Palazzo Fulcis-De Bertoldi
venerdì 12 aprile 2013
BELLUNO: Museo Civico prossimo venturo
Palazzo Fulcis-De Bertoldi
martedì 9 aprile 2013
ZIBALDONE: CENTRO STORICO DI BELLUNO
ZIBALDONE: CENTRO STORICO DI BELLUNO: CRONACA DI UNA QUERELLE ANNUNCIATA L'assessore Tabacchi dopo avere annunciato, qualche giorno fa, di volere istituire un parcheggio...
CENTRO STORICO DI BELLUNO
CRONACA DI UNA QUERELLE ANNUNCIATA
L'assessore Tabacchi dopo avere annunciato, qualche giorno fa, di volere istituire un parcheggio in Piazza Duomo, oggi, 9 aprile 2013, attraverso la stampa locale, questa volta sembra fare un passo indietro: fa sapere che la sua scelta dei 25 posti auto in piazza Duomo, non era definitiva e che anzi ora la esclude. Rimane però, della volontà di voler reperire nuovi stalli per auto in risposta alla domanda di parcheggi in centro storico. Quindi, la "caccia" ai posti auto continua con l'intento di trovare spazi per tale scopo nelle vicinanze: piazza Castello e aree limitrofe (sic!) dice. Come se l'area prospiciente le poste fosse a chissà quale distanza da piazza Duomo e che comunque creare nuovi posti auto nel cuore della città non significhi riportare una circolazione automobilistica, faticosamente finora tenuta (si fa per dire), a distanza dal centro. Tutto questo maldestro tentativo di restaurare un'ammissione ulteriore di auto nel centro storico muove da una giustificazione che appare strumentale e improvvisata. Si attribuisce ai residenti e ai disabili la domanda di parcheggi in loco ma poi la soluzione di utilizzo si estende anche ai parcheggi a strisce blu e al carico e scarico delle merci. Giustificazioni assai deboli e confuse, ma sicuramente non certo motivate da una scelta urbanistica di mobilità complessiva.
Giuseppe Cancemi
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domenica 7 aprile 2013
CENTRO STORICO BELLUNO
NO AL PARCHEGGIO IN PIAZZA DUOMO
Di diversa opinione sono molti cittadini che reputano non solo la Piazza Duomo ma tutto il centro storico un'identità storico-culturale da preservare, custodire, tramandare possibilmente integra. E' opinione sempre più diffusa che se si riesce a mantenere una città con il suo centro storico ben conservato e dunque a misura d'uomo con la cultura “si mangia” e si vive - nel rispetto delle generazioni passate, attuali e future - mentre, rimanendo con auto onnipresenti, inquinamenti e relative conseguenze, si vuole perpetuare una tendenza non più sostenibile.
La città di
Belluno, si colloca ogni anno ai primi posti delle graduatorie annuali di
vivibilità, anche, per le sue piazze del centro storico. La notizia,
che si ritorna a fare circolare e sostare le auto in Piazza Duomo, è
un regresso rispetto al passato recente, e non in linea con la
cultura urbanistica europea che, tendenzialmente, si adopera per
spostare la mobilità verso i mezzi pubblici, il car sharing, le
biciclette e comunque
orientata a non espandere più i parcheggi specie in centro. La cosa
è grave, perché proprio Belluno, con l'avvio del parcheggio
Lambioi, aveva diffuso qualche tempo fa un segnale di grande civiltà,
citato ed imitato da altre città. Aveva anticipato una scelta da
smart city con
la messa a disposizione di un
piccolo iniziale parco di biciclette, come componente di uno scambio
intermodale nella mobilità urbana in centro storico.
Le
bici, all'uscita della scala mobile di collegamento con il parcheggio
Lambioi non ci sono più e le auto che avevano liberato la piazza
Duomo ora sono state lasciate ritornate e vi resteranno. Gli spazi
del centro storico che compositivamente completavano l'immagine
restituita di una città vivibile, sono ritornate ad essere
brulicanti di mezzi a motore moltiplicatori di ogni inquinamento
dannoso per uomini e monumenti. La tendenza mercantilistica ad ogni
costo del centro storico, testardamente, poco per volta
assecondata, si pensa di facilitarla facendo ricomparire la sosta dei mezzi
privati. Fare tornare le auto nell'agorà della polis -
dove uno
sguardo anche fugace ai manufatti, ci ricorda pezzi della storia
attraversata dall'umanità che l'ha percorsa - è fare torto ai bellunesi che hanno
saputo conservare la città che ci ritroviamo. La semplice
toponomastica dell'antica polis dovrebbe indurre ad un certo rispetto
almeno del genius loci che
aleggia sul centro storico.
I
pochi parcheggi in più (25) in piazza Duomo che si vogliono
recuperare al pagamento, fanno pensare al precedente abbattimento di
alberi in via D'Incà. Anche lì, fuori da ogni logica ancorata all'ecosostenibilità. Per qualche stallo in
più si sono abbattuti degli alberi assai più utili. L'operazione
parcheggi in centro storico, appare proprio come il voler raschiare
il fondo del barile. Ci sembra infine speciosa, la motivazione che a
spingere verso i parcheggi in Piazza Duomo siano gli abusi nelle
soste. Grave ammissione che lascia presupporre di non saper
contrastare il presunto fenomeno di “parcheggio selvaggio” con
una adeguata vigilanza.
Di diversa opinione sono molti cittadini che reputano non solo la Piazza Duomo ma tutto il centro storico un'identità storico-culturale da preservare, custodire, tramandare possibilmente integra. E' opinione sempre più diffusa che se si riesce a mantenere una città con il suo centro storico ben conservato e dunque a misura d'uomo con la cultura “si mangia” e si vive - nel rispetto delle generazioni passate, attuali e future - mentre, rimanendo con auto onnipresenti, inquinamenti e relative conseguenze, si vuole perpetuare una tendenza non più sostenibile.
