altezza consimili ai precedenti ma livellamento, eventualmente, in basso per lasciare passare la luce la dove si ricostruisce e liberazione da superfetazioni per spazi di preesistenti, cortili, giardini e slarghi interni con pozzi.


Tipi di intervento

Acquisizione (o intervento con partenariato Pubblico/privato) di immobili privati in centro storico per la loro valenza storico-urbanistica, da consolidare ristrutturare e restaurare e da destinare agli usi pubblici previsti dal piano particolareggiato o di comparto. Possono altresì, allo stesso scopo, essere acquisiti immobili diruti o non abitabili per essere destinati dopo la loro sistemazione ad edilizia residenziale pubblica (case parcheggio, alloggi, immobili di scambio).

Il recupero deve essere occasione di opportunità per crescere, non scusa per dare al centro storico un nuovo che modifica, cancella i segni del passato, mortifica l'immagine di Caltanissetta.

Belluno, 24/2/2013


Riqualificazione del centro storico


RIQUALIFICARE IL CENTRO STORICO Sì, MA CON QUALI RISORSE, QUALE PROGETTUALITA' DI RIFERIMENTO A BREVE, MEDIO E LUNGO TERMINE?

L'operazione "Riqualificazione del centro storico", è un atto di rilevante valenza politica per la sua ricaduta sull'assetto socio-economico della città di Caltanissetta. L'incidenza che avrà sul patrimonio immobiliare e sulla vita delle persone, abbraccia un lungo periodo che va al di là dei tempi amministrativi che possono gestire questo o quel partito favoriti o meno dalle elezioni prossime e future. Per tale motivo, trasparenza e partecipazione democratica alle scelte fatte e da fare non sono un optional e dunque necessarie per tutti.
Posto preliminarmente questo preambolo, si può tentare di avviare una iniziale ricognizione dei fatti, attraverso una dispersa documentazione, non semplice da reperire. L'annuncio, rilevabile dalla rivista Caltanissetta n. 54, è sì un primo approccio alla comunicazione di un evento urbanistico di rilievo ma non soddisfacente. Andando a cercare in altri documenti come il protocollo d'intesa tra Comune e IACP si apprende che nei comparti 128 e 129, attraverso linee ed azioni programmatiche di insieme definite di riqualificazione e statutarie d'Istituto Comune e IACP intendono lavorare in sinergia.. Per questa intesa di partenariato, del 3 febbraio 2013 tra i due enti, nel documento sottoscritto, muovono da una svolta "attività monitoraggio", successivamente "crono-organizzata", intervenuta da due direttive dell'assessore all'urbanistica.

Una successiva delibera, del Consiglio comunale citata, ha individuato quali azioni di riqualificazione si intendono fare in centro storico; quale gruppo di lavoro sarà incaricato e quali saranno "le forme di urbanistica partecipata”, prevedendo un “contributo volontario e gratuito” ai “professionisti per la redazione di iniziativa pubblica dei piani di recupero".
A volersi per un momento soffermare su questi atti, viene subito da chiedersi: si sono spiegati male o hanno sorvolato agli adempimenti che presiedono un simile impegno urbanistico?
L'azione di monitoraggio che ha impegnato i tecnici che significa? Non doveva essere organizzato il tutto con un quadro gestionale fatto di strumenti legislativi e di riferimento; un quadro finanziario di breve, medio e lungo periodo; con un esame del costruito e un'analisi sociologica?

Giuseppe Cancemi

lunedì 10 novembre 2014

PRESTAZIONE PROFESSIONALE

Può essere gratuita, in qualche caso, come nuova forma di libertà, solidale?



