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martedì 29 luglio 2014

LIBERO CONSORZIO


La sensibilità verso i temi dell'ambiente che da anni mostra il Presidente di Italia Nostra Regionale arch. Lendro Jannì, ha fatto ancora centro con la tavola rotonda “Liberi consorzi e territorio. Focus su Sistema Sicilia Centrale”, mettendo cappello su un'importante problematica che riguarda l'istituzione dei liberi

consorzi. Le Province non ci sono più e la Sicilia autonomamente sta già muovendosi verso una riorganizzazione territoriale che dovrà aggregare più Comuni in una amministrazione intermedia tra il singolo “campanile” e la Regione. L'idea, di una nuova aggregazione comunque non è nuova, anzi. Già lo Statuto (1946) della Regione Siciliana all'art.15, comma 2 così recitava: “L'ordinamento degli enti locali si basa nella Regione stessa sui Comuni e sui liberi Consorzi comunali, dotati della più ampia autonomia amministrativa e finanziaria”. Questa norma, per dirla tutta, non è mai stata attuata, pur trasformandosi nel 1955 nelle appena soppresse Province Regionali. Dunque, il dibattito si riapre, e Caltanissetta con Enna e Gela provano a dialogare mettendo in campo temi riguardanti le identità territoriali e culturali, arricchiti da stimoli sulla governance provenienti da docenti in rappresentanza degli atenei di Catania ed Enna. Non sono mancate neppure le proposte sulle significatività da dare al territorio da parte di tanti altri interventi. In verità, a mio modesto avviso, il confronto ricco non mi è sembrato però percorrere il solco che voleva e doveva avere una tavola rotonda, su un tema che andrebbe sviluppato più sul concreto, evitando confronti sul “si poteva fare” o ancora propedeutici alla politica o alla dottrina giurisprudenziale.
Provo allora a dire dal mio modesto punto di vista, come si può affrontare la questione a partire dal basso, dal cittadino utente della futura aggregazione comprensoriale. L'obiettivo primario che il mutamento dell'amministrazione intermedia deve affrontare, deve essere quello della “felicità” dell'amministrato. Felicità se non in senso psicologico, almeno in termini di tendenza alla massima soddisfazione nella fruizione complessiva del territorio e dei servizi in genere.
Se questo è l'obiettivo espresso in termini semplici, bisogna allora sapere di quale soggetto, di cittadino medio, non può fare a meno la nuova aggregazione di persone e territorio. La nuova forma amministrativa che deve mettere insieme vari comuni, nella sua dimensione “civica” con questo ambizioso obiettivo, deve sapere se esistono le condizioni per le quali il singolo intende mettere a disposizione degli altri un rinnovato rispetto per le regole di tutti, la sua partecipazione nella difesa del bene comune, la sua mutua scambievole solidarietà, etc.. Insomma, se al cambiamento intende partecipare e in quale misura.
Questo minimale approccio di civismo deve essere il minimo comun denominatore da cui muovere, perché basilare per un processo che dovrà rivoluzionare il modo di vivere associato delle generazioni attuali e future. É questa la proiezione d'identità del “campanile” e del suo appartenere ad una aggregazione più estesa che, come in un mantra, deve saldare i vari Comuni.
Riferendoci ora all'unione dei territori comunali per formare un libero consorzio, allegoricamente potremmo paragonarlo ad una società per azioni dove il prodotto è la vivibilità dei cittadini e ogni Comune partecipa con la proprie “azioni”. Il capitale umano, per primo ma anche il territorio fisico, i beni culturali e ambientali, le opportunità territoriali economiche (potenziali e in atto), le infrastrutture di collegamento (a rete e puntuali), le risorse idriche ed energetiche (elettriche e termiche), lo smaltimento dei rifiuti, nel loro insieme, dovranno costituire quel capitale comune utile per affrontare la sfida che attende le nuove aggregazioni di Comuni. Intendendo per sfida la pervicace voglia di fare da soli per una vivibilità al meglio dei cittadini che hanno deciso di unirsi in un'unica realtà territoriale, in sostituzione di una provincia obsoleta e stanca, mossa da automatismi oramai fiacchi non sempre rispondenti alle vere necessità della comunità amministrata.
Quale governo ipotizzare per i liberi consorzi comunali ci viene indicato dal dibattito cui siamo giunti in merito alle governance in genere. Gli italiani chiedono meno burocrazia, costi contenuti, sobrietà, funzionalità ed efficienza, nonché la separazione delle responsabilità politiche da quelle tecniche realizzative. Secondo questo orientamento generale si può pensare di individuare gli organi del nuovo Ente (meglio sarebbe chiamarlo comprensorio) a partire da un'Assemblea, composta dai sindaci dei comuni appartenenti al libero consorzio che elegge il Presidente, con un sistema di voto ponderato in rapporto alla popolazione di ciascun Comune. La stessa Assemblea esprime anche una Giunta composta da 3/5 componenti formata dagli x Comuni col maggior numero di abitanti che elegge un suo Presidente.
A governare l'attuazione delle scelte politiche dovrebbe essere delegato un City Manager assunto dal Consiglio di Giunta, strettamente in considerazione delle sue capacità manageriali escludendo dalla scelta ogni eventuale prevalenza per appartenenza politica. Questi, andrà assunto come realizzatore dell'espressione politica con contratto a tempo indeterminato ma con la facoltà per il Consiglio di Giunta di poterlo licenziare in ogni momento.
Strutturalmente, l'organizzazione del Libero Consorzio non può non partire da una composizione territoriale. Il punto di partenza di tutto deve essere rappresentato dal territorio in senso spaziale ed organizzativo sia di livello che di scala. I tempi di percorrenza, perché un servizio sia relativamente fruibile con il minor disagio possibile per l'utenza, per esempio, possono essere stabiliti mediante isocrone applicate ai servizi di base (sanità, istruzione e formazione, accesso ai beni territoriali in genere, etc.).
L'ottimizzazione, secondo gli esistenti punti fissi (l'attuale localizzazione, per esempio, dei servizi sanitari) e le variabili (nuovi servizi da ubicare) nonché i limiti (per esempio delle distanze) stabiliti non valicabili nel sistema dei servizi, per un'equa ridistribuzione, deve rappresentare il tracciato da cui muovere per meglio organizzare la base per le varie utenze.
Senza alcun indugio, l'esistente va esaltato, valorizzato ma anche razionalizzato. Il libero consorzio, dunque, dovrà disporre al meglio delle risorse umane, dei servizi di trasporto in termini di circolazione veicolare ma, soprattutto, delle informazioni (con cablatura in fibra ottica di ultima generazione) le quali riducono il traffico motoristico trasformandolo in traffico di rete (web). Sapendo, che è meglio far viaggiare le informazioni che non le persone. Ovviamente non basta razionalizzare uomini e mezzi, assumere nuove tecnologie se non si opera in maniera sistemica e sinergica. l'ammodernamento delle funzioni e dei servizi deve anche essere accompagnato da nuova linfa nelle varie istituzioni locali: Comuni in testa.
In termini economici vanno recuperate le dimenticate vocazioni territoriali come attrattive e occasioni di lavoro. Le produzioni in piccole serie di prodotti alimentari dei nostri Comuni tanto care a chi vive fuori dal proprio territorio di origine, possono diventare business con aree assai più lontane della stessa Europa. Il commercio, il turismo con un Libero Consorzio (smart) alle spalle possono migliorare e ampliare i propri circuiti e i consumatori/fruitori.