Giuseppe Cancemi
sabato 6 aprile 2013
CURIOSITA'
CAPISALDI DI BELLUNO
Non tutti sanno che le placchette ovali di ottone, poste su alcuni noti edifici del centro storico, fanno parte dei 13.000 capisaldi distribuiti su altrettanti chilometri di viabilità del territorio italiano.
In tutto il territorio di Belluno risultano segnati 22 punti geodetici, parte dell'intera rete plano-altimetrica nazionale.

I Capisaldi nel territorio del Comune di Belluno:
(0043#_###_107#) S.S. 50 Km 12,950 - Rio Demaise
(0043#_###_108#) Salce - S.S.50 Km 12,210
(0043#_###_109#) S.S.50 Km 11,330 - Bivio Per Giamosa
(0043#_###_110#) Prade - S.S.50 Incrocio Con Via Marisiga 41
(0043#_###_111#) S. Gervasio - Via Pagello 2 Incrocio Via Feltre
(0043#_###_111P) Belluno - Via Feltre
(0043#_###_112#) Belluno - Via Cavour
(0043#_###_112P) Belluno - Piazza Duomo
(0043#_###_112S) Belluno - Piazza Duomo, 2
(0043#_###_113#) Belluno - Ponte Torrente Ardo
(0043#_###_114#) Belluno - V.Le Vittorio Veneto 155
(0043#_###_114P) Belluno - Piazza Alessandro De Luca
(0043#_###_115#) Vaneggia - S.S.50 Km 5,180 - Via V. Veneto N°292
(0043#_###_116#) S.S.50 Km 4,020 - Via Tizano Vecellio 86
(0043#_###_117#) S.S.50 Km 2,900 - Safforze
(0043#_###_118#) S.S.50 Km 2,240
(0043#_###_118P) S.S.50 Km 1,530 - Le Andreane
(0043#_###_105#) S. Fermo - S.S.50 Km 14,850
(0043#_###_105P) S. Fermo - S.S.50 Km 14,570
(0043#_###_106#) La Costa - Via Boscone 371
(023705) Belluno - Piazza Alessandro De Luca
(023704) S.Fermo - S.S.50 Km 14,570
Fanno parte dei 13.000 punti geodetici segnati nell'attuale rete viaria italiana. Sono in progetto, da parte del Servizio Geodetico dell'Istituto Geografico Militare, un aumento di capisaldi sino a 20.000. Prima dell'unità d'Italia, la rappresentazione del territorio non era certo omogenea. Si usavano metodi ed evidenze discordanti: alcuni erano geometrici, altri descrittivi, qualcuno mancava di triangolazioni, di misurazioni, di scale e le basi erano diverse.
La rappresentazione del territorio, dopo l'unità d'Italia, si organizza come "catasto" al fine di equiparare le imposte.
Nelle province di Belluno, Bolzano e Trento, diversamente da altri parti d'Italia, nello stesso periodo, era in vigore il cosiddetto "catasto tavolare".
Attualmente, il "catasto" viene gestito dall'Agenzia del Territorio e dai comuni che hanno scelto di esercitare le funzioni catastali loro attribuite da apposite convenzioni.
(0043#_###_107#) S.S. 50 Km 12,950 - Rio Demaise
(0043#_###_108#) Salce - S.S.50 Km 12,210
(0043#_###_109#) S.S.50 Km 11,330 - Bivio Per Giamosa
(0043#_###_110#) Prade - S.S.50 Incrocio Con Via Marisiga 41
(0043#_###_111#) S. Gervasio - Via Pagello 2 Incrocio Via Feltre
(0043#_###_111P) Belluno - Via Feltre
(0043#_###_112#) Belluno - Via Cavour
(0043#_###_112P) Belluno - Piazza Duomo
(0043#_###_112S) Belluno - Piazza Duomo, 2
(0043#_###_113#) Belluno - Ponte Torrente Ardo
(0043#_###_114#) Belluno - V.Le Vittorio Veneto 155
(0043#_###_114P) Belluno - Piazza Alessandro De Luca
(0043#_###_115#) Vaneggia - S.S.50 Km 5,180 - Via V. Veneto N°292
(0043#_###_116#) S.S.50 Km 4,020 - Via Tizano Vecellio 86
(0043#_###_117#) S.S.50 Km 2,900 - Safforze
(0043#_###_118#) S.S.50 Km 2,240
(0043#_###_118P) S.S.50 Km 1,530 - Le Andreane
(0043#_###_105#) S. Fermo - S.S.50 Km 14,850
(0043#_###_105P) S. Fermo - S.S.50 Km 14,570
(0043#_###_106#) La Costa - Via Boscone 371
(023705) Belluno - Piazza Alessandro De Luca
(023704) S.Fermo - S.S.50 Km 14,570
I capisaldi, sono riferimenti altimetrici distanti tra loro circa 1 km l'uno dall'altro. L'IGM (Istituto Geografico Militare) nato nel 1861 dopo l'unità d'Italia, fa parte del sistema militare italiano che si occupa di cartografie.
![]() |
| Rappresentazione cartografica fatta dall'I.G.M. per P.zza De Luca |
Fanno parte dei 13.000 punti geodetici segnati nell'attuale rete viaria italiana. Sono in progetto, da parte del Servizio Geodetico dell'Istituto Geografico Militare, un aumento di capisaldi sino a 20.000. Prima dell'unità d'Italia, la rappresentazione del territorio non era certo omogenea. Si usavano metodi ed evidenze discordanti: alcuni erano geometrici, altri descrittivi, qualcuno mancava di triangolazioni, di misurazioni, di scale e le basi erano diverse.
La rappresentazione del territorio, dopo l'unità d'Italia, si organizza come "catasto" al fine di equiparare le imposte.