La diatriba che si è accesa non molto tempo fa, tra i pro, forse pochini, e i contro, per lo più gli ordini professionali, merita una riflessione perché, forse, in medio stat virtus. Mi riferisco alla ricerca di collaborazione professionale da parte del Comune “a gratis”, mediante un albo di volontari da utilizzare per occasionali prestazioni senza compenso. Il rifiuto netto degli ordini professionali è stato automatico e senza appello. Per loro, che hanno il compito di tutelare questa o quella determinata professione, le opere di ingegno non possono essere non retribuite. In effetti, se si escludono le questioni di principio, opinabili, giustamente tra una prestazione professionale ricompensata e una no, si
infrappongono ostacoli di ordine generale non trascurabili. Bisogna considerare che, per esempio, per il fisco, una prestazione, specie se ripetuta, può apparire come attività in nero e come tale, per principio, da respingere perché contraria ad ogni etica e onore del professionista. Non meno pesante si presenta, sotto altro profilo, un'attività priva di giusto compenso, potendo apparire perfino come concorrenza sleale se non come fattore che altera il mercato dell'offerta professionale. Il Comune, a mio modesto avviso, nel richiedere l'iscrizione volontaria ad un albo comunale, all'uopo preparato, non mi risulta che abbia stabilito alcun paletto limitativo, nell'eventuale svolgimento della prestazione professionale. Impensabile, dunque, un affido tecnico professionale per una totale partecipazione per impegno, responsabilità e tempi necessari per accompagnare, seguire un'attività, un processo, una progettazione, ecc. di media/alta responsabilità. In buona sostanza, bisognava evidenziare il limite e magari ci si doveva riferire allo spirito dell'art. 118 della Costituzione. Sì perché rifacendosi alla Costituzione con il suo principio di sussidiarietà, poteva meglio disporre la partecipazione e l'aiuto concorrente per fini e attività di interesse generale. A questo proposito qualche Comune in Italia, ha già fatto un proprio regolamento dove, al cittadino che vuole essere attivo, viene data la possibilità di collaborare per la cura e lo sviluppo dei beni comuni. In buona sostanza, al cittadino viene data la facoltà di esercitare una nuova forma di libertà, solidale.
Per concludere, penso, che con l'occasione del nuovo sito comunale in internet, archiviato il discusso albo di volontari, si potrebbe iniziare una nuova forma di collaborazione e partecipazione verso proposte e progetti che il Comune intende condividere. Uno spazio aperto alla consultazione e alla eventuale collaborazione progettuale, on-line, attraverso una semplice registrazione, può aprire per il Comune una varietà di collaborazioni i cui partecipanti non hanno bisogno di iscriversi a nessun albo. Agli uffici comunali e ai relativi professionisti responsabili del materiale messo a disposizione per la collaborazione, resterebbe la segnalazione o il contributo tecnico professionale ed ogni altra forma di espressione collaborativa, utilizzabile direttamente, da rielaborare, oppure da respingere in toto. Insomma, in democrazia e con i mezzi che si hanno a disposizione, la collaborazione dei cittadini-sovrani si può ottenere senza scomodare nessuno, basta solo sapersi organizzare.
Giuseppe Cancemi


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Il titolo dato dal giornale non rispecchia né il contenuto del testo né la volontà di chi scrive.
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Gli esperti si sono presentati. Vedremo come saranno impiegati.
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Nota: trovo interessante, comunque, che ci sia tanta voglia di fare, di dare una mano per migliorare le condizioni della città. Complimenti ai 37



lunedì 20 ottobre 2014

Caltanissetta

ENNESIMO STUDIO PER IL RECUPERO DEL CENTRO STORICO




Leggo, non senza un apprezzamento per la volontà della Giunta Ruvolo, che si sta per riprendere un nuovo corso, per il recupero del centro storico di Caltanissetta. Per questa attenzione che spero sia l'ultima, forse, per mia scarsa informazione, nutro, non da solo, qualche diffidenza e perplessità su un avvio che si annuncia, come altri nel passato recente, ancora una volta solo ed esclusivamente come espressione tecnica.. Forse però, questa volta si differenzia per tipologia del soggetto incaricato: l'ateneo ennese. Viene affidato lo studio, che vuole essere sperimentale, alla Facoltà di Ingegneria e Architettura dell’Università degli Studi Kore di Enna. Tale facoltà, incaricata della conduzione progettuale, ha dichiarato di volere affrontare il suo compito con un laboratorio di restauro, allo scopo di analizzare e classificare il tessuto edilizio e le relative implicazioni che hanno stratificato il nucleo storico di Caltanissetta. L'attività che detto corso si propone, comprende una sinergia con il Sistema Informativo Territoriale Regionale, passando per quella che è oramai l'imprescindibile georeferenziazione dei rilievi eseguiti. Nulla da eccepire, dunque, in quanto il Sindaco Ruvolo sta mettendo in moto per fare uscire dalla secca l'agognato avvio del recupero urbanistico in centro storico. Come accennato, però, mi resta un qualche timore, e cioè che si produca un grande progetto sotto il profilo accademico ma senza avere sciolto alcun nodo (di attuazione politica) di natura preliminare. Ciò posto, provo ad elencare brevemente quali sono le mie preoccupazioni.
Come primo elemento propedeutico, penso, e non da ora, che alla base di qualcosa da realizzare per qualcuno, si deve sapere da dove iniziare e per chi è, o chi sarà, quel qualcuno. In buona sostanza, quale centro storico e per quale città nel suo complesso, e chi sono ora, o chi saranno, gli abitanti nisseni da transitare nel futuro? Secondo, la vastità del c. s. fa pensare ad una operazione di recupero assai lunga nel tempo che impegna l'odierna generazione e, senza tema di smentita, anche qualche altra ancora da venire. Terzo, le risorse da utilizzare per il recupero oggi sono scarse e le previsioni per il futuro non sono certo rosee. Quarto, attualmente le aree del c. s. non sono appetibili per vari motivi, pregiudizi per primi (i cittadini non graditi, da tempi remoti, sono sempre stati confinati nelle stesse aree e, vedi caso, indovinate quali?). Ma gli interrogativi non finiscono qui. Il c. s., anche se non intensamente popolato, ha i suoi abitanti che non sono fantasmi e che nella complessità del piano, vanno considerati ai fini di un inevitabile trasferimento temporaneo (trasporto delle suppellettili, alloggio provvisorio, etc.) quando saranno raggiunti dai lavori di recupero. Eppoi, davvero si conoscono quali sono e saranno le dinamiche anagrafiche, economiche e spaziali attuali e future?
Ecco, credo che anche il migliore degli studi, se ancora una volta darà tutto per scontato e non prenderà, quindi, in considerazione i tratti socio-economici e spaziali di una comunità nei suoi bisogni di risiedere, spostarsi, lavorare, etc., rischia di essere sì un'ottima esercitazione accademica ma con effetti applicativi lontani o estranei ai reali bisogni del contesto urbano.
Spero, che riflettendo anche su queste brevi note, si possano prendere tutte quelle misure che servono per una città, che va vista, letta e progettata attraverso la sua complessità e interezza sistemica.
È convinzione, condivisibile, di J. J. Russeau che "la dove troviamo degli specialisti non troviamo dei cittadini". Si vuole che siano i politici e/o i tecnici a decidere, da soli, delle sorti di una città?
Buona fortuna!