Al cittadino del nuovo consorzio spetta di scegliere. Sapendo che il destino di ciascuno dipende in massima parte da noi stessi. Alle amministrazioni locali, invece, compete la capacità di indurre partecipazione e responsabilizzazione nelle scelte, le quali debbono essere meno campanilistiche e più comunitarie.
Per concludere, qualche esempio per tutto la gestione dei rifiuti per prima. Nel principio per un'etica della responsabilità la produzione e lo smaltimento in termini morali debbono, senza se e senza ma, elidersi localmente.
L'approvvigionamento idrico, non può essere delegato ai privati e la restituzione delle acque reflue ai naturali alvei del suolo, deve essere depurata e ritardata al massimo; gli inquinamenti vari di suolo, acqua ed aria vanno abbattuti e combattuti.
Per concludere, il nuovo strumento di aggregazione territoriale ha due possibili sbocchi: quello dell'opportunità o quello della conservazione. Può rimanere una somma di comuni e delle loro popolazioni o diventare elemento di rilancio socio-economico tanto agognato, ma sempre rimandato o disatteso.

Giuseppe Cancemi

sabato 12 luglio 2014

Breve nota sulle nuove emergenze per Caltanissetta



 IL DISAGIO SOCIALE CRESCE
Facciamo tutti qualcosa!

A parte gli obiettivi a breve scadenza nei primi 100 giorni di una città più accogliente che la città si aspetta, le emergenze comunque non possono essere rinviate o disattese. Senza lasciarsi prendere dall'abbraccio mortale del rincorrere i problemi anziché gradatamente risolverli e prevenirli. Peggio ancora l'adagiarsi sul tirare a campare. Le realtà come i bisogni alimentari giornalieri, un tetto per i rifugiati e diseredati, i disagi abitativi gravi e la mancanza di lavoro rimangono una priorità non rinviabile. La città soffre mali endemici aggravati da ulteriori nuove emergenze che hanno bisogno dell'aiuto di tutti. Il volontariato cattolico e laico, i comitati di quartiere e le singole famiglie, persone che possono e vogliono partecipare alla rinascita di una comunità più solidale, hanno l'occasione per spendersi. In Europa, per semplice spirito di solidarietà tra persone che auspicano e agiscono per un mondo meno consumista, hanno cominciato a combattere, per esempio lo spreco, organizzandosi anche come rete, nella raccolta di quel cibo che quotidianamente si butta nella spazzatura per vari motivi. Le aziende di catering, i supermercati, i ristoranti, i panifici, i mercati di frutta e verdura, le mense, etc. sono luoghi che giornalmente smaltiscono cibo in ottime condizioni igieniche e nutrizionali, nella pattumiera. Ecco che una rete organizzata anche informaticamente con raccoglitori di questi avanzi di cibo può funzionare per aiutare le persone disagiate, le quali in città non mancano, e facilitare dall'altro uno smaltimento costoso e per alcuni casi anche inquinante. Di ruderi, di case abbandonate il territorio e la città stessa di Caltanissetta sicuramente ne dispone. Catalogando, organizzandosi e organizzando si possono creare occasioni di lavoro e di aiuto per gli anziani, i rifugiati e comunque per i disagiati in genere. Una pulizia, una rimozione e/o manutenzione degli orpelli infrastrutturali e di arredo, straordinarie, che possono ciclicamente è programmate diventare nel tempo ordinarie, sono uno start potenziale valido prima di tutto per le risorse umane, che può tramutarsi in sicuro volano per una riscossa della città. Un sistema di buoni-lavoro, voucher, può essere messo in atto per avviare un lavoro che non c'è. Piccole attività guidate anche semplici, brevi temporaneamente ma utili a cancellare il degrado più appariscente della città, si possono mettere in "cantiere" con la partecipazione anche di ragazzi over 15, ovviamente tutto, in ossequio alle leggi sul lavoro e particolarmente su quello minorile. Le risorse economiche impiegate in questo modo sono doppiamente utili: da un lato danno dignità, avviano al lavoro e dall'altro rendono consapevoli e partecipi molti di quegli utenti della città da sempre, diciamo, ignari della cosa pubblica e da ora in poi probabilmente sempre più rispettosi di ciò che è di tutti.

Giuseppe Cancemi

sabato 17 maggio 2014

Belluno: Piazza dei Martiri

Estetica sì, ma... la statica?


