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mercoledì 17 giugno 2020

Urbanistica in Veneto


  Progetto di legge N. 513






La semplificazione urbanistica del progetto di legge N. 513 presentata alla Regione Veneto, viene annunciata come una risposta alla crisi, dovuta alla pandemia da coronavirus. Con questa specifica nuova normativa, si vuole intervenire sulla rigenerazione delle città venete, fermo restando il contenimento del consumo di suolo.
Il testo presentato ha come obiettivo il rilancio del settore edilizio, in sofferenza già da tempo. Le altre ragioni conosciute ma non citate, dalla relazione di accompagnamento della normativa che s’intende proporre, non palesate, hanno lo scopo di facilitare tutti quegli interventi che dovranno precedere la nuova infrastrutturazione prevista per il Veneto negli anni a venire. Qualcosa come mezzo miliardo per le Olimpiadi del 2026 e tanti altri finanziamenti per Vaia e rigenerazioni varie.
O forse, anche per accreditarsi come fatto compiuto, una potestà legislativa non del tutto definita in materia di urbanistica ed edilizia, per quanto riguarda l’autonomia differenziata per regioni a statuto ordinario come il Veneto. L’urbanistica allo stato attuale, comunque resta ancora costituzionalmente una prerogativa della legislazione statale.
VENETO CANTIERE VELOCE” a chiusura della titolazione della proposta di legge 513 è ben chiara come parola d’ordine, per ciò vuole significare.
Preparazione ad un interventismo tutto edilizio e poco urbanistico senza se e senza ma.

Il mondo ambientalista, che si aspetta una “green economy” dal nuovo governo del territorio il quale, si spera, abbia imparato qualcosa dagli eventi degli ultimi tempi che hanno segnato l’assetto del nostro pianeta Terra, nutre, una qualche perplessità per questo progetto di legge che si annuncia non proprio come si dichiara. Si teme, che in Veneto possa avere luogo ciò che è accaduto in tempi delle mani sulla città. Ma soprattutto si paventa, una deregulation che metta in pericolo le immagini identitarie dei centri e la loro funzione storica. Pende sugli abitati, con questa nuova legge in itinere, la saturazione delle varie zonizzazioni delle città, che finora nel bene o nel male, il PRG ne ha limitato l’aumento di volume e dunque, in qualche modo, anche il consumo di suolo che si vuole, a parole, “contenere”.

Non è certo che questa proposta di legge passi, perché rischia di essere annullata per incostituzionalità. Ma comunque, la tendenza che attraverso l’ambiguità delle parole e la difficile lettura per richiami e rinvii ad altre leggi formino un corpus non univoco, va evitata. Una norma di legge dovrebbe poter evitare letture e/o interpretazioni diverse, le quali potrebbero anche dare luogo a conflittualità interpretativa.

I legislatori che hanno prodotto quell’articolato del progetto di legge n.513 assai favorevole alla cantierizzazione di qualsivoglia intervento edilizio e poco prudenti nei necessari controlli, dovrebbero avere l’umiltà di riformulare i vari articoli riscrivendoli senza rinvii ad altre norme, e nel periodare di una lingua italiana, inclusiva di univocità nella trasmissione del significato.
Nel merito del testo presentato, già a leggere l’art. 2, per esempio, i timori di interventi a briglia sciolta sono il primo pensiero che viene in mente, quando l’inizio dei lavori diventa un automatismo. Basta una semplice comunicazione d’inizio di attività (CILA) per qualsiasi lavoro, financo per quei lavori che necessitano di delicata attenzione nella progettazione e nell’esecuzione.
Magari a non pochi chilometri di distanza dalla più vicina Soprintendenza, può iniziare qualsiasi intervento di restauro e/o di ristrutturazione edilizia. Viene allora da chiedersi quale figura professionale, magari di un piccolo comune, sindacherà quella conduzione dei lavori, se mai vorrà farlo?
Quanti uffici di piccoli Comuni dispongono di un architetto?
Ecco, credo che basti questo esempio, per comprendere il significato della “semplificazione” nel disegno di legge 513. Non ci vuole molto per capire, che quanto si propone con l’articolato delle norme, non dà sufficienti garanzie di salvaguardia dei beni immobili storici da soli e/o insieme, ma anche della loro distribuzione spaziale e dello schema viario. Il tutto, comunque, di quello che può essere coinvolto in lavori di rigenerazione.
Con la legge in questione, il Codice dei beni culturali e del paesaggio si potrà mettere in soffitta!

