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venerdì 8 aprile 2016

BELLUNO, gli alberi di Via Cavour

ALBERI, tagli annunciati


Di alberi dal 2012 a Belluno ne sono stati abbattuti abbastanza. Sono cadute piante ornamentali che, oltre a svolgere il loro ruolo più elementare di mitigazione del clima estivo e di conversione dell'anidride carbonica in prezioso ossigeno, “arredavano” e segnavano il riconoscimento dei luoghi. Alle lamentele di qualche cittadino per una “moria” arborea spinta, apparentemente inspiegabile, veniva data una giustificazione “tecnica” di opportunità e prevenzione per malattia delle piante e/o rimozione del pericolo per pubblica incolumità. Tutto normale. Chi amministra la città sa e fa e gli amministrati non sanno e debbono solo condividere obtorto collo. Da qualche giorno sono iniziati lavori di straordinaria manutenzione dei marciapiedi e si è iniziato con l'abbattimento di alberi. Il Sindaco, giustamente, mette le mani avanti e a mezzo stampa fa sapere che l'abbattimento delle piante, appena iniziato in via Cavour, rientra nella necessità di eliminare l'invasivo apparato radicale, presente su tutto il marciapiede, e dunque causa della sua sconnessione. 
A spanna quell'alberatura di via Cavour deve avere superato una trentina di anni o poco più. Questa datazione mi induce una semplice osservazione: quelle essenze arboree con quale criterio sono state messe? Sono state piantate mediante un progetto firmato da accreditato professionista o sono il risultato di una piantumazione così tanto per mettere degli alberi? Comunque, anche un semplice giardiniere avrebbe saputo che un albero per il luogo di impianto va scelto anche in base all'apparato radicale. Sappiamo tutti che nei marciapiedi e nei cimiteri, per esempio, vanno evitati alberi con radici fascicolate. Di solito, infatti, sono le essenze con radici fittonanti le più utilizzate nei viali alberati a scopo decorativo, architettonico, ecc.. 
E' il caso di dire: alberi sì ma non a c...o

E' strano come sia accaduto che solo oggi ci si accorge degli alberi non idonei al marciapiede di via Cavour impiantati in un periodo in cui la pratica urbanistica sarebbe dovuta essere quella tecnica prima e contrattata dopo, dunque sottratta all'empirismo delle opere pubbliche del capo mastro. Ma si vede che così non è stato e il tempo lontano (relativamente) forse, non ci permette di conoscere le eventuali responsabilità. Viene da chiedersi: ma il danno dell'abbattimento di alberi maturi, del marciapiedi da rifare e dell'impianto di nuove essenze arboree è o non è un danno erariale?
Il Sindaco promette il reintegro delle piante con il rifacimento del marciapiede e va bene. Ma questa volta, esiste un progetto dettagliato di opera stradale che comprende la piantumazione di alberi secondo criteri tecnico-scientifici o/e se si vuole estetico-architettonici o siamo alle solite riparazioni casarecce che ci faranno in un futuro prossimo malignamente dire: “pedo el taccon chel bus”?

A parte la facile battuta, il Comune, pur nelle mille difficoltà che incontra per la gestione della città, però, non può e non deve solo inseguire alla bisogna i guasti. Dedicare alla manutenzione anziché al nuovo parte delle previste risorse di bilancio è più saggio. Prevenire con una puntuale manutenzione programmata riduce i costi e mantiene i servizi sempre in piena efficienza. I cittadini si fidano, ma questa volta in tempi di internet, il primo cittadino faccia in modo che tutti possano vedere i progetti a partire da questo di via Cavour. Con l'occasione, il Sindaco, faccia anche sapere, visto che la sua amministrazione volge alla scadenza, quanti alberi sono stati messi a dimora per ogni nuovo nato o adottato durante il suo mandato. I bellunesi apprezzeranno sicuramente. 

Giuseppe Cancemi



APPENDICE DEL GIORNO DOPO (11 aprile 2016)

Dai lavori che prevedono l'abbattimento degli alberi in via Cavour, a giudicare dai luoghi, i conti non tornano. Lo scenario che attualmente si presenta appare con alberi abbattuti alternativamente, con una logica distributiva quasi geometrica, che lascia intuire più a un diradamento che non ad una soluzione, alla lettera, radicale. Si è scelto di eliminarli, uno sì e uno no, tutti in fioritura, e non senza abbondare sui sì. Sembrerebbe, che gli alberi graziati hanno un qualche merito per essere stati risparmiati. In compenso, è stata regalata ai ceppi rimasti una rifinitura da “figaro”. 



Eppure ricordo di avere letto che le piante da eliminare, causa del dissesto rilevato, rientravano in un “progetto di rifacimento”. Bene! Allora perché il taglio assomiglia più ad un diradamento che non ad una radicale sostituzione delle attuali piante con altre a radici fittonanti? Si vuole, forse, mascherare un'ennesima azione demolitrice di piante a Belluno, che sembra appartenere ad un ragioneristico disegno di riduzione delle spese nella voce a bilancio destinata alla manutenzione?


UDITE, UDITE... cosa dice il Dirigente comunale in merito alla questione verde pubblico






mercoledì 6 aprile 2016

BELLUNO: via San Lucano perde un altro albero, in silenzio ...ssst!

Fine di un albero che segnava un orizzonte patrimonio dell'immaginario collettivo


Un albero che “cade” in città, dovrebbe fare più rumore di una foglia. È invece no!
A Belluno il maestoso albero affacciato sul Piave che faceva da sfondo alla via San Lucano è sparito in perfetto silenzio, senza fare alcun "rumore". Nessuno si è chiesto o ha chiesto alla proprietà legittima il perché di questo abbattimento. Eppure quell'albero arcinoto nella memoria dell'immaginario collettivo ma anche nelle foto ricordo e nelle cartoline, è ancora vivo.

