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lunedì 16 aprile 2012

Comunicazione che "comunica" poco


DIVIETO PER SUPERVISTA



Si sapeva che il reparto oculistico dell’ospedale di Belluno era un centro di eccellenza ma non si sapeva che era nato in una città dove viene dato per scontato che i suoi cittadini automobilisti sono tutti superdotati di  una acuità visiva fuori dal comune. 

Né per polemica e neanche per pignoleria ma per semplice curiosità di  osservanza, la comunicazione di divieto di sosta temporanea dal 16 al 24 aprile apparsa in via D’Incà è solo osservabile da chi ha una supervista o la voglia di fare ginnastica piegandosi fino a terra, nel caso volesse leggere il cartello esplicativo di un divieto temporaneo.  L’ordinanza del  
10/4/2012 n. 69, scritta su un foglio formato A4 e con carattere corpo 12 (3 mm), vorrebbe spiegare ai cittadini che per i giorni segnati non è possibile sostare in piazza Piloni e in via D’Incà, per poi scoprire in basso,  a 30 cm circa dal suolo, che piazza Piloni non c’entra. 

giovedì 12 aprile 2012

CALTANISSETTA: La Grande Piazza


   La Grande Piazza? Una cattedrale nel deserto dei bisogni! Il prossimo parto di opera pubblica fine a se stessa, in un territorio governato con profili sempre più bassi, appare come una realtà virtuale, quasi  un paradosso. Trasformerà la piazza Garibaldi, di memoria risorgimentale,  già basolata in pietra lavica, poi bitumata, dopo ancora ammattonata e ora da riammattonare con una parvenza di antichizzazione che, può piacere o no, ma non è certo in quello che serve a Caltanissetta “città dei cittadini”.
Scorcio della Cattedrale in piazza Garibaldi a Caltanissetta

La pavimentazione, nella sua funzione di ricucitura visuale di un ambito più ampio della piazza Garibaldi, percorsa da un ”filo di Arianna” che virtualizza la lettura puntuale degli ambiti nello spazio, presupporrebbe  un allontanamento del traffico automobilistico, ma si limita ad una  soluzione al ribasso, di riduzione del traffico con transito a senso unico.
A fronte di un’opera tutta d’immagine, per una città che necessita ‘altro, viene da chiedersi: ma un maquillage per la principale piazza è una priorità? E serve a chi? Forse per i nisseni che l’hanno già snobbata per altri luoghi di aggregazione? O  per i frettolosi fruitori della funzione anche direzionale che rappresenta il centro città?
Certo è, che la trasformazione di piazza Garibaldi non può essere stata  varata  per i nuovi abitanti di questa parte storica della città, estranei per cultura ma custodi  notturni non per libera scelta.
Riqualificare un ambito urbano, specie se si tratta di quello più rappresentativo di una città, non significa imbellettare esteriormente, più o meno,  un luogo ma piuttosto quello di dare nuova  vita ai luoghi a partire prima dai reali bisogni delle persone e non solo dalle cose. In tempi di vacche magre, di austerity in una città economicamente depressa, in una Italia in recessione, ammantare con un stentoreo concorso di idee il “consumo” di un finanziamento ad hoc, significa tirare a campare senza idee e senza un progetto di città sistemica.
Basta guardare le desolate vie che circondano la piazza Garibaldi per rendersi conto dello spopolamento, degli abbandoni e dei crolli, della mutata composizione sociale che rimane, dello svuotamento proprio del centro nella notte. Serve ricordare che, le famiglie nissene più radicate alla città, migliorando il proprio reddito economico nel tempo, sono andate ad abitare nei quartieri che circondano il centro storico. Piazza Garibaldi e tutto il suo intorno viene vissuto di giorno da frettolosi passaggi, e da stazionamenti che poco rappresentano modi del vivere moderno e la figura del nisseno medio. Le graduatorie di vivibilità urbana  nazionale sono la cartina al tornasole (se mai ce ne fosse bisogno) che certificano lo schiacciamento di  questa città da sempre  verso gli ultimi posti in graduatoria per le endemiche carenze dei servizi.
 L’opera pubblica “Grande Piazza”, a parte la suggestione grafica del “nuovo è bello” che può suscitare in qualcuno, purtroppo,  evidenzia un distacco tra bisogno e risposta tutto  politico ma anche accademico. Alle reali necessità di una città che sprofonda, la inadeguatezza di una risposta così importante perché simbolica, richiama alla nostra mente l’aneddoto  della regina di Francia Maria Antonietta che, alle grida di pane, da parte del popolo affamato, rispondeva: “ non hanno pane? Che mangino brioche!”

