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domenica 16 marzo 2014

Caltanissetta nella storia otto-novecentesca


Evoluzione dello stradone dei Cappuccini Nella “Fedelissima Capovalle” Caltanissetta


Lo scenario politico, economico e sociale

In Europa, a partire dalla seconda metà del XVIII secolo, vi è stata una rivoluzione mercantile, demografica, agricola, industriale, delle comunicazioni, dei trasporti e del mercato del lavoro che diventerà una pietra miliare nella storia dell’evoluzione del consorzio umano per i segni profondi che ha impresso in economia, in politica e nella società.

Lo spazio politico, amministrativo ed economico nel quale, anche Caltanissetta, urbanisticamente, con il suo evolversi tra due civiltà (contadina e dello zolfo) appartiene ad un dato periodo storico, caratterizzato da un solo emergente e dirompente fenomeno: la Rivoluzione industriale.
Un fenomeno che trasforma tutto in poco tempo, nell’economia, nei trasporti, nella produzione, nella finanza, nelle innovazioni e nelle scoperte tecniche e tecnologiche, insomma qualcosa i cui effetti provocano un cambiamento così repentino e straordinario tale che l’affermarsi, dà inizio ad nuova società.

Nel periodo di amministrazione pre-unitaria dominato dalla famiglia Borbone, Caltanissetta, per la sua fedeltà ma anche perché produttrice di zolfo necessario come merce da esportazione nella bilancia del commercio con altri stati fuori dal regno delle due sicilie, diventa una delle 7 capovalli di Sicilia e sede di Tribunale Civile e Gran Corte Criminale, con i distretti di Piazza Armerina e Terranova (Gela). Per questa elevazione di rango della città i nisseni riconoscenti, non parteciperanno ai moti rivoluzionari contro la famiglia Borbone (nel 1820) subendo, per questo, stragi e saccheggi dai comuni del suo entroterra (San Cataldo, Villalba, etc.) che da questa dominazione si sentivano oppressi.

Dopo l’Unità d’Italia il capitalismo nelle campagne in Sicilia è oramai affermato e le miniere, nuova rendita per i signori dello zolfo, “tirano”. La crescita della popolazione in città avviene per una necessaria “terziarizzazione” e per esigenza di mano d’opera richiesta dalle miniere. Nel primo ventennio del secolo XX la popolazione si stabilizza sui quarantamila abitanti del primo decennio e nonostante il manifestarsi della crisi dello zolfo la città cresce del cinquanta per cento.

Anche a Caltanissetta con il diffondersi dell’industrialismo, viene superata la produzione diffusa e si sancisce la stretta unità tra industria e città. Ne è conseguenza l’emergenza città, nel senso che occorre una organizzazione del territorio e degli insediamenti più rispondente ai nuovi bisogni dell’imprenditoria. Viabilità e trasporti, ordine pubblico, problemi sanitari, residenza agevole per i nuovi signori delle terre e delle miniere sono i nuovi termini dell’abitare in città.

Caltanissetta ha il suo boulevard (Viale Regina Margherita) nel corso di un mutare di eventi storici e politici, in un arco di tempo che è attraversato dalla storia italiana di oltre due secoli: iniziata con uno Stato pre-unitario "aristocratico", dominato dalla famiglia Borbone, seguito dall’unitario "liberal-conservatore", con la famiglia Savoia egemone, proseguito in un ventennio di monarchia e totalitarismo "fascista" per approdare al democratico "repubblicano" vigente.

La trasformazione urbana

Le città, per dirla con Benevolo, prima dell' 800 erano dei contenitori dove: "ogni generazione tendeva ad occupare il posto delle precedenti e a ripeterne il destino".
Nel Settecento, l'economia di Caltanissetta era principalmente agricola, con una modesta concentrazione umana in una amplissima campagna. L'armatura urbana si conserva pressoché immutata già da qualche secolo ed è la baronia dei Moncada a dominare i rapporti della vita comunitaria1. La proprietà nel periodo considerato era di tipo feudale2 con tutte le caratteristiche del feudalesimo: la proprietà della terra era sostanzialmente collettiva, era un attributo dell'autorità regale, in cui i feudatari esercitavano solo alcuni diritti (economici, giurisdizionali, etc.) come ricompensa dei favori dei doveri nei confronti del sovrano, ereditavano ma non divenivano proprietari delle terre.

La città di Caltanissetta, secondo L. Barrile3, nel XVIII secolo risultava formata da quattro quartieri (San Rocco, Santa Flavia, San Francesco e Zingari4) separati da due strade: i due tronconi via del Collegio degli studi e via dei Cappuccini o via Grande (attualmente denominato tutto corso Umberto I) e l’altra strada che s’incrocia in piazza Garibaldi, costituita dai tratti via Fondachi o dell’Albergheria e via Monastero di Santa Croce (oggi interamente via Vittorio Emanuele II).

In questo tessuto vengono realizzati i quartieri San Rocco e Santa Flavia, sopra e sotto corso Umberto I (già via Collegio degli studi) e Canalicchio (ora viale Testasecca). San Rocco si rivelerà come la zona privilegiata dalla borghesia nascente, con abitazioni signorili sulle strade all’epoca più importanti (Cassarello, dell’Aquila Nera), in cui si nota che l’edilizia è protesa verso una ristrutturazione volta ad arricchire l’estetica.

Proprio in quell’epoca si può dire che a Caltanissetta viene sancito l’inizio dello sfruttamento edilizio e fondiario. L’edilizia regolare dei nuovi quartieri (San Rocco, Santa Flavia e degli Zingari) con il loro crescere ne sono una testimonianza di sfruttamento razionale dello spazio, prima rurale ora urbano, per il disegno complessivo di tipo quasi ippodamico. Lo spazio viene diviso e costruito non più casualmente ma attraverso maglie viarie e edificatorie di tipo geometrico.
Dopo il Settecento le pesanti ristrutturazioni che seguono non permettono di individuare quale fosse l’edilizia residenziale dove si trovava l’aristocrazia, però, è possibile interpretare alcune tendenze insediative, annotando come il quartiere Santa Flavia risulterà poco appetibile per l’edilizia residenziale, se si fa eccezione per via Maida e via Re d’Italia, mentre il quartiere San Rocco, si distinguerà come luogo, per il fatto che per un certo tempo si arricchisce di edifici apprezzabili nella loro fattura.
Il capitalismo a Caltanissetta oramai è presente non solo nelle campagne e nelle zolfare con la figura del gabellotto, ma comincia a comparire anche in città. È un’imprenditoria di città che si annuncia con contese di risorse e di diritti, in opposizione alla sfera del diritto pubblico, costringendo sul terreno del confronto una legislazione garantista in materia di proprietà e l’insorgente necessità per pubblica utilità.