Quanto altro volume con l’art. 3 potrà essere aggiunto alle cosiddette zone di completamento?
Con i nuovi volumi che fanno aumentare le persone residenti in una zona, saranno ancora soddisfatti i parametri stabiliti dal D. I. 1444, detto anche degli standard residenziali?
Non è tutto qui, ma tanto basta per dire che il nuovo progetto di legge può essere stato concepito con tutte le buone intenzioni che si vogliono, nel senso di migliorare la vita dei cittadini, ma per quello che mostra, appare più proteso a dare mano libera a nuovo cemento che non a fare stare meglio la gente.
I legislatori che lo sostengono ma anche gli altri, sono sicuri che è questo che vuole la gente del Veneto?

Giuseppe Cancemi


sabato 29 febbraio 2020

ROTATORIA SULLA STRADA STATALE N. 50


L’attenzione che deve avere la proposta di un nuovo insediamento commerciale, per il Comune non può che essere massima, perché offerta di lavoro, fonte di reddito, ricchezza del territorio. Ma non vanno trascurati gli eventuali effetti che tale nuovo insediamento può produrre.
A lume di naso, già l’affollato asse viario in prossimità del luogo destinato ad una nuova attività, la quale si sa, muoverà e attirerà nuovo traffico, nell’interesse per primo dei residenti, ci si doveva muovere in termini di tutela della loro salute. L’aumento di emissioni inquinanti, direttamente proporzionale all’ulteriore mobilità, nonché di rallentamento dei mezzi di trasporto dato dalla rotatoria, avrebbe dovuto far pensare ad una misurazione in loco, delle attuali emissioni in atmosfera delle combustioni fisse e in movimento.
Nella premessa che tratta la modifica della destinazione, il motivo della messa in sicurezza che si lega con il progettato fabbricato, fa pensare a un qualche “pericolo” da scongiurare che insorgerebbe a seguito di tale insediamento. Con molta probabilità, tale timore, viene visto dal solo aumento della circolazione stradale. Un prevedibile sovraccarico dell’asse stradale (via Vittorio Veneto) di cui se ne può condividere la percezione, ma la soluzione progettuale di una rotatoria, avrebbe dovuto dotarsi, per questo, di una attenta analisi dei flussi di traffico, che manca.


Nella RELAZIONE ILLUSTRATIVA ED ELABORATO GRAFICO DI MODIFICA, qualche particolare come quello di pag.6 di 9, al punto: “6. Fattibilità dell’intervento sotto l’aspetto urbanistico” desta una qualche perplessità nella comunicazione, che appare abbondante nel sottolineare il sostegno alla necessità di di modifica della Z.T.O. F, trascurando i risvolti di tutela dell’esistente assetto, che possono emergere con il nuovo insediamento.
Nella parte che cita l’art. 7 delle Norme Tecniche di Attuazione del PRG: “...con la conseguente possibilità di modifica delle attuali destinazioni con Delibera del Consiglio Comunale” ci si dimentica dell’importante completamento nella parte finale:“... assicurando i principi informatori del PRG stesso” di quell’articolo.
E quali sono questi “principi informatori” nel nostro caso, se non quelli di salvaguardia degli standard residenziali?
Curioso risulta anche il contrasto letterale del citato art. 24, comma 2bis della L. R. 27/2003, per il quale, l’approvazione/autorizzazione di opere pubbliche o di pubblica utilità”... il provvedimento costituisce VARIANTE...”, mentre il più volte citato art. 7 delle Norme Tecniche di Attuazione del PRG ne differisce asserendo: “...senza comportare variante...”

Nella fattispecie, non si comprende quanto possa essere necessaria una rotatoria per il nuovo insediamento. Il prezzo appare alto. Vengono eliminate aiuole e alberi, parcheggi e uno spazio di aggregazione sociale (Piazza De Luca). Quest’ultimo già configurato da tempo esteticamente per il luogo il quale, in termini architettonici apprezzato o no, ha avuto un suo costo economico. Anche per semplici motivi di spreco, suppongo, che la Corte dei Conti, noni si sia mai mostrata favorevole per tali decisioni.