martedì 10 aprile 2012

Qualche dritta veramente utile. Provare... per credere


4 COSE CHE (FORSE NON LO SAPEVI) IL CELLULARE POTREBBE FARE

*****

Ci sono alcune cose che possono essere fatte in caso di gravi emergenze.
Il cellulare può effettivamente essere un salvavita o un utile strumento per la sopravvivenza.
Controlla le cose che puoi fare.

PRIMO
Emergenza

Il numero di emergenza per il cellulare è il 112 in tutto il mondo. Se ti trovi fuori dalla zona di copertura della rete mobile e c’è un'emergenza, componi il 112 e il cellulare cercherà qualsiasi rete esistente per stabilire il numero di emergenza per te; è interessante sapere che questo numero 112 può essere chiamato anche se la tastiera è bloccata. Provalo.

SECONDO - Hai chiuso le
chiavi in ​​macchina?

La tua auto ha l’apertura/chiusura con telecomando? Questa funzionalità può risultare utile un giorno. Una buona ragione per avere un telefono cellulare: se chiudi le chiavi in ​​auto e quelle di ricambio sono a casa, chiama qualcuno a casa sul cellulare dal tuo cellulare. Tenendo il tuo cellulare a circa 30 cm. dalla portiera, dì alla persona a casa di premere il pulsante di sblocco, tenendolo vicino al suo cellulare. La tua auto si aprirà. Così si evita che qualcuno debba portarti le chiavi. La distanza è ininfluente. Potresti essere a centinaia di km. e se è possibile raggiungere qualcuno che ha l'altro telecomando per la tua auto, è possibile sbloccare le porte (o il baule).
N.d.r.: funziona benissimo! Lo abbiamo provato e abbiamo aperto l’auto con un cellulare!

TERZO
Riserva nascosta della batteria

Immagina che la batteria del telefono sia molto bassa. Per attivare, premere i tasti *3370#
Il cellulare ripartirà con questa riserva e il display visualizzerà un aumento del 50% in batteria. Questa riserva sarà ripristinata alla prossima ricarica del tuo cellulare.

QUARTO -
Come disattivare un telefono cellulare RUBATO?

Per controllare il numero di serie (Imei) del tuo cellulare, digita i caratteri *#06#
Un codice di 15 cifre apparirà sullo schermo. Questo numero è solo del tuo portatile. Annotalo e conservarlo in un luogo sicuro. Quando il telefono venisse rubato, è possibile telefonare al provider della rete e dare questo codice. Saranno quindi in grado di bloccare il tuo telefono e quindi, anche se il ladro cambia la scheda SIM, il telefono sarà totalmente inutile.  Probabilmente non recupererai il tuo telefono, ma almeno si sa che chi ha rubato non può né usarlo né venderlo. Se tutti lo faranno, non ci sarà motivo di rubare telefoni cellulari.

ATM - inversione numero PIN (buono a sapersi!)

Se dovessi mai essere costretto da un rapinatore a ritirare soldi da un bancomat, è possibile avvisare la polizia inserendo il PIN# in senso inverso. Per esempio, se il tuo numero di pin è 1234, dovresti digitare 4321. Il sistema ATM riconosce che il codice PIN è stato invertito rispetto alla carta bancomat inserita nella postazione ATM. La macchina ti darà il denaro richiesto, ma la polizia – all’insaputa del ladro – sarà mandata immediatamente alla postazione ATM.
Questa informazione è stata recentemente trasmessa su CTV da Crime Stoppers, tuttavia è raramente usata perché la gente semplicemente non la conosce.
Si prega di divulgare a tutti questo avvertimento.


Questo è il tipo di informazioni che la gente non pensa di ricevere, perciò trasmettila ai tuoi familiari e amici.

MUOS e rischio di irradiazione da elettromagnetismo





Ultime notizie da MUOS...

 


Pur trovandomi d'accordo sul timore che la nuova installazione radioelettrica e/o MUOS possa essere una esposizione della popolazione niscemese e dintorni al rischio da inquinamento elettromagnetico, ritengo utile fare un distinguo sui tipi di trasmissione.