A Caltanissetta nel 1821 si iniziano i lavori per realizzare la villa comunale “Isabella” (oggi villa Amedeo). È la scelta politica dei grandi lavori pubblici che in ogni epoca compare per diminuire disoccupazione, miseria e tensione sociale. Non a caso avviene dopo i saccheggi operati dei moti anti-borbonici guidati dal principe Galletti della vicina S. Cataldo.
Si comincia con questa opera importante ad occupare quell’estremo lembo della città lungo lo stradone, oltre le “mura”, che porta ai Cappuccini, ove già sono schierati quasi frontalmente il convento omonimo e la chiesa di S. Giuseppe.
La villa ispirata ai giardini all’italiana e impiantata su un’area pianeggiante verrà ingrandita a valle e completata nei primi del ‘900 su progetto dell’ing. P. Saetta.
Viale Regina Margherita, un “boulevard” largo 30 mt., esiste in tutta la sua lunghezza, grazie ad un Ottocento che sulle orme di un’Europa in espansione ad imitazione (nel suo piccolo) ha voluto sacrificare un caseggiato esistente nella collinetta, denominata Isola Tondo, in prossimità di uno spiazzo detto largo delle Botteghelle (all’altezza dell’attuale scuola elementare “San Giusto”) nel bel mezzo di un asse che dalla “Rotonda” congiunge il c.so vitt. Emanuele, all’altezza della via XX settembre.
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Note 

1 Contenzioso per la demanialità del feudo Moncada che dura dal 1754 al 1812.

2 Feudalesimo in senso economico per W. Kula significa: "Sistema socioeconomico prevalentemente agrario, caratterizzato da un basso livello delle forze produttive e della commercializzazione, corporativo, in cui l'unità produttiva di base è costituita da una grande proprietà terriera circondata da piccoli poderi contadini, che dipendono da essa sul piano economico e su quello giuridico, devono fruirle varie prestazioni e si trovano sotto il suo potere."

3 Barrile L., Caltanissetta città dell'isola e regno di Sicilia. In C. Orlandi, Delle città d'Italia e sue isole adiacenti…, Perugia, 1789

4 A differenza degli altri quartieri che riportano il nome delle chiese ad essi limitrofe, il quartiere degli Zingari deve, forse, il nome ad un antico, ma sempre in voga, razzismo, che discrimina prima gli antichi immigrati delle terre d'India e successivamente gli ebrei e i protestanti (Il canonico Pulci, proprio per questi ultimi, nel suo libro: lavori di storia ecclesiastica di Caltanissetta, narra di una diatriba tra mons. Guttadauro, vescovo della città, e il ministro evangelico G. Troni, della Società biblica di Firenze, in merito all'apertura di una cappella Valdese nel quartiere). A distanza di secoli ancora oggi questo quartiere, popolato dal proletariato, non viene considerato arealmente come appetibile per l'edilizia residenziale.


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Alcune foto che ricordano il passato della Scuola Elementare "S. Giusto" di Viale Regina Margherita. Scuola che ha alfabetizzato non pochi nisseni.








martedì 25 febbraio 2014

Rivitalizzazione del centro storico di BELLUNO

I GRANDI PROGETTI HANNO BISOGNO DI IDEE CONDIVISE

Il primo cittadino di Belluno, tra i “grandi progetti” annunciati qualche giorno fa, ha inserito il rilancio del centro storico. Musica per le orecchie di chi come me lo abita, ma penso che lo sia anche per i bellunesi. Il Sindaco, per dare un impulso di nuova vita al centro storico, concentra la sua attenzione su un ripopolamento, da favorire con più ragionevoli condizioni d'affitto. Promette nuove regole per agevolare le famiglie e le persone, per una sorta di equità sociale. Nulla da eccepire in questo. Anzi, suggerirei di rifarsi al progetto AUSER “Abitare Solidale” che potrebbe essere in linea con quanto mi sembra che voglia esprimere in fatto di abitazione e solidarietà il nostro Sindaco.


C'è solo una piccola discrepanza tra il dire e il fare del Comune con la tendenza, che in atto è di segno contrario. Mi riferisco ad un utilizzo intensivo degli spazi del centro storico tutti in funzione di un mercantilismo fine a se stesso, alla poco curata accoglienza di immagine che “la bellezza” del centro non merita e alla poca importanza che si dà al presidio dei residenti. I rilievi che non sfuggono a nessuno sono imputabili: ai parcheggi abusivi (in giorni festivi e ore serali) nei maggiori luoghi della rappresentanza cittadina; ai segni lasciati dai graffitari/writer; al degrado ed incuria che avanzano; ai servizi dell'eco-centro mobile che escludono proprio l'area storica, nonché alla diffusione di un inquinamento acustico, anche da schiamazzi notturni, mai risolto.

Ciò detto, i nodi per l'abitabilità del centro storico appena menzionati, comunque, restano tutti da sciogliere. Provo a dare qualche indicazione lungi da una sterile critica.

Per essere propositivo, rammento che a costo zero o quasi, si potrebbe, in una riorganizzazione delle iniziative cittadine, distribuire meglio le attività che ora si affollano in centro storico. Altri ambiti territoriali periferici con le varie opportunità offerte da una programmazione di attività localizzate ad hoc, usufruirebbero di un risarcimento, nei confronti di una ricucitura dovuta alla marginalità urbana di cui soffrono.

Liberare la monumentalità di Piazza Duomo, non consentendo alcun ingombro (per altro abusivo di veicoli) è un altro suggerimento che renderebbe giustizia alla bellezza della centralità rappresentativa dell'agorà. Significa infatti, escludere oggetti e riflessi di colori e luci non propri, che hanno per risultato l'esclusività di un “genius loci” in grado di suscitare emozioni incomparabili anche nel visitatore occasionale.

Rendere più accessibile, come si usa dire a Chilometro zero, lo smaltimento col mezzo mobile di raccolta differenziata per gli abitanti del centro, che non sono certo in maggioranza giovani, significa prima di tutto rendere giustizia.

Infine, fare rispettare le leggi dello Stato e i regolamenti locali che ne discendono, in materia di inquinamento acustico, non ammettendo inesistenti deroghe, alzano il livello civico di una città, mettono fine ad una inconciliabile mediazione e, soprattutto, realizzano di fatto il diritto alla salute che è di tutti.

Belluno, 25/2/2014

Giuseppe Cancemi

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UN'IDEA PER RIFLETTERE, DALL'AUSER (Associazione per l’autogestione dei servizi e la solidarietà)


Finalità che potrebbe dare un vero scopo e un forte impulso al recupero del nostro centro storico di Caltanissetta.


PENSARE ALLA CASA PER UNA COMUNITA' PIU' SOLIDALE

Il progetto Abitare Solidale, promosso dall' Auser Territoriale Firenze in collaborazione con l'Auser Nazionale, nasce per trasformare il "problema abitativo" in nuove opportunità per una comunità più coesa. Un bene prezioso come la casa può in effetti divenire un problema per chi non è in grado di acquistarne o affittarne una, ma anche per quanti, pur vivendo in un appartamento di proprietà o in locazione, non sono più in grado di gestirne i costi di manutenzione. 

A CHI SI RIVOLGE
Proprietari e affittuari:
- ad anziani soli, proprietari o affittuari di alloggi non facilmente gestibili con l'avanzare degli anni, troppo grandi per le loro esigenze di vita;
- a famiglie che non riescono a conciliare la cura dei figli e la gestione degli affetti con i tempi del lavoro. 

