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lunedì 30 maggio 2016

Cacciatori a scuola



Didattica dell'ambiente naturale affidata ai cacciatori

Chi pratica l'attività venatoria, in materia di ambiente naturale, non può essere un buon maestro! Altera la naturale etologia relazionale uomo-animale.


E' CREDIBILE L'AMBIENTALISMO DEI CACCIATORI?


Senza alcun spirito di polemica, brevemente, al Presidente provinciale dei cacciatori di Belluno, si ribadisce che la semplice presenza di un “cacciatore” nelle aule scolastiche, evoca nell'immaginario dei discenti, un qualcuno che nel mondo moderno, pratica un'attività che appartiene al passato remoto. L'uomo che per sopravvivenza, prima di conoscere l'agricoltura, praticava la caccia e la pesca. Una persona che, in tempi moderni, dell'uccisione di particolari specie animali ne fa uno “sport” e delle armi un “totem” della sopraffazione che esalta la supremazia dell'uomo sulla fauna.
Pur parlando della natura in termini di prevenzione dei rischi e/o di manutenzione degli ambienti naturali - come asserisce il Presidente dei cacciatori bellunesi - ad adolescenti e giovani studenti, l'uomo, "predatore" di animali, si pone come poco credibile nell'etica della comunicazione. Predica per l'attenzione agli eventuali pericoli che esistono in ambiente naturale per l'uomo, ma non esita ad uccidere gli animali oggetto di caccia. Una incomprensibile contraddizione sulla concezione di vita o di  morte che alcuni umani hanno verso altri esseri viventi.
Per concludere, è mia convinzione che la figura del cacciatore, trova terreno fertile in chi ha una concezione antropocentrica, ma che fortunatamente da tempo viene messa in discussione, nelle civiltà più evolute. E tutti, oramai, sanno che la caccia ha ragion d'essere solo per la lobby delle armi e meno per la difesa della natura che è solo, diciamo, un paravento.
Dunque caro Presidente, la presenza dei rappresentanti di una cultura venatoria, se pur legittima, stride col panorama del sapere consapevole di cui si serve la scuola. Una ricerca di visibilità nell'ambiente scolastico a tutti i costi, con temi che i piani formativi scolastici affrontano con appropriata pedagogia e scientificità, rischia di apparire più come una legittimazione morale che non altro.
 Le nuove generazioni, più informate, nel confronto col mondo esterno alla scuola, semmai, debbono imparare a dibattere - nella specificità dei temi ambientali - il mantenimento della biodiversità e degli ecosistemi, la difesa faunistica e, complessivamente, il concetto di sostenibilità.


Giuseppe Cancemi

mercoledì 18 maggio 2016

Belluno e la viabilità sperimentale

Specie umana "automobilista indisciplinato"                          

Il cittadino rispettoso dell'ambiente - specie in via di estinzione - in quanto sensibile alla natura, ha dimestichezza con i temi delle specie viventi e in particolare dell'homo sapiens.
A Belluno da tempo, ahimè, è costretto ad assistere al fenomeno della spazialità urbana: "come ti liberi ti occupo", tutto italico, che alberga in centro storico.
L'adattamento della specie “automobilista indisciplinato" il Comune la "osserva" da lungo tempo proprio in un luogo privilegiato: piazza Duomo.
La foto mostra, come la perenne fase sperimentale nell'agorà continui.
La metodologia adoperata nell'osservazione, fa leva su uno spostamento continuo dei grandi vasi dissuasori, allo scopo di impedire un eventuale parcheggio (solo nominalmente ritenuto abusivo).







Le varie risposte all'osservazione condotta dal Comune - tra uno spazio delimitato che si allarga, per così dire, ora verso l'area  laica (la  Prefettura) o, in alternativa, verso l'area religiosa (il Duomo) -  inducono ad una facile conclusione (vedi foto) che testimonia un fatto: comunque la si rigiri, ad ogni creazione di nuovo spazio, la specie "automobilista indisciplinato" si ricolloca. Non senza confidare, però, in una tolleranza già collaudata.


Giuseppe Cancemi


Belluno, 30 maggio 2016

NOTA 
Leggendo l'articolo si ha l'impressione che:
- si vuole mantenere la volontà di perseguire una politica della circolazione stradale, in controtendenza  con gli orientamenti europei;
- la tolleranza a reprimere gli abusi, può essere elastica a convenienza;
- non si vogliono avversare i commercianti e L'Ascom per pochi inutili parcheggi.
Insomma, un atteggiamento complessivo poco accorto a quella parte della città che rappresenta l'identità urbana: il centro storico.



lunedì 16 maggio 2016

ERBARIO-MUSEO







Il Parco delle Dolomiti patrimonio dell'umanità si conosce, il centro di accoglienza ERBARIO-MUSEO di Belluno, presente in adiacenza con il Circolo Culturale “Piero Rossi” è meno noto, ma assai interessante per il territorio, e non solo.
La struttura è un luogo di studio e di apprendimento che tutti dovrebbero conoscere. 

Archivi cartacei, reperti storici di erbari con piante essiccate provenienti dalle essenze presenti sulle Dolomiti, accogliente sala-archivio multimediale e una qualificata guida scientifica sono a disposizione delle scolaresche di ogni ordine e grado ma anche di un pubblico adulto.