Da quanto riportato nel documento che segue, rilevo che in un primo momento si parla di  tipi di trasmissione "satellitare a microonde" e successivamente di onde LF (Low Frequency). Una combinazione tecnicamente poco chiara. Per le mie minime competenze in materia, il collegamento satellitare a microonde, per le potenze di trasmissione adoperate (di qualche watt alla stregua delle Stazioni Radio Base dei cellulari)  sono diciamo, relativamente, non pericolose anche perché viaggiano su antenne direttive puntate verso l'alto. Le onde a bassa frequenza (LF) invece sì, possono essere un inquinamento da cui difendersi, data la elevata potenza di radiazione e il modo di propagarsi in superficie. Quest’ultime, possono, per il loro modo di "viaggiare"  a raso terra e potenza irradiata elevata, raggiungere  anche altre località molto più lontane. 
(Giuseppe Cancemi)



Prof. Leandro Janni
via Leonida Bissolati, 29    93100 Caltanissetta, Italia
tel. 0934.554907    cell. 333.2822538     leandrojanni@tiscali.it

Sicilia, 9 aprile 2012
Il Ministero dell'ambiente teme che la base Usa di Niscemi sia fonte di inquinamento
 
 Anche senza il MUOS, il nuovo sistema satellitare a microonde della marina Usa, la stazione di telecomunicazioni militari di Niscemi è una pericolosa fonte d’inquinamento elettromagnetico. Così il Ministero dell’ambiente e della tutela del territorio ha chiesto alla direzione generale dell’Arpa, l’Agenzia regionale per la protezione dell’ambiente, di avviare in tempi rapidi una campagna di rilevamento delle emissioni delle 41 antenne installate nella base statunitense di contrada Ulmo, all’interno della riserva naturale “Sughereta” e a pochi chilometri dal centro abitato di Niscemi.
Con una nota inviata il 29 febbraio 2012 all’Arpa e all’Assessorato del territorio e ambiente della regione siciliana, il direttore generale per le valutazioni ambientali del dicastero solleva più di un dubbio sul parere espresso a favore dell’installazione del MUOS dopo le simulazioni effettuate a Niscemi dell’agenzia regionale. “Dalla relazione istruttoria inviata dall’Arpa Sicilia - scrive il Ministero dell’ambiente – si evince che nelle aree circostanti la base radio della Marina militare Usa di Niscemi NRTF (Naval Radio Transmitter Facility), il contributo al campo elettromagnetico fornito dalle antenne paraboliche e dalle antenne elicoidali del MUOS sia trascurabile a condizione che vengano rispettati gli angoli di elevazione e le direzioni di puntamento di progetto”. Da un recentissimo studio sui rischi del nuovo sistema di telecomunicazioni satellitari a firma dei professori Massimo Zucchetti e Massimo Coraddu del Politecnico di Torino, rileva la direzione generale del ministero, è tuttavia emerso che nel periodo compreso tra il dicembre 2008 e l’aprile 2010, “l’Arpa Sicilia ha effettuato una serie di rilievi sulle emissioni elettromagnetiche generate dalla stazione NRTF che hanno consentito di rilevare valori di campo elettrico prossimi al valore di attenzione di 6 V/m”. Le misurazioni hanno evidenziato in particolare “la presenza di un campo elettrico intenso e costante in prossimità delle abitazioni, mostrando un sicuro raggiungimento dei limiti di sicurezza per la popolazione e, anzi, un loro probabile superamento. In un caso il valore rilevato è risultato prossimo al valore limite di attenzione stabilito dalla normativa”.
Nel loro studio sui rischi elettromagnetici del terminale terrestre MUOS, i ricercatori del Politecnico di Torino hanno poi rilevato che la “situazione reale” a Niscemi “è però, con ogni probabilità, ancora peggiore di quella evidenziata dalle misurazioni Arpa”. “I misuratori utilizzati (centraline PMM 8055S, banda passante 100 Khz - 3 GHz in modalità Wide Band, 100 KHz-860 MHz in modalità Low Band), non sono sensibili alle emissioni dell’antenna in banda LF alla frequenza di 43 Khz”, spiegano Zucchetti e Coraddu. “Data la grande potenza dei trasmettitori LF, questo fatto può aver prodotto una sistematica sottostima del campo rilevato. La potenza di picco del trasmettitore VERDIN (VLF Digital Information Network, dedicato alle le comunicazioni con i sommergibili in immersione) utilizzato per le trasmissioni in banda LF a Niscemi, può variare infatti da 500 a 2000 KW, valori estremamente elevati che non consentono certo di trascurare questa componente nella valutazione complessiva”. Alla scarsa considerazione di questo tipo di emissioni, si aggiunge la “non conformità” alle norme legislative delle procedure di misurazione. “Le rilevazioni devono essere effettuate quando tutte le sorgenti siano in funzione alla potenza massima, cosa che in questo caso non e stato possibile realizzare”, ammoniscono Zucchetti e Coraddu. Tesi pienamente condivise dai dirigenti del Ministero dell’ambiente che, nella nota indirizzata all’Arpa e alla regione siciliana, ritengono sia necessario effettuare “ulteriori e più approfondite valutazioni” da parte delle autorità competentia salvaguardia della salute pubblica e dell’ambiente” e “al fine di fugare qualsiasi preoccupazione sui possibili rischi per la salute legati al funzionamento dell’impianto”.