Ospiti:

- a famiglie e singoli a temporaneo rischio di povertà o marginalità;
- a giovani, studenti, lavoratori alla ricerca di soluzioni abitative economicamente sostenibili per un progetto di vita autonomo e dignitoso;
- a donne vittime di episodi di violenza domestica che spesso non denunciano tali molestie, perché frenate dall'incertezza del futuro abitativo.

GLI OBIETTIVI 
Abitare Solidale, avvalendosi di metodi ed approcci innovativi al problema casa, si propone di ottimizzare il patrimonio abitativo esistente attraverso un intervento sociale in grado di dare risposte concrete, anche se temporanee, al bisogno di un alloggio dignitoso; al contempo mira a sviluppare, mediante la promozione di coabitazioni strutturate sul principio del mutuo aiuto, sistemi del tutto nuovi di welfare di comunità fondati sui valori della reciprocità e della cittadinanza attiva.

COME FUNZIONA 
Tutto il progetto si basa sulla costruzione di relazioni interpersonali forti, responsabili, solidali che concorrano, attraverso la condivisione consapevole di uno stesso spazio abitativo, al rafforzamento di innovativi sistemi di protezione sociale. Per raggiungere tali risultati Abitare Solidale si è dotato di procedure e strumenti semplici e chiari: dopo un primo contatto attraverso il numero verde dell'Auser nazionale (800. 99. 59. 88), o gli appositi sportelli viene stilato un identikit di ospitante e ospitato utile per valutare eventuali affinità tra i candidati, a cui seguono incontri di conoscenza, sino all'ufficializzazione della coabitazione che avviene mediante l'elaborazione di un patto di reciproca solidarietà tra le parti, che vincola i coabitanti al vicendevole rispetto delle esigenze di vita e a un mutuo scambio di servizi ed aiuto, e la sottoscrizione di un apposito comodato. Il buon andamento del rapporto è costantemente monitorato.

domenica 2 febbraio 2014

PIAZZA DEI MARTIRI


IL COMUNE PREPARA LA"RIQUALIFICAZIONE" DELLA 

PIAZZA DEI MARTIRI 

Dal Corriere delle Alpi

29 gennaio 2014


"...L’autobus chiamato desiderio. Quanto sarebbe meglio se i mezzi del servizio di trasporto urbano attraversassero piazza dei Martiri sul lato sud, invece che davanti al listòn, come adesso? L’amministrazione comunale sta già facendo le verifiche tecniche, per capire se questa deviazione 
sarà possibile. Tutto nell’ambito del progetto di riqualificazione del salotto cittadino, per il quale nel 2011 c’è stato un concorso di idee, vinto dallo studio di architettura Ricci-Spaini di Roma. Liberare dal traffico la carreggiata, all’ombra della chiesa di San Rocco vorrebbe dire poterla dedicare al mercato del sabato, spostandolo dal parcheggio di piazza Piloni. Giusto per dirne una. ..."

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IL SEGNO

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L'AMMINISTRAZIONE MASSARO SI OSTINA A VEDERE I LAVORI FUTURI DI PIAZZA DEI MARTIRI COME "RIQUALIFICAZIONE", MENTRE LE MODIFICHE CHE IL PROGETTO PROPONE, APPAIONO COME VERE E PROPRIE ALTERAZIONI DELL'IMMAGINE STORICIZZATA DEL LUOGO. INOLTRE, APPARE CHIARO CHE NON INTENDE CONDIVIDERE CON I CITTADINI LE DECISIONI PRESE IN MERITO.

domenica 26 gennaio 2014

PIAZZA DEI MARTIRI A BELLUNO

SEGNALI DI FUMO DA PARTE DEL COMUNE VERSO I CITTADINI


La notizia che il Comune sta cercando i soldi per la realizzazione di Piazza dei Martiri, ci trova favorevoli per il fatto l'Amministrazione si attivi per creare nuove occasioni di lavoro e perché vuole rendere la piazza più accogliente. Resta però un dubbio su "come" si vuole mettere mano al restauro, perché tale deve essere l'intervento.
La "mano pesante" che si era prospettata con la presentazione del progetto emergente dal concorso di idee: “Drava Piave Fiumi e Architetture” non ci sembra che abbia avuto ripensamenti, e questo non ci rende tranquilli su quello che si vuole fare. I timori non sono dettati da alcuna prevenzione ma piuttosto anche da alcuni segnali, come per esempio la ricollocazione dei gazebo per le edicole, che stranamente non prevede un'opzione zero. Sì in due così belle piazze, con quello che rappresentano, meritavano almeno una possibilità di discutere l'eventuale ricollocazione delle rivendite, in locali a pianterreno di qualcuno degli edifici esistenti. Certo, sarà difficile far fare un ripensamento con le cose appena dette a chi ritiene che la democrazia e la partecipazione si ottemperino tenendo nel "cassetto" i progetti in attesa di esibirli, a domanda, aspettandosi che siano i cittadini ad interessarsene. La "glasnost", se si vuole, è facilissima, basta creare una "bacheca" virtuale in internet e tenere i progetti esposti, per tutti. Ma trasparenza e partecipazione sono un'altra storia!
Per chi, comunque, da un punto di vista tecnico, si dovrà occupare di questi lavori, consiglierei di utilizzare la  TMIDINA C (vedi pubblicità sottostante), che farà sicuramente bene e i cittadini ne saranno lieti e ringrazieranno.

Giuseppe Cancemi 


martedì 21 gennaio 2014

BELLUNO, VIA MEZZATERRA

LAVORI PUBBLICI E PARTECIPAZIONE


L'incontro che il Comune ha tenuto per presentare i lavori che inizieranno a breve in via Mezzaterra, ha avuto luogo tra un pubblico attento ma non molto numeroso. 

Così come annunciato, era rivolto quasi esclusivamente alla categoria dei commercianti di quella via, trascurando l’esistenza dei residenti. La comunicazione aveva per oggetto il cronoprogramma  dei lavori con attenzione verso la mobilità per ridurre al minimo, mentre si lavora, i  disagi di transito. Apparentemente tutto normale, solo un peccatuccio veniale verso i residenti del centro storico. Nell’apparente normalità di un incontro, invece, si cela tutta la debolezza politica di un rapporto tra P. A. e cittadino. Da parte dell’Amministrazione attiva, con un simile incontro, si è voluto intanto assolvere ogni obbligo di democrazia trasparente e partecipata. Ma così non è. Trasparenza e partecipazione vogliono, invece, che gli elaborati prodotti per interventi (siano essi macro oppure micro) sul territorio, vengano condivisi. Una bacheca virtuale in internet, in questo caso per esempio, poteva utilmente e modernamente assolvere a tale compito. Possibilmente, con una preparazione visibile e aperta a suggerimenti e apporti. Anche una progettazione apparentemente semplice che riguarda la lastricatura di una via, ha elementi da condividere che possono essere socializzati per una migliore riuscita. Una pur semplice strada in centro storico e in pendenza, per giunta, presenta dei vincoli che sicuramente sono stati affrontati e risolti ma senza “ascolto” ed eventuale apporto di conoscenze utili. Lo ricordo per me stesso, l’essere strada di centro storico pone qualche limite nelle scelte di materiale, di tecniche e di ambientazione. Così come anche la pendenza, obbliga scelte di parziale assorbimento, rallentamento e adeguato smaltimento fognario dello scorrimento superficiale, specie nelle massime piene pluviali. Tutto, in un quadro generale che progetta per  il territorio, la città, il quartiere... il tratto di strada.