Personalmente ho visitato questa preziosa risorsa culturale e trovo che sono migliorabili gli orari di ricevimento del pubblico, la riconoscibilità del luogo e la divulgazione di questo particolare sapere. Auspico che si faccia una adeguata pubblicizzazione e si dia una migliore visibilità di cui non noto i segni e le premesse. 


Al di là di questi miei opinabili rilievi, mi sembra che questo nuovo inserimento nel novero delle agenzie culturali è un buon segno di ulteriore promozione territoriale, che arricchisce le opportunità, le conoscenze e il vivere sociale.

Giuseppe Cancemi

martedì 12 aprile 2016

LA COERENZA umana


NON CAPISCO ...


NON CAPISCO! La Sicilia ha estratto petrolio con varie compagnie in anni remoti ('50 e seguenti) e nessuno fino ad oggi si è accorto che inquinava e continua ad inquinare;

non capisco, perché tutte le volte che qualcuno prova a usare energie alternative pulite e rinnovabili, come per esempio quelle idriche, eoliche o fotovoltaiche l'alzata di scudi avviene come per le energie fossili;

non capisco, come mai in Europa l'Italia non rappresenti, come altri partner, un rischio per il nucleare e però paghi a caro prezzo l'energia prodotta dagli stati comunitari la cui propria vulnerabilità al disastro atomico la estende anche al nostro Paese;

non capisco, quelli che giustamente pretendono dalle comunità locali, dallo Stato servizi migliori, strade, trasporti, energia, internet, comunicazione individuale, etc. ma protestano od ogni minimo segnale di intervento, di ampliamento, di ammodernamento per le stesse rivendicate;

non capisco, quel coacervo di bandiere di strane “tifoserie”, quando si agitano per ogni “venticello” di lato, di centro, di sopra o di sotto pronte alla “baruffa” di tutti contro tutti e tutto, specie quando una qualsiasi iniziativa nuova compare all'orizzonte in qualcuno degli italici “orticelli”;

non capisco, le rivendicazioni, la opposizione a tutto o a quasi tutto dalla modernità, pur usando individualmente a piene mani ogni prodotto delle moderne tecnologie;

non capisco, la doppiezza di ognuno nei temi di interesse generale a seconda se siamo nel campo dei fornitori o dei fruitori di un servizio, di un bene;

riconosco benissimo, però, l'antico vezzo che opponiamo al “disturbo” quando qualcosa ci tocca da vicino, ci “inc....mo” e facciamo scattare sempre: Not In My Back Yard (pressappoco, non nel mio giardino!).


Giuseppe Cancemi

domenica 10 aprile 2016

CALTANISSETTA E UNA DELLE SUE RISORSE




MUSEO DELLA ZOLFARA


Tra sei mesi o più, poco importa, avremo il museo della zolfara. Leggo che la struttura ospiterà una importante museo mineralogico, paleontologico e della zolfara con un’esposizione permanente dedicata alla tecnologia mineraria per l’estrazione dello zolfo in Sicilia. Una struttura la cui impronta che si vuole ripercorrere resterebbe di tipo scientifico-geologica, tecnica e tecnologica. A parer mio limitare il museo agli aspetti dichiarati mi sembrerebbe assai riduttivo nei confronti dell'umanità e del fare della stessa che ha attraversato quel periodo. Penso, particolarmente al ruolo dell'industrialismo ottocentesco siciliano e nisseno in particolare, il quale, con la sua economia non più solo primaria, o comunque legata all'energia al territorio (idrica) proiettava anche nella nostra città nuova luce. La parte materiale sintetizzava nel centro storico la cultura mittel europea dell’abitare (spazi di vita collettiva, palazzi e arredi urbani), delle prime conquiste nei diritti dei lavoratori ma, soprattutto, per la parte spirituale, esprimeva una forte vocazione che trovava nei  riti religiosi e negli oggetti di devozione un culto unico. Insomma, ritengo che in una storicizzazione museale si debba ospitare una ricostruzione il più possibile a 360 gradi.


Giuseppe Cancemi


Belluno, Piazza Duomo

MOSTRA PENSATA O MOSTRA IMPROVVISATA?


Passando e ripassando per Piazza Duomo, mi sono più volte soffermato a guardare la mostra di “Barbara Cappochin”. Cinque Tavoli appositamente progettati per esporre le immagini dei vincitori del Premio Internazionale di Architettura. Dunque, se ho ben capito, gli oggetti della mostra sono due: copie di una scelta di alcuni degli elaborati riferiti ai vincitori del Premio e 5 tavoli, diciamo, “contenitori” progettati appositamente per rappresentare la “Mostra”. Confesso che non è stato comunicativamente intuitivo (ma forse questo è un mio limite) accorgermi che la mostra aveva un duplice scopo. O no?!!