Nella bella stagione e quando le condizioni atmosferiche lo consentono, specie nei giorni festivi e prefestivi, Piazza dei Martiri è allietata dalla presenza di bambini e ragazzi che giocano e si rincorrono sotto l'occhio vigile di nonni e genitori. La parte di lussureggianti fronde di quella piazza è quella che accoglie di più bimbi e adolescenti, la cui fantasia nei loro modi di giocare, non di rado, risulta essere imprevedibile.
In questi giorni, durante questo tardo risveglio della primavera, è possibile incontrare e vedere i giardinieri comunali all'opera: chi tosa l'erba, chi ritocca le piante ornamentali e perfino chi crea figure con piante e fiori di vario tipo. Insomma, è il momento in cui la fantasia e l'arte dei giardini si manifesta. In una di queste creazioni mi è capitato di vedere una monumentale composizione di sovrapposti contenitori in legno (parallelepipedi), ruotati di 90 gradi l'uno dall'altro, ricchi di piante ornamentali e secondo un asse non verticale. Osservando proprio questa composizione in verticale che ha l'altezza di un bambino, anche gradevole nella sua asimmetricità, per un momento mi è balenato nella mente il pensiero della sicurezza. La mia preoccupazione si faceva dubbiosa nella staticità. Secondo il mio modesto avviso il non allineamento verticale se sollecitato può, rovinosamente, cadere su quel fianco non in asse, punto debole, facilmente raggiungibile da un bambino.
La presenza dello stesso giardiniere che lo stava creando ha fatto ardire la mia preoccupazione verso chi operava, il quale, volgendomi uno sguardo seccato e di sufficienza prima e le spalle dopo giustificava “l'opera” non pericolosa perché in un'aiuola non si deve entrare. E qui mi fermo con il fatto!

Il rischio che si possa ribaltare quel "totem" forse è remoto o anche inesistente, ma il mio commento a questo punto vorrei che fosse un timore avvertito, come pubblica vigilanza nel prevenire, nel segno di una regola aurea che andrebbe applicata su tutto. La statica, in ogni caso... viene prima dell'estetica! Ma, data l'occasione, vorrei infine rivolgere un'ingenua domanda all'ufficio tecnico comunale: c'è una vigilanza, con tecnico abilitato, che alla fine assevera ogni esecuzione “a regola d'arte” anche di queste apparentemente innocue collocazione di arredi urbani, o si aspetta che prima si verifichi l'incidente e poi ci si attrezza?

Giuseppe Cancemi

domenica 27 aprile 2014

Risorse economiche, pubblicità negli ospedali e SALUTE


RIFORMA STRUTTURALE E PUBBLICITÀ NEGLI OSPEDALI

Per le Unità Sanitarie Locali le risorse economiche si fanno sempre più scarse come conseguenza di un trend, nell'assegnazione dei finanziamenti, già da tempo negativo. L'Ulss di Belluno già qualche tempo fa, avendo operato con sempre minori disponibilità finanziarie, ha dato un suo segnale. L'auto blu del direttore per prima è stata messa in vendita e, di recente, ha iniziato a razionalizzare l'uso dei suoi immobili e dei spending review. Tutti gli Enti territoriali hanno cominciato a escogitare qualcosa per fronteggiare il contrasto tra il crescere delle esigenze dei servizi locali e il diminuire delle risorse. La grande Milano, per esempio, per arginare la tendenza dei finanziamenti sempre più scarsi, negli Istituti Clinici di Perfezionamento e nelle Aziende Ospedaliere ha cominciato a fare “cassa” dando corso ad un affido pubblicitario che propaganderà all'interno delle strutture ospedaliere determinati prodotti in commercio. La novità si muove secondo l'ambito di un progetto denominato “Partner Sanità”, in via di sviluppo, che è presente in Veneto, Friuli Venezia Giulia, Lombardia ed Emilia Romagna.
relativi servizi avendo, penso, come obiettivo il mantenimento inalterato del presidio sanitario locale. Dalla diffusa scarsità di risorse economiche ne consegue una necessaria razionalizzazione delle spese con tagli e trasferimenti, che si va diffondendo.Insomma, va emergendo una revisione della spesa pubblica in tutt'Italia che, come sappiamo, prende il nome anglosassone di


Gli eventi appena accennati di ridimensionamento delle strutture a presidio della salute e la nuova opportunità di integrare le risorse economiche di gestione sono prossimi e pongono alcuni legittimi quesiti: siamo sicuri che la razionalizzazione strutturale non inciderà sul mantenimento degli standard finora assicurati? Come pensa di attrezzarsi l'Ulss bellunese per affrontare, eventualmente, la pubblicità nelle strutture sanitarie che va diffondendosi? E nel caso di ipotizzabili concessioni, si prevede una qualche “Commissione etica” o altro “filtro” allo scopo di vagliare quale propaganda consentire?
Gli interrogativi che sono stati posti, trovano ragion d'essere per un legittimo timore sul mantenimento della qualità dei servizi erogati dall'Ulss e sulla probabile nuova apertura agli spazi pubblicitari che, se non governata, rischia di invadere luoghi solitamente tranquilli e finora quasi protetti da irruzioni reclamistiche visive/auditive fine a se stesse.
La volontà di acquisire risorse per migliorare/mantenere gli standard di una buona sanità con questa tendenza, sicuramente inarrestabile, ci auguriamo, che non faccia perdere di vista la delicatezza dell'ambiente sanitario.
I pazienti, i relativi familiari e comunque ogni altra persona presente nelle strutture sanitarie, non si trova lì per caso e non si trova in uno stato d'animo capace di sopportare le varie forme subdole o scoperte di messaggi ingannevoli di cui la pubblicità non è immune. Dunque, ogni introduzione di pubblicizzazione, se con fini informativi e scevra da ogni carattere illusorio opportunamente filtrata, se non invasiva, potrebbe essere accolta ma sempre con relativa prudenza.
La nuova maniera di promuovere i vari prodotti commerciali, all'interno delle strutture sanitarie, non potrà comunque, e non dovrà, sottrarsi ad una scelta strategica pubblicitaria, nel rispetto che la sensibilità delle presenze in quei luoghi impone.

Giuseppe Cancemi

***


#belluno 
#salute
#pubblicità

sabato 26 aprile 2014

Belluno. Energia e sostenibilità


ELETTRODOTTO TERNA: QUALE OPZIONE?