Non è la prima volta che tutto ciò che si fa in centro storico abbia per referenti solo i commercianti, quasi che i residenti non esistano. Eppure, un centro storico senza residenti è un centro storico morto. Il presidio dei cittadini che lo abitano oltre che a salvaguardarlo dal decadimento, dall’abbandono supportano anche il commercio. Costituiscono lo “zoccolo duro” dello spendere e degli acquisti.
Il Comune ascolti, abbia più spirito di servizio, più rispetto per gli abitanti del centro storico, insomma, più attenzione per i cittadini, più coraggio per aprirsi ad una politica della vivibilità che sia più coinvolgente e partecipata  e meno inerzialmente burocratica.


Giuseppe Cancemi

martedì 14 gennaio 2014

FERROVIE DELLO STATO

VIAGGIARE IN TRENO NEL MITICO NORDEST

Il turista, il cittadino veneto, il viaggiatore occasionale che transita, lavora o trascorre le vacanze nel bellunese, senza preoccuparsi di chi è o non è la responsabilità del trasporto ferroviario, certamente, percepisce in quella mobilità pubblica un servizio assai carente per numero di corse, collegamenti “frantumati”, puntualità, confort e forse anche per pulizia. Il rimpallo e le varie scuse che adducono i ben individuati responsabili (Trenitalia e Regione), alle proteste ed ai continui mugugni, non alleviano il problema, anzi, lo rendono più fastidioso. Ad onor del vero l'incertezza del quadro normativo nazionale, la Legge di stabilità 2013, la scarsità di risorse e i tagli che ricadono anche sui trasporti non agevolano una necessaria riforma della mobilità, specie, nei territori di montagna dove è necessario migliorare il trasporto pubblico e scoraggiare quello privato. Pur tra tante difficoltà, per chi vuole trovare un sostegno per migliorare il trasporto pubblico, un punto fermo esiste ed è nel ricostituito Fondo Nazionale Trasporti, dove, confluisce il 90% delle risorse assegnate ma viene riservato il rimanente 10% ai criteri premiali (nel miglioramento nella produttività). Non va sottaciuto, infine, il nodo irrisolto dell'assetto delle Province che con i Comuni sono gli enti programmatori del servizio. Comunque, se si guarda ai dati regionali confrontandoli con altre regioni ci si accorge che il trasporto ferroviario può essere migliorato.
Alcuni dei punti del trasporto ferroviario che sono confrontabili mettono in luce l'arretratezza del trasporto veneto. Il Veneto con 13,8 treni per 100 mila abitanti e una popolazione residente di 4,9 milioni ha meno treni per 100 mila abitanti di Piemonte (19,7), Emilia Romagna (18,7), Toscana (21,4) e Liguria (15,2). Altro esempio che si differenzia in negativo per servizio è il contact center, che la Toscana ha messo in essere per monitorare le lamentele e le esigenze dei cittadini utenti e organizzare la risposta, mentre, in Veneto, cresce la protesta per un servizio che perde pezzi e si degrada, in un “brodo” politico da campagna elettorale.
Da Belluno, per spostarsi, bisogna armarsi di tanta pazienza per le attese nelle stazioni intermedie e, affidandosi alla fortuna, sperare che non ci siano soppressioni di treni all'ultimo momento. In alternativa, diventata una costante, resta l'uso del mezzo proprio.
Se in Toscana con gli stessi problemi del Veneto e di tutte le altre regioni, si riesce a mantenere uno standard medio minimo di confort, di puntualità, di certezza nel passaggio dei treni e comunque si cerca di evitare ogni disagio ai fruitori del servizio ferroviario, non si comprende qual è la politica dei trasporti della Regione Veneto che non riesce ad assicurare altrettanti standard.
Nel Piano Generale dei Trasporti il fulcro della mobilità veneta è rappresentato dalla “mediopadana” e dal “corridoio prealpino-padano”. Non compare nel sistema trasporti, una altrettanto utile attenzione alla mobilità ferroviaria locale, specie dell'alto Veneto: una rete di collegamenti essenziali tra la gente delle Dolomiti e la pianura. Un'attenzione dovuta verso chi preserva e custodisce un importante patrimonio dell'umanità. Una considerazione allora, che deve fare riflettere, è d'obbligo. Non investendo preminentemente sulla mobilità ferroviaria e favorendo, anzi, il traffico su gomma, si rischia di compromettere con gli inquinamenti in crescita, il capitale naturale da conservare, rappresentato dalle Dolomiti. Si pratica, dunque, una politica fin qui non certo in grado di fare affermare un trasporto sostenibile, richiesto dai luoghi e non più rinviabile.



Giuseppe Cancemi

lunedì 6 gennaio 2014

PROGETTO PILOTA


CENTRO STORICO



LE ISTITUZIONI, SE NECESSARIO, HANNO IL DOVERE DI FAVORIRE LA PARTECIPAZIONE DEI CITTADINI AL DESTINO DELLA CITTA'

Nella mia modesta nota che segue, alla maniera del naufrago che cerca aiuto col messaggio affidato alla bottiglia in pieno oceano, vorrei comunicare alla ministro prof.ssa Carrozza un non raro esempio di come i vertici della cultura, le università, nell'interland che le ospita, non offrano quel riferimento culturale autorevole che rappresentano. Non di rado sembrano avvitarsi in esercitazioni, fine a se stesse, consumando sempre più scarse risorse economiche del contribuente, senza un effettivo ritorno per il territorio.

Accade, per esempio, che a Caltanissetta si sta pensando di "consumare" l'ultimo "scampolo" di territorio come il centro storico - dopo che gli ultimi diciamo "spazi di completamento", indicati nel PRG con la lettera B sono stati saturati - senza che la vicinissima Università Kore di Enna abbia speso una sola parola.

Detta università ha un corso di laurea in architettura con autorevoli docenti ma che si tengono ben lontani da un dibattito che vede come antagonisti in un cosiddetto "Piano pilota" Italia nostra regionale, alcuni professionisti e cittadini vari. La contesa riguarda il destino di un centro storico la cui velleità del Comune (di Caltanissetta) è quella di volere avviare un recupero urbanistico ed architettonico, in solitudine.

Ma non è solo l'università che ignora cosa sta succedendo a Caltanissetta in tema di recupero del centro storico, perchè in varie occasioni il Dipartimento regionale dell'urbanistica, l'Assessorato beni culturali e la locale Soprintendenza bb. cc. sono state chiamate in causa senza alcun risultato. Probabilmente ancora la politca o meglio i politici ritengono che la partecipazione è un optional che serve solo in alcuni momenti, quando bisogna agevolare qualcuno o qualcosa. Insomma, ognuno si coltiva il proprio orticello senza disturbare alcuno.