Ciò premesso, mi permetto di rilevare quanto, a parer mio, mi è sembrato di osservare.
Inizio con la comunicazione della mostra che non può non essere stata pensata e soppesata. Eppure, per come appare, mi ha dato una prima impressione di un evento affidato, semplicemente, alla bontà dei contenuti del premio e dei contenitori appositamente progettati e realizzati. L'immagine complessiva che ho ricavato, mi è sembrata, priva di una progettualità espositiva, di un approccio, di un raccordo comunicativo nonché di un tramite  tra l'oggetto mostra e il fruitore. Il sociologo McLuhan, e non io, dà un'alta valenza alla struttura comunicativa, ritiene che debba incidere sui modi di pensare, di osservare e di comportarsi di ogni fruitore/visitatore. Insomma deve indurre qualcosa di più al semplice guardare e tutt'al più, semplicisticamente, ricavare un giudizio di bello/brutto. La spiegazione dell'intera mostra era contenuta in un foglio formato A2 (credo) e il carattere mi ricordo doveva essere corpo 14 o forse 12. Poco più evidente che una comunicazione burocratica, un contenuto di caratteri alfanumerici d i sommessa visibilità che non dava un risalto orientativo alla comunicazione. Nel merito delle immagini nulla da dire, ovviamente, ma non ho trovato alcun aiuto alla lettura. Cioè, non c'era un percorso di lettura, una guida, un commento, nulla. Forse, la comunicazione voleva essere sottintesa. Voleva probabilmente lasciare spazio alla comprensione del tutto, mediante il libero arbitrio del “lettore”, immaginandolo solo un “addetto ai lavori”.  Ma la mostra non serve a veicolare, amplificare gli effetti di un evento culturale, nonché a socializzare ed eventualmente a far condividere o meno i contenuti mostrati?

Nel merito della realizzazioni dei “Tavoli” mi permetto di far notare che una, non solo mia, personale constatazione portava ad avere qualche perplessità nei confronti, specialmente, di uno dei tavoli che rendeva difficoltosa la lettura del contenuto mostrato. Forma del tavolo e posizione delle immagini mostrate non consentivano un'agevole lettura. Suggestivo, forse anche esclusivo ma che fa pensare al rapporto proprio tra utilità e design di un progetto.
La funzione in un oggetto da progettare o progettato non è un optional.
E visto che si trattava di una mostra del “Premio Internazionale di Architettura” le poche osservazioni da me fatte dovrebbero fare riflettere gli organizzatori.
Due partecipazioni alla condivisione col grande pubblico dei visitatori, mi sono sembratati quanto meno fuorvianti. Si sono voluti mostrare due insiemi diversi per progettualità, per ambiti (locale e internazionale) e per fattualità. Un intreccio tra rappresentato e realizzato, segnato da una subalternità.
In conclusione, ad esser sincero, confesso che l'evento di grande spessore di un ambito culturale, come quello di architettura mostrato in Piazza Duomo, ripensato nei miei ultimi passaggi mi è apparso, a rifletterci, più figlio di una casualità distratta, sicuramente e forse involontariamente banalizzato che non altro.


Giuseppe Cancemi

Le "AREE VASTE" in Sicilia




CONSORZIO DI COMUNI: con quale il criterio s'intende fare l'aggregazione?
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L'Italia delle Province si trasforma. La Sicilia comincia sostituendo le 9 Province con i Liberi Consorzi.




L'esempio di alcune aree interne.


Ma dove stanno i criteri d'aggregazione dei liberi consorzi delle cosiddette aree vaste?



Non mi sembra che i consorzi debbano essere ridotti ad un'aggregazione di Comuni, sommando in modo aritmetico le singole popolazioni degli aderenti. Mi spiace dirlo, ma così come si presenta, sembra mancare proprio della base di tutto: un progetto aggregante, elaborato “a più mani” e condiviso dai Comuni che hanno scelto di aderirvi. Per grandi linee, credo che un insieme disomogeneo di comunità locali, debba ricercare in un progetto comune, quei punti unificanti che comprendano, tra le aspettative, una strategia di politica favorevole allo sviluppo. L'appartenenza territoriale maggiormente allargata, voluta dai cittadini per libera scelta, deve nascere da una fusione del singolo campanile nel crogiolo di un nuovo modo di sentire, di essere.
La ratio che dovrebbe muovere la nuova aggregazione, non può non partire dai servizi da consorziare per ridurre gli sprechi e dalle risorse da mettere insieme per affrontare una nuova sfida che coinvolge per “aree” il futuro sviluppo socio-economico della Sicilia.

Giuseppe Cancemi

venerdì 8 aprile 2016

BELLUNO, gli alberi di Via Cavour

ALBERI, tagli annunciati


Di alberi dal 2012 a Belluno ne sono stati abbattuti abbastanza. Sono cadute piante ornamentali che, oltre a svolgere il loro ruolo più elementare di mitigazione del clima estivo e di conversione dell'anidride carbonica in prezioso ossigeno, “arredavano” e segnavano il riconoscimento dei luoghi. Alle lamentele di qualche cittadino per una “moria” arborea spinta, apparentemente inspiegabile, veniva data una giustificazione “tecnica” di opportunità e prevenzione per malattia delle piante e/o rimozione del pericolo per pubblica incolumità. Tutto normale. Chi amministra la città sa e fa e gli amministrati non sanno e debbono solo condividere obtorto collo. Da qualche giorno sono iniziati lavori di straordinaria manutenzione dei marciapiedi e si è iniziato con l'abbattimento di alberi. Il Sindaco, giustamente, mette le mani avanti e a mezzo stampa fa sapere che l'abbattimento delle piante, appena iniziato in via Cavour, rientra nella necessità di eliminare l'invasivo apparato radicale, presente su tutto il marciapiede, e dunque causa della sua sconnessione. 
A spanna quell'alberatura di via Cavour deve avere superato una trentina di anni o poco più. Questa datazione mi induce una semplice osservazione: quelle essenze arboree con quale criterio sono state messe? Sono state piantate mediante un progetto firmato da accreditato professionista o sono il risultato di una piantumazione così tanto per mettere degli alberi? Comunque, anche un semplice giardiniere avrebbe saputo che un albero per il luogo di impianto va scelto anche in base all'apparato radicale. Sappiamo tutti che nei marciapiedi e nei cimiteri, per esempio, vanno evitati alberi con radici fascicolate. Di solito, infatti, sono le essenze con radici fittonanti le più utilizzate nei viali alberati a scopo decorativo, architettonico, ecc.. 
E' il caso di dire: alberi sì ma non a c...o