La cosa strana è che non sappiamo se residenti e autorità cittadine si sono accorti o si sono girati dall'altra parte ovvero, eventualmente, perché non sono intervenuti, chiedendo almeno alla proprietà l'impianto di una nuova essenza in compensazione di quella eliminata.

Non si spiega neanche come mai anche le associazioni ambientaliste, così tanto attente per altro, in questo caso hanno taciuto e tacciono.

Così, tanto per capire, ma il Comune - pur non esercitando, relativamente, alcuna potestà sugli alberi, fosse anche per quell'orizzonte verso il Piave, oggi impoverito - non aveva voce in capitolo per impedire o condizionare quella grave perdita?

Viene da chiedersi quali altre autorità locali e non, con compiti di tutela, potevano intervenire per quella drastica soluzione di taglio radicale, senza appello, e almeno pretendere il ripristino dello “skyline” con pari essenza già adulta?
Precedente visione
La situazione attuale













Albero abbattuto
Sicuramente ciascuna delle autorità preposte alla salvaguardia del nostro patrimonio dei beni culturale, che si occupano territorio e ambiente, hanno fatto il proprio dovere. Il silenzio però assordante di questa eliminazione non può farci rassegnare al “vuoto paesaggistico”che si è determinato e viene spontaneo domandarsi: dov'erano quando è stato abbattuto l'albero di via San Lucano? Un albero paesaggisticamente significativo, la cui immagine appartiene a tutti meritava almeno un minimo di trasparenza comunicativa ai cittadini bellunesi.

Per ultimo, appare sicuramente almeno curioso che nelle riprese di Google presenti in internet il luogo è visibile chiaramente senza quell'albero (abbattuto solo qualche mese fa) e dunque viene da pensare com'è possibile un simile tempismo di cancellazione della memoria visiva e rappresentativa in un'Italia dove i tempi di recepimento delle modifiche territoriali sono ben altri?

Provare a guardare su Google Maps per credere!

Giuseppe Cancemi



giovedì 17 marzo 2016

BELLUNO E IL COMMERCIO IN CENTRO STORICO


Quali  le scelte per rivitalizzare il centro storico?


      Sono molto d’accordo con il primo cittadino di Belluno sulla limitazione,  anzi “guerra” ai centri commerciali, ma obietterei che è un po’ tardino per pensarci e alquanto balzana l’idea  di un “chiosco di vendita per pastin” come esempio d’iniziativa concorrente, per rivitalizzare il centro storico.
Il lancio di una simile scelta politica suffragata nei fatti, da una grande indecisione sulle modalità d’ammissione del traffico in centro storico, mi rende ancora più perplesso.
Si aggiunga anche che i residenti del centro storico nell’idea di rigenerazione del centro storico sono assenti e un degrado latente si va manifestando, mentre si auspica un commercio (di vicinato) e magari al servizio di un turismo tutto da sviluppare. La convinzione che assecondare la circolazione automobilistica fa bene al mantenimento/sviluppo delle attività commerciali, è il “leitmotiv” che assilla la gestione del cuore della città. Forse, bisognerebbe interrogarsi sul perché gli acquisti nelle principali vie del centro sono in calo o non ce ne sono affatto. Siamo sicuri che la causa è dovuta unicamente alla mancata circolazione di auto? Non sfiora l’idea che potrebbero essere altri, i motivi della crisi commerciale? Per esempio: le tipologie delle mercanzie offerte,  i prezzi, il rapporto tra tipologia dell’offerta e la sua domanda, l’ampiezza delle scelte, la qualità dei prodotti, la esclusività o la inflazione di quel prodotto, etc., sono o no elementi che influiscono sul successo o meno di vendita in un dato luogo? Insomma fattori come quelli accennati che nulla hanno a che vedere con le auto nel cuore della città. Non potrebbero essere quelle, invece, le effettive ragioni di un allontanamento dal centro della clientela? Ecco, forse qualche dubbio in più dovrebbe fare riflettere amministratori e operatori  commerciali i quali imputano quasi tutto al traffico. Pensare ad una continuità commerciale che viene da lontano: con  il nonno prima e appresso il padre e dopo il figlio nella conduzione di un’attività economica andata sempre bene, quando circolavano liberamente le auto, non basta. Come non è sufficiente un inizio di attività commerciale sulla base di una semplice intuizione o convinzione che quel luogo continuerà ad accettare sempre le stesse condizioni e con la medesima tipologia di esercizio. Non è più tempo di empirismo. Gli operatori commerciali moderni oramai
conoscono e si servono di strumenti come il business planning, per verificare o iniziare un’attività. Non si può più investire senza prima avere indagato il mercato, le sue potenzialità e gli elementi che ne determinano la fattibilità di quel dato commercio. Insomma è opinione diffusa che il pianificare prima di investire fa parte delle buone pratiche che ogni azienda dovrebbe sempre avere presente prima di agire.  Non meno importante da parte pubblica, per un corretto uso della città, il Comune dovrebbe avere nel “cassetto” un Piano Commerciale aggiornato, e non solo quello, per dare risposte circostanziate agli operatori commerciali, prima di prendere ogni decisione. La complessità dell’organizzazione urbana richiede di conoscere prima di operare. Senza uno studio sociologico dei destinatari (residenti, commercianti, fruitori potenziali, etc.) l’insuccesso già sperimentato è assicurato.
Concludendo, senza acquisizioni essenziali: dalle condizioni sociali ed economiche, alla mobilità, ai servizi essenziali dei cittadini, alle relazioni tra le parti della città (centro storico, aree periferiche, territorio) non si va da nessuna parte.
Dunque, Belluno tiri fuori dai cassetti o prepari progetti e/o studi, dove il primato della politica, possa indicare le migliori soluzioni, alla luce delle conoscenze tecniche necessarie, per un contesto più complesso che si inquadri nel “sistema città”.