Nel merito dell’allegato grafico, le linee di contorno dei confini di zona C e di zona F, che separano le aree non sono visibili. La necessità di rimarcare i confini dello zoning, tra le zone C ed F, come per tutte le altre zone, serve per stabilire al momento della progettazione dei piani per i nostri complessi insediativi, il numero degli abitanti utile, per calcolare e dimensionare.
Nella zonizzazione comunale, obbligatoria, La zona F prevede 17,50 mq/ab per attrezzature di interesse generale. La zona C, detta di espansione residenziale, le dotazioni standard sono di 18,00 mq/ab.
Nel nostro caso, gli elaborati di progetto relativi allo zoning, mostrano il prima e il dopo modifica del PRG senza una legenda, e con una linea, forse, di zonizzazione però aperta, perché troncata da esigenze di stampa, che non dice quant'è l'area interessata.

CT GPS - Fa parte dei 13.000 punti geodetici segnati nell'attuale rete viaria italiana
Un semplice controllo numerico, come il conto della serva, con i dati riportati nella già citata pagina 6 di 9, evidenzia una certa difficoltà a capire cosa vogliono significare quei numeri sia di PRG che di progetto. Se prendiamo la voce di verde pubblico a cui viene attribuita al PRG un valore della superficie di 625,00 mq, sapendo che il minimo per parchi urbani e territoriali in zona F è di 15,00 mq/ab per legge, il rapporto tra superficie assegnata e superficie per abitante mi dà un riferimento calcolato di 41 abitanti in zona.

È possibile un tale numero in quella zona dove un paio di condomini già superano le centinaia di persone?
Nel testo, la finalità pubblica della proposta opera, che si vuole giustificare con una riqualificazione delle infrastrutture a difesa delle utenze deboli, spiegata nei suoi punti da a) ad f), sono accomodamenti del tratto pedonale e di attraversamento stradale poco significativi, di quasi manutenzione, che con l’intervento c’entrano poco o nulla.
L’effetto della sola parola “riqualificazione”, forse, isolato per un riflesso condizionato per un uso intensivo negli ultimi tempi in fatto di città, riesce ad evocare una suggestiva acquisizione riferita a qualità e sicurezza dell'abitare sia dal punto di vista sociale che ambientale, in particolare nelle periferie più degradate. Ma non c’entra neppure questo!

Una rotatoria nelle condizioni in cui si trova quella porzione urbana della S.S. 50 appare, senza uno studio attento, come si diceva, solo funzionale alla proprietà privata da insediare. È carente oltre che dei dati di traffico e d’inquinamento anche di quelle verifiche urbanistiche, riguardanti le quantità delle dotazioni minime, previste dagli standard residenziali delle zone omogenee, richieste dal D. I. 1444/68. Eppoi, senza volere entrare nel merito del fabbricato che si dovrebbe andare ad insediare, a giudicare di come il commercio stia cambiando, la questione degli insediamenti specialmente commerciali, meriterebbe da parte di un Comune, ben altri approfondimenti di distribuzione sul territorio, che non di un accomodante parere favorevole.

Giuseppe Cancemi

domenica 1 dicembre 2019

Il giardino di Piazza dei Martiri:

ritrovo della comunità bellunese salotto buono o mercato delle vacche?


Per chi visita Piazza dei Martiri ora, avendola già visitata in altri tempi, si sarà accorta/o che rappresenta una rarità, purtroppo, per l’ennesima occasione “offesa” da un usurante utilizzo che la declassa. La scelta spaziale d’immagine giardino, è un tutt'uno che introduce il visitatore in una città, le cui dimensioni storiche hanno lasciato il segno di un’identità urbana a misura d’uomo. Il nome della stessa Piazza e tutte le vie e piazze adiacenti ne ricordano i tempi dell’umanità che l’ha attraversata. 

Rosario Assunto, filosofo estetico del Novecento a vederne la deformazione per esigenze temporanee mercantili sarebbe rimasto sconcertato, sbalordito. Lo spazio verde, in ambito di luogo d’incontro sociale di ritrovo, contornato da fiori ed alberi non è un luogo qualsiasi che in continuazione possa subirne adattamenti. In senso generale la filosofia dell’Assunto si spinge a definire il giardino: “uno spazio in cui l’interiorità si fa mondo e il mondo si interiorizza! “. Comprimere o peggio annullare l’ideologia di giardino, come non di rado capita a quello di Belluno con kermesse varie, fa perdere di valore estetico e funzionale il principale spazio di ritrovo della comunità bellunese.

Ancora più grave è quello che sta accadendo in questi giorni. Non è importante quanto è stato sollevato da Italia Nostra, la quale, ancora una volta ha voluto ricordare il valore intrinseco del pubblico giardino orgoglio della Comunità bellunese. Quello che rappresenta un valore della natura esaltato dalla creatività, dalla mano dell’uomo, al servizio di tutti, è diventato oggetto del contendere da una rozza demagogia.