E' strano come sia accaduto che solo oggi ci si accorge degli alberi non idonei al marciapiede di via Cavour impiantati in un periodo in cui la pratica urbanistica sarebbe dovuta essere quella tecnica prima e contrattata dopo, dunque sottratta all'empirismo delle opere pubbliche del capo mastro. Ma si vede che così non è stato e il tempo lontano (relativamente) forse, non ci permette di conoscere le eventuali responsabilità. Viene da chiedersi: ma il danno dell'abbattimento di alberi maturi, del marciapiedi da rifare e dell'impianto di nuove essenze arboree è o non è un danno erariale?
Il Sindaco promette il reintegro delle piante con il rifacimento del marciapiede e va bene. Ma questa volta, esiste un progetto dettagliato di opera stradale che comprende la piantumazione di alberi secondo criteri tecnico-scientifici o/e se si vuole estetico-architettonici o siamo alle solite riparazioni casarecce che ci faranno in un futuro prossimo malignamente dire: “pedo el taccon chel bus”?

A parte la facile battuta, il Comune, pur nelle mille difficoltà che incontra per la gestione della città, però, non può e non deve solo inseguire alla bisogna i guasti. Dedicare alla manutenzione anziché al nuovo parte delle previste risorse di bilancio è più saggio. Prevenire con una puntuale manutenzione programmata riduce i costi e mantiene i servizi sempre in piena efficienza. I cittadini si fidano, ma questa volta in tempi di internet, il primo cittadino faccia in modo che tutti possano vedere i progetti a partire da questo di via Cavour. Con l'occasione, il Sindaco, faccia anche sapere, visto che la sua amministrazione volge alla scadenza, quanti alberi sono stati messi a dimora per ogni nuovo nato o adottato durante il suo mandato. I bellunesi apprezzeranno sicuramente. 

Giuseppe Cancemi



APPENDICE DEL GIORNO DOPO (11 aprile 2016)

Dai lavori che prevedono l'abbattimento degli alberi in via Cavour, a giudicare dai luoghi, i conti non tornano. Lo scenario che attualmente si presenta appare con alberi abbattuti alternativamente, con una logica distributiva quasi geometrica, che lascia intuire più a un diradamento che non ad una soluzione, alla lettera, radicale. Si è scelto di eliminarli, uno sì e uno no, tutti in fioritura, e non senza abbondare sui sì. Sembrerebbe, che gli alberi graziati hanno un qualche merito per essere stati risparmiati. In compenso, è stata regalata ai ceppi rimasti una rifinitura da “figaro”. 



Eppure ricordo di avere letto che le piante da eliminare, causa del dissesto rilevato, rientravano in un “progetto di rifacimento”. Bene! Allora perché il taglio assomiglia più ad un diradamento che non ad una radicale sostituzione delle attuali piante con altre a radici fittonanti? Si vuole, forse, mascherare un'ennesima azione demolitrice di piante a Belluno, che sembra appartenere ad un ragioneristico disegno di riduzione delle spese nella voce a bilancio destinata alla manutenzione?


UDITE, UDITE... cosa dice il Dirigente comunale in merito alla questione verde pubblico






mercoledì 6 aprile 2016

BELLUNO: via San Lucano perde un altro albero, in silenzio ...ssst!

Fine di un albero che segnava un orizzonte patrimonio dell'immaginario collettivo


Un albero che “cade” in città, dovrebbe fare più rumore di una foglia. È invece no!
A Belluno il maestoso albero affacciato sul Piave che faceva da sfondo alla via San Lucano è sparito in perfetto silenzio, senza fare alcun "rumore". Nessuno si è chiesto o ha chiesto alla proprietà legittima il perché di questo abbattimento. Eppure quell'albero arcinoto nella memoria dell'immaginario collettivo ma anche nelle foto ricordo e nelle cartoline, è ancora vivo.

La cosa strana è che non sappiamo se residenti e autorità cittadine si sono accorti o si sono girati dall'altra parte ovvero, eventualmente, perché non sono intervenuti, chiedendo almeno alla proprietà l'impianto di una nuova essenza in compensazione di quella eliminata.

Non si spiega neanche come mai anche le associazioni ambientaliste, così tanto attente per altro, in questo caso hanno taciuto e tacciono.

Così, tanto per capire, ma il Comune - pur non esercitando, relativamente, alcuna potestà sugli alberi, fosse anche per quell'orizzonte verso il Piave, oggi impoverito - non aveva voce in capitolo per impedire o condizionare quella grave perdita?