Nelle province di Belluno, Bolzano e Trento, diversamente da altri parti d'Italia, nello stesso periodo, era in vigore il cosiddetto "catasto tavolare".
Attualmente, il "catasto" viene gestito dall'Agenzia del Territorio e dai comuni che hanno scelto di esercitare le funzioni catastali loro attribuite da apposite convenzioni.
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domenica 24 marzo 2013
MOBILITA'
IL TRASPORTO FERROVIARIO VENETO
Il turista, il cittadino veneto, il viaggiatore occasionale che transita, lavora o trascorre le vacanze nel bellunese, senza preoccuparsi di chi è o non è la responsabilità del trasporto ferroviario, certamente, percepisce in quella mobilità pubblica un servizio assai carente per numero di corse, collegamenti “frantumati”, puntualità, confort e forse anche per pulizia. Il rimpallo e le varie scuse che adducono i ben individuati responsabili (Trenitalia e Regione), alle proteste ed ai continui mugugni, non alleviano il problema, anzi, lo rendono più fastidioso. Ad onor del vero l'incertezza del quadro normativo nazionale, la Legge di stabilità 2013, la scarsità di risorse e i tagli che ricadono anche sui trasporti non agevolano una necessaria riforma della mobilità, specie, nei territori di montagna dove è necessario migliorare il trasporto pubblico e scoraggiare quello privato. Pur tra tante difficoltà, per chi vuole trovare un sostegno per migliorare il trasporto pubblico, un punto fermo esiste ed è nel ricostituito Fondo Nazionale Trasporti, dove, confluisce il 90% delle risorse assegnate ma viene riservato il rimanente 10% ai criteri premiali (nel miglioramento nella produttività). Non va sottaciuto, infine, il nodo irrisolto dell'assetto delle Province che con i Comuni sono gli enti programmatori del servizio. Comunque, se si guarda ai dati regionali confrontandoli con altre regioni ci si accorge che il trasporto ferroviario può essere migliorato.
Alcuni dei punti del trasporto ferroviario che sono confrontabili mettono in luce l'arretratezza del trasporto veneto. Il Veneto con 13,8 treni per 100 mila abitanti e una popolazione residente di 4,9 milioni ha meno treni per 100 mila abitanti di Piemonte (19,7), Emilia Romagna (18,7), Toscana (21,4) e Liguria (15,2). Altro esempio che si differenzia in negativo per servizio è il contact center, che la Toscana ha messo in essere per monitorare le lamentele e le esigenze dei cittadini utenti e organizzare la risposta, mentre, in Veneto, cresce la protesta per un servizio che perde pezzi e si degrada, in un “brodo” politico da campagna elettorale.
Da Belluno, per spostarsi, bisogna armarsi di tanta pazienza per le attese nelle stazioni intermedie e, affidandosi alla fortuna, sperare che non ci siano soppressioni di treni all'ultimo momento. In alternativa, diventata una costante, resta l'uso del mezzo proprio.
Se in Toscana con gli stessi problemi del Veneto e di tutte le altre regioni, si riesce a mantenere uno standard medio minimo di confort, di puntualità, di certezza nel passaggio dei treni e comunque si cerca di evitare ogni disagio ai fruitori del servizio ferroviario, non si comprende qual è la politica dei trasporti della Regione Veneto che non riesce ad assicurare altrettanti standard.
Nel Piano Generale dei Trasporti il fulcro della mobilità veneta è rappresentato dalla “mediopadana” e dal “corridoio prealpino-padano”. Non compare nel sistema trasporti, una altrettanto utile attenzione alla mobilità ferroviaria locale, specie dell'alto Veneto: una rete di collegamenti essenziali tra la gente delle Dolomiti e la pianura. Un'attenzione dovuta verso chi preserva e custodisce un importante patrimonio dell'umanità. Una considerazione allora, che deve fare riflettere, è d'obbligo. Non investendo preminentemente sulla mobilità ferroviaria e favorendo, anzi, il traffico su gomma, si rischia di compromettere con gli inquinamenti in crescita, il capitale naturale da conservare, rappresentato dalle Dolomiti. Si pratica, dunque, una politica fin qui non certo in grado di fare affermare un trasporto sostenibile, richiesto dai luoghi e non più rinviabile.
Giuseppe Cancemi
Il turista, il cittadino veneto, il viaggiatore occasionale che transita, lavora o trascorre le vacanze nel bellunese, senza preoccuparsi di chi è o non è la responsabilità del trasporto ferroviario, certamente, percepisce in quella mobilità pubblica un servizio assai carente per numero di corse, collegamenti “frantumati”, puntualità, confort e forse anche per pulizia. Il rimpallo e le varie scuse che adducono i ben individuati responsabili (Trenitalia e Regione), alle proteste ed ai continui mugugni, non alleviano il problema, anzi, lo rendono più fastidioso. Ad onor del vero l'incertezza del quadro normativo nazionale, la Legge di stabilità 2013, la scarsità di risorse e i tagli che ricadono anche sui trasporti non agevolano una necessaria riforma della mobilità, specie, nei territori di montagna dove è necessario migliorare il trasporto pubblico e scoraggiare quello privato. Pur tra tante difficoltà, per chi vuole trovare un sostegno per migliorare il trasporto pubblico, un punto fermo esiste ed è nel ricostituito Fondo Nazionale Trasporti, dove, confluisce il 90% delle risorse assegnate ma viene riservato il rimanente 10% ai criteri premiali (nel miglioramento nella produttività). Non va sottaciuto, infine, il nodo irrisolto dell'assetto delle Province che con i Comuni sono gli enti programmatori del servizio. Comunque, se si guarda ai dati regionali confrontandoli con altre regioni ci si accorge che il trasporto ferroviario può essere migliorato.Alcuni dei punti del trasporto ferroviario che sono confrontabili mettono in luce l'arretratezza del trasporto veneto. Il Veneto con 13,8 treni per 100 mila abitanti e una popolazione residente di 4,9 milioni ha meno treni per 100 mila abitanti di Piemonte (19,7), Emilia Romagna (18,7), Toscana (21,4) e Liguria (15,2). Altro esempio che si differenzia in negativo per servizio è il contact center, che la Toscana ha messo in essere per monitorare le lamentele e le esigenze dei cittadini utenti e organizzare la risposta, mentre, in Veneto, cresce la protesta per un servizio che perde pezzi e si degrada, in un “brodo” politico da campagna elettorale.