La diatriba sull'elettrodotto TERNA, tiene accesa, tra maggioranza e opposizione in Comune a Belluno, una discussione senza fine. Si disquisisce intorno al progetto ma non si riesce a decidere.  Allora, forse, cercare di fare il punto in sintesi sull'oggetto del contendere, può essere utile.La prima cosa da chiedersi dovrebbe essere: a che cosa serve un nuovo elettrodotto se i nuovi orientamenti sulla sostenibilità spingono verso un'energia rinnovabile? L'Italia per insolazione, rispetto al Nord Europa e per lo sviluppo delle tecnologie che diventano più efficienti, via via meno costose e meno ingombranti, ha le carte in regola per sviluppare un progetto energetico e industriale di avanguardia.  La risposta prima non è dunque di esclusività locale. Secondariamente, se l'elettrodotto deve essere realizzato per un ammodernamento delle linee o a scopo manutentivo o di economicità nel trasporto o di sicurezza, bisogna fare un ragionamento sulla contestuale sostenibilità. Intendendo per sostenibilità una nuova maggiore protezione verso le persone e l'ambiente naturale escludendo o riducendo al minimo le radiazioni elettromagnetiche e minimizzando l'impatto paesaggistico. Non escludendo tra le opzioni di intervento anche l'opzione zero.
Le scuole di pensiero che dividono gli esperti di trasporto elettrico – tra corrente continua o alternata – non appassionano affatto gli utenti del servizio energetico.  Interessano invece, per l'impatto i tralicci ove inevitabili e gli interramenti delle linee per l'esposizione all'inquinamento.  Ai cittadini tutti, di Belluno e del territorio attraversato spetta dunque il diritto di essere informati minuziosamente e soprattutto ascoltati. 


 Giuseppe Cancemi




Belluno 11/2/2018

ADDENDUM


Per un minimo di informazioni, perché non sia il solito NIMBY. In poche parole il problema della linea elettrica TERNA in terra bellunese.

La situazione attuale:
Esiste una linea obsoleta per usura, per invasività dei territori e per potenziale elettrico insufficiente.
Di provato e riconosciuto impatto ambientale


LA LINEA TERNA IN VIA DI REALIZZAZIONE E/O DA REALIZZARE...

A – Se aerea, facilità di dispersione termica che assicura maggiormente dai guasti una tratta e complessivamente meno costosa e con meno costi di gestione.
Maggiore impatto ambientale ed esposizione alle radiazioni non ionizzanti.

B – Se interrata si hanno maggiori probabilità di guasti, maggiori costi anche per una doppia linea di servizio per i blackout.
Minore impatto ambientale e di radiazioni ma forse più invasività per i territori

Giuseppe Cancemi

Necessità di cambiare per un nuovo disegno (concettuale) di città


Caltanissetta punto e a capo

Caltanissetta punto e a capo. Indubbiamente c’è tanta strada da percorrere, ancora, affinché si inverta definitivamente la tendenza che, dagli anni Cinquanta ad oggi, ha fatto e continua a fare della nostra città, della nostra Caltanissetta, un “bene” disponibile per facili arricchimenti privati e si riaffermi una coscienza del bene comune. Ma noi siamo convinti che questo cambiamento sia possibile in quanto fortemente sperato, voluto da un numero sempre crescente di cittadini che si organizzano in gruppi, comitati, associazioni, persino partiti. Insomma, le città, la città quale bene “in comune”. Un insieme di spazi, edifici e risorse condivise, a vantaggio di tutti. Un sistema urbano che risponda ai bisogni abitativi primari e alle diverse esigenze sociali, economiche, culturali ed estetiche di chi lo abita. Una “civitas” che genera qualità della vita, felicità di appartenenza ad una specifica comunità.
La qualità di una città è certamente la qualità degli spazi domestici (le case, gli edifici condominiali), ma anche la qualità di strade, di marciapiedi, di piazze, di giardini, di palazzi pubblici, di alberi, di aiuole, di statue, dell’acqua che arriva ai rubinetti, dell’aria che si respira, di tutto ciò che costituisce il fondamento dello stare insieme. Vivere in una collettività non può prescindere da attenzione e cura nei confronti di ciò che è patrimonio, valore condiviso. Occorre pertanto che tutti se ne prendano carico, cittadini e amministratori, con la stessa attenzione con cui ci si dedica alle proprietà personali: cioè tenendo pulito e in buon ordine, mantenendo, restaurando, ristrutturando, modificando e innovando; gestendo bene le risorse economiche a disposizione, rendendo produttivo ciò che ci appartiene, ciò che lasceremo ad altri.
Per realizzare questo cambiamento occorrono persone competenti, motivate, determinate. Occorre sviluppare e applicare modelli nuovi. Una città quale bene comune richiede una “visione nuova”, quella che gran parte del pensiero contemporaneo (ecologico, sistemico, organicistico, olistico) auspica, promuove. Viviamo in una tale stretta interdipendenza tra persone, cose, spazi, risorse, ambienti, che risulta inconcepibile qualsiasi idea di separazione tra tutti i sistemi a cui apparteniamo, non ultimo la città. Il nostro benessere personale, la nostra sopravvivenza è fortemente legata al benessere del territorio in cui abitiamo. In definitiva, la città nel suo complesso, non è “altro” da noi. Per questo sono necessarie responsabilità e azione, partecipazione collettiva, regole da rispettare e da far rispettare, competenza, progettualità.
Termini quali unitarietà, organicità, relazione, parte-tutto, diversità, comunità, partecipazione, rete, responsabilità, sono gli stessi su cui si fondano le più interessanti ricerche sullo spazio urbano contemporaneo del nuovo organicismo, dell’urbanistica integrale, dell’architettura sostenibile. Insomma, affinché avvenga una efficace, autentica trasformazione urbanistica e architettonica, è necessario questo cambiamento, certamente etico ma dalle fortissime implicazioni sul nuovo disegno della città. Saremo finalmente in grado di realizzare tutto questo?