Per il Ministero dell’ambiente dovrà così essere accertato il rispetto dei valori limite indicati dalla normativa vigente, garantendo la “corretta esecuzione del rilievo dei campi elettromagnetici in funzione sia della massima potenza di emissione di tutte le sorgenti che rimarranno operative anche dopo l’installazione della stazione terrestre MUOS sia della strumentazione utilizzata per la determinazione dei contributi alle diverse frequenze prodotte dagli apparati, rimandando a tali valutazioni il giudizio di conformità delle due installazioni (NRTF e MUOS) o la necessità di procedere ad azioni correttive”.
Intanto, comitati spontanei di cittadini, istituzioni e associazioni ambientaliste No MUOS moltiplicano i loro sforzi per impedire l’installazione del devastante sistema di guerra Usa in Sicilia. Dopo un corteo di protesta a Niscemi sabato 31 marzo e un presidio a Comiso il 4 aprile in occasione del trentennale della grande manifestazione contro i missili nucleari Cruise, i No MUOS hanno indetto per fine mese una tre giorni di eventi a Niscemi. Il 19 maggio sarà la volta della vicina città di Vittoria ad ospitare un grande concerto contro il sistema satellitare a cui parteciperanno importanti gruppi musicali nazionali.
Proprio il sindaco di Vittoria, Giuseppe Nicosia, ha inviato nei giorni scorsi una lettera al Presidente della Repubblica, al Presidente del Consiglio dei ministri, al Ministro della difesa e al Presidente della regione siciliana, per chiedere il loro intervento al fine di revocare o sospendere le autorizzazioni concesse per l’installazione del MUOS. “L’infrastruttura - scrive il sindaco - oggetto di un protocollo d’intesa siglato l’1 giugno 2011 tra il Ministero della Difesa e la Regione Siciliana, oltre a destare preoccupazioni per l’impatto ambientale e per le possibili interferenze con i sistemi di volo dello scalo aeroportuale di Comiso, che in linea d’aria dista appena quindici chilometri dalla stazione MUOS e la cui apertura è imminente, suscita allarme anche per i probabili danni alla salute, provocati dalla esposizione ai campi elettromagnetici”. “Sento il dovere di ricordare – conclude il primo cittadino – che questa terra, già afflitta dalla presenza della mafia oltre che da due impianti petrolchimici (Gela e Priolo), ha una forte vocazione pacifista, e negli anni Ottanta fu teatro di una massiccia azione di protesta – che vide impegnato in prima persona Pio La Torre – contro la base Nato di Comiso. La Sicilia non può e non deve diventare la pattumiera d’Italia; i nostri figli non possono vedere ipotecati il loro futuro e la loro salute”.
È da segnalare infine la presentazione di un’interrogazione parlamentare sul sistema Usa per le guerre stellari da parte dell’onorevole Fabio Giambrone di Italia dei Valori. Nel sottolineare i gravi rischi per la popolazione e l’ambiante degli impianti di Niscemi, l’on. Giambrone ricorda come le emissioni elettromagnetiche potrebbero avere pesanti conseguenze sul traffico aereo. “La potenza del fascio di microonde del MUOS sarebbe in grado di provocare interferenze nella strumentazione di bordo di un aeromobile che dovesse essere investito accidentalmente”, scrive il parlamentare. “Queste eventualità non sono assolutamente da considerarsi remote e trascurabili, visto che l’aeroporto di Comiso (Ragusa) verrebbe a trovarsi a poco più di 19 chilometri dal MUOS e gli effetti per il traffico aereo del nuovo sistema di telecomunicazioni satellitari sarebbero noti ai tecnici della Marina americana già da alcuni anni”.
In un primo tempo, infatti, la stazione di telecomunicazione satellitare doveva essere realizzata nella grande base aeronavale di Sigonella, alle porte di Catania. Poi però i militari Usa decisero di dirottare il MUOS a Niscemi date le risultanze di uno studio sull’impatto delle onde elettromagnetiche eseguito da due società statunitensi, la AGI - Analytical Graphics Inc. di Exton in Pennsylvania e la Maxim Systems con sede a San Diego, in California. I contractor elaborarono un modello di verifica degli alti rischi di irradiazione sui sistemi d’armi, munizioni, propellenti ed esplosivi, raccomandando così di non installare i trasmettitori in prossimità di velivoli dotati di armamento e di trasferirli in una località alternativa.
“Il Presidente della Provincia di Ragusa ha incontrato a Palermo i rappresentanti dell’Aeronautica militare e dell’Assessorato regionale alle infrastrutture, i quali, stando a dichiarazioni di stampa, avrebbero negato l’esistenza di interferenze tra il MUOS e l’aeroporto di Comiso”, scrive l’on. Giambrone. “Il gruppo consiliare IdV alla Provincia di Ragusa ha chiesto formalmente gli atti comprovanti la compatibilità tra la stazione di telecomunicazioni MUOS e lo scalo di Comiso ma, ad oggi, nessun atto è stato prodotto. La normativa comunitaria e nazionale sanciscono il principio secondo cui l’interesse nazionale perseguito con la realizzazione dell’opera pubblica deve comunque essere compatibile con l’interesse pubblico prevalente, costituito dalla tutela della salute e dell’ambiente. Quali indagini intende porre in essere il Governo al fine di verificare l’effettiva compatibilità tra il MUOS e il funzionamento dell’aeroporto di Comiso?”.
Antonio Mazzeo, giornalista, vincitore del premio nazionale Giorgio Bassani 2010 indetto da Italia Nostra 
Leandro Janni, consigliere nazionale di Italia Nostra, già presidente regionale di Italia Nostra Sicilia