Parti politiche e non, a cui forse interessa di più apparire che non essere, banalizzano quello che ancora una volta è un segnale d’allarme per il degrado della città. Insomma, Manzoni insegna: ancora una volta si assiste ad una lotta come quella dei capponi di Renzo, mentre l’urbe, nella sua massima rappresentanza di se stessa, rimane sempre più disorientata.

Giuseppe Cancemi




lunedì 14 ottobre 2019

CENTRO STORICO DI CALTANISSETTA


COSA FARE DI CIO' CHE RESTA DI UN CENTRO STORICO




Il giardino di pietra, immaginato, si concretizza lasciando tutto come si trova. Strano, ma potrebbe essere un modo per rendere fruibili quei luoghi oramai costituiti da ruderi, macerie ed erbe infestanti, separati da tracciati viari in centro storico.
Ancora una volta la materia organica e inorganica può prendere forma con l’ausilio dell’uomo che, con la sua sapienza, sa assecondare e modificare la natura delle cose.
Per rendere accessibili quei luoghi della memoria, testimonianza di come l’incuria e l’abbandono finiscono per annullare ogni ricordo delle passate generazioni. Basterebbero tanti piccoli interventi “verdi”, partecipati dai cittadini.
Potrebbe fare scuola, l’esempio di quei nisseni che si sono impegnati nella cura delle piante per aderire al “Concorso Balconi Fioriti”.
Insomma, per il centro storico bisognerebbe fare un atto di umiltà. Una necessaria nuova azione antropica di restituzione alla natura, di quanto l’uomo non ha saputo conservare.
Alle piante spontanee e non, il compito di ingentilire i luoghi e consentire con appositi percorsi di mostrare, appunto, un GIARDINO DI PIETRA.

Occorrente:
- un aiutino, volano delle istituzioni pubbliche e private;
- associazioni ambientaliste e volontariato di buona volontà (necessario bisticcio di parole per intenderci);
- messa in sicurezza dei comparti crollati non ancora rimossi e dei ruderi già esistenti;
- pulizia della viabilità nei suoi tracciati di ambiente urbano;
- adozione e scelta con cura delle piante spontanee, curando che la biodiversità sia di tipo mediterraneo;
- aggiunta di nuove piante anche da interno e qualche essenza arborea, selezionate in modo strategico, per dare colore e luce agli ambienti feriti a morte;
tanta ma tanta FANTASIA per inventarsi una conversione non invasiva di reperto storico-urbanistico, nel suo genere, forse esclusivo.

Giuseppe Cancemi

POVERA SIRIA MARTORIATA



ANNO 2019, LA TURCHIA ATTACCA I CURDI 



CALTANISSETTA, CENTRO STORICO 2019

PROVVIDENZA: progetto Pilota e Via Mazzini Social Home


Rilevo con particolare attenzione, che la mia "provocazione" con il "giardino di pietra" di qualche giorno fa, ha fatto riemergere l'assopita diatriba sul recupero del centro storico. Riguarda, l'ultima trovata eufemisticamente chiamata "Piano di Recupero" che consta di un “Piano Pilota” e di un’aggiunta al progetto denominata “Via Mazzini social home”. A dir vero, di recupero in questo progetto urbanistico, troviamo solo il titolo di come viene chiamato nell’insieme il documento progettuale.
L'arch. Saggio e altri professionisti, nonché il Presidente regionale di Italia Nostra arch. Leandro Janni già hanno avuto modo di rilevare sin dal 2012 che detto piano composito, elaborato dal Comune, in sinergia con lo I.A.C.P. e la "benedizione" della Soprintendenza, con le sue demolizioni, alterava il tessuto urbanistico nel suo insieme paesaggistico nonché architettonico dei luoghi. Gli ultimi abbattimenti in centro storico, sappiamo, che in questi anni, hanno amplificato la logica di ciò che si “può abbattere” differenziandola da ciò che va salvato, quasi ad incoraggiare nuove assurde demolizioni. La città comunque, non ha ancora dimenticato i relativamente recenti interventi, che hanno cancellato interessanti riferimenti storici, più volte segnalati ed attenzionati da Saggio.
L'attuale Amministrazione ritorna ancora alla carica, riproponendo il citato progetto che, anni addietro, aveva suscitato in qualche modo perplessità nella magistratura amministrativa.
L’intervento da realizzare, adesso, oltre ad essere ” Progetto Pilota” diventa di riqualificazione, aggregando un’aggiunta denominata “Via Mazzini social home ” che non è chiaro cosa vuole indicare nel suo inglesismo. Forse il progetto, 