Viene da chiedersi quali altre autorità locali e non, con compiti di tutela, potevano intervenire per quella drastica soluzione di taglio radicale, senza appello, e almeno pretendere il ripristino dello “skyline” con pari essenza già adulta?
Precedente visione
La situazione attuale













Albero abbattuto
Sicuramente ciascuna delle autorità preposte alla salvaguardia del nostro patrimonio dei beni culturale, che si occupano territorio e ambiente, hanno fatto il proprio dovere. Il silenzio però assordante di questa eliminazione non può farci rassegnare al “vuoto paesaggistico”che si è determinato e viene spontaneo domandarsi: dov'erano quando è stato abbattuto l'albero di via San Lucano? Un albero paesaggisticamente significativo, la cui immagine appartiene a tutti meritava almeno un minimo di trasparenza comunicativa ai cittadini bellunesi.

Per ultimo, appare sicuramente almeno curioso che nelle riprese di Google presenti in internet il luogo è visibile chiaramente senza quell'albero (abbattuto solo qualche mese fa) e dunque viene da pensare com'è possibile un simile tempismo di cancellazione della memoria visiva e rappresentativa in un'Italia dove i tempi di recepimento delle modifiche territoriali sono ben altri?

Provare a guardare su Google Maps per credere!

Giuseppe Cancemi



giovedì 17 marzo 2016

BELLUNO E IL COMMERCIO IN CENTRO STORICO


Quali  le scelte per rivitalizzare il centro storico?


      Sono molto d’accordo con il primo cittadino di Belluno sulla limitazione,  anzi “guerra” ai centri commerciali, ma obietterei che è un po’ tardino per pensarci e alquanto balzana l’idea  di un “chiosco di vendita per pastin” come esempio d’iniziativa concorrente, per rivitalizzare il centro storico.
Il lancio di una simile scelta politica suffragata nei fatti, da una grande indecisione sulle modalità d’ammissione del traffico in centro storico, mi rende ancora più perplesso.
Si aggiunga anche che i residenti del centro storico nell’idea di rigenerazione del centro storico sono assenti e un degrado latente si va manifestando, mentre si auspica un commercio (di vicinato) e magari al servizio di un turismo tutto da sviluppare. La convinzione che assecondare la circolazione automobilistica fa bene al mantenimento/sviluppo delle attività commerciali, è il “leitmotiv” che assilla la gestione del cuore della città. Forse, bisognerebbe interrogarsi sul perché gli acquisti nelle principali vie del centro sono in calo o non ce ne sono affatto. Siamo sicuri che la causa è dovuta unicamente alla mancata circolazione di auto? Non sfiora l’idea che potrebbero essere altri, i motivi della crisi commerciale? Per esempio: le tipologie delle mercanzie offerte,  i prezzi, il rapporto tra tipologia dell’offerta e la sua domanda, l’ampiezza delle scelte, la qualità dei prodotti, la esclusività o la inflazione di quel prodotto, etc., sono o no elementi che influiscono sul successo o meno di vendita in un dato luogo? Insomma fattori come quelli accennati che nulla hanno a che vedere con le auto nel cuore della città. Non potrebbero essere quelle, invece, le effettive ragioni di un allontanamento dal centro della clientela? Ecco, forse qualche dubbio in più dovrebbe fare riflettere amministratori e operatori  commerciali i quali imputano quasi tutto al traffico. Pensare ad una continuità commerciale che viene da lontano: con  il nonno prima e appresso il padre e dopo il figlio nella conduzione di un’attività economica andata sempre bene, quando circolavano liberamente le auto, non basta. Come non è sufficiente un inizio di attività commerciale sulla base di una semplice intuizione o convinzione che quel luogo continuerà ad accettare sempre le stesse condizioni e con la medesima tipologia di esercizio. Non è più tempo di empirismo. Gli operatori commerciali moderni oramai
conoscono e si servono di strumenti come il business planning, per verificare o iniziare un’attività. Non si può più investire senza prima avere indagato il mercato, le sue potenzialità e gli elementi che ne determinano la fattibilità di quel dato commercio. Insomma è opinione diffusa che il pianificare prima di investire fa parte delle buone pratiche che ogni azienda dovrebbe sempre avere presente prima di agire.  Non meno importante da parte pubblica, per un corretto uso della città, il Comune dovrebbe avere nel “cassetto” un Piano Commerciale aggiornato, e non solo quello, per dare risposte circostanziate agli operatori commerciali, prima di prendere ogni decisione. La complessità dell’organizzazione urbana richiede di conoscere prima di operare. Senza uno studio sociologico dei destinatari (residenti, commercianti, fruitori potenziali, etc.) l’insuccesso già sperimentato è assicurato.
Concludendo, senza acquisizioni essenziali: dalle condizioni sociali ed economiche, alla mobilità, ai servizi essenziali dei cittadini, alle relazioni tra le parti della città (centro storico, aree periferiche, territorio) non si va da nessuna parte.
Dunque, Belluno tiri fuori dai cassetti o prepari progetti e/o studi, dove il primato della politica, possa indicare le migliori soluzioni, alla luce delle conoscenze tecniche necessarie, per un contesto più complesso che si inquadri nel “sistema città”.