Giuseppe Cancemi


sabato 20 febbraio 2016

CALTANISSETTA: IL MUSEO DELLA ZOLFARA




Tra sei mesi o più, poco importa, avremo il museo della zolfara. Leggo che la struttura ospiterà una importante museo mineralogico, paleontologico e della zolfara con un’esposizione permanente dedicata alla tecnologia mineraria per l’estrazione dello zolfo in Sicilia. Una struttura la cui impronta che si vuole ripercorrere resterebbe di tipo scientifico-geologica, tecnica e tecnologica. A parer mio assai riduttiva nei confronti dell'umanità che ha attraversato quel periodo. Penso all'industrialismo ottocentesco siciliano e nisseno, in particolare, il quale con la sua economia, non più solo primaria, proiettava nella città nuova luce.
Renato Guttuso - La zolfara
La parte materiale sintetizzava nel centro storico la cultura mittel europea dell’abitare (spazi di vita collettiva, palazzi e arredi urbani), delle prime conquiste nei diritti dei lavoratori ma, soprattutto, per la parte spirituale, esprimeva una forte vocazione che trovava nei  riti religiosi e negli oggetti di devozione un culto unico. Insomma, ritengo che in una storicizzazione museale si debba ospitare una ricostruzione il più possibile a 360 gradi.

Giuseppe Cancemi

sabato 13 febbraio 2016

L’ANTENNA DIMENTICATA



La dismissione delle trasmissioni in Onde Medie e Onde Lunghe che la RAI sta operando da qualche tempo in Italia, ha allarmato quelle sedi dove sono presenti proprio gli impianti per questi sistemi di emissione. Caltanissetta, tra questi siti, rappresenta l'estremo limite Sud della rete che si collega con la penisole Italia in tutta la sua lunghezza. La chiusura di Napoli Firenze, Budrio (BO), ecc. Ha già generato dei mal di pancia ma non abbastanza forte, perché si cerchi un filrouge che saldi un possibile salvataggio con un ripensamento non certo semplice ma piuttosto riformando in qualche modo l'essere del sistema di trasmissione. Cosa rappresenta l'antenna RAI in questione per l'Italia e Caltanissetta è da collegare al tempo attraversato del nostro paese per gli aspetti: economici, politici e tecnologici.

Nel corso degli anni ’50 che hanno visto sorgere le OM (onde medie),  OL (onde lunghe) e SW (onde corte) a Monte S. Anna, l'Italia veniva attraversata dalla ricostruzione prima e dal boom economico a seguire, era viva ancora la questione meridionale e in politica la Sicilia e Caltanissetta disponevano di influenti parlamentari e un qualche potere. Insomma, con l’allargamento della comunicazione RAI si verificava la buona occasione per dare alla Sicilia un “contentino”.
 In realtà la centralità geografica di Caltanissetta in Sicilia, rappresentava strategicamente il fulcro della comunicazione nel Mediterraneo e l’occasione per rompere l’isolamento anche culturale di una delle zone isolane interne e della Sicilia stessa.
La collinetta di S. Anna, in epoca delle zolfare tra Ottocento e Novecento, ricordata come rifugio abitativo per i poveri minatori che occupavano le “grotte di S. Anna”, si tramutava in altra cosa: in estremo lembo Sud della presenza RAI, Radio Televisione Italiana, sede di una “moderna tecnologia della comunicazione per lo sviluppo dei popoli!”
Vero è che da un punto di vista economico, se si vuole guardare a ciò che ha comportato la presenza RAI a Caltanissetta, nulla ha mutato quell’insediamento. Anzi, ha messo in allarme la popolazione per la diffusione di radio onde non ionizzanti e dunque in allarme mai sopito, per un paventato inquinamento, comunque mai rilevato e/o ricercato ufficialmente. La città ha ignorato quel traliccio dalle misure eccezionali, visibile da ogni via di avvicinamento a Caltanissetta. Quell’antenna, è diventata quasi un simbolo suo malgrado e solo ora in procinto di dismissione diventa protagonista.
Base di appoggio antenna
La si vuole mantenere a furor di popolo, come memoria storica “museale”. Quasi, a rivendicazione risarcitoria  dell’inesorabile sistematica “perdita” di funzioni/istituzioni già svolte/presenti nella città, come sede di Provincia, Banca d’Italia, Distretto militare, etc.. Uno smantellamento del capoluogo (già Capovalle dei Borboni) come sede burocratica, non ancora assimilato, per una complessiva riorganizzazione dello Stato allo scopo di ridurre spese e sprechi in campo nazionale. Cosa bolle in pentola non si sa.
Il vincolo della Soprintendenza, come primo atto di conservazione della memoria, appare incerto. Gli enti locali non fanno una parola e sembra che l’apparato tecnico strutturale della RAI di Caltanissetta, a guardare bene non sembra orientato ad una dismissione per rottamazione ma piuttosto alla riconversione. Intanto il tempo passa inesorabile.
Prima che l’antenna diventi esclusivamente da rottamare, quali vantaggi la comunità nissena può ricavare? Senza alcun dubbio: economici, politici, sociali e tecnologici. Basti pensare al Wi-Fi per un ampio raggio, alla sicurezza comunicativa in caso di calamità nazionali per la protezione civile (dalle Alpi alle Piramidi), a sede partner per la diffusione radio e tv - Televisione Digitale Terrestre (DTT o DVB-T) e forse altro ancora.