voleva richiamarsi, per similitudine, al social housing, che viene inteso, per definizione, come approccio all’abitare sostenibile e mediante un’impatto positivo nel rapporto tra città e abitanti di quel luogo.
Ma credo che il ricircolo del progetto “Pilota” + “Via Mazzini social home ” non abbia ancora sciolto l’importante nodo della trasformazione urbanistica in pieno centro storico.
Intanto, a quest’ultima recente riesumazione, si aggiunge al caso una nuova perplessità che pur non essendo di un vero e proprio conflitto di interesse, resta sempre un difetto che incide nella forma e nella sostanza: l’originario progettista intestatario del “Progetto Pilota”, per le mutate condizioni amministrative comunali, resta nella “filiera” operativa occupando il ruolo, stavolta, di figura politica di riferimento istituzionale.


Giuseppe Cancemi

venerdì 11 ottobre 2019

La Confindustria di Caltanissetta si ripropone




CONFINDUSTRIA NISSENA CHI?



A proposito di Confindustria nissena che si vuole incontrare col Ministro Provenzano trovo che sia il minimo, dato il grave e colpevole ritardo che ha, stante alle condizioni economiche del territorio. L’economia di una Comunità che vive di terziario non può fare a meno di occasioni di lavoro che provengono dalle imprese artigianali, industriali e commerciali. A Caltanissetta, da tempo, da quando è ferma l’edilizia, l’orologio dell’economia si è arrestato. A parte i centri commerciali, già in declino, poco o nulla gira agli effetti di una imprenditoria con radici nel territorio. Si producono solo eventi che muovono un turismo minimo prevalentemente cultural-religioso, con presenze limitate nella quantità, nella qualità e nel tempo. Il consumo alimentare ha un suo peso, mentre languisce quello commerciale con la concorrenza spietata on line che fa la parte del leone. L’unica forma imprenditoriale che aveva una visibilità mondiale, anche se non ha minimamente inciso a livello territoriale, ha venduto e traslocato. Insomma, mi chiedo e mi viene da chiedere, cosa mai vorrà chiedere la Sicindustria nissena al Ministro?

Chi chiede l’incontro è il Reggente di Caltanissetta. Una figura rappresentativa ma senza l’investitura di una “forza” imprenditoriale che di solito elegge i suoi organi. In sostanza qualcuno di buona volontà il quale in nome di una Confindustria che numericamente, forse non c’è, si rivolge ad un rappresentante dello Stato.
Si prospetta che vorrà discutere di una “questione industriale”. Bene dico io, ma con quali elementi concreti? Per dirla tutta, le istituzioni territoriali non hanno mai pensato che per prosperare la sola economia terziaria non basta. Non si è mai pensato di cimentarsi con progetti di sviluppo articolati sinergicamente da istituzioni varie. Sa Sicindustria locale che uno sviluppo deve essere pensato e promosso da progetti di ricerca?

Per fare un per esempio, cito il coordinamento sorto in una piccola città come Belluno (36 mila abitanti), la quale, sin dal 2017 firmando una convenzione con gli istituti superiori per un nuovo spazio: Digital Innovation Hub Belluno Dolomiti, ha dato luogo ad un raccordo tra imprese, enti e ricerca.E mi fermo qui!

Voglio solo aggiungere che, per fare, bisogna avere qualcosa da proporre e non “affidarsi al buon cuore” dell’interlocutore, sia pur esso autorevole.

La politica di Caltanissetta nei vari ambiti amministrativi, quindi, prepari i suoi progetti mettendo in campo e in relazione le sue migliori forze. Gli imprenditori da parte loro, si facciano parte diligente e unitamente con le forze sociali e le istituzioni facciano squadra. Solo così potranno, insieme, portare avanti realmente quei disegni comuni che producono effettivo sviluppo sociale ed economico.

Giuseppe Cancemi

venerdì 20 settembre 2019

TEMPESTA VAIA


Eliminazione delle ceppaie. Anche con esplosivo?