E tutti vivono... indisturbati e contenti!

Tutto ciò mi sembra molto triste, ancora non si vuole capire che le Istituzioni non possono e non debbono rimanere "dormienti" quando si tratta specialmente del destino di un'ntera città SENZA IL CONTRIBUTO DEI SUOI ABITANTI. Il Centro storico è il "salotto buono " della città ma soprattutto la carta d'identità dell'umanità che l'ha attraversato ed il suo destino non può e non deve essere lasciato ai cosiddetti esperti. E' convinzione, condivisibile, di J. J. Russeau che "la dove troviamo degli specialisti non troviamo dei cittadini". Si vuole che siano i politici e/o i tecnici a decidere, da soli, delle sorti di una città?


Giuseppe Cancemi

domenica 22 dicembre 2013

PROGETTO PILOTA



EMERGENZA CENTRO STORICO


L'esposto presentato dai professionisti, che si erano già opposti al cosiddetto “progetto pilota” redatto dall'Ufficio Tecnico Comunale, mette sul tavolo di un confronto, mai cercato o accettato dall'Amministrazione in carica, la carta pesante della richiesta d'intervento delle autorità giudiziarie e contabili. Per la verità l'Assessore all'Urbanistica a febbraio del c. a. aveva annunciato di dover gestire il recupero del centro storico mediante l'urban center (termine di origine anglosassone), volendo significare un percorso di processi decisionali nelle politiche urbane, al fine di migliorare il livello d’informazione, la conoscenza, la trasparenza, la partecipazione e la effettiva condivisione. Ma così non è stato. Con arroganza, il Comune ha fatto tutto da solo. Ostinatamente, ogni decisione e tutte le operazione che conducono alla strombazzata “posa della prima pietra” hanno escluso ogni pur minima partecipazione. Ironicamente, questo reclamizzatissimo atto simbolico della prima pietra è stato ribattezzato da qualcuno, come “ingresso della prima ruspa”, dati i presupposti del progetto.

Adesso l'oggetto del confronto si è spostato su un altro piano: quello del rispetto delle leggi. Nell'esposto, al di là delle diversità intepretative, nel modo di intendere l'azione di recupero in centro storico, già trattato dai professionisti in altro documento, ora, a fatto compiuto, con la consegna dei lavori, si evidenzia una misura colma per una discutibile osservanza procedurale, al limite della legittimità. La progettazione, nel segmento documentale che compete alla “conferenza dei servizi”, in merito alle autorizzazioni e alle conformità appare carente, come prima cosa per l'assenza di una approvazione paesaggistica. Se poi si prova a leggere l'approvazione del Soprintendente e del coadiuvante Responsabile di settore, le cosiddette prescrizioni sono generiche (appaiono più raccomandazioni che non precetti). Le prescrizioni, nella lingua italiana, vogliono significare precise imposizioni ai sensi di legge o da consolidati orientamenti e tendenze tecniche, architettoniche, culturali, etc. e non ambigue indicazioni generiche.
La “demolizione e arbitraria ricostruzione di due isolati del Quartiere Provvidenza” accusata dai professionisti che si oppongono al Progetto Pilota comunale, non può non fare ricordare a me stesso, per un verso, ma soprattutto per chi ha la responsabilità del progetto e della sua esecutività, le raccomandazioni della carta del restauro del 1987, la quale a chiare lettere re-spin-ge sin dallo stato di progettazione proprio le “rimozioni e demolizioni che cancellano il passaggio dell'opera attraverso il tempo”. Non è un caso che anche Leonardo Benevolo, membro della commissione che nel 1978 si è occupata della legge n. 457, trova discutibile persino “la parte che mette insieme restauro e risanamento conservativo” che a suo autorevole dire, parafrasando, quei tipi di intervento vengono interpretati come due gradi di tutela. ma che tali non sono, aggiungo io. Insomma, questo contenzioso che fa temere l'incognita di un futuro di “centro commerciale” (?) o di ghetto (?) e non di centro storico, appare, anzitutto, come il risultato di un “progetto pilota” privo di una ricognizione scientifica che è la base per una vera tutela della città antica e la “cura”, attraverso “la rigenerazione”,fa temere per la “morte biologica” del malato.

Giuseppe Cancemi

giovedì 19 dicembre 2013

SALVIAMO IL CENTRO STORICO DI CALTANISSETTA


IL PUNTO


Chi non ricorda la politica degli annunci, il “ghe pensi mi”, la protezione civile per ogni sorta di lavoro in emergenza, il continuo ricorrere alle conferenze dei servizi di recente memoria. Ecco, il recupero del centro storico di Caltanissetta pare che si stia muovendo imitando in parte la medesima metodologia.
Inizia per caso, con un annuncio in gazzetta ufficiale di bando nazionale «Piano nazionale delle città». Prosegue con un'affannosa preparazione in sede comunale di “pezze giustificative” per documentare l'aderenza ai criteri di selezione richieste nel bando, al fine di conseguire un finanziamento (ottenuto). Si revisionano gli studi già fatti sul centro storico e si attribuisce alla nuova proposta di intervento un taglio di emergenza e di messa in sicurezza, per carità prioritari, ma non esclusivi. Questa visione miope ha fatto però ignorare i superstiti abitanti, non prefigurare i nuovi insedianti, ha minimizzato la salvaguardia del centro (ombelico della città) quale documento storico-culturale parte integrante dei tasselli del quadro meridionale che si riuniscono nel mosaico Italia. Senza scomodare i tecnici, l'estensione del centro storico che conosciamo tutti, a spanna, ci fa intuire che saranno i posteri a giudicare se Caltanissetta ha saputo conservare cultura e “radici”, riconducibili ai manufatti. Vero è anche che i nisseni hanno la loro responsabilità (attraverso le scelte nel tempo dei vari amministratori locali) nel degrado dello stock edilizio, oramai non privo di edifici pericolanti e di macerie. La figura retorica “i medici che litigano mentre il malato muore” applicata al tempo trascorso, prima di questo annunciato intervento, calza a pennello. Ma la storia non finisce qui. Il punto a cui siamo giunti che si annuncia con lavori a gogò in centro storico non deve far stare tranquilli. Le istituzioni che hanno il potere di gestire gli interventi annunciati se credibili su quanto dicono di dover fare, non si mostrano tali con le azioni ufficiali. Sfornano annunci e si dimostrano poco trasparenti. E non solo. Intimidiscono (o meglio, tentano di intimidire) a vario modo tutti quelli che in questo processo di avvio del recupero hanno provato a mettere “bocca e faccia”. Anche chi scrive ha avuto, molto da lontano, uno strano avviso: il consiglio di astenersi dal mettere documenti pubblici esposti in questa pagina. Minacciato, di, eventualmente, doverne rispondere penalmente in sede giudiziaria. Con questi “chiari di luna” mi vengono in mente due cose: l'una che questi “funzionari e politici” non hanno chiari i confini di ciò che è lecito e del suo contrario e l'altra che hanno uno strano concetto di democrazia che si dovrebbe nutrire di partecipazione, condivisione e del diritto dei cittadini che in questo caso significa: di essere informati.
G. Saggio - vista dell'intelaiatura in legno 
Altre realtà territoriali in Italia, come Abruzzo, Trentino A. A. hanno saputo fare busines, attingendo a piene mani, da antiche sapienze dell'abitare, proponendo modelli di casa lignea antisismica con varianti più o meno moderne. Dove pensate che hanno attinto le tecniche costruttive antichissime, corroborate da un rinnovo, si fa per dire, di memoria borbonica?
Nelle esperienze presenti nel quartiere Provvidenza, come quella che si ritrova nella foto sapientemente mostrata da Saggio, lo scorcio evidenzia una intelaiatura a struttura lignea, in similitudine delle "case baraccate" o "colombage" che ci ricordano un passaggio architettonico, storico culturale di prevenzione dai terremoti oggi ancora attuale.
Purtroppo, la nostra realtà istituzionale locale non ha compreso o non vuole comprendere che quel mucchio di vecchie case, di ruderi e di macerie che è il centro storico, oltre a rappresentare le radici dei nisseni ha anche più di un pregio economico (se vogliamo essere venali), che lascio intuire all'intelligenza di chi legge.