Da Belluno, per spostarsi, bisogna armarsi di tanta pazienza per le attese nelle stazioni intermedie e, affidandosi alla fortuna, sperare che non ci siano soppressioni di treni all'ultimo momento. In alternativa, diventata una costante, resta l'uso del mezzo proprio.
Se in Toscana con gli stessi problemi del Veneto e di tutte le altre regioni, si riesce a mantenere uno standard medio minimo di confort, di puntualità, di certezza nel passaggio dei treni e comunque si cerca di evitare ogni disagio ai fruitori del servizio ferroviario, non si comprende qual è la politica dei trasporti della Regione Veneto che non riesce ad assicurare altrettanti standard.
Nel Piano Generale dei Trasporti il fulcro della mobilità veneta è rappresentato dalla “mediopadana” e dal “corridoio prealpino-padano”. Non compare nel sistema trasporti, una altrettanto utile attenzione alla mobilità ferroviaria locale, specie dell'alto Veneto: una rete di collegamenti essenziali tra la gente delle Dolomiti e la pianura. Un'attenzione dovuta verso chi preserva e custodisce un importante patrimonio dell'umanità. Una considerazione allora, che deve fare riflettere, è d'obbligo. Non investendo preminentemente sulla mobilità ferroviaria e favorendo, anzi, il traffico su gomma, si rischia di compromettere con gli inquinamenti in crescita, il capitale naturale da conservare, rappresentato dalle Dolomiti. Si pratica, dunque, una politica fin qui non certo in grado di fare affermare un trasporto sostenibile, richiesto dai luoghi e non più rinviabile.
Giuseppe Cancemi
giovedì 28 febbraio 2013
Sanità da ottimizzare
Belluno, 28-2-2013
Lettera aperta
Al Direttore Generale
ULSS1 Belluno
Non molti giorni fa nella stampa, non
solo locale, è stato riportato il suo primo nobile gesto di
insediamento, dando un segnale di buona amministrazione della cosa
pubblica, mettendo in vendita l'auto blu. Ora che avrà preso
“confidenza” con gli altri problemi del servizio sanitario
locale, sarà stato messo al corrente, a parte della qualità della
struttura sanitaria, delle disfunzioni organizzative di cui soffre.
Tra le più eclatanti e significative anomalie del sistema
informativo prestazionale dell'ULSS. si collocano le prenotazioni i
cui tempi di attesa non coincidono con quelli stabiliti dal
protocollo ma soprattutto in contrasto con la necessità effettiva
degli utenti e l'efficienza dell'erogazione. Per fare un esempio, le
prenotazioni di controllo per patologie croniche hanno un iter
assurdo. Il clinico che ha visitato dispone di una nuova visita di
controllo a sei /dodici mesi e prescrive degli esami. Il paziente
deve, successivamente, recarsi dal medico di famiglia e farsi
autorizzare questo, temporizzato, prescritto controllo. Sempre il
paziente o un suo familiare, deve ulteriormente presentarsi allo
sportello delle prenotazioni o telefonare per sapere quando si
potranno fare esami e visita. Le prenotazioni, comunque, non sono una
conclusione certa o sempre riferibile ai tempi ufficiali o
all'ordine logico delle sequenze (esami prima e non dopo la visita di
controllo) ma aleatori e a volte incoerenti con lo scopo. A meno
che... gli esami o la visita non si facciano in maniera mista
(privato /istituzionale) o totalmente a regime privato.
Posto brevemente un problema
fondamentale che a lei dovrebbe già essere noto, per non iscrivermi
tra quelli che si lamentano e basta, vorrei sommessamente consigliare
di concentrare i suoi sforzi oltre che sull'assillante problema
(quanto importante) dei conti economici anche un minimo di attenzione
a quanto mi permetto di suggerire come argomenti per riflettere. Per
prima cosa, penso che una diversa più razionale organizzazione dei
servizi, costituisca un economia di sistema che ha influenza, anche,
sia sui risparmi che sugli investimenti. Non conoscendo il sistema
USSL che lei gestisce, a costo di fare una domanda da “Pierino”
chiederei: ma l'Azienda sanitaria di Belluno, ha personale e/o
ufficio ad hoc che si occupano della gestione? E penso ad uno o più
ingegneri (informatico, gestionale) o simili figure professionali.
Nel merito delle disfunzioni,
riallacciandomi a quanto detto prima, domando ancora: ma non sarebbe
il caso che in presenza di patologie croniche le prenotazioni
avvenissero, per così dire, d'ufficio? Non tornerebbe utile
razionalizzare tutti i servizi e reparti, da un punto di vista
informatico (cloud computing), per non ripetere molte situazioni
informative?
Infine, dal momento che i costi degli
ecografi portatili non sono poi così elevati ( meno di 1000€) e le
richieste di esami con detti strumenti in aumemento, non sarebbe il
caso di far dotare i medici di famiglia di tali strumenti e farli
abilitare all'uso con gran risparmio, in tutti i sensi, ed efficienza
del sistema sanitario?