NOTA_Con Antonio Mazzeo e i giovani del Movimento No MUOS stiamo preparando un esposto per la Procura della Repubblica.

domenica 8 aprile 2012

Le poesie di Pietro Sostegno, compagno di scuola



Sono Pronto?

Quante volte hai chiesto
Sei pronto?
Per mangiare insieme
Per partire verso luoghi lontani
Per visitare chi ti aspetta.

E la risposta e` quasi sempre
La stessa.
Vengo subito
Ancora un momentino
Metto la cravatta ed eccomi qua.

Ma ora e` tempo di chiedere
Sono pronto?
L’invito e` arrivato,ma non ho risposto
Ho sentito la chiamata,ma mi son fatto sordo.
Sono importante,lascia che la morte aspetta.

Ecco l’orologio s’e` fermato
E non hai tempo.
Non c’e` tempo per la corda,
Non c’e` olio per il lume,
Sei gia` morto.

La fiamma della vita,
Quell’alito vivente,
S’e` spento senza il tuo consenso
E ahimè non eri pronto,
Sei andato senza essere ascoltato.

Ora e` il tempo
Di alzare gli occhi al cielo
Ora e` il tempo
Di chieder perdono
Ora e` il tempo
D’amore fervente
Ora e` il tempo
Della vita abbondante
Ora e` il tempo
Di seguire chi ti chiama.

Pietro Sostegno, autore
2 Agosto 2010




 
Anticipazione

La folla attende la sposa
E la sposa attende
Lo Sposo.
Sei tu invitato?
Sarai tu presente?
Ci sara` un bel banchetto
Preparato da angeli
E sei hai  risposto
All’invito ci vedremo
E sederemo insieme
E mangeremo allo stesso tavolo
E berremo con gioia
Del frutto della vite.