Dunque, una scelta di recupero dell'insieme centro storico non può e non deve essere di “maniera”, con una scenica “antichizzazione” delle costruzioni, inseguendo un adattamento alla motorizzazione estraneo a luoghi già a misura d'uomo.

Giuseppe Cancemi

lunedì 16 dicembre 2013

Discutibile riutilizzo della scuola elementare "Gabelli"


"Una scuola che progetta un’altra scuola"

ITIS “Segato”

" proposta di ristrutturazione e riutilizzo dell’edificio delle scuole “Gabelli” di Belluno: una struttura destinata a ospitare i licei scientifico e classico, ma anche una biblioteca multimediale aperta a tutti, uno spazio polivalente e un museo storico."




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L'opinione

L’intestazione della scuola al pedagogista filosofo “Gabelli” mi dà La motivazione per interloquire sul progetto di ristrutturazione realizzato dell’ITIS “Segato” che fa discutere i bellunesi. Non è un caso che quell’edificio sia stato denominato Aristide Gabelli. La titolazione di quella scuola ha un riferimento preciso nell’innovatore della scuola primaria di un’Italia risorgimentale appena unita. Rivoluzionario nel confutare il nozionismo, con un apprendimento liberatorio dell’essere. Precursore della filosofia pedagogica e didattica, relativamente recente, dell’americano John Dewey.
Dunque, la scuola Gabelli non può tradire lo spirito dell’organizzazione scolastica che è impressa in quei muri che la rappresentano. Progettare la ristrutturazione di un “contenitore” di tale “peso” sociale e culturale si può ma con una certa prudenza. Lo spirito che aleggia sulle opere dell’uomo, come l’edificio dell’elementare “Gabelli”, deve tenere conto non solo dell’umanità che lo ha attraversato e dei vincoli tecnico-urbanistici ma soprattutto della dimensione culturale che l’opera rappresenta. Il progetto non è una mera operazione tecnica.
L’esercitazione pratica di progettazione applicata ad un edificio scolastico come il Gabelli, fatta dall’ITIS “Segato”, è un segnale forte di sollecitazione per la competente amministrazione locale, un contributo didattico e un elemento di confronto culturale con gli operatori del settore edilizio, per i suoi suggerimenti esemplificativi di progettualità orientata al sostenibile.
Volendo elencare alcuni vincoli da cui muovere per un restauro con criteri di bioarchitettura e dunque ecosostenibile, bisogna prioritariamente stabilire quale sarà la destinazione d’uso del “prodotto finito”. Qui, senza alcun dubbio la destinazione non può che essere quella di una scuola primaria e/o per l’infanzia. Esiste una relazione di continuità per alcuni semplici motivi che sono il reale vincolo: standard residenziali da PRG; tempi di percorrenza (isocrone, da casa a scuola) in base all’età; rapporti volumetrici: vuoto/pieno (corpi edilizi, giardino) maggiormente idonei per quella fascia d’età dell’utenza.
Un secondo vincolo di tipo ecologico-economico-gestionale va letto in termini di input/output energetico nella realizzazione.
Un terzo tipo di vincolo sempre di natura ecologica, viene imposto da una crisi idrica che sta diventando sempre più endemica, e riguarda il risparmio nei consumi d’acqua potabile.
Nel complesso, la sfida che ci pone il restauro della Gabelli - perché restauro deve essere - in chiave moderna di adeguamento funzionale, tecnico e tecnologico, comporta un aggiornamento di parametri riconducibili a confort ambientale interno ed esterno con raffrescamento passivo, tecnologie di ottimizzazione dell’energia, protezione dalle radiazioni magnetiche, sicurezza sismica, autonomia energetica, multifunzionalità e condivisione, uso di cemento fotocatalitico (per l’abbattimento degli inquinanti organici e inorganici presenti nell’aria), verde e fito-depurazione delle acque, ecc.
Ecco! Sono questi gli elementi che dovranno essere messi in gioco nella sfida che trovo stimolante nel lavoro che vuole sollecitare l’ITIS “Segato”.
Il “metodo scientifico”, come principio, propugnato dal positivista Aristide Gabelli, simbolicamente, può orientare quella metodologia del fare che delle austere mura di una scuola già appartenuta ad una filosofia dell’impegno didattico compassato, si possa ottenere una scuola confortevole e gioiosa.
Dunque restauro nella sua complessità per la Gabelli e non semplice maquillage più o meno funzionale!
Un‘immagine, per dirla con Dewey, che sia “percezione operativa dell’efficienza dell’oggetto estetico” e non rappresentazione di un modernariato senz’anima.