Giuseppe Cancemi


sabato 20 febbraio 2016

CALTANISSETTA: IL MUSEO DELLA ZOLFARA




Tra sei mesi o più, poco importa, avremo il museo della zolfara. Leggo che la struttura ospiterà una importante museo mineralogico, paleontologico e della zolfara con un’esposizione permanente dedicata alla tecnologia mineraria per l’estrazione dello zolfo in Sicilia. Una struttura la cui impronta che si vuole ripercorrere resterebbe di tipo scientifico-geologica, tecnica e tecnologica. A parer mio assai riduttiva nei confronti dell'umanità che ha attraversato quel periodo. Penso all'industrialismo ottocentesco siciliano e nisseno, in particolare, il quale con la sua economia, non più solo primaria, proiettava nella città nuova luce.
Renato Guttuso - La zolfara
La parte materiale sintetizzava nel centro storico la cultura mittel europea dell’abitare (spazi di vita collettiva, palazzi e arredi urbani), delle prime conquiste nei diritti dei lavoratori ma, soprattutto, per la parte spirituale, esprimeva una forte vocazione che trovava nei  riti religiosi e negli oggetti di devozione un culto unico. Insomma, ritengo che in una storicizzazione museale si debba ospitare una ricostruzione il più possibile a 360 gradi.

Giuseppe Cancemi

sabato 13 febbraio 2016

L’ANTENNA DIMENTICATA



La dismissione delle trasmissioni in Onde Medie e Onde Lunghe che la RAI sta operando da qualche tempo in Italia, ha allarmato quelle sedi dove sono presenti proprio gli impianti per questi sistemi di emissione. Caltanissetta, tra questi siti, rappresenta l'estremo limite Sud della rete che si collega con la penisole Italia in tutta la sua lunghezza. La chiusura di Napoli Firenze, Budrio (BO), ecc. Ha già generato dei mal di pancia ma non abbastanza forte, perché si cerchi un filrouge che saldi un possibile salvataggio con un ripensamento non certo semplice ma piuttosto riformando in qualche modo l'essere del sistema di trasmissione. Cosa rappresenta l'antenna RAI in questione per l'Italia e Caltanissetta è da collegare al tempo attraversato del nostro paese per gli aspetti: economici, politici e tecnologici.

Nel corso degli anni ’50 che hanno visto sorgere le OM (onde medie),  OL (onde lunghe) e SW (onde corte) a Monte S. Anna, l'Italia veniva attraversata dalla ricostruzione prima e dal boom economico a seguire, era viva ancora la questione meridionale e in politica la Sicilia e Caltanissetta disponevano di influenti parlamentari e un qualche potere. Insomma, con l’allargamento della comunicazione RAI si verificava la buona occasione per dare alla Sicilia un “contentino”.
 In realtà la centralità geografica di Caltanissetta in Sicilia, rappresentava strategicamente il fulcro della comunicazione nel Mediterraneo e l’occasione per rompere l’isolamento anche culturale di una delle zone isolane interne e della Sicilia stessa.
La collinetta di S. Anna, in epoca delle zolfare tra Ottocento e Novecento, ricordata come rifugio abitativo per i poveri minatori che occupavano le “grotte di S. Anna”, si tramutava in altra cosa: in estremo lembo Sud della presenza RAI, Radio Televisione Italiana, sede di una “moderna tecnologia della comunicazione per lo sviluppo dei popoli!”
Vero è che da un punto di vista economico, se si vuole guardare a ciò che ha comportato la presenza RAI a Caltanissetta, nulla ha mutato quell’insediamento. Anzi, ha messo in allarme la popolazione per la diffusione di radio onde non ionizzanti e dunque in allarme mai sopito, per un paventato inquinamento, comunque mai rilevato e/o ricercato ufficialmente. La città ha ignorato quel traliccio dalle misure eccezionali, visibile da ogni via di avvicinamento a Caltanissetta. Quell’antenna, è diventata quasi un simbolo suo malgrado e solo ora in procinto di dismissione diventa protagonista.
Base di appoggio antenna
La si vuole mantenere a furor di popolo, come memoria storica “museale”. Quasi, a rivendicazione risarcitoria  dell’inesorabile sistematica “perdita” di funzioni/istituzioni già svolte/presenti nella città, come sede di Provincia, Banca d’Italia, Distretto militare, etc.. Uno smantellamento del capoluogo (già Capovalle dei Borboni) come sede burocratica, non ancora assimilato, per una complessiva riorganizzazione dello Stato allo scopo di ridurre spese e sprechi in campo nazionale. Cosa bolle in pentola non si sa.
Il vincolo della Soprintendenza, come primo atto di conservazione della memoria, appare incerto. Gli enti locali non fanno una parola e sembra che l’apparato tecnico strutturale della RAI di Caltanissetta, a guardare bene non sembra orientato ad una dismissione per rottamazione ma piuttosto alla riconversione. Intanto il tempo passa inesorabile.
Prima che l’antenna diventi esclusivamente da rottamare, quali vantaggi la comunità nissena può ricavare? Senza alcun dubbio: economici, politici, sociali e tecnologici. Basti pensare al Wi-Fi per un ampio raggio, alla sicurezza comunicativa in caso di calamità nazionali per la protezione civile (dalle Alpi alle Piramidi), a sede partner per la diffusione radio e tv - Televisione Digitale Terrestre (DTT o DVB-T) e forse altro ancora.