Mi fermo, per non rubare ulteriore
tempo al suo lavoro, ma penso che il mio modesto contributo le potrà
dare modo di riflettere. E chissà se la sua buona volontà, già
dimostrata, si potrà estendere di più ai bisogni cogenti dei
cittadini.
Giuseppe Cancemi
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lunedì 25 febbraio 2013
Villa Zuppani, Sedico (BL)
Risorsa
ambientale da valorizzare utilizzandola al meglio
Il
ricovero per la fauna selvatica di villa Zuppani a Sedico, tenuto in
vita da tempo dalla Provincia, chiude. La notizia passa quasi
inosservata, in sordina. Persino la sensibilità dell'associazionismo
ambientale presente a Belluno, non sembra avere colto questo segno di
poca attenzione a risorse ambientali preziose da conservare
attivamente come questa.
Verrebbe da
chiedersi: come mai?
La prospettiva di
centro didattico per l'ambiente da tempo ipotizzato, cui associare in un futuro l'attuale centro di recupero della fauna selvatica, da un punto di vista
formativo/educativo e non solo faunistico-ecologico, poteva e può
essere uno sbocco relativamente condivisibile ma sembra naufragare
per pochi spiccioli di bilancio.
L'obiettivo di dare
continuità alla struttura di questo “ospedale” per gli animali
selvatici smarriti, feriti, impauriti, anche se esteso ad altro uso
di tipo didattico, pur apprezzabile, rimane comunque assai riduttivo. La sua sorte incerta ne rende ancora più problematico il suo
mantenimento. Quasi una rinuncia ad una presiosa opportunità. Un'idea più articolata, potrebbe invece, ambire ad
altro utilizzo più prestigioso nonché redditizio. Va bene che esiste un
contenzioso sulla proprietà che forse ne limita la sua piena
disponibilità, ma la villa Zuppani ricca dei suoi 150 mila mq di
terreno, potenzialmente è in grado di produrre un suo reddito, fosse
anche solo per potere mantenere, semplicemente, la sua propria autonomia
economica senza incidere sulle casse della collettività. E' facile
immaginare che un tradizionale sfruttamento con mezzadria, forse, saprebbe ricavare un
utile controvalore per simile risorsa, finora, non sempre ricercato dal gestore pubblico nelle
proprietà condotte. Si parla tanto in termini economici di
spending review, di ecologia urbana e di responsabile uso
delle risorse invocando sostenibilità, biodiversità e simili
“parole d'ordine” per dire e dirci che dobbiamo spendere meglio,
riutilizzare e valorizzare ciò che già abbiamo. Ma ancora non ci
siamo. La recente timida tendenza di ritorno all'agricoltura e la
green economy,comunque, possono essere di aiuto per mettere a frutto le
energie rinnovabili e la riscoperta del suolo agrario nel primario
come elementi “amici” del lavoro umano.
Un concorso di idee
sull'uso produttivo della villa Zuppani non guasterebbe. Un simile bene economico locale, specie in tempi di economia
sempre più limitata nei mezzi, non può essere sottovalutato. A scopo
propositivo si suggeriscono alcune alternative d'uso. Si potrebbe, per esempio,
pensare di utilizzare la villa come luogo per: giardino botanico, fattoria
didattica, centro studi ambientali, produzione di piante officinali,
conservazione della biodiversità, banca del seme, coltivazione
biologica etc. etc.. Il tutto affiancato da scelte energetiche rinnovabili.
La tanto vituperata
politica, la locale specialmente, se vuole riscattarsi, riprendersi
il primato delle scelte territoriali utili alla Comunità
amministrata, non può far passare inosservata un'occasione di
riutilizzo redditizio della prestigiosa villa Zuppani. Sappiamo tutti che la
sfida che ci viene posta dallo sviluppo socio economico richiesto dai nostri tempi, deve essere affrontata a partire dalle risorse locali e attraverso processi innovativi, indirizzati verso una economia verde ecosostenibile.
Giuseppe Cancemi
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Ennesimo piano di recupero per il Centro Storico
FORMAZIONE DEI PIANI DI
RECUPERO DI CALTANISSETTA (2013)
(Nota di
Giuseppe Cancemi)
Le
esigenze di recuperare un centro storico, in generale, non sono
nuove. Caltanissetta, per l'ennesima volta e con grande ritardo
rispetto al contesto italiano, si cimenta con una nuova proposta
progettuale di riutilizzo-rinnovo a partire dal quartiere
“Provvidenza”. La premessa che muove il Piano di Recupero, cerca
di giustificare le proprie scelte ritenendo di essere “ in linea
con le direttive nazionali e comunitarie” e motivando un fine che è
quello di “contenere il consumo del territorio”. Sostiene di
adottare un criterio improntato all'ecocompatibilità, al recupero
delle valenze architettoniche, e avanza anche, tra le “nuove
esigenze” irrinunciabili dei luoghi, requisiti di “accessibilità
- anche carrabile”, assai discutibili.
La
relazione del nuovo Piano di recupero dopo 30 anni e alcuni passaggi
oramai storicizzati, rivela un'unica tendenza: l'attesa ripagata dal
tempo, dei prevedibili crolli per vetustà, che ripropone alla fine,
un antico disegno di politica urbanistica orientato ad una
edilizia, per il centro storico, sostitutiva dell'esistente. La nuova
(si fa per dire) tendenza nelle scelte di quest'ultimo piano di
recupero, a distanza di altri precedenti tentativi, fa emergere la
pervicace volontà politica di volere a tutti i costi sostituire il
«vecchio» col nuovo. Un passo della revisione del P.R.G. dell’anno
1982 riportata dalla relazione, a proposito dei passati Piani di
Recupero ai sensi della L.N.457/78 usato a suffragio delle tesi
sostenute dai redattori del PR così si esprime: ”Nelle more della
redazione di tali Piani, gli unici interventi ammissibili potevano
essere”, solo, “quelli di manutenzione ordinaria, straordinaria
e” di “risanamento conservativo”. Per inciso, termini corretti
nel restauro dei centri storici sostenuti dalla cultura urbanistica
corrente ma evidentemente non condivisi, poiché utilizzati in un
ragionamento del tipo: prima non si poteva intervenire in modo
diverso da quello prescritto, ora sì.