Giuseppe Cancemi

giovedì 14 novembre 2013

PIAZZA GARIBALDI


I   L a m p i o n i



Ho letto, qualche giorno fa, che il Sindaco di Caltanissetta vuole sostituire i lampioni di Piazza Garibaldi e rifare la pavimentazione della medesima piazza perché già rovinata. Queste “luminarie”, si dice, che non siano state ben accolte dai nisseni sin dalla loro, relativamente, recente installazione. Lo stesso dicasi del rifacimento della piazza. Ora, questa ennesima lamentela su pavimentazione e corpi illuminanti, essendo quest'ultime opere di abbastanza recente acquisizione, fa pensare che a Caltanissetta o vi sono sempre i soliti “bastian contrari” costantemente pronti a brontolare o che le scelte vengono regolarmente dall'alto, in barba ai cittadini, da sempre considerati dei “sudditi”. 
Intanto, è grave pensare che si dissipino le scarse risorse economiche senza il dovuto riguardo che si dovrebbe avere per i soldi pubblici e che nessuno risponde, ad esempio, di acquisti e spese varie che non di rado si tramutano dopo poco tempo in sprechi. La volontà annunciata dal Sindaco di volere rifare tutto (pavimentazione e lampioni) di Piazza Garibaldi non è una buona idea in termini di economia e finanza pubblica. L'esempio del buon padre di famiglia dovrebbe bastare. Nella gestione familiare per i vari bisogni che si presentano in casa, generalmente, nessun padre fa promesse ai familiari che non può mantenere, né pensa di rifare a nuovo tutto ciò che può essere riparato e neanche sostituirà quel che ha già, per il semplice fatto che non piace. A meno che la famiglia non abbia eccellenti condizioni economiche. Nel nostro caso, non credo che le casse comunali lo permettano, anzi! Allora, forse, piuttosto che ascoltare le lamentele o empiricamente stabilire che quelle luci non vanno perché illuminano poco o esteticamente non piacciono, una controllatina agli elaborati progettuali, fatta dai tecnici comunali, potrebbe stabilire se la curva fotometrica degli apparecchi illuminanti è stata progettata secondo la richiesta intensità idonea ai luoghi. Se necessità vuole che si debbano cambiare i corpi illuminanti, allo stato, le motivazioni che più s'imporrebbero, fermo restando un design adeguato al luogo, sono i parametri di irraggiamento luminoso a bassa dissipazione termica. Non senza considerare, una contemporanea alimentazione dell'impianto ottenuta da energia fotovoltaica.

Piazza Garibaldi 

Per quanto attiene alla lamentata pavimentazione dove le “basole” sono “divelte” e “spezzate” viene da domandarsi se esiste una garanzia sui lavori consegnati, se il carico del traffico ha una sua responsabilità o se la collocazione dei conci è avvenuta o meno a regola d'arte, con la dovuta sorveglianza e con un accurato collaudo.
Per concludere, bene sarebbe forse, e non solo in questo caso, prima di rifare tutto e/o lamentarsi, agire legittimamente di più. Non esitando, ove necessario, nel portare all'attenzione della magistratura contabile, quelle spese della pubblica amministrazione che non sembrano convincenti.


Giuseppe Cancemi

sabato 9 novembre 2013

CENTRO STORICO - CALTANISSETTA 2013


PRINCIPIO DELLA FINE O RECUPERO?


La storia italiana che vuole il recupero dei diversi centri storici, è antica di tanti decenni e accomuna la stratificazione degli abitati di tutti gli agglomerati urbani del Bel Paese. Leggendo ciò che è accaduto da Nord a Sud per i centri storici, si rileva sommariamente che il valore, non solo storico ma anche economico, ha premiato l'impegno di molti Comuni che hanno orientato il restauro dell’esistente patrimonio edilizio verso la conservazione. Le città che, non senza difficoltà, hanno sviluppato una politica del recupero, oggi sono quelle che hanno accresciuto il valore immobiliare del proprio stock edilizio più antico e maggiormente incrementato il flusso turistico in centro storico. Nella nostra Caltanissetta si sta tentando di avviare un risanamento del centro storico, con grande ritardo e all'insegna dell'improvvisazione che ingenera non poca confusione nei suoi cittadini. Il recupero del centro storico arenato da parecchi anni per responsabilità politico-amministrative, non solo recenti e che per brevità affido ad altre letture, improvvisamente, prende nuova vita da un concorso nazionale, con tempi strettissimi, sulla “rigenerazione urbana” di cui l'Amministrazione in carica, orgogliosamente, se ne attribuisce il merito dell'aggiudicazione del relativo finanziamento. A parte il grande ritardo negli interventi che una politica accorta avrebbe dovuto e potuto evitare da lunga data, al fine di mantenere gli abitanti e il decoro della città, il merito di volere recuperare il centro storico è innegabile, ma per le premesse da cui nasce, rischia di diventare un ennesimo sfregio alla città. Il timore che sembra manifestarsi con il cosiddetto “Progetto Pilota”, nasce dal comune sentire di quei pochi nisseni che non amano la propria città. Un centro storico diverso, “nuovo” avverso alla conservazione. Lasciare al tempo il compito dei crolli a fine demolitivo senza colpo ferire e predisporre una realizzazione di nuove edificazioni (facendo ricorso alla già conosciuta, in altre circostanze, “emergenza”) è la risposta più facile e populista che si è andata, e si sta, via via configurando. L'inerzia è il filo conduttore del degrado prima, dei crolli a seguire e, infine, dell’emergenza per motivi igienici e di sicurezza. Da qualche anno, forse, perché prossimi al rinnovo amministrativo locale, si vuole mostrare un “carniere” colmo di “selvaggina” immediatamente spendibile. Il “Progetto Pilota” che viene presentato come progetto di avvio, per il recupero del centro storico, è apparso alla chetichella, fatta salva la canonica pubblicazione obbligatoria per le eventuali osservazioni e opposizioni. Sarebbe anche rimasto in ombra, se alcuni sensibili cittadini non avessero sollevato il legittimo diritto di partecipare a così importanti scelte urbanistiche retrocesse a semplici interventi edilizi. Da quel momento la contesa che doveva allarmare per prime le preposte istituzioni (mostratesi reticenti) ha visto solo movimenti spontanei confrontarsi per un ripensamento circa il progetto, senza alcun esito. Il punto a cui siamo giunti oggi, vede una ufficiale presa di posizione di alcuni professionisti del settore urbanistico-architettomico-edilizio e del mondo dell'ambientalismo che ha segnalato a Procura della Repubblica, Assessorato BB. CC., Corte dei Conti e Assessorato Territorio e Ambiente alcune presunte anomalie del progetto pilota, come ultima ratio per indurre l'amministrazione in carica ad un ripensamento di quel progetto in termini conservativi e non di rinnovo per il centro storico.
In questo confronto tra le parti, dove il contendere è il rinnovo o la conservazione, alcune osservazioni vanno fatte. Intanto, la compagine amministrativa in scadenza - che può continuare ad amministrare al massimo ancora per qualche lustro - ha condotto e conduce in solitudine, un processo di trasformazione della città così impegnativo in un arco temporale di decenni e con risorse economiche occorrenti di centinaia di milioni, senza ricercare la massimizzazione di un legittimo consenso nella comunità locale.
I proclami lanciati attraverso alcuni numeri della rivista comunale (unico mezzo che informa ma a fatto compiuto), per questo progetto pilota, mettono in risalto alcune cifre sul recupero che vale la pena sinteticamente commentare. Con l'intervento, prossimo, sugli isolati 27 e 28 del quartiere “Provvidenza” si ricaveranno una ventina di vani utili per i futuri fortunati assegnatari per il costo di circa 3 milioni. Insomma, si potrà appena realizzare una “lotteria per i senzatetto” entro un arco di tempo minimo di qualche quinquennio. Un'altra trentina di milioni, preventivati (ma non si sa con quale copertura) per fasi ulteriori, serviranno per mettere in sicurezza (statica e igienica, sembrerebbe) 26 isolati di quel quartiere, come dice l'assessore all'urbanistica. Non è difficile, allora, pronosticare, nefaste prospettive per il centro storico: tempi biblici di realizzazione, preceduti da una progressiva desertificazione delle rare superstiti presenze autoctone, con inimmaginabile troppo lontana conclusione insediativa o, in alternativa, ingresso in tempi relativamente brevi della inevitabile ruspa “risanatrice”.
In questo scenario si inserisce l’avvio e la conduzione del cosiddetto progetto pilota che inquieta gli animi di chi ama la città e ha sperato che le pubbliche autorità cittadine intervenissero in tempo. Chi ha potere per intervenire, invece, si è costantemente girato dall’altra parte. La Soprintendenza, ad esempio, come riferimento di vigilanza per la salvaguardia del territorio, chiamata in causa indirettamente e direttamente non ha mostrato la dovuta sensibilità. Doveva e poteva accorgersi che la scelta di recupero del centro storico viene chiamata, non a caso, “Programma Costruttivo”. Tutto un programma non certo consono ai principi culturali ispiratori delle leggi nazionali e regionali nonché agli orientamenti italiani ed europei della carta del restauro a scala urbana.
Ad onor del vero, agli assordanti silenzi istituzionali fa eccezione, una tardiva ma curiosa presa di posizione, personale, da parte di un progettista redattore del piano pilota in oggetto. In tutto il suo dire, sembra non volere intendere che il contenzioso ha una portata urbanistica, in senso lato (dunque, politica), e non deriva da una semplicistica contrapposizione tecnica in un intervento “costruttivo”, che non sembra ispirarsi neanche alla politica abitativa introdotta dal social housing. Il progetto, sconosce il cittadino da insediare, impropriamente introduce una valutazione architettonica, di pregio e non, delle testimonianze storico-abitative (sic!), banalmente, assicura una staticità per le parti edilizie che saranno mantenute (non potrebbe essere altrimenti!). Insomma, l'intervento ribadito da un “addetto ai lavori” in difesa delProgetto Pilota”, sembra confermare un evidente contrasto, tra l’ispirazione barocca ostentata negli elaborati del progetto diffusi e la realizzazione pratica degli alloggi previsti, stilisticamente aderente ad una edilizia popolare. Una “trama” annunciata come “nuova architettura caratterizzata da un evidente linguaggio contemporaneo” la quale stride con un “ordito” che si annuncia con un primo intervento-rabbercio del quartiere Provvidenza. Esattamente il contrario di ciò che richiede un restauro smart del centro storico per una Caltanissetta principalmente fatta di persone.