Giuseppe Cancemi


Comune di Caltanissetta - Dalla variante al P.R.G. in località S. Anna

mercoledì 6 gennaio 2016

Caltanissetta: appunti incompleti e sintetici della crescita urbano-edilizia


Urbanistica/Edilizia  a Caltanissetta negli anni…




1881 - "Piano Regolatore... Per ingrandimento della città sulle terre contigue alla stazione" - Alfonso Barbera ing. capo del Comune di Caltanissetta

1909 - Reperimento nuove zone e risanamento igienico-sanitario - G. Di Giulio (ing. Ufficio Tecnico Comunale
VERDE - Giardino pubblico nel Vallone Grazia; mantenimento degli orti irrigui (attuale via Rochester).

1921 - Viene ristudiato lo stesso piano del 1909-1911 in merito ad acqua, fogne e strade ad opera del libero professionista ing. L. Cammarata.
Questo ristudio avviene secondo la legge n. 2369 del 1865 intesa come "legge di Napoli" che prevedeva appunto: risanamento igienico e sanitario; migliore viabilità; espansione.

1943
- PRG (ing. E. Caracciolo)
Eventi bellici '43 non considerati
53.000 ab. - 493 ab/Ha ("veramente enorme”)
Il dato accettato dagli urbanisti è : 250-300 ab/Ha (ritenuto ottimale)
Il suddetto PRG rileva che esistono valenze paesaggistiche da non alterare come:
Monte S. Giuliano e C.da Medica.
Il medesimo, elegge un nuovo centro direzionale in via Cavour e via Napoleone Colajanni, attribuendo alla Piazza Garibaldi il ruolo di “salotto" in assenza di traffico.
La legge urbanistica nazionale è la 1150/'42.

1952/53 - Piano di ricostruzione (ing. Giordano)
Costruzioni UNRRA CASAS
Case popolari S. Flavia, via Messina (carcere)
Sventramenti:
Largo Paolo Barile, via Medaglie D'oro e via Re d'Italia.











BELLUNO: come va l'inquinamento?


INQUINAMENTO? NO PROBLEM!


ALLARME INQUINAMENTO ATMOSFERICO

I recenti allarmi sull'inquinamento delle città a causa delle polveri sottili, per Belluno, l'ARPAV è tranquillizzante (vedi tabella).
Qualche perplessità sull'attendibilità dei dati può sorgere se le misurazioni sono quelle rilevate all'interno del parco città di Bologna. E dunque, una domanda sorge spontanea: l'aria controllata in quel luogo è rappresentativa dell'intero territorio?

***


INQUINAMENTO ATMOSFERICO ED ELIMINAZIONE DEGLI ALBERI IN CITTÀ NON VANNO D'ACCORDO. Chissà perché!

 Forse, perché gli alberi mediante la fotosintesi ci restituiscono ossigeno che contrasta gli inquinamenti?... O no?

A Belluno dopo questo lungo periodo di siccità invernale, si combatte e si teme per un qualche peggioramento della qualità dell'aria dovuto agli effetti dello smog. Eppure, qualche settimana fa non si è esitato a rimuovere due dei tre rimanenti alberi di via D'Incà, catramando la buca e cancellando definitivamente ogni segno della loro precedente presenza.  Verranno a dirci che era necessario per i soliti motivi di sicurezza e/o malattia, e sarà anche vero, ma il Comune non aveva promesso con i penultimi alberi tagliati in quella via che avrebbe ricompensato la sottrazione di verde con l’impianto di nuove essenze? E visto che ci siamo, che ne è degli alberi che dovrebbero essere stati piantumati per ogni bambino nuovo nato o adottato? In quale zona della città si trovano tutte le relative piante che dovrebbero esserci dal 16 agosto 2013?
La città, la politica sono alquanto distratti su questi temi. L'agire per interesse generale è sempre (o quasi) materia per gli altri.


Befana 2016, Piazza dei Martiri. 

Mentre in altre città ci si preoccupa di COx, NOx, PM10, etc. Belluno mostra, con orgoglio, tutte quelle auto che sono vere e proprie fabbriche dei citati inqinanti. Complimenti!



Giuseppe Cancemi

martedì 5 gennaio 2016

Befana 2016 - Caltanissetta... aspetta e spera!