Leandro Janni
Presidente regionale di Italia Nostra Sicilia

sabato 29 marzo 2014

Caltanissetta: Santa Maria la Vetere


IL RESTAURO DI UN BENE ARCHITETTONICO NON DEVE ESSERE FATTO IN SOLITUDINE



Una nota pubblicata su LA SICILIA qualche giorno fa, in merito al restauro di Santa Maria la Vetere, mi suggerisce una riflessione che vorrei girare al Soprintendente.
I giudizi più o meno avventati sull'operato di una istituzione preposta alla conservazione dei Beni Culturali, a mio modesto avviso, nascono quando la Comunità che ha ereditato e custodisce uno specifico Bene, non viene informata/coinvolta, in itinere, delle scelte preordinate a l restauro di quell'opera. Ancora non è una conquista di tutti, la partecipazione e la condivisione di un così importante rapporto tra la parte che ha in affido il Bene e quella che è stata delegata alla sua custodia, alla sua conservazione e mantenimento, il più a lungo possibile.
Non a caso, in Italia e in Europa, è stato avvertito il bisogno di una cosiddetta “Carta del Restauro”. Le linee guida che suggerisce la “carta” sono il risultato di accese e sempre attuali discussioni in merito al modo di intervenire.
Se non ricordo male, il punto fermo che rimane sulle opere di restauro di interesse architettonico, in linea generale, con eccezioni ovviamente, riguarda il rifuggire da completamenti in stile o analogici, alterazioni o rimozioni, aggiunte, etc.. Insomma, nell'intervento, deve sempre essere tenuta presente l'accezione “conservativa”, nel senso dell'integrità della lettura di quel “documento” e della sua più fedele possibile trasmissività ai posteri. Comunque, ogni lecita critica che può sorgere intorno ad un restauro, se a posteriori, può apparire come sterile confronto ma non lo è. Semmai, mette in evidenza quei nodi che ci indicano come si può evitare un semplicistico giudizio in un rapporto complesso e, a volte, conflittuale.
Le nuove tecnologie a disposizione, possono fare cadere quel diaframma che esiste tra la P. A. (in questo caso la Soprintendenza) e la Comunità. La pubblicazione in un apposito sito di tutto il materiale che riguarda, per esempio, un restauro, può diventare “valore aggiunto” che amplia la storia nella storia dell'opera, e non rimanere oscuro lavoro, in polverosi archivi, di “soloni” che decidono per tutto e per tutti con una delega che non può più essere in bianco.
Si sa che tra i documenti suggeriti dalla “Carta del Restauro”, solitamente le Soprintendenze annoverano una relazione preliminare sullo stato di fatto iniziale, sulle vicissitudini conservative e una progettualità di quanti e quali interventi debbono preservare e conservare il Bene Architettonico. Tutto, con un corredo di foto del prima e del dopo, le tecniche di intervento, nonché le relative implicazioni di carattere fisico, chimico, ambientale e antropologico richiesto come dossier che deve accompagnare l'opera.
Bene! La Soprintendenza di Caltanissetta, cominci con Santa Maria la Vetere ad inaugurare un New Dial della Cultura. Pubblichi in rete, tutto il materiale di studio e di progettazione che ci ha consegnato quel restauro.

Giuseppe Cancemi


giovedì 27 marzo 2014

LAVORI PUBBLICI


BELLUNO, 

VIA MEZZATERRA:

 I LAVORI PROCEDONO


Un dubbio sul modo con cui sta realizzando il selciato fa riflettere sull'assorbimento e sulla velocizzazione delle acque meteoriche che scorreranno a seguito delle precipitazioni.
Bitumano prima del letto di sabbia che precede la posa del pavè.
E' sicuramente una tipologia di pavimentazione a regola d'arte ma che provoca qualche perplessità. Spiego meglio qual è il dubbio. Se si mette il bitume al posto del geotessuto il comportamento delle acque pluviali è diverso. Un mancato assorbimento del sottosuolo provoca un totale mantenimento in superficie delle acque e una

velocizzazione delle stesse. Diversamente, con un pavè che assorbe in parte le piogge, viene limitata la quantità e la velocità delle acque che si ritroveranno a valle della via Mezzaterra. Domanda: tutto calcolato?

Giuseppe Cancemi


mercoledì 26 marzo 2014

Il Comune di Caltanissetta vuole formare 15 esperti per europrogetti


EUROESPERTI O SPOT ELETTORALE?

Leggere, qualche giorno fa, che il Comune si ripromette di formare 15 esperti in “euro-progettazione” per la mia città mi rende contento, ma solo per qualche istante. Quasi subito, in effetti, ho sentore che qualcosa non funziona. L'ateneo LUSPIO è una Libera Università degli Studi, privata, nata nel 1996 a Roma, ufficialmente con tre facoltà (Interpretariato e Traduzione, Scienze politiche ed Economia) e 5 corsi di laurea in tutto. E subito penso, cosa mai c'entrerà una simile università con l'europrogettazione. O meglio, se un simile ateneo è capace di formare “esperti” per attingere finanziamenti in Europa - perché di questo si dovrebbe trattare - come mai il deputato che con ogni probabilità ha suggerito al Comune una così brillante idea non lo ha già fatto prima a livello nazionale? Egli sa e anche noi sappiamo, che tanti


finanziamenti europei, anche di recente, sono stati persi per l'Italia e nessuno se ne è mai accorto o preoccupato. Forse, si poteva cominciare proprio dall'alto, per così dire. Sì perché per il livello locale qualche dubbio sull'utilità viene, specie se mettiamo in fila alcune cose: siamo sotto elezioni; un corso dal costo di 10 mila euro dovrebbe durare come un comune corso di laurea; gli “esperti” si potranno vedere solo alla fine di un triennio/quinquennio. Insomma, è il caso di dire “campa cavallo che l'erba cresce”. A dire il vero sorge anche un ragionevole dubbio che fa pensare più ad uno spot elettorale che non ad una proposta seria fatta per il bene di Caltanissetta. Un mandato amministrativo quasi scaduto, un tempo di formazione non immediato e con utilizzo, non prossimo, d'incidere sulla problematica dei finanziamenti, confermano che la proposta dovrebbe riguardare la futura amministrazione comunale. E questo la dice lunga.
Infine, anche il suggerimento di accedere ai finanziamenti Horizon 2020 come “Mission” di “battesimo”, per il comune di Caltanissetta con i nuovi esperti su proposta dello stesso deputato, ci sembra proprio indicato per le vocazioni del nostro territorio.
Infatti, si tratta di finanziamenti da erogare per il quinquennio 2015-2020 tutti dedicati alla ricerca scientifica. E come è noto, Caltanissetta è quasi come la Silicon Valley!

Giuseppe Cancemi 

giovedì 20 marzo 2014

STOP AL CONSUMO DI SUOLO AGRICOLO



BELLUNO: COL CAVALIER


Espansione edilizia. Per la Giunta 
comunale,

si può fare!