Giuseppe Cancemi

martedì 6 agosto 2013

Centro storico di Caltanissetta


URBAN CENTER PER RICOMINCIARE 


Gran fermento per il centro storico della città. Professionisti, intellettuali e ambientalisti costretti a segnalare all'Amministrazione attiva che così come si sta procedendo per il recupero della controversa parte storica di Caltanissetta, porta a risultati a dir poco disastrosi. E' recente la notizia, che il Comune sta cercando partner privati e istituzionali per il recupero delle aree degradate (leggi, appunto, in centro storico). E' alquanto strano che agli inizi dell'anno in corso (2013) sembrava che tutto fosse pronto per il grande evento atteso da anni: il recupero del centro storico e ora sembra essere tornati al “carissimo amico...”. La prima cosa che mi viene in mente, rivolgendomi all'Amministrazione comunale tutta, credo condivisibile, è l'interrogativo: ma perché non mettete tutte le carte in tavola? Forse è meglio del procedere in modo ondivago!
Liberatevi della solitudine degli addetti ai lavori, dei competenti che operano per il bene della collettività. Fate sapere a noi ignari cittadini, attraverso la prodigiosa rete e/o mediante uno o più “tazebao” in piazza Garibaldi, quali sono i progetti per il breve e lungo termine che dovranno accompagnare e guidare la “rigenerazione urbana”. Lasciate che ogni cittadino sia libero di esprimere il proprio assenso/dissenso. Liberateci dalla sudditanza.
Per cominciare bene l'operazione centro storico, per esempio, non sarebbe opportuno fare sapere quali e quante sono le proprietà comunali in centro storico? Insomma, fare conoscere qual è il patrimonio, più o meno ricco/misero che sia, di cui la città può disporre per dare l'esempio di come si recupera un immobile in area storica. Perché non cominciare da lì? Magari facendo corsi di formazione per piccole imprese e maestranze prima e durante (aula e cantiere), con un monitoraggio dei lavori in corso d'opera, mediante web-camere, coinvolgendo sindacati, agenzie formative, cassa edili, ecc.. Ecco, il progetto esecutivo redatto in questi termini potrebbe diventare pilota. Si dia ampio spazio al coinvolgimento, al lavoro, alla rivalutazione storica, estetica e funzionale dei manufatti, analizzati, riparati, parzialmente o del tutto ricostruiti.
L'idea semplice che può mettere tutti d'accordo si fonda sul lavoro per l'edilizia e il suo indotto, che se istituito con l'obiettivo di recuperare l'esistente, nel rispetto delle preesistenze storiche, cresce e stabilizza la mano d'opera per sempre, proprio con il restauro e la rigenerazione a rotazione continua.
Non da meno è la ricaduta sulla città sempre in ordine nel suo rinnovo ciclico, ai fini di un godimento urbano/turistico. I commercianti del centro storico meditino! Il cuore della città vissuta come contenitore impreziosito dalle emergenze, storiche artistiche ed architettoniche può rappresentare una valida alternativa agli attuali gettonati centri commerciali (oggi di gran moda) che non esprimono quello che può esprimere un centro storico degno di tale definizione.
A tutti deve essere chiaro che la situazione di partenza è molto complessa e difficile. L'avvio scelto dall'Amministrazione comunale è un quartiere (Provvidenza) con uno stock edilizio molto degradato da tempo e percepito con certo distacco dagli altri abitanti della città. Ai fini della residenza non risulta dunque essere attraente, né da un punto di vista economico, né da un punto di vista del prestigio, che è comunque più o meno una costante in tutto il centro storico. Morale! Pochi o niente interessi per gli immobili che si potrebbe cominciare a recuperare e per tutta l'area in generale. Allora!
Allora bisogna rendere “appetibile” il centro storico a partire da questo primo momento di avvio.
Non saranno certo le promesse di parcheggi e le strade più larghe a rendere maggiormente fruibile questa parte storica della città. Forse, potranno accontentare quelli che oggi hanno un'idea di centro come “riserva indiana” usato per entrare, parcheggiare l'auto, svolgere le proprie attività e uscire per ritornare in periferia.
Con degli incentivi da stabilire sinergicamente con le forze sociali, le istituzioni, si può indirizzare una giusta strategia per coinvolgere partner privati e istituzionali.
Il Comune se vuole davvero recuperare il centro storico riparta da capo veramente, con la metodologia promessa dell'Urban center ma non praticata. Studi incentivi e comunichi con i cittadini per quali obiettivi, criteri, alleanze e partecipazioni in merito ai temi del centro storico, della città, del territorio si vuole procedere.

Giuseppe Cancemi