BREVE NOTA PER UNA RIFLESSIONE POLITICA DEL CONSIGLIO COMUNALE


La nuova geografia politica comunale per Caltanissetta è una non novità. I recenti assetti amministrativi che hanno riconfigurato le sette commissioni consiliari e i successivi incontri dei partiti di maggioranza, evidenziano nella risonanza della cronaca locale, un cambiamento di rotta, mentre a rifletterci, sembrano più le solite manovre gattopardesche: del cambiare tutto per non cambiare nulla. Penso invece che i nisseni si aspettano, e non da ora, un reale cambiamento della gestione della cosa pubblica: Comune. Tutti oramai sanno che a Caltanissetta - tra le ultime città in graduatoria nazionale per vivibilità - le amministrazioni cambiano ma le condizioni di vita della città permangono. Nel sentire della gente, tra amministrazione della città teleguidata e altre fatte da dilettanti, la musica non cambia. I nisseni oramai sono rassegnati e non fanno più alcuna distinzione. Definiscono le amministrazioni tutte uguali. Come non dare ragione ad una simile definizione tout court, semplicistica ma di effetto? Sì perché se la vogliamo dire tutta, la città per voce di popolo, non viene da tempo amministrata dagli eletti, dai cosiddetti politici, ma piuttosto di chi lavora in Comune: impiegati, operai e dirigenti. I rappresentanti del popolo, da tempo non rappresentano altro che la forma (e non la sostanza) delle leggi discendenti dalla Costituzione.
 A questo punto, forse, il 2016 dovrebbe portarci un nuovo Statuto comunale o anche un suo aggiornamento. Il perché è semplice, bisogna oramai traghettare una conduzione amministrativa verticistica e gerarchica rigida, con un'area dirigenziale inamovibile, verso una amministrazione orizzontale, flessibile, in grado di organizzare con criteri di funzionalità: confronto, condivisione e realizzazione dei vari progetti. L'innovazione deve riguardare l'esclusione di quell'area dirigenziale per ora fissa. I tempi sono oramai maturi per una organizzazione a valle delle scelte politiche senza vincoli. E' necessario che la politica si riappropri del proprio ruolo e della relativa responsabilità. L'indeterminatezza di ruoli, funzioni e responsabilità che si vede tutte le volte che qualcosa non funziona, rende non riconoscibili i personali compiti di quegli individui che debbono eseguirli in risposta alle progettazioni politiche. L'eventuale figura del dirigente a fini organizzativi, nel nuovo statuto, non obbligatoria ma facoltativa, deve entrare solo se prevista dal progetto. Il Consiglio comunale, nel suo formulare indirizzi perché vengano attuati dalla Giunta, non deve entrare nel merito, sulla  necessita o meno della figura dirigenziale. Deve lasciare al potere esecutivo la relativa decisione. Insomma, mani libere per il Comune, nei confronti delle eventuali figure dirigenziali future. Nelle nuove norme statutarie, fatti salvi i diritti degli attuali dirigenti pubblici esistenti, le nuove collaborazioni dovrebbero essere con contratto a termine e con garanzia di risultato raggiunto e una ben individuata eventuale responsabilità nella cosiddetta catena, di “comando”. In merito alla Giunta, l'introduzione della sfiducia  del Consiglio ad un assessore potrebbe essere altro elemento salutare per meglio amministrare. Non avrà valenza giuridica, ma segnalerebbe un problema tra Giunta  e operato di quell'assessore come utile elemento di valutazione che aiuterebbe  il Sindaco nel caso di un'eventuale sostituzione. E tempo che lo Statuto rinnovi metodi e ruoli in modo che la politica e le sue realizzazioni abbiano nome, cognome e precise responsabilità.
Insomma, il nuovo Statuto con poche ma necessarie modifiche come quelle accennate, potrebbe dare nuova linfa al bisogno di aggiornare la rotta di un'amministrazione come quella nissena che vuole avere gli strumenti giusti per una conduzione realizzativa senza impedimenti ed ostacoli. Così finalmente sapremo veramente di chi sono le responsabilità e di chi fa o fa finta di fare!


Giuseppe Cancemi 



lunedì 28 dicembre 2015

Caltanissetta e la miniera


IL MITO DELLE MINIERE


Molto ma molto in breve, delle miniere o meglio sull'industria dello zolfo che ha visto Caltanissetta in primo piano nel panorama mondiale, voglio aggiungere alcune cose, molto spesso dimenticate.
Dimora di un signore delle miniere nisseno
L'Ottocento, con le miniere ha fatto arricchire "i signori dello zolfo" quando anche il sottosuolo apparteneva al padrone della terra. Poco o niente hanno avuto i contadini, diventati minatori per necessità, che lavoravano alla "Ciaula" senza alcuna tutela, in cantieri sottoterra che si "coltivavano" con la tecnica di "camere e pilastri" (sic!). Gli incidenti e le malattie professionali accorciavano gli standard locali di vecchiaia, regalando così alla città vedove, orfani e una misera sopravvivenza ai superstiti.
I primi anni del Novecento hanno visto crescere un movimento sindacale dei lavoratori le cui giuste rivendicazioni hanno ridato dignità al lavoratore del sottosuolo e una forte coesione a tutto il mondo del lavoro nisseno.
La zolfara - R. Guttuso
Nel dopoguerra, con gli interventi di Stato e della Regione sono migliorate le condizioni di sicurezza e le pensioni dei minatori ma la produzione di zolfo già non serviva più. La chiusura conseguente delle miniere, in Sicilia, prevedeva il mantenimento delle più rappresentative per un uso turistico, e la occlusione degli accessi a tutte le altre rimanenti.
Nessuno si è ricordato però, che dintorni e piazzali delle miniere, da restituire alle contigue campagne, andavano bonificati.
Ciò che rimane da un punto di vista sociale è sotto gli occhi di tutti,  non è più riconoscibile una particolare connotazione di una “nissenità” riconducibile all'esercito di minatori che vi erano in città. Persino gli antichi oggetti più comuni usati per il lavoro del minatore, come la lampada a carburo, sono oramai una rarità da museo.  

Le "mitiche" miniere molto esaltate da tutti, un po' come l’eldorado di Caltanissetta, se ricordate immedesimandosi di chi vi ha lavorato, forse, non saranno più così mitiche. Anche i luoghi di quel duro e pericoloso lavoro, in un qualche modo così come si trovano sono solo non scelte, emblematiche del degrado e dell’incuria di cui vergognarsi. La cultura che potevano esprimere quei siti, invece, è più riconducibile ad un modello di civiltà del recupero dei luoghi da un punto di vista naturalistico che non ad un “muro del rin-pianto” per la scheletricità dei frammenti di un’archeoindustria oramai consegnata alla storia.

Giuseppe Cancemi

venerdì 18 dicembre 2015

Belluno e le "paline"

 LE INDICAZIONI TURISTICHE RICHIEDONO MAGGIORE ATTENZIONE NELLA COLLOCAZIONE E PRINCIPALMENTE IN QUELLO CHE VOGLIONO COMUNICARE