Il
tempo, è stato galantuomo (sic!). I quartieri della Provvidenza man
mano che crollano sono ora transennati per pericolosità e pronti a
ogni soluzione di nuova edilizia.
Verrebbe da dire... ci
siamo! Con l'emergenza sicurezza si può e si potrà giustificare
tutto.
Il Comune nel timore che si
verifichino crolli a danno degli abitanti del c.s. si attrezza per
operare senza veti. Il passaggio è lineare: con il timore dei
crolli, lo scopo preventivo del Comune consente di provvedere ad
allontanare gli occupanti delle abitazioni pericolanti in c. s. e si
barricano gli accessi al quartiere in attesa di potere intervenire
secondo una logica prevalentemente «modernizzativa» a partire degli
slarghi, alcuni già oggi diventati parcheggi per auto. Vedasi
esempio in foto di immagine documentata nella relazione del Comune di
Caltanissetta.
Pericolosa
tendenza annunciata: largo alle auto
In
clima di emergenza scompare ogni precauzione e interesse per il
destino dei nuovi sfollati (tali per condizioni economiche precarie)
che per questa tendenza si candidano con molta probabilità a formare
le baraccopoli nissene. Già in passato gli abitanti della
Provvidenza erano degli invisibili, non venivano considerati nei
cosiddetti piani di recupero, figurarsi ora che i crolli incombono.
La
ricca documentazione fotografica del degrado nella formazione dei
piani di recupero, riportata nella relazione dell'ufficio tecnico
comunale, preconizza la “soluzione finale”.
Nella
formazione del Piano, la relazione, com'era prevedibile nella logica
delle città materiali, esamina la presenza degli abitanti -
incidentalmente e senza dati recenti - evidenziando uno spopolamento
del c. s. nella dinamica complessiva dell'occupazione degli immobili
a fronte di ripopolamento con persone non italiane. Evitando di
entrare, per esempio, nel merito della composizione della proprietà
immobiliare e la tipologia degli attuali abitanti. In buona sostanza
viene rafforzata la necessità di intervenire per motivi igienici, di
decoro e di stabilità degli immobili. Nessuna relazione con le
esigenze abitative dei nisseni e non.
***
In sintesi
Dalla
relazione emerge la logica dell'emergenza eletta a metodo.
Aspettiamo... con i crolli la necessità di allontanare gli abitanti
(prima più difficile) ora si fa cogente e si può anche diradare a
misura (si fa per dire) d'auto. Si può costruire il nuovo.
Manifestamente sembrerebbe l'unica possibilità. Con ruderi
irriconoscibili la demolizione e ricostruzione con aumento della
volumetria in verticale, il diradamento in orizzontale per parcheggi
e l'allargamento di strade saranno accettati perché apparentemente
indolori.
Se la
partecipazione alla formazione dell'ennesimo piano serve a
corresponsabilizzare una scelta non solo urbanisticamente da
retrovia ma soprattutto etica, la risposta, a mio avviso, è no!
La
sfida che si può lanciare, invece, deve puntare ad un recupero
tendenzialmente conservativo e sostenibile. Si deve
partire dalle esigenze dei futuri cittadini abitanti di un ambiente
urbano storico a misura d'uomo com'era.
L'insediamento previsto, pur
senza uno studio sociologico che doveva essere approntato, si può
ipotizzare formato da anziani, giovani coppie, singoli, tra i quali
nuclei familiari con poche risorse economiche.
Gestione
Con le
strategie giuste e con un patto di solidarietà da inventare, si
possono organizzare sistemi di partecipazione al restauro,
affiancate da corsi di formazione professionale indirizzata al
recupero edilizio per piccole imprese e lavoratori con contratti ad
hoc sostenuti da Comune, IACP, cooperative, privati, cassa edili,
sindacati, confindustria, imprenditori, lavoratori-corsisti, ecc.
Le
risorse economiche dovranno essere reperite, tra finanziamenti agenda
2000, cassa depositi e prestiti, BOC, finanziamenti IACP e
cooperative, finanziamenti prima casa, capitali d'investimento
privati, nonché banche, specie le locali, attraverso le quali con
garanzie pubbliche, dovranno essere indotte ad erogare anche piccoli
prestiti. I cittadini tutti, gli interessati per primi, coinvolti
nei vari passaggi: dal progetto ai finanziamenti alla realizzazione,
assumeranno il ruolo di protagonisti del cambiamento. Il Comune dovrà
fondare un ufficio casa perenne per seguire tutte le operazioni di
recupero.
Le
proprietà pubbliche recuperate per prime, dovranno servire da spore
per innescare un processo virtuoso di parcheggio in attesa del
restauro, formazione/collaborazione, restituzione e così via.
Quali
agevolazioni si possono attivare riguardano: le facilitazioni
burocratiche, la riduzione degli oneri di urbanizzazione, degli
incentivi vari sui costi (cantiere, smaltimento sfabbricidi, ecc.) e
sulle scelte di sostenibilità.
Quale restauro
In
merito alla sostenibilità vanno orientate scelte di interventi che
tengano conto della bioarchitettura (verifica della presenza del gas
radon, basso in/out energetico, cappotto termico ecc.).
Risparmio idrico, con
recupero delle acque piovane e/o ricircolo delle acque grige
Risparmio energetico
(pannelli fotovoltaici, energia solare-termica) Eventuale
sperimentazione di teleriscaldamento con TOTEM e/o geotermia
Efficienza energetica su
tutto, elettrica e termica.