Pietro Sostegno, autore
12 Nov. 2011

__________________
Alle gare

Clas-si-co, clas-si-co.
Ma cos’e` quel  disperato
grido? Sono pazze?
Sono giovani, belle, allegre.
E felici? Forse
non se lo sono mai chiesto.
Si sgolarono tutta
la giornata e fra quei gridi
e quegli urli si svolsero
le gare dell’atletica leggera.
Ma,crdetemi, con quegli schiamazzi
l’atletica divenne pesante.
Scene raccapriccianti
di giovani cacciatori
mi disgustarono un bel po`.
E sempre quelle giovani,
belle ragazze gridavano,
sempre piu` forte: clas-si-co, clas-si-co.
Ebbero la peggio: il secondo posto.
Aspettavano il primo posto e, chi sa,
forse gridano ancora
come se fossero ammattite per il primo posto.

Pietro Sostegno
 2 Giugno 1959  

venerdì 6 aprile 2012

BELLUNO: luminosa idea...

PER QUALCHE METRO DI PARCHEGGIO IN PIU'
  In via Agostino d’Incà, nei pressi  della centrale piazza Piloni, negli ultimi giorni di marzo c. a., sono stati potati con capitozzatura cinque magnifici alberi ornamentali a foglia caduca. Una rara operazione manutentiva  del patrimonio arboreo cittadino che si dovrebbe praticare eccezionalmente per regolare la vita vegetativa a favore della longevità delle piante. Lo scopo della potatura in ambiente urbano, si sa,  è anche quello di rimuove eventuali potenziali rischi di pericolo o danni a persone e/o cose. Chi  opera nel settore sa anche, ed è dimostrabile in teoria, che una pianta non potata vive più a lungo di altra sottoposta a potatura.  Ma … sorpresa!  Due delle maestose piante in quella via, durante la stessa operazione manutentiva, sono state abbattute.  A guardare bene a terra lungo quella che era la schiera di alberi ritmicamente equidistanti l’uno dall’altro si scopre che in un passato non recente un terzo e forse un quarto  albero erano già stati abbattuti ed il loro posto oramai bitumato.
Taglio a rasoterra di uno dei due alberi preesistenti
Non è dato sapere quali motivi tecnico-agronomici o di prevenzione hanno dettato l’abbattimento di quegli alberi che non sembravano essere diversi in “salute” da quelli rimasti e nemmeno lasciavano presagire problemi di stabilità. Forse, l’ingombro può essere l’unico responsabile del  prematuro abbattimento. Ma spero che non lo sia. Comunque, si sa solo che l’intervento di capitozzatura (taglio dei rami assai vicino al tronco) praticato per i rimanenti alberi di via d’Incà e non solo per quella via ma anche per altre in centro storico, per gli esperti, non è giustificato se non in pochi casi e,  nonostante tutto, non risolve i problemi eventuali della pianta di stabilità e/o di salute.  Esteticamente quel taglio è una ferita per l’immagine, ora zoppa, della schiera di alberi che costeggiavano il Parco Città di Bologna.
Data la presenza in quella via di un parcheggio tra gli alberi, maliziosamente si potrebbe pensare ad un diradamento per qualche metro in più di spazio a favore delle auto.
Posto auto ottenuto con il taglio
Appare comunque impossibile una tale motivazione, se si pensa al valore degli alberi: si oppongono al degrado urbano,  migliorano il clima, filtrano le sostanze inquinanti, assorbono i rumori, incrementano la biodiversità, hanno anche funzioni estetiche, ricreative e culturali. Senza contare che una  eliminazione o sostituzione di essenze arboree in ambito urbano produce una modificazione nella percezione visiva, fotocromatica, di quel  luogo. La  scelta compositiva che si viene a determinare sotto il profilo ambientale, negativa  o positiva che sia, è attribuibile alla dimensione culturale che l’ha prodotta.
Quello che conta non è solo ciò che si fa, ma soprattutto come e perché si fa.
Fila di alberi rimaneggiata
Credo che come me ad altri cittadini interessi sapere se il Comune per queste sottrazioni  di verde al godimento pubblico della via d’Incà,  intende “risarcire il danno” con  l’impianto di almeno altrettanti alberi, ripristinando la preesistente schiera arborea.





La mia risposta a delle motivazioni... non convincenti!