Non di rado, in questi ultimi tempi, la stampa locale si sta occupando di un problema “tosto” ereditato dalla tempesta Vaia. Si tratta di ciò che è rimasto delle parti di boschi rasi al suolo dall’imperversare di Vaia, fortunale che ha lasciato sul campo tantissime ceppaie che non facilitano il rimboschimento che si vuole fare. Quello che risalta di questo problema, è l’assidua e ripetitiva presenza sulla stampa di quella che sembra essere l’unica preoccupazione per la Regione: l'eliminazione delle ceppaie (non tutte, sembra) con esplosivo. Appare quasi come quella tecnica consumistica che si usa in pubblicità, che con il permanere di notizie e/o di immagini assillanti, si suscitano nel cittadino quei consumi indotti che non sono propriamente necessari.
Due noti esperti di demolizioni edilizie mediante micro cariche esplosive, sono i protagonisti delle cronache del dopo Vaia. Stanno studiando la possibilità di rimuovere alcune delle ceppaie rimaste dopo che la bufera ha raso al suolo interi boschi (41 mila ettari, si dice). I segni lasciati di qualche decina di milioni di alberi!
Ciò che si spera è, che se si dovrà usare l'esplosivo, la scelta traumatica per i luoghi sia attentamente vagliata nei suoi prevedibile impatti con un’accurato progetto mosso da un’attenta analisi di costi e benefici non dettati, come si usa fare, da logiche afferenti ciò che è solo monetizzabile.

Il progettato uso di esplosivo, da un punto di vista ambientale per eliminare le ceppaie sia pure con microcariche, suscita una qualche perplessità. Siamo in presenza di un intervento che ha un certo impatto con problematiche di tipo ecologico, agronomico e perché no anche di natura geologica, il quale impone una progettazione secondo natura non certo compatibile con la rimozione mediante cariche esplosive.


Va bene che sono micro esplosioni, ma si parla di cariche fino a 200 grammi che proiettano da 20 a 50 metri di distanza brandelli di ceppaie e tutto quanto sta intorno che, nei punti di utilizzo di cui si fa cenno (superfici con pendenze anche elevate), possono diventare piattaforme di lancio assai coinvolgenti per gli ambienti circostanti.

A giudicare dalle foto pubblicate sulla stampa locale, sulla rimozione sperimentale con esplosivo, di selezionate ceppaie è già iniziata. Nella preparazione della volata, però, qualcosa non convince. Una delle immagini pubblicate fa vedere il posizionamento in modo radiale di una delle cariche nella ceppaia: cioè in senso trasversale alle fibre, su un materiale per natura anisotropo quale è il legno. Le proprietà meccaniche del legno, si sa, hanno differente comportamento lungo le varie direzioni, e questo dà da pensare su quel foro.
Confidiamo però, che questi esperimenti fatti ad Asiago, non siano prove empiriche ma prove sul campo, circoscritte, per lo studio di modelli matematici di laboratorio al fine di testare, forse, i limiti della biocompatibilità. La rapida combustione qual è l’esplosione, anche se di superficie, qualche problema lo pone. Come minimo è un “disturbo” su larga scala. Una più o meno grande “scossa” dei luoghi che potrebbe influire sugli equilibri di tipo idrogeologico e forse anche tettonici. La propagazione delle onde sismiche generate, potrebbe “disturbare” qualche faglia e/o falda, agevolare qualche piano di scorrimento di frana, insomma interferire con la già precaria fragilità del territorio.

Non meno problematico è l’aspetto più complessivo di natura ecologica. L’ecosistema bosco rimasto, con le esplosioni, non sarà certo immune da forti disagi specialmente per le sopravvissute specie floreali e faunistiche. Oltre a subire le presenze umane dei mezzi e dei boscaioli in massa, dovranno anche resistere all'inevitabile forte inquinamento acustico e atmosferico.

La ricchezza di biodiversità, orgoglio della montagna certo, con sistemi che non sapranno prendersi cura dei biotopi sopravvissuti, rischia di essere pesantemente intaccata.

Da un punto di vista agronomico, senza essere esperti, è facile immaginare quale scompiglio sarà portato al suolo agro-forestale, se esposto ad esplosioni numerose ed estese. La vita del sottobosco e quella dei microrganismi del terreno allora, dove non è possibile operare con i mezzi conosciuti (fresatura e carotaggio), sarebbe bene forse, lasciarla com'è.
Meglio lasciare fare alla natura.
L’avanzata tecnologia delle microcariche forse fa risparmiare e in qualche caso è utile per evitare incidenti ai lavoratori ma non è certo amica dell’ambiente, dunque non sostenibile.