Le diatribe tra parti (rappresentanti di partito e non) di diversa opinione, classificate non di rado con un eufemismo: confronto politico, da tempo, non muovono più da una oggettività del contendere, ragionata e pacata, ma piuttosto da una più generale pregiudiziale divergenza dei contendenti. Anche nelle contese locali, Belluno nel nostro caso, si scimmiottano le artificiose polemiche offerte della cosiddetta “casta”, cui assistiamo quotidianamente nei media. Purtroppo, anche gli amministratori locali di lungo corso e “tecnici”, oramai, si sono omologati ai politici nazionali. Sono sempre acidi alle domande e rispondono in maniera anche indispettita e piccata o si rifugiano in evasive risposte, forse sapendo di non essere più tollerati, perché assimilati alla casta. La pregressa critica sull'edificazione a Col Cavalier riaccesasi per l'ok al recente intervento edilizio, si rinfocola in questi giorni, per le risposte dell'assessore all'urbanistica, a dir poco ingenue per uno del mestiere (già presidente dell'ordine degli architetti di BL), e del Sindaco più stizzita. Basti pensare che l'Assessore all'urbanistica, le osservazioni e le opposizioni fatte da Italia Nostra (associazione nazionale di lunga esperienza e competenza) e dal Comitato civico Col Cavalier, le liquida come “generali” e “non puntuali”. Che dire da amministrato della superficialità che traspare dalla laconica risposta verso le competenti osservazioni fatte da Italia Nostra? Per l'Assessore, sono considerate osservazioni generali e non puntuali le segnalazioni che esprimono grosse perplessità sulla fragilità di carattere geotecnico e idrogeologico dell'area interessata. L'osservazione di contrarietà ad una nuova edificazione in un'area catalogata di pericolosità limitata, ma posta in prossimità di un territorio gravemente instabile” non basta! Per non parlare del pregio paesaggistico che si andrà a compromettere o dell'invasione urbanizzativa dell'area a destinazione e vocazione agricola. Poca cosa per l'Assessore. In compenso, il Sindaco in persona, ad altra critica mossa da un Consigliere comunale, risponde divagando e burocraticamente arroccandosi all'impossibilità, per legge, di negare l'intervento edilizio in Col Cavalier. Ne fa una questione burocratica e di osservanza della legge urbanistica, dimenticando che in zona agricola vige sempre, al di sopra della norma regionale, la regola nazionale, per le costruzioni a destinazione agricola, dello 0,03mc/mq. E comunque, il contenimento o meglio stop al consumo di suolo, riconosciuto anche da organizzazioni come la Confedilizia e altri Enti simili, non è uno slogan vuoto. Sappiamo bene che un'antropizzazione a tutti i costi non è più né utile né necessaria, specie dove le peculiarità idrogeologiche e l'assetto paesistico, se violati, i danni, si ritorcono anche su coloro che li hanno causati.
Senza volermi associare a chi ne fa del caso, una “questione di lana caprina”, vorrei semplicemente e solo, rammentare, che basta la fragilità del territorio di montagna a giustificare – a garanzia di tutti - le limitazioni e i dinieghi che si impongono in simili situazioni, utili a prevenire concause nei dissesti della montagna.
Una diversa decisione deve fare riflettere sulla palese contraddizione che si instaura tra il volere costruire a tutti i costi e la messa in sicurezza del territorio, se non si vuole piangerne le conseguenze in tempi, che possono reputarsi anche remoti, ma che arrivano... arrivano!

Belluno, 21/03/2013



Giuseppe Cancemi

domenica 16 marzo 2014

Caltanissetta nella storia otto-novecentesca


Evoluzione dello stradone dei Cappuccini Nella “Fedelissima Capovalle” Caltanissetta


Lo scenario politico, economico e sociale

In Europa, a partire dalla seconda metà del XVIII secolo, vi è stata una rivoluzione mercantile, demografica, agricola, industriale, delle comunicazioni, dei trasporti e del mercato del lavoro che diventerà una pietra miliare nella storia dell’evoluzione del consorzio umano per i segni profondi che ha impresso in economia, in politica e nella società.

Lo spazio politico, amministrativo ed economico nel quale, anche Caltanissetta, urbanisticamente, con il suo evolversi tra due civiltà (contadina e dello zolfo) appartiene ad un dato periodo storico, caratterizzato da un solo emergente e dirompente fenomeno: la Rivoluzione industriale.
Un fenomeno che trasforma tutto in poco tempo, nell’economia, nei trasporti, nella produzione, nella finanza, nelle innovazioni e nelle scoperte tecniche e tecnologiche, insomma qualcosa i cui effetti provocano un cambiamento così repentino e straordinario tale che l’affermarsi, dà inizio ad nuova società.

Nel periodo di amministrazione pre-unitaria dominato dalla famiglia Borbone, Caltanissetta, per la sua fedeltà ma anche perché produttrice di zolfo necessario come merce da esportazione nella bilancia del commercio con altri stati fuori dal regno delle due sicilie, diventa una delle 7 capovalli di Sicilia e sede di Tribunale Civile e Gran Corte Criminale, con i distretti di Piazza Armerina e Terranova (Gela). Per questa elevazione di rango della città i nisseni riconoscenti, non parteciperanno ai moti rivoluzionari contro la famiglia Borbone (nel 1820) subendo, per questo, stragi e saccheggi dai comuni del suo entroterra (San Cataldo, Villalba, etc.) che da questa dominazione si sentivano oppressi.

Dopo l’Unità d’Italia il capitalismo nelle campagne in Sicilia è oramai affermato e le miniere, nuova rendita per i signori dello zolfo, “tirano”. La crescita della popolazione in città avviene per una necessaria “terziarizzazione” e per esigenza di mano d’opera richiesta dalle miniere. Nel primo ventennio del secolo XX la popolazione si stabilizza sui quarantamila abitanti del primo decennio e nonostante il manifestarsi della crisi dello zolfo la città cresce del cinquanta per cento.

Anche a Caltanissetta con il diffondersi dell’industrialismo, viene superata la produzione diffusa e si sancisce la stretta unità tra industria e città. Ne è conseguenza l’emergenza città, nel senso che occorre una organizzazione del territorio e degli insediamenti più rispondente ai nuovi bisogni dell’imprenditoria. Viabilità e trasporti, ordine pubblico, problemi sanitari, residenza agevole per i nuovi signori delle terre e delle miniere sono i nuovi termini dell’abitare in città.

Caltanissetta ha il suo boulevard (Viale Regina Margherita) nel corso di un mutare di eventi storici e politici, in un arco di tempo che è attraversato dalla storia italiana di oltre due secoli: iniziata con uno Stato pre-unitario "aristocratico", dominato dalla famiglia Borbone, seguito dall’unitario "liberal-conservatore", con la famiglia Savoia egemone, proseguito in un ventennio di monarchia e totalitarismo "fascista" per approdare al democratico "repubblicano" vigente.