Giuseppe Cancemi


Comune di Caltanissetta - Dalla variante al P.R.G. in località S. Anna

mercoledì 6 gennaio 2016

Caltanissetta: appunti incompleti e sintetici della crescita urbano-edilizia


Urbanistica/Edilizia  a Caltanissetta negli anni…




1881 - "Piano Regolatore... Per ingrandimento della città sulle terre contigue alla stazione" - Alfonso Barbera ing. capo del Comune di Caltanissetta

1909 - Reperimento nuove zone e risanamento igienico-sanitario - G. Di Giulio (ing. Ufficio Tecnico Comunale
VERDE - Giardino pubblico nel Vallone Grazia; mantenimento degli orti irrigui (attuale via Rochester).

1921 - Viene ristudiato lo stesso piano del 1909-1911 in merito ad acqua, fogne e strade ad opera del libero professionista ing. L. Cammarata.
Questo ristudio avviene secondo la legge n. 2369 del 1865 intesa come "legge di Napoli" che prevedeva appunto: risanamento igienico e sanitario; migliore viabilità; espansione.

1943
- PRG (ing. E. Caracciolo)
Eventi bellici '43 non considerati
53.000 ab. - 493 ab/Ha ("veramente enorme”)
Il dato accettato dagli urbanisti è : 250-300 ab/Ha (ritenuto ottimale)
Il suddetto PRG rileva che esistono valenze paesaggistiche da non alterare come:
Monte S. Giuliano e C.da Medica.
Il medesimo, elegge un nuovo centro direzionale in via Cavour e via Napoleone Colajanni, attribuendo alla Piazza Garibaldi il ruolo di “salotto" in assenza di traffico.
La legge urbanistica nazionale è la 1150/'42.

1952/53 - Piano di ricostruzione (ing. Giordano)
Costruzioni UNRRA CASAS
Case popolari S. Flavia, via Messina (carcere)
Sventramenti:
Largo Paolo Barile, via Medaglie D'oro e via Re d'Italia.











BELLUNO: come va l'inquinamento?


INQUINAMENTO? NO PROBLEM!


ALLARME INQUINAMENTO ATMOSFERICO

I recenti allarmi sull'inquinamento delle città a causa delle polveri sottili, per Belluno, l'ARPAV è tranquillizzante (vedi tabella).
Qualche perplessità sull'attendibilità dei dati può sorgere se le misurazioni sono quelle rilevate all'interno del parco città di Bologna. E dunque, una domanda sorge spontanea: l'aria controllata in quel luogo è rappresentativa dell'intero territorio?

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INQUINAMENTO ATMOSFERICO ED ELIMINAZIONE DEGLI ALBERI IN CITTÀ NON VANNO D'ACCORDO. Chissà perché!

 Forse, perché gli alberi mediante la fotosintesi ci restituiscono ossigeno che contrasta gli inquinamenti?... O no?

A Belluno dopo questo lungo periodo di siccità invernale, si combatte e si teme per un qualche peggioramento della qualità dell'aria dovuto agli effetti dello smog. Eppure, qualche settimana fa non si è esitato a rimuovere due dei tre rimanenti alberi di via D'Incà, catramando la buca e cancellando definitivamente ogni segno della loro precedente presenza.  Verranno a dirci che era necessario per i soliti motivi di sicurezza e/o malattia, e sarà anche vero, ma il Comune non aveva promesso con i penultimi alberi tagliati in quella via che avrebbe ricompensato la sottrazione di verde con l’impianto di nuove essenze? E visto che ci siamo, che ne è degli alberi che dovrebbero essere stati piantumati per ogni bambino nuovo nato o adottato? In quale zona della città si trovano tutte le relative piante che dovrebbero esserci dal 16 agosto 2013?
La città, la politica sono alquanto distratti su questi temi. L'agire per interesse generale è sempre (o quasi) materia per gli altri.


Befana 2016, Piazza dei Martiri. 

Mentre in altre città ci si preoccupa di COx, NOx, PM10, etc. Belluno mostra, con orgoglio, tutte quelle auto che sono vere e proprie fabbriche dei citati inqinanti. Complimenti!



Giuseppe Cancemi

martedì 5 gennaio 2016

Befana 2016 - Caltanissetta... aspetta e spera!