Giuseppe Cancemi

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mercoledì 15 ottobre 2014

PRG BELLUNO

Urbanistica contrattata o furbata per fare cassa?

Con l'annuncio di stampa di qualche giorno fa, la Giunta Massaro, riscopre come processo evolutivo di un già vantato “programma costruttivo” per Col Cavalier, già foriero di nuovi volumi sul territorio, una nuova urbanistica contrattata (sic!) che richiama alla memoria l'imprenditore Berlusconi con le Milano 1 e 2. Una sorta di permuta già nota, apparentemente vantaggiosa per la comunità ma segno che ancora una volta il potere pubblico è favorevole a derogare sul rigore nel governo del territorio.
In effetti l'operazione, con una annunciata modificazione degli indici di edificabilità al Master plan di Cavarzano, intenderebbe spostare una certa quantità di volume edificabile facendolo “saltare” da un posto all'altro in cambio di cosiddette “opere di compensazione”, insomma, senza mezzi termini si vuole ulteriormente raschiare il fondo del barile. Si vogliono “smerciare” i vincoli scaduti di volume progettato per uso pubblico contro vil moneta. In termini molto più crudi, s'intende far ancora cassa a tutti i costi e in tutti i modi. Mi chiedo se quelle aree per opere pubbliche già titolate ora diventate (ritenute) “bianche” appartengono a calcolati rapporti tra standard residenziali e popolazione, o sopravanzano così perché i progettisti li hanno messi lì tanto per gradire, per impedire qua e là che i privati edificassero. Il dibattito urbanistico che non si è mai arreso alla cultura della speculazione edilizia, dilagante - fino a compromettere sempre più il territorio nella sua intrinseca fragilità geomorfologica - si ritrova ancora una volta a subire un arretramento, grazie ad una studiata furbata con la trovata del baratto. Tutto a posto con leggi, regolamenti, e cavilli vari ma come la mettiamo con una realtà fisica che impone sempre più attenzione per una urbanizzazione che sommata ad altra preesistente aumenta il rischio di frane alluvioni e disastri cosiddetti naturali ma che naturali poi non sono. Sa il Comune qual è il bisogno di nuove abitazioni o di nuovi volumi per il commercio e le attività economiche? Ha ipotizzato una qualche previsione di crescita socio-economica alla luce di una evolvente dinamica della popolazione, delle forze lavoro, dei settori economici, dei bisogni per fasce d'età al fine inquadrare e giustificare queste eventuali prefigurate domande di nuova edilizia su aree inedificate? Si è sicuri che le aree per le quali si vuole rinunciare al reitero del vincolo per opere pubbliche (già titolate) non sia più necessario? E le aree “sottratte” a Cavarzano non genereranno un qualche inevitabile contenzioso?
Sembra veramente molto riduttivo, mi perdonino Sindaco e Assessore, e quasi offensivo verso un dibattito sulla governace del territorio, lungo credo di decenni, liquidare in poche informazioni giornalistiche, un serio argomento che investe tutto l'assetto urbanistico della città di Belluno.
Soffermarsi su “incassi” per la vendita di volumetria traslata da altre aree, sia pure in cambio di opere pubbliche vagamente citate nel pezzo giornalistico, sembra quasi voler porre più un accento sull'aspetto economicistico che non sul volere agire con questa operazione “baratto”, in concorso con altre azioni, ad una risistemazione del più complessivo sistema città. L'operazione vendite, non sembra volere affrontare quella gestione urbanistica che proprio per salvaguardare e proteggere il territorio ha bisogno di un governo dei processi a prevalenza pubblica, senza deroghe o cedimenti alle privatizzazioni. Invece appare debole e deludente e di “scopo” l'annunciata speciosa permuta volumetrica. Richiama quasi l'idea immaginaria di un commercio da banchetto, dove le aree, prima riservate ad opere pubbliche, prossimamente, verranno vendute e/o “barattate” come ultimi “scampoli in liquidazione”.
Voglio ancora ricordare che il territorio, visto il repentino mutamento della meteorologia, di queste scelte solo economicistiche potrebbe in un futuro non più remoto pagarne le conseguenze. Riflettiamo... gente. Attenzione!