"Palina" assediata dagli sbarramenti
Nei regolamenti comunali, da tempo, esistono norme sull’ornato e sul decoro urbano, con il compito di difendere e/o mitigare il danno anche d'immagine che non di rado, edificato e arredo vario portano alla città costruita. In centro storico da qualche giorno, sono comparsi degli espositori a forma di parallelepipedo, in alluminio, tappezzati con cartine della città il cui scopo sembra essere quello di informare su alcuni precisi percorsi turistici i visitatori. A primo acchito c'è da dire che questi parallelepipedi - non si sa perché chiamati impropriamente paline - entrando a far parte integrante del già fragile sistema cittadino degli arredi, andavano collocati con una maggiore complessiva attenzione. Non male l'idea di guidare attraverso percorsi ben individuati chi vuole praticare un turismo, non troppo fai da te, affidandosi ad una visita del centro storico “confezionata”. Criticabile invece resta l'oggetto (bacheca e rappresentazione dei percorsi) che si è potuto intravedere in questa allocazione di segnaletica non certo guidata da una cultura di comunicazione visiva, diciamo, alla McLuhan.
Ricordo che ancor prima di questa collocazione di “paline” in centro storico, esistevano segni sui marciapiedi come frecce e cerchietti numerati, in vari colori, di dubbia utilità turistica allo scopo. Quest'ultima rappresentazione visiva ad altezza d'uomo, invece materializza, con il citato volume geometrico, la guida dei 5 percorsi diciamo: "consigliati". Obiettivamente non si può non dire che l'introduzione di queste “paline” confligge con l'estetica della città antica, per la foggia e per il suo stesso materiale. Non meno criticabili appaiono la collocazione che non è delle migliori ma, soprattutto, l'oggetto della comunicazione non semplice e ancor meno intuitivo. Vero è che tutto può essere opinabile, ma la forma, il materiale, le cartine topografiche e persino la collocazione non esprimono né un design ricercato del totem turistico (e non palina), né la sapiente collocazione, e neanche una facile lettura dei percorsi.
"Palina" bi-facciale poco distante dall'inferriata. 
Senza volere essere pignolo dico soltanto che, per esempio, in ogni postazione non è chiaro il punto dove si trova in quel momento chi legge. Bastava rifarsi al sistema usato dalla protezione civile: "tu sei qui" e il segno relativo. Per avvalorare ulteriormente quanto asserito, basta guardare anche alcune di queste “paline” per verticalità e orientamento della collocazione rispetto al contesto urbano che si vuole mostrare.
Insomma, penso che il centro storico di Belluno ha un suo genius loci che deve sempre essere rispettato. La progettualità, specie in detto luogo non può e non deve essere solo in funzione dell'oggetto fine a se stesso e basta. Ciò di cui deve principalmente occuparsi sono: la irrinunciabile funzionalità, una ricercata forma, l'opportuna scelta dei materiali, il luogo di posizionamento e le modalità di collocazione, infine per ultima, ma non l'ultima, dell'ambientazione. Solo così non si corre il rischio che con le introduzioni di nuovi arredi urbani si collochino eventuali non richiesti orpelli.


Giuseppe Cancemi


lunedì 7 dicembre 2015

Belluno - Natale 2015

I PENSIERI DI VIA ZUPPANI 2015


La religione è considerata dalla gente comune come vera, dai sapienti come falsa, e dai governanti come utile. 


(Seneca)



L'abitudine al lavoro modera ogni eccesso, induce il bisogno, il gusto dell'ordine; dall'ordine materiale si risale al morale:quindi può considerarsi il lavoro come uno dei migliori ausiliari dell'educazione.








Massimo d'Azeglio, I miei ricordi, 1867 

Il particolare 
Per conoscere bene le cose, bisogna conoscerne i particolari; e siccome questi sono quasi infiniti, le nostre conoscenze sono sempre superficiali e imperfette.
(François de La Rochefoucauld)


Quello che gli uomini chiamano l’ombra del corpo non è l’ombra del corpo, ma è il corpo dell’anima. 

(Oscar Wild)
L'autunno è una stagione saggia e di buoni consigli.




Félix-Antoine Savard,
 La Minuit, 1948
C'era una volta... un albero!
Acqua! Bene comune.
Quando un’alba o un tramonto non ci danno più emozioni, significa che l’anima è malata.




(Roberto Gervaso)

Foto di Giuseppe Cancemi



mercoledì 25 novembre 2015

Terminato il restauro di Palazzo Fulcis


PRESTO IL MUSEO CIVICO A PALAZZO FULCIS


Palazzo Fulcis, a giudicare dalla rimozione delle impalcature in atto, sta per essere restituito alla fruizione pubblica, dopo che in esso sarà trasferito il locale Museo Civico. L’edificio, d’impronta settecentesca,  potrà offrire finalmente un ampio spazio al ricco museo cittadino, preziosa risorsa locale che, assieme alle altre del territorio, può costituire un nuovo polo di eccellenza, nella catena museale veneta. Sui lavori di restauro, forse,  avanzerei un qualche rammarico per la sua conduzione un po’ troppo riservata. Tutte le problematiche scaturite dell’analisi strutturale, architettonica e artistica potevano veicolare conoscenze, scelte d’intervento e relative informazioni anche sotto gli occhi di quei cittadini che amano coltivare interessi amatoriali per la storia, l’arte e l’architettura, specie se locale. Per esempio, la trasparenza nella conduzione delle varie attività di restauro, pratiche e di studio, con semplici web-camere, poteva essere un mezzo per aiutare la condivisione e far seguire ogni azione con il massimo della partecipazione. Mettere a disposizione visivamente, in internet, tutto l’iter che ha accompagnato il restauro non avrebbe guastato.  Un’opera, un manufatto, un monumento accompagnato, vissuto da tanti occhi che lo seguono lo fa sentire di tutti e di ciascuno.
Purtroppo, non di rado  i restauri rimangono interventi per addetti ai lavori, per soloni che, nel merito di ogni intervento, non amano condividere e/o confrontarsi pubblicamente. Chi sceglie questo modo di operare si comporta secondo la logica: io so e voi non sapete un c…o!
Ciò detto, comunque, almeno per un rispetto ai cittadini bellunesi per primi, che sono i destinatari  di Palazzo Fulcis, la consegna del manufatto restaurato dovrebbe essere accompagnata, da un apposito volume cartaceo per la storicizzazione. Il testo, anche minimale, potrebbe essere formato dalla relazione generale e dalle eventuali relazioni specialistiche del progetto esecutivo, previsti dall’art. 35 della legge quadro in materia di lavori pubblici.  Ricordo per me stesso, che anche la Carta del Restauro prevede una relazione finale scaturente da un consigliato  “giornale” di cantiere.
Vista posteriore del Palazzo Fulcis
Dispiace, ma bisogna infine  ammettere che anche Palazzo Fulcis di cui stiamo parlando, a parte la visita concessa al FAI di qualche tempo fa, non  sembra che si sia distinto nella conduzione delle sue attività, a fini conservativi, per un eccesso di trasparenza. Allora, forse, dico foorse… dare l’opportunità di poter leggere come sono stati progettati e svolti i vari interventi, potrebbe risarcire la comunità locale, che è stata già privata in itinere del fruire di tutti i passaggi salienti di un restauro e, dunque, dell'esercizio del diritto di sapere, di conoscere e, in qualche caso, anche di condividere o meno.