La vera
sfida va concretizzata confutando la ricostruzione e/o diradamento
(data per scontata per i ruderi) con il mantenimento del disegno
urbanistico del luogo (es. della Provvidenza con caratteristiche
ippodamiche). Cioè, mantenendo la maglia urbana del quartiere,
scongiurando il preteso sacrificio della dimensione ad uomo per
sostituirla con quella a misura di automobile (impossibile) per vari
motivi. Non necessariamente costituzione di volumi in altezza
consimili ai precedenti ma livellamento, eventualmente, in basso per
lasciare passare la luce la dove si ricostruisce e liberazione da
superfetazioni per spazi di preesistenti, cortili, giardini e slarghi
interni con pozzi.
Tipi di intervento
Acquisizione
(o intervento con partenariato Pubblico/privato) di immobili privati
in centro storico per la loro valenza storico-urbanistica, da
consolidare ristrutturare e restaurare e da destinare agli usi
pubblici previsti dal piano particolareggiato o di comparto. Possono
altresì, allo stesso scopo, essere acquisiti immobili diruti o non
abitabili per essere destinati dopo la loro sistemazione ad edilizia
residenziale pubblica (case parcheggio, alloggi, immobili di
scambio).
Il
recupero deve essere occasione di opportunità per crescere, non
scusa per dare al centro storico un nuovo che modifica, cancella i
segni del passato, mortifica l'immagine di Caltanissetta.
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venerdì 22 febbraio 2013
SMART CITY
La sfida dei giardini verticali alle foreste di cemento urbane
“Il
pioniere dei Giardini
verticali è
stato Patrick
Blanc, un
botanico e studioso parigino che con i suoi spettacolari giardini
verticali ha rivestito facciate ed aree, sia pubbliche che private,
non solo della capitale francese (dal primo muro presso
la Villette
fino ai 15.000
metri quadrati in Rue d’Alsace,
passando per il museo di Quai
Branly) ma
di Londra (Hotel Athenaeum), Madrid (Caixa Forum), Bangkok (Emporium
Shopping Mall), New Delhi (ambasciata di Francia), Taipei (Concert
Hall) e anche Milano (Caffè Trussardi) solo per citare gli esempi
più noti.”
Termini come sostenibilità,
smart city,green economy, bioarchitettura sono entrate nel
vocabolario della moderna cultura urbanistica....
Sono praticabili nelle città questi giardini ?
Purtroppo questa non è un'immagine di giardino verticale ma... il risultato di incuria
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INQUINAMENTO ELETTROMAGNETICO
QUESTI TRALICCI S'HANNO DA FARE... O NO!
Fermento a Belluno per il progetto che prevede il passaggio dell'elettrodotto della soc. TERNA nel territorio bellunese. I rappresentanti di alcuni schieramenti politici si rimpallano responsabilità di scelta, si tira in ballo anche l'assenza degli ambientalisti per questa levata di scudi avverso detto attraversamento. Tutti si agitano per una giusta difesa della salute pubblica. Sicuramente, una nuova fonte di inquinamento elettromagnetico che viene a sommarsi alle varie emissioni elettro-radio-magnetiche esistenti, sempre più copiose. Trovo giusto democraticamente che i cittadini si interessino e partecipino alle scelte. Mi permetto però di dire, solo per ricordarlo, che siamo immersi in una quantità enorme di radiazioni anche non ionizzanti provenienti dall'uso del nostro, apparentemente innocuo “gioiellino” (il cellulare per chi non lo avesse capito), sempre più utilizzato e per lungo tempo vicino al nostro cervello. Inoltre, forse non tutti sanno che asciugacapelli, rasoio elettrico, frigorifero, lavatrice, etc. etc. sono altrettante fonti di inquinamento da radiazioni, in questo caso ELF (Extremely Low Frequency), che possono essere correlate, per alcuni ricercatori, con patologie tumorali a causa della loro influenza sulle cellule. Morale: il trasporto di energia elettrica sopra la testa dei cittadini è un ennesimo rischio incombente, che va giustamente valutato.
Perché si abbia consapevolezza di ciò che parliamo, va ancora detto che le radiazioni non ionizzanti, come quelle del nostro caso, diversamente dalle ionizzanti (cosmiche, nucleari) non si accumulano nelle cellule viventi. Spiegandole con un paragone possiamo dire che: se l'essere umano si espone al sole in tempi relativamente brevi e intermittenti non corre il rischio di scottarsi. Ovviamente, conta anche l'intensità delle radiazioni che sempre con il paragone delle scottature possiamo accostare al diverso effetto nell'esporsi al sole nei vari mesi dell'anno.
Il limite di legge per l'esposizione verso l'elettrosmog in Italia, stabilito in 6v/m e 0,20 microtesla rispettivamente per radiofrequenze ed ELF ci mette al sicuro ma le applicazioni della sicurezza comportano realizzazioni non sempre possibili. Un traliccio, per esempio, con la sua linea di 380mila volt, per essere sicuro, dovrebbe passare oltre la nostra testa alla distanza di 300 metri (la torre di Eiffel).
Tornando ai nostri elettrodotti, il problema a mio sommesso avviso, ha un duplice aspetto: di protezione verso l'esposizione alle radiazione ed estetico dato il pregevole ambiente da attraversare. Per superare la questione come “inquinamento” ottico, basterebbe ricorrere ad un ridisegno del traliccio solitamente di serie,“compatibile” con l'ambiente, mentre, per garantire la salute pubblica, andrebbero ricercate alternative sicure fattibili. Le soluzioni dovrebbero spaziare: dal passaggio negato ad altro percorso lontano dagli abitati, al passaggio in prossimità delle zone abitate, interrato, non senza una schermatura con efficacia da verificare a regime, strumentalmente, con l'ARPAV. Certo, il vero ostacolo da superare, non nascondiamocelo, è la costosità delle scelte diverse dal consolidato meno oneroso, tradizionale attraversamento mediante tralicci. E questo, in periodo di “vacche magre” specialmente, fa la differenza tra sicuro e meno sicuro, accettabile o meno nel panorama.