La trasformazione urbana

Le città, per dirla con Benevolo, prima dell' 800 erano dei contenitori dove: "ogni generazione tendeva ad occupare il posto delle precedenti e a ripeterne il destino".
Nel Settecento, l'economia di Caltanissetta era principalmente agricola, con una modesta concentrazione umana in una amplissima campagna. L'armatura urbana si conserva pressoché immutata già da qualche secolo ed è la baronia dei Moncada a dominare i rapporti della vita comunitaria1. La proprietà nel periodo considerato era di tipo feudale2 con tutte le caratteristiche del feudalesimo: la proprietà della terra era sostanzialmente collettiva, era un attributo dell'autorità regale, in cui i feudatari esercitavano solo alcuni diritti (economici, giurisdizionali, etc.) come ricompensa dei favori dei doveri nei confronti del sovrano, ereditavano ma non divenivano proprietari delle terre.

La città di Caltanissetta, secondo L. Barrile3, nel XVIII secolo risultava formata da quattro quartieri (San Rocco, Santa Flavia, San Francesco e Zingari4) separati da due strade: i due tronconi via del Collegio degli studi e via dei Cappuccini o via Grande (attualmente denominato tutto corso Umberto I) e l’altra strada che s’incrocia in piazza Garibaldi, costituita dai tratti via Fondachi o dell’Albergheria e via Monastero di Santa Croce (oggi interamente via Vittorio Emanuele II).

In questo tessuto vengono realizzati i quartieri San Rocco e Santa Flavia, sopra e sotto corso Umberto I (già via Collegio degli studi) e Canalicchio (ora viale Testasecca). San Rocco si rivelerà come la zona privilegiata dalla borghesia nascente, con abitazioni signorili sulle strade all’epoca più importanti (Cassarello, dell’Aquila Nera), in cui si nota che l’edilizia è protesa verso una ristrutturazione volta ad arricchire l’estetica.

Proprio in quell’epoca si può dire che a Caltanissetta viene sancito l’inizio dello sfruttamento edilizio e fondiario. L’edilizia regolare dei nuovi quartieri (San Rocco, Santa Flavia e degli Zingari) con il loro crescere ne sono una testimonianza di sfruttamento razionale dello spazio, prima rurale ora urbano, per il disegno complessivo di tipo quasi ippodamico. Lo spazio viene diviso e costruito non più casualmente ma attraverso maglie viarie e edificatorie di tipo geometrico.
Dopo il Settecento le pesanti ristrutturazioni che seguono non permettono di individuare quale fosse l’edilizia residenziale dove si trovava l’aristocrazia, però, è possibile interpretare alcune tendenze insediative, annotando come il quartiere Santa Flavia risulterà poco appetibile per l’edilizia residenziale, se si fa eccezione per via Maida e via Re d’Italia, mentre il quartiere San Rocco, si distinguerà come luogo, per il fatto che per un certo tempo si arricchisce di edifici apprezzabili nella loro fattura.
Il capitalismo a Caltanissetta oramai è presente non solo nelle campagne e nelle zolfare con la figura del gabellotto, ma comincia a comparire anche in città. È un’imprenditoria di città che si annuncia con contese di risorse e di diritti, in opposizione alla sfera del diritto pubblico, costringendo sul terreno del confronto una legislazione garantista in materia di proprietà e l’insorgente necessità per pubblica utilità.

A Caltanissetta nel 1821 si iniziano i lavori per realizzare la villa comunale “Isabella” (oggi villa Amedeo). È la scelta politica dei grandi lavori pubblici che in ogni epoca compare per diminuire disoccupazione, miseria e tensione sociale. Non a caso avviene dopo i saccheggi operati dei moti anti-borbonici guidati dal principe Galletti della vicina S. Cataldo.
Si comincia con questa opera importante ad occupare quell’estremo lembo della città lungo lo stradone, oltre le “mura”, che porta ai Cappuccini, ove già sono schierati quasi frontalmente il convento omonimo e la chiesa di S. Giuseppe.
La villa ispirata ai giardini all’italiana e impiantata su un’area pianeggiante verrà ingrandita a valle e completata nei primi del ‘900 su progetto dell’ing. P. Saetta.
Viale Regina Margherita, un “boulevard” largo 30 mt., esiste in tutta la sua lunghezza, grazie ad un Ottocento che sulle orme di un’Europa in espansione ad imitazione (nel suo piccolo) ha voluto sacrificare un caseggiato esistente nella collinetta, denominata Isola Tondo, in prossimità di uno spiazzo detto largo delle Botteghelle (all’altezza dell’attuale scuola elementare “San Giusto”) nel bel mezzo di un asse che dalla “Rotonda” congiunge il c.so vitt. Emanuele, all’altezza della via XX settembre.
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Note 

1 Contenzioso per la demanialità del feudo Moncada che dura dal 1754 al 1812.

2 Feudalesimo in senso economico per W. Kula significa: "Sistema socioeconomico prevalentemente agrario, caratterizzato da un basso livello delle forze produttive e della commercializzazione, corporativo, in cui l'unità produttiva di base è costituita da una grande proprietà terriera circondata da piccoli poderi contadini, che dipendono da essa sul piano economico e su quello giuridico, devono fruirle varie prestazioni e si trovano sotto il suo potere."

3 Barrile L., Caltanissetta città dell'isola e regno di Sicilia. In C. Orlandi, Delle città d'Italia e sue isole adiacenti…, Perugia, 1789

4 A differenza degli altri quartieri che riportano il nome delle chiese ad essi limitrofe, il quartiere degli Zingari deve, forse, il nome ad un antico, ma sempre in voga, razzismo, che discrimina prima gli antichi immigrati delle terre d'India e successivamente gli ebrei e i protestanti (Il canonico Pulci, proprio per questi ultimi, nel suo libro: lavori di storia ecclesiastica di Caltanissetta, narra di una diatriba tra mons. Guttadauro, vescovo della città, e il ministro evangelico G. Troni, della Società biblica di Firenze, in merito all'apertura di una cappella Valdese nel quartiere). A distanza di secoli ancora oggi questo quartiere, popolato dal proletariato, non viene considerato arealmente come appetibile per l'edilizia residenziale.