Giuseppe Cancemi


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Il testo giornalistico di riferimento...

BELLUNO. Le “aree bianche” diventano edificabili. Ma solo su richiesta del proprietario del terreno e sulla base di precisi paletti, che la giunta ha messo per evitare che in zone di pregio sorgano palazzine ingombranti. Inoltre, la volumetria che sarà sviluppata nelle aree bianche sarà “sottratta” a Cavarzano, nella zona destinata allo sviluppo del Master plan. In questo modo non aumenterà la cubatura prevista dal piano regolatore in vigore.
L'assessore Franco Frison sta lavorando da mesi a questo piano e nel prossimo consiglio comunale (e prima in commissione urbanistica) si discuterà della quantificazione economica di questi spazi. Le zone bianche sono aree del territorio comunale sul quale il Comune pensava di realizzare opere pubbliche (parcheggi, per esempio, ma anche piste ciclabili o parchi) e per questo, anni fa, vi ha messo un vincolo. Ai primi cinque anni ne sono seguiti altrettanti, poi la legge, con una sentenza della Corte Costituzionale, ha fatto decadere quei vincoli e le aree sono diventate “bianche”, cioè «prive di una pianificazione urbanistica», spiega l'assessore Frison. Ma sono anche bloccate, cioè il proprietario non le può usare. «Abbiamo alcune richieste da sistemare, per questo dobbiamo arrivare a una quantificazione economica, al metro cubo, di questi spazi».
In pratica, il proprietario del terreno “area bianca” che volesse costruirvi una casa, dovrà pagare una certa cifra al Comune (da stabilire). Solo chi presenterà apposita istanza avrà il terreno edificabile a disposizione, gli altri rimarranno come sono. Da un lato, dunque, ci sarà anche chi avrà un evidente beneficio, perché magari quel terreno 10 anni fa era agricolo e ora può diventare edificabile, ma anche il Comune avrà il suo vantaggio, economico. «In questo modo si trova un equilibrio fra due interessi», precisa il sindaco, Jacopo Massaro. «Quello del privato, che per anni ha avuto un vincolo su un terreno di sua proprietà, ma anche quello pubblico, sia perché è prevista una cifra per l'acquisto della volumetria, sia perché abbiamo posto precisi paletti all'edificazione».
L'acquisto di volumetria, infatti, sarà possibile solo in determinate zone, «ovvero in contesti già urbanizzati» e anche i metri cubi saranno limitati per evitare di veder sorgere condomini dove oggi ci sono prati.
Sono un centinaio le aree bianche in comune; per consentirne l’edificazione sarà tolta volumetria a Cavarzano, nell'ampia area dove da anni si parla del Master plan. Un bilanciamento per mantenere la stessa volumetria prevista nel Prg: «Avevamo la necessità di risolvere aspettative legittime di alcuni cittadini (una decina)», continua Frison.
I soldi che il Comune incasserà per la “vendita” della volumetria serviranno per fare qualche opera pubblica, come parcheggi e ciclabili: «È lo stesso lavoro», conclude Massaro, «che stiamo facendo con i Suap (via Agordo e la Carpenada per esempio): quando un privato ci chiede una variante al Prg, noi chiediamo opere di compensazione a beneficio della comunità. Con le aree bianche succederà lo stesso».
di Alessia Forzin
Corriere delle Alpi del 10 ottobre 2014