L’esperienza in materia di demolizioni anche
se adoperata per importanti strutture edilizie, non può essere esportata tout court nei confronti dell'ambiente. Scelte simili per luoghi dove esiste una natura, è il caso dire: "viva e vegeta", diventano una violenza verso quei biotopi che la subiscono.
Si rifletta! La montagna, i boschi, i fiumi sono luoghi naturali di vita che vanno trattati con
grande attenzione. Gli interventi più che mai debbono essere preceduti da uno studio di valutazione di impatto ambientale, non come atto formale ma piuttosto come atto sostanziale, capace di prefigurare gli scenari d’intervento, e non senza, eventualmente, propendere per l’impatto zero.


Giuseppe Cancemi


Il Gazzettino di Belluno 25/9/2019


sabato 6 luglio 2019

Ripristino del Parco Lambioi dopo Vaia


LAMBIOI... E DOPO LA TEMPESTA?




So che molti non si troveranno d’accordo con quanto mi preme rilevare, a proposito dei cantieri sul Fiume Piave, ma il mio dire vuole essere un punto di riflessione per i cittadini di Belluno.

Come tutti sanno nell’area Lambioi, di recente si è attivato da parte del Genio Civile, uno dei cantieri sorti a seguito della Tempesta Vaia.
L’intervento, per lo scopo che si è dato procede, ed è molto attenzionato per l’atteso uso balneare a tutti i costi, dei suoi argini. Ciò che noto però è un gran silenzio da parte di Soprintendenza, ambientalisti, intellettuali e perché no anche di ordini professionali come architetti e ingegneri, che non dicono una sola parola in merito. L’uomo contemporaneo non ha ancora imparato abbastanza dalle generazioni che lo hanno preceduto. Ha coscienza di sé come essere finito, ma si comporta come se tutto ciò che lo circonda fosse infinito e plasmabile ai suoi esclusivi fini.
Il Piave, ecosistema fluviale, è un elemento territoriale importantissimo che, per esempio, dà al territorio attraversato, una sua particolare identità ecologica, storica e paesaggistica. Dunque, interventi come quello in atto, non dovrebbero solo essere un semplice ripristino di esclusiva natura ingegneristica, ma piuttosto qualcosa di più articolato, composito, attento al rapporto uomo natura.
Proprio la tempesta Vaia ha fatto ritrovare (se non è stata presa una cantonata) massi che sarebbero appartenuti al “Castello”. E non mi pare che per questi ritrovamenti ci sia stata una campagna di studi per approfondire le conoscenze archeologiche del caso. Il reticolo idrografico del Piave, come detto, è un ecosistema che mette insieme fattori sia biotici ( flora, fauna) che abiotici (geomorfologia, litologia), non di rado alterati da un’urbanizzazione non proprio necessaria, come nel nostro caso.

Le opere che si stanno realizzando nel Lambioi, invece, mostrano la fregola di riavere tutto e subito, quello che quel tratto di Fiume non può dare: una spiaggia. Tra un Ansa e una Golena (che chissà perché è detta di natura alluvionale!). Ancora quell’occupazione di suolo (da un punto di vista naturalistico, “abusiva”) già sperimentata, che la tempesta Vaia ha restituito alla natura. Natura che in tempi sempre più ravvicinati si manifesta con tutta la sua forza, per riprendersi ciò che le è stato sottratto.

Intanto, proprio per questo, le opere in corso non mi convincono se restano quelle riportate dalla stampa.
Nel linguaggio la “demolizione e ricostruzione della soglia in cemento a valle del Ponte della Vittoria” si leggono quelle caratteristiche dell’intervento, che lo fanno apparire lontano dalla filosofia praticata da un’ingegneria naturalistica che è propria per queste opere.
E neanche l’ammissione che il “Parco Fluviale”, ufficialmente rimane NON SICURO ALLE PIENE, mi fa pensare che la scelta di riconfermare l’uso di quelle aree è un perseverare. Vogliamo dire… “diabolico”?
Continuare a cementificare, come sembra ripetersi con gli interventi in atto, è quell’ottica di una urbanizzazione a tutti i costi che sottovaluta la delicatezza che ha il tratto di Piave che passa per Belluno.

L’ingegneria naturalistica in ambiti come quello di un habitat fluviale, dovrebbe avere per prima la parola. L’aspetto tecnico (idrogeologico e di difesa del suolo), non è avulso da una filosofia come quella naturalistica, la quale ha cura anche degli aspetti paesaggistici, storici ed estetici.
Insomma, in quei lavori che si stanno conducendo e che si ha fretta di consegnare all’uso balneare degli impazienti cittadini, sollevo un paio di perplessità che sottopongo all’attenzione di tutti.