Giuseppe Cancemi

REGOLAMENTO DI ATTUAZIONE LEGGE N. 109/94

Art. 35 (Documenti componenti il progetto esecutivo)

1. Il progetto esecutivo costituisce la ingegnerizzazione di tutte le lavorazioni e, pertanto, definisce compiutamente ed in ogni particolare architettonico, strutturale ed impiantistico l'intervento da realizzare. Restano esclusi soltanto i piani operativi di cantiere, i piani di approvvigionamenti, nonché i calcoli e i grafici relativi alle opere provvisionali. Il progetto è redatto nel pieno rispetto del progetto definitivo nonché delle prescrizioni dettate in sede di rilascio della concessione edilizia o di accertamento di conformità urbanistica, o di conferenza di servizi o di pronuncia di compatibilità ambientale ovvero il provvedimento di esclusione delle procedure, ove previsti. Il progetto esecutivo è composto dai seguenti documenti:

a) relazione generale;

b) relazioni specialistiche;

c) elaborati grafici comprensivi anche di quelli delle strutture, degli impianti e di ripristino e miglioramento ambientale;

d) calcoli esecutivi delle strutture e degli impianti;

e) piani di manutenzione dell'opera e delle sue parti;

f) piani di sicurezza e di coordinamento;

g) computo metrico estimativo definitivo e quadro economico;

h) cronoprogramma;

i) elenco dei prezzi unitari e eventuali analisi;

l) quadro dell'incidenza percentuale della quantità di manodopera per le diverse categorie di cui si compone l'opera o il lavoro;

m) schema di contratto e capitolato speciale di appalto.


AGGIORNAMENTO
Il giornale dei lavori è regolamentato dalle norme sugli appalti pubblici (art. 14, D.M. n. 49 del 2018) e in generale dal testo unico dell’edilizia (art. 66, D.P.R. n. 380 del 2001).

mercoledì 18 novembre 2015

Zona a Traffico Limitato o isola pedonale?


Un dilemma che non ammette soluzioni semplicistiche.


Da un po’ di anni a questa parte, nella nostra città, la chiusura del centro storico al traffico è diventata altalenante: una volta sì e l’altra no. Sempre lo stesso “leitmotiv” che si ripete nel tempo. I commercianti da una parte, incuranti dell’inevitabile inquinamento atmosferico, vogliono che le auto in piazza Garibaldi e dintorni circolino e le amministrazioni comunali che si susseguono, compresa l’attuale, invece, timidamente tentano di allontanare il traffico motoristico dal cuore della città con una striminzita isola pedonale. La convinzione che, anche una minima Zona a Traffico Limitato aiuti il commercio in centro storico, non fa rinunciare al rischio salute che gli esercenti sanno di correre.  è loro convinzione, che la circolazione automobilistica sia fattore di mantenimento delle attività commerciali. Comunque la questione ZTL  appartiene a tutte quelle città, come la nostra, che non hanno deciso cosa fare del centro sto
rico. Una latente tentazione per centri storici in abbandono però circola, si pensa di dare loro una continuità, tramutandoli in centri commerciali. Questa sottaciuta possibile trasformazione, voglio dirlo,  la trovo
inaccettabile. Temo che snaturi il vissuto del luogo, il suo “Geius loci”. Allora, forse bisognerebbe interrogarsi sul perché gli acquisti nelle principali vie del centro sono in calo o non ce ne sono affatto. Siamo sicuri che la causa è dovuta unicamente alla mancata circolazione di auto? Non sfiora l’idea che potrebbero essere altri, i motivi della crisi commerciale? Per esempio: le tipologie delle mercanzie offerte,  i prezzi, il rapporto tra tipologia dell’offerta e la sua domanda, l’ampiezza delle scelte, la qualità dei prodotti, la esclusività o la inflazione di quel prodotto, etc., sono o no elementi che influiscono sul successo o meno di vendita in un dato luogo? Insomma fattori come quelli accennati che nulla hanno a che vedere con le auto nel cuore della città, non potrebbero essere quelle le effettive ragioni di un allontanamento dal centro della clientela? Ecco, forse qualche dubbio in più dovrebbe fare riflettere gli operatori  commerciali i quali imputano quasi tutto al traffico.  Pensare ad una continuità che viene da lontano, con  il nonno prima e appresso il padre conduttori di attività economica che è andata sempre bene, quando circolavano liberamente le auto, non basta. Come non è sufficiente un inizio di attività commerciale sulla base di una semplice intuizione o convinzione che quel luogo continuerà ad accettare sempre le stesse condizioni e con la medesima tipologia di esercizio. Non è più tempo di empirismo. Gli operatori commerciali moderni oramai conoscono e si servono di strumenti come il business planning, per verificare o iniziare un’attività. Non si può più investire senza prima avere indagato il mercato, le sue potenzialità e gli elementi che ne determinano la fattibilità di quel dato commercio. Insomma è opinione diffusa che il pianificare prima di investire fa parte delle buone pratiche che ogni azienda dovrebbe sempre avere presente prima di agire.  Non meno importante da parte pubblica, per un corretto uso della città, il Comune dovrebbe avere nel “cassetto” un Piano Commerciale, e non solo quello, per dare risposte circostanziate agli operatori commerciali, prima di prendere ogni decisione.  La scelta di tornare ad utilizzare la  ristretta area, finora in uso come isola pedonale riproponendola coma ZTL, senza uno studio sociologico dei destinatari (residenti, commercianti e fruitori tutti di quel centro direzionale che è piazza Garibaldi e dintorni) è destinata a perpetuare un insuccesso già sperimentato. Caltanissetta, per dirla tutta,  non ha ancora capito, o non vuole capire, per esempio, che è, a “sua insaputa”, tra l’altro città multietnica e di frontiera. Il che aggiunge complessità alla complessità dell’organizzazione urbana.
La risposta che il Comune si è riservata di dare, per sciogliere il nodo del traffico in centro, dunque, se da sola, risulterà parziale e insufficiente. Una problematica come quella che presenta il centro storico di Caltanissetta non è semplice, investe  tutta la fruibilità comunale. Penso che, oltre agli strumenti canonici di urbanistica, come complemento, debbano essere coniugati assieme al Piano Commerciale sia il Piano del traffico che quello dell’inquinamento acustico. Pertanto, non sono ipotizzabili soluzioni singole a problemi complessi.
 Concludendo, voglio ricordare che per operare bene bisogna conoscere. Nel nostro caso le acquisizioni essenziali dovrebbero spaziare: dalle condizioni sociali ed economiche, alla mobilità, ai servizi essenziali dei cittadini, alle relazioni tra le parti della città (centro storico, aree periferiche, territorio). Dunque, Caltanissetta tiri fuori dai cassetti o prepari progetti e/o studi, dove il primato della politica, possa indicare le migliori soluzioni, alla luce delle conoscenze tecniche necessarie, per un contesto più complesso che si inquadri nel “sistema città”.
Giuseppe Cancemi