Giuseppe Cancemi
Fermento a Belluno per il progetto che prevede il passaggio dell'elettrodotto della soc. TERNA nel territorio bellunese. I rappresentanti di alcuni schieramenti politici si rimpallano responsabilità di scelta, si tira in ballo anche l'assenza degli ambientalisti per questa levata di scudi avverso detto attraversamento. Tutti si agitano per una giusta difesa della salute pubblica. Sicuramente, una nuova fonte di inquinamento elettromagnetico che viene a sommarsi alle varie emissioni elettro-radio-magnetiche esistenti, sempre più copiose. Trovo giusto democraticamente che i cittadini si interessino e partecipino alle scelte. Mi permetto però di dire, solo per ricordarlo, che siamo immersi in una quantità enorme di radiazioni anche non ionizzanti provenienti dall'uso del nostro, apparentemente innocuo “gioiellino” (il cellulare per chi non lo avesse capito), sempre più utilizzato e per lungo tempo vicino al nostro cervello. Inoltre, forse non tutti sanno che asciugacapelli, rasoio elettrico, frigorifero, lavatrice, etc. etc. sono altrettante fonti di inquinamento da radiazioni, in questo caso ELF (Extremely Low Frequency), che possono essere correlate, per alcuni ricercatori, con patologie tumorali a causa della loro influenza sulle cellule. Morale: il trasporto di energia elettrica sopra la testa dei cittadini è un ennesimo rischio incombente, che va giustamente valutato. Perché si abbia consapevolezza di ciò che parliamo, va ancora detto che le radiazioni non ionizzanti, come quelle del nostro caso, diversamente dalle ionizzanti (cosmiche, nucleari) non si accumulano nelle cellule viventi. Spiegandole con un paragone possiamo dire che: se l'essere umano si espone al sole in tempi relativamente brevi e intermittenti non corre il rischio di scottarsi. Ovviamente, conta anche l'intensità delle radiazioni che sempre con il paragone delle scottature possiamo accostare al diverso effetto nell'esporsi al sole nei vari mesi dell'anno.
Il limite di legge per l'esposizione verso l'elettrosmog in Italia, stabilito in 6v/m e 0,20 microtesla rispettivamente per radiofrequenze ed ELF ci mette al sicuro ma le applicazioni della sicurezza comportano realizzazioni non sempre possibili. Un traliccio, per esempio, con la sua linea di 380mila volt, per essere sicuro, dovrebbe passare oltre la nostra testa alla distanza di 300 metri (la torre di Eiffel).
Tornando ai nostri elettrodotti, il problema a mio sommesso avviso, ha un duplice aspetto: di protezione verso l'esposizione alle radiazione ed estetico dato il pregevole ambiente da attraversare. Per superare la questione come “inquinamento” ottico, basterebbe ricorrere ad un ridisegno del traliccio solitamente di serie,“compatibile” con l'ambiente, mentre, per garantire la salute pubblica, andrebbero ricercate alternative sicure fattibili. Le soluzioni dovrebbero spaziare: dal passaggio negato ad altro percorso lontano dagli abitati, al passaggio in prossimità delle zone abitate, interrato, non senza una schermatura con efficacia da verificare a regime, strumentalmente, con l'ARPAV. Certo, il vero ostacolo da superare, non nascondiamocelo, è la costosità delle scelte diverse dal consolidato meno oneroso, tradizionale attraversamento mediante tralicci. E questo, in periodo di “vacche magre” specialmente, fa la differenza tra sicuro e meno sicuro, accettabile o meno nel panorama.
Giuseppe Cancemi
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lunedì 11 febbraio 2013
Legge sulla difesa dell'albero
IL MINISTRO DELL'AMBIENTE, CORRADO CLINI, RISPOLVERA LA TRADIZIONALE "FESTA DEGLI ALBERI" E LA LEGGE RUTELLI IN UNA RECENTE LEGGE DEFINENDOLA "UN PASSO IMPORTANTE PER LO SVILUPPO SOSTENIBILE DELLE CITTÀ ITALIANE E PER DIFFONDERE LA CULTURA DEL VERDE"
Entra in vigore tra qualche giorno (il 16/02/2013) la legge 14 gennaio 2013, n. 10 pubblicata nella G. U. n. 27 del 1-2-2013. E' una legge sugli spazi verdi urbani che ufficializza la Giornata Nazionale degli Alberi il 21 novembre e tutte le iniziative ad essa legate. Istituisce il "catasto" degli alberi nelle grandi città, e l'obbligo, per i comuni sopra i 15.000 abitanti di porre a dimora un albero per ogni neonato e "ogni bimbo adottato". Il censimento riguarderà anche gli alberi "monumentali" e storici della città: l’eventuale danneggiamento o abbattimento sarà punito. Ogni sindaco, alla scadenza dell'incarico, dovrà rendere pubblico il bilancio arboreo affinché i cittadini possano verificare l'impegno "verde" del suo mandato. Regioni, le Province e i Comuni, nell’ambito delle proprie competenze, sono tenute a promuovere l’incremento degli spazi verdi urbani e, al tempo stesso, debbono favorire il risparmio e l’efficienza energetica e l’assorbimento delle polveri sottili, con strumenti come il rinverdimento delle pareti degli edifici. Con questo provvedimento si mira a conservare la biodiversità afferma il ministro Clini al fine di ridurre l’inquinamento, proteggere il territorio dal dissesto e stimolare comportamenti quotidiani virtuosi.
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Locandina M'illumino di meno 15 - 2 - 2013
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