BREVE NOTA PER UNA RIFLESSIONE POLITICA DEL CONSIGLIO COMUNALE


La nuova geografia politica comunale per Caltanissetta è una non novità. I recenti assetti amministrativi che hanno riconfigurato le sette commissioni consiliari e i successivi incontri dei partiti di maggioranza, evidenziano nella risonanza della cronaca locale, un cambiamento di rotta, mentre a rifletterci, sembrano più le solite manovre gattopardesche: del cambiare tutto per non cambiare nulla. Penso invece che i nisseni si aspettano, e non da ora, un reale cambiamento della gestione della cosa pubblica: Comune. Tutti oramai sanno che a Caltanissetta - tra le ultime città in graduatoria nazionale per vivibilità - le amministrazioni cambiano ma le condizioni di vita della città permangono. Nel sentire della gente, tra amministrazione della città teleguidata e altre fatte da dilettanti, la musica non cambia. I nisseni oramai sono rassegnati e non fanno più alcuna distinzione. Definiscono le amministrazioni tutte uguali. Come non dare ragione ad una simile definizione tout court, semplicistica ma di effetto? Sì perché se la vogliamo dire tutta, la città per voce di popolo, non viene da tempo amministrata dagli eletti, dai cosiddetti politici, ma piuttosto di chi lavora in Comune: impiegati, operai e dirigenti. I rappresentanti del popolo, da tempo non rappresentano altro che la forma (e non la sostanza) delle leggi discendenti dalla Costituzione.
 A questo punto, forse, il 2016 dovrebbe portarci un nuovo Statuto comunale o anche un suo aggiornamento. Il perché è semplice, bisogna oramai traghettare una conduzione amministrativa verticistica e gerarchica rigida, con un'area dirigenziale inamovibile, verso una amministrazione orizzontale, flessibile, in grado di organizzare con criteri di funzionalità: confronto, condivisione e realizzazione dei vari progetti. L'innovazione deve riguardare l'esclusione di quell'area dirigenziale per ora fissa. I tempi sono oramai maturi per una organizzazione a valle delle scelte politiche senza vincoli. E' necessario che la politica si riappropri del proprio ruolo e della relativa responsabilità. L'indeterminatezza di ruoli, funzioni e responsabilità che si vede tutte le volte che qualcosa non funziona, rende non riconoscibili i personali compiti di quegli individui che debbono eseguirli in risposta alle progettazioni politiche. L'eventuale figura del dirigente a fini organizzativi, nel nuovo statuto, non obbligatoria ma facoltativa, deve entrare solo se prevista dal progetto. Il Consiglio comunale, nel suo formulare indirizzi perché vengano attuati dalla Giunta, non deve entrare nel merito, sulla  necessita o meno della figura dirigenziale. Deve lasciare al potere esecutivo la relativa decisione. Insomma, mani libere per il Comune, nei confronti delle eventuali figure dirigenziali future. Nelle nuove norme statutarie, fatti salvi i diritti degli attuali dirigenti pubblici esistenti, le nuove collaborazioni dovrebbero essere con contratto a termine e con garanzia di risultato raggiunto e una ben individuata eventuale responsabilità nella cosiddetta catena, di “comando”. In merito alla Giunta, l'introduzione della sfiducia  del Consiglio ad un assessore potrebbe essere altro elemento salutare per meglio amministrare. Non avrà valenza giuridica, ma segnalerebbe un problema tra Giunta  e operato di quell'assessore come utile elemento di valutazione che aiuterebbe  il Sindaco nel caso di un'eventuale sostituzione. E tempo che lo Statuto rinnovi metodi e ruoli in modo che la politica e le sue realizzazioni abbiano nome, cognome e precise responsabilità.
Insomma, il nuovo Statuto con poche ma necessarie modifiche come quelle accennate, potrebbe dare nuova linfa al bisogno di aggiornare la rotta di un'amministrazione come quella nissena che vuole avere gli strumenti giusti per una conduzione realizzativa senza impedimenti ed ostacoli. Così finalmente sapremo veramente di chi sono le responsabilità e di chi fa o fa finta di fare!


Giuseppe Cancemi 



lunedì 28 dicembre 2015

Caltanissetta e la miniera


IL MITO DELLE MINIERE


Molto ma molto in breve, delle miniere o meglio sull'industria dello zolfo che ha visto Caltanissetta in primo piano nel panorama mondiale, voglio aggiungere alcune cose, molto spesso dimenticate.
Dimora di un signore delle miniere nisseno
L'Ottocento, con le miniere ha fatto arricchire "i signori dello zolfo" quando anche il sottosuolo apparteneva al padrone della terra. Poco o niente hanno avuto i contadini, diventati minatori per necessità, che lavoravano alla "Ciaula" senza alcuna tutela, in cantieri sottoterra che si "coltivavano" con la tecnica di "camere e pilastri" (sic!). Gli incidenti e le malattie professionali accorciavano gli standard locali di vecchiaia, regalando così alla città vedove, orfani e una misera sopravvivenza ai superstiti.
I primi anni del Novecento hanno visto crescere un movimento sindacale dei lavoratori le cui giuste rivendicazioni hanno ridato dignità al lavoratore del sottosuolo e una forte coesione a tutto il mondo del lavoro nisseno.
La zolfara - R. Guttuso
Nel dopoguerra, con gli interventi di Stato e della Regione sono migliorate le condizioni di sicurezza e le pensioni dei minatori ma la produzione di zolfo già non serviva più. La chiusura conseguente delle miniere, in Sicilia, prevedeva il mantenimento delle più rappresentative per un uso turistico, e la occlusione degli accessi a tutte le altre rimanenti.
Nessuno si è ricordato però, che dintorni e piazzali delle miniere, da restituire alle contigue campagne, andavano bonificati.
Ciò che rimane da un punto di vista sociale è sotto gli occhi di tutti,  non è più riconoscibile una particolare connotazione di una “nissenità” riconducibile all'esercito di minatori che vi erano in città. Persino gli antichi oggetti più comuni usati per il lavoro del minatore, come la lampada a carburo, sono oramai una rarità da museo.  

Le "mitiche" miniere molto esaltate da tutti, un po' come l’eldorado di Caltanissetta, se ricordate immedesimandosi di chi vi ha lavorato, forse, non saranno più così mitiche. Anche i luoghi di quel duro e pericoloso lavoro, in un qualche modo così come si trovano sono solo non scelte, emblematiche del degrado e dell’incuria di cui vergognarsi. La cultura che potevano esprimere quei siti, invece, è più riconducibile ad un modello di civiltà del recupero dei luoghi da un punto di vista naturalistico che non ad un “muro del rin-pianto” per la scheletricità dei frammenti di un’archeoindustria oramai consegnata alla storia.

Giuseppe Cancemi