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Alcune foto che ricordano il passato della Scuola Elementare "S. Giusto" di Viale Regina Margherita. Scuola che ha alfabetizzato non pochi nisseni.








martedì 25 febbraio 2014

Rivitalizzazione del centro storico di BELLUNO

I GRANDI PROGETTI HANNO BISOGNO DI IDEE CONDIVISE

Il primo cittadino di Belluno, tra i “grandi progetti” annunciati qualche giorno fa, ha inserito il rilancio del centro storico. Musica per le orecchie di chi come me lo abita, ma penso che lo sia anche per i bellunesi. Il Sindaco, per dare un impulso di nuova vita al centro storico, concentra la sua attenzione su un ripopolamento, da favorire con più ragionevoli condizioni d'affitto. Promette nuove regole per agevolare le famiglie e le persone, per una sorta di equità sociale. Nulla da eccepire in questo. Anzi, suggerirei di rifarsi al progetto AUSER “Abitare Solidale” che potrebbe essere in linea con quanto mi sembra che voglia esprimere in fatto di abitazione e solidarietà il nostro Sindaco.


C'è solo una piccola discrepanza tra il dire e il fare del Comune con la tendenza, che in atto è di segno contrario. Mi riferisco ad un utilizzo intensivo degli spazi del centro storico tutti in funzione di un mercantilismo fine a se stesso, alla poco curata accoglienza di immagine che “la bellezza” del centro non merita e alla poca importanza che si dà al presidio dei residenti. I rilievi che non sfuggono a nessuno sono imputabili: ai parcheggi abusivi (in giorni festivi e ore serali) nei maggiori luoghi della rappresentanza cittadina; ai segni lasciati dai graffitari/writer; al degrado ed incuria che avanzano; ai servizi dell'eco-centro mobile che escludono proprio l'area storica, nonché alla diffusione di un inquinamento acustico, anche da schiamazzi notturni, mai risolto.

Ciò detto, i nodi per l'abitabilità del centro storico appena menzionati, comunque, restano tutti da sciogliere. Provo a dare qualche indicazione lungi da una sterile critica.

Per essere propositivo, rammento che a costo zero o quasi, si potrebbe, in una riorganizzazione delle iniziative cittadine, distribuire meglio le attività che ora si affollano in centro storico. Altri ambiti territoriali periferici con le varie opportunità offerte da una programmazione di attività localizzate ad hoc, usufruirebbero di un risarcimento, nei confronti di una ricucitura dovuta alla marginalità urbana di cui soffrono.

Liberare la monumentalità di Piazza Duomo, non consentendo alcun ingombro (per altro abusivo di veicoli) è un altro suggerimento che renderebbe giustizia alla bellezza della centralità rappresentativa dell'agorà. Significa infatti, escludere oggetti e riflessi di colori e luci non propri, che hanno per risultato l'esclusività di un “genius loci” in grado di suscitare emozioni incomparabili anche nel visitatore occasionale.

Rendere più accessibile, come si usa dire a Chilometro zero, lo smaltimento col mezzo mobile di raccolta differenziata per gli abitanti del centro, che non sono certo in maggioranza giovani, significa prima di tutto rendere giustizia.

Infine, fare rispettare le leggi dello Stato e i regolamenti locali che ne discendono, in materia di inquinamento acustico, non ammettendo inesistenti deroghe, alzano il livello civico di una città, mettono fine ad una inconciliabile mediazione e, soprattutto, realizzano di fatto il diritto alla salute che è di tutti.

Belluno, 25/2/2014

Giuseppe Cancemi

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UN'IDEA PER RIFLETTERE, DALL'AUSER (Associazione per l’autogestione dei servizi e la solidarietà)


Finalità che potrebbe dare un vero scopo e un forte impulso al recupero del nostro centro storico di Caltanissetta.


PENSARE ALLA CASA PER UNA COMUNITA' PIU' SOLIDALE

Il progetto Abitare Solidale, promosso dall' Auser Territoriale Firenze in collaborazione con l'Auser Nazionale, nasce per trasformare il "problema abitativo" in nuove opportunità per una comunità più coesa. Un bene prezioso come la casa può in effetti divenire un problema per chi non è in grado di acquistarne o affittarne una, ma anche per quanti, pur vivendo in un appartamento di proprietà o in locazione, non sono più in grado di gestirne i costi di manutenzione. 

A CHI SI RIVOLGE
Proprietari e affittuari:
- ad anziani soli, proprietari o affittuari di alloggi non facilmente gestibili con l'avanzare degli anni, troppo grandi per le loro esigenze di vita;
- a famiglie che non riescono a conciliare la cura dei figli e la gestione degli affetti con i tempi del lavoro. 

Ospiti:

- a famiglie e singoli a temporaneo rischio di povertà o marginalità;
- a giovani, studenti, lavoratori alla ricerca di soluzioni abitative economicamente sostenibili per un progetto di vita autonomo e dignitoso;
- a donne vittime di episodi di violenza domestica che spesso non denunciano tali molestie, perché frenate dall'incertezza del futuro abitativo.

GLI OBIETTIVI 
Abitare Solidale, avvalendosi di metodi ed approcci innovativi al problema casa, si propone di ottimizzare il patrimonio abitativo esistente attraverso un intervento sociale in grado di dare risposte concrete, anche se temporanee, al bisogno di un alloggio dignitoso; al contempo mira a sviluppare, mediante la promozione di coabitazioni strutturate sul principio del mutuo aiuto, sistemi del tutto nuovi di welfare di comunità fondati sui valori della reciprocità e della cittadinanza attiva.

COME FUNZIONA 
Tutto il progetto si basa sulla costruzione di relazioni interpersonali forti, responsabili, solidali che concorrano, attraverso la condivisione consapevole di uno stesso spazio abitativo, al rafforzamento di innovativi sistemi di protezione sociale. Per raggiungere tali risultati Abitare Solidale si è dotato di procedure e strumenti semplici e chiari: dopo un primo contatto attraverso il numero verde dell'Auser nazionale (800. 99. 59. 88), o gli appositi sportelli viene stilato un identikit di ospitante e ospitato utile per valutare eventuali affinità tra i candidati, a cui seguono incontri di conoscenza, sino all'ufficializzazione della coabitazione che avviene mediante l'elaborazione di un patto di reciproca solidarietà tra le parti, che vincola i coabitanti al vicendevole rispetto delle esigenze di vita e a un mutuo scambio di servizi ed aiuto, e la sottoscrizione di un apposito comodato. Il buon andamento del rapporto è costantemente monitorato.