http://www.radiocl1.it/web/zona-a-traffico-limitato-o-isola-pedonale-un-dilemma-che-non-ammette-soluzioni-semplcistiche/


venerdì 6 novembre 2015

GIUSEPPE GABRIELLI, progettista aeronautico

Un monumento all'ingegno... ma con prudenza


Come si dice: "a bocce ferme", dopo che è passata la giornata dell'orgoglio nisseno nel ricordo dell'illustre cittadino Giuseppe Gabrielli, progettista FIAT di aerei e dell'aereo G91T in particolare, qualche riflessione forse sarebbe bene farla. Leggendo qua e là la sua biografia, il Gabrielli risulta nato sì a Caltanissetta ma vissuto da sempre altrove. La sua natività lo ha visto a Caltanissetta nella sola fanciullezza (fino a 7 anni) e poi è andato via. Questo è tutto sul vissuto nisseno
del progettista nato a Caltanissetta. Ma va bene così!
Il prof. ing. Giuseppe Gabrielli, progettista aeronautico, viene così ricordato: "Docente, manager, uomo di fiducia della famiglia Agnelli". Agli inizi degli anni Quaranta, trentottenne,  in piena seconda guerra mondiale, è progettista di macchine belliche e tra queste il caccia G. 55 del 1941 è una sua creatura. In quel tempo, la storia ci ricorda che la Germania nazista dominava l’alleata Italia fascista. E a pensarci bene, quello strumento di guerra non era certo un innocuo mezzo di trasporto aereo ma un aeromobile armato, in grado di seminare morte e distruzione dove passava. Inoltre, sempre dalla biografia di questo illustre cittadino nisseno, non risulta che abbia mai abiurato o “rinnegato” quel periodo o quella “creatura”. Neppure mi pare che si parli minimamente, nella sua storia di personaggio importante, per esempio, di obiezione di coscienza, ripensamento delle sue opere o crisi riconducibili al modo di essere luminare nel mondo delle scienze aeronautiche, che in qualche modo ripudia la guerra.

La città di Caltanissetta, da anni rincorre la possibilità di collocare un preciso residuato bellico dell’aeronautica che ricordi il progettista nisseno. L’evento si è realizzato, Caltanissetta ha potuto collocare il suo monumento in una apposita area. Non mi pare che altre città di altri progettisti, ideatori di prodotti bellici come, per esempio, Ferdinand Porsche (carro armato panzer), i generali Patton (carro armato patton) e  kalashnikov (mitra), per citarne solo alcuni noti, alla maniera di Caltanissetta, abbiano celebrato i propri progettisti ivi nati, con monumenti a quegli strumenti.
Mi viene voglia di ricordare che essendo cittadini italiani, pur in circostanze di un mondo sempre percepito come attraversato da perenni guerre, abbiamo una Costituzione che all’art. 11 così recita: “L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie …” e dunque, se si vuole, si mostri pure l’oggetto di una progettualità di alto ingegno a ricordo di un illustre cittadino ma si dica anche, almeno con una targa, che quel monumento vuole essere un monito per i posteri, i quali non debbono mai rinunciare alla pace.
Infine, se la storia è maestra di vita, allora il ricordo, la memoria di un illustre uomo non può essere riduttivamente  una espressione esteriore di semplice comunicazione visiva, magari suggestiva, o limitarsi al racconto di una superficiale verità. Credo invece, che bisogna andare al cuore delle storie e saper ricavare e diffondere anche una morale, che possa servire di  insegnamento alle generazioni future.  Altrimenti, i segni, rimangono pura comunicazione retorica fine a se stessa.

Giuseppe Cancemi