I lavori nel Lambioi per la stampa locale
Ma Belluno, dopo l’esperienza vissuta “l’altro ieri”, con le previsioni su scala mondiale di nuovi rovesci d’acqua improvvisi a causa del cambiamento climatico, può per inversione di tendenza cominciare a pensare in termini ecologisti?

E perché nel caso non pensare, in prossimità del Lambioi, ad un’area di espansione del Fiume anziché alla solita spiaggia?
Specie sapendo, che prima o poi potrebbe essere ancora tempo di ripristino, e chissà a quale prezzo?

Penso infine che, per quanto detto, si debba dire basta ai consumi di suolo e, nei lavori per la salvaguardia del territorio, riuscire a mantenere quel rapporto omeostatico che deve esserci tra uomo e natura.


Giuseppe Cancemi

martedì 23 aprile 2019

Le nuove barriere di via Diziani


In via Diziani, una stradina di qualche metro, le nuove barriere buone per le autostrade sono anche sicure per i pedoni?


In via Diziani è stato rimosso, a distanza di qualche mese, l’incombente pericolo segnalato relativo ad una staccionata da tempo interrotta da squarci e da un muretto in cemento in parte franato a valle verso la via Gabelli. Le due vie sono parallele ma su piani diversi, con un punto di massimo dislivello di circa 10 metri. La ricostruzione, con sostituzione delle precedenti barriere preesistenti con palizzate di legno e barriera di cemento - un mix di tipologie già poco idonee alla sicurezza - è avvenuta con la posa in opera nei due diversi tratti, con soluzioni tecniche differenti ma comunque non da via urbana.
Senza volere scomodare gli articolati di legge e i regolamenti in materia di barriere di sicurezza stradale, semplicemente rilevo che quanto è stato fatto mi trova perplesso per quella scelta progettuale che mi appare inidonea e inutilmente vistosa. Una soluzione da autostrada per una stradina di città, prossima al centro storico, con senso unico fruito da pochi accessi laterali (4), verso proprietà private e un traffico pedonale mosso, principalmente, dai vicini parcheggi urbani e dal parco “città di Bologna”.
Trovo che in una via urbana di qualche metro di larghezza (3,5 - 4 m) classificata con lettera F, i due diversi brevi tratti di barriera collocati, appaiono sproporzionati e di aspetto estetico invasivo.
I due segmenti di diversa tipologia collocati, per la loro mole, sembrano più idonei a ben altre linee cinematiche.

Facendo poi riferimento alla richiesta sicurezza per il contiguo dislivello, principalmente a favore dei pedoni e meno per quella automobilistica, quella tipologia di barriera collocata per le sue caratteristiche tecniche rimane sicura per le auto ma non per le “componenti più deboli”: pedoni (adulti e bambini) e animali di affezione di piccola taglia.
Da un punto di vista estetico e paesaggistico, la già esistente confusione di numerose altre soluzioni di barriere e protezioni presenti (sei in totale se non erro) aumenta il suo campionario. Insomma anche questa soluzione non passa inosservata ai fini dell’estetica e del decoro urbano dei luoghi. Non ci vuole certo una “commissione dell’ornato” per capire che i sottosistemi segnici specie in prossimità di un centro storico vanno particolarmente attenzionati in sede di progettazione e di esecuzione.
Anche per le barriere adottate sarebbe bastato ricordarsi che: “migliori condizioni ambientali e di sicurezza” richieste nel PIANO GENERALE DEL TRAFFICO URBANO di Belluno, non sono solo parole ma forse attenzioni nel caso disattese per la categoria dei pedoni, le cosiddette “componenti più deboli”.
In Conclusione, si registra un tutto ineccepibile in quei lavori, penso, dalla committenza. La barriera ora c’è ed è nuova. Mi spiace solo che i temi della sicurezza viaria ritenuti del tutto ok dal punto di vista funzionale in generale, non soddisfino, a mio modesto avviso, proprio la sicurezza dei pedoni nonché la valenza estetico-culturale di un manufatto che non può astrarsi dal decoro urbano.
Consiglierei almeno, l’aggiunta di una rete alla maniera di quelle già esistenti lungo quella via, per mettere in sicurezza il passaggio dei pedoni.
Mi domando e domando: ma non siamo in tempi di vacche magre, cioè in tempi in cui la Corte dei Conti critica gli sprechi della pubblica amministrazione? E non dovremmo essere più attenti allo spazio urbano in una città come Belluno e le sue Dolomiti patrimonio dell’umanità?
Chi deve vigilare localmente, sul piano della rispondenza delle spese all’intervento progettato e realizzato e del decoro urbano?

Giuseppe Cancemi