Belluno, 14/4/2012
A proposito degli abbattimenti di piante in via D’Incà, mi preme dire, che è già molto che ad una voce nel deserto qualcuno risponda.  Altre volte ho potuto constatare che a precise legittime richieste su temi e questioni, forse non meno interessanti, si è lasciato correre. Stranamente, per questa scelta di abbattere due alberi  e di capitozzare   i rimanenti, il Comune e l’assessore Da Re si sono presi la briga di dare una spiegazione. Vale allora la pena, per una volta, tentare di ristabilire una qualche verità relativa, nel rapporto tra amministratore, amministrato e bene pubblico.
Mi permetto, sommessamente, di puntualizzare che le piante non sono solo un elemento di arredo come sostiene l’assessore e che in quella via non esisteva alcuna preminenza di altro genere, a parte le eventuali ragioni di sicurezza, per abbattere quelle piante. 
Wikipedia non è la bibbia, ma alla voce “pianta monumentale” così si esprime: “soggetto vegetale che possieda almeno uno dei seguenti requisiti:” e, vedi caso, uno di questi  si riferisce  proprio alle caratteristiche dimensionali, non sufficienti per l’assessore Da Re  per la “monumentalità” di un albero.  Senza volere essere pignolo aggiungerei che, almeno uno degli alberi tagliati possedeva anche altri requisiti come la longevità, l’appartenenza ad un’impronta visuale storicizzata, ecc.. Ma non vorrei che si perdesse di vista il valore intrinseco anche di un solo albero che è la funzione ecologica di protezione.
Nel merito del taglio, non mi risulta che i Vigili del Fuoco, a conoscenza di un incombente pericolo non lo rimuovano. Non stanno certo in attesa che altri (a cui magari spetta) lo facciano. Semmai, prima intervengono sul rischio e poi mandano il conto a chi aveva competenza e dovere  di farlo. Almeno così dovrebbe essere, se l’incolumità delle persone è prioritaria. La ulteriore segnalazione dell’Agenzia delle Entrate poi, intesa  a suffragare l’esigenza di taglio, data la non competenza tecnica,  è e resta una semplice comunicazione. Dunque, se non sono intervenuti tempestivamente i VV.del F. il pericolo non doveva essere così imminente e grave.
Prima la scuola “Gabelli” dentro il Parco (necessaria per carità), ora l’abbattimento delle piante vicine, lungo la breve via D’Incà, sembra quasi un inconscio disegno di un esproprio sistematico del verde, piuttosto che di una casualità. La buona volontà del Comune di “risarcire” la rimozione delle piante nella via D’Incà  con nuovi alberi  - catalogabile nella serie “vorrei ma non posso”, ma speriamo che non sia così -  non può non essere un atto dovuto, se si vuole ristabilire quell’equilibrio d’immagine e funzione da tempo esistente, tra  l’alberatura viaria e il contiguo Parco.  In merito alle difficoltà e preoccupazioni che venivano avanzate, circa costi e tempi per l’eliminazione delle rimanenti ceppaie, è utile sapere che con apposito trattore fresaceppi, la loro rimozione si effettua  in una quindicina di minuti e ottenendo uno scavo di un metro e mezzo.
Infine, si deve sapere che l’attesa del momento propizio per un eventuale reimpianto di nuovi alberi trascurando le ceppaie, può significare, per gli esperti,  un diffondere di infezioni fitosanitarie agli altri alberi. A meno che l’alternativa  non sia risolutiva (sic!). Si aspetta qualche tempo e poi si sceglie di fare ricoprire il tutto in una prossima bitumazione, regalando così qualche metro in più ad un parcheggio neanche di pubblica utilizzazione da parte dei cittadini, poiché riservato.
*****















sabato 31 marzo 2012

BIODIVERSITA'


Parco delle Dolomiti Bellunesi

Qualche tempo fa su un quotidiano locale è apparsa una polemica promossa da una gentile signora verso i finanziamenti per il mantenimento del Parco delle Dolomiti Bellunesi, prefigurava una rinuncia al mantenimento del Parco in alternativa di tanti micro finanziamenti agli Enti Locali per opere massimamente viarie.
Sommessamente vorrei dire, alla di lei rispettabile opinione, che può trovare luogo se ci si limita ad una lettura tutta economicistica dell’istituzione Parco, dove i finanziamenti vengono visti come mero mantenimento del personale che vi lavora. Se proviamo, però, a guardare più in là degli interessi localistici forse scopriremo che il nostro territorio è una tesserina di un puzzle molto più ampio che si chiama Italia, Europa, pianeta Terra. E si dovrebbe riconoscere che una economia basata semplicemente su costi e ricavi monetizzabili non si può applicare alla contabilità ambientale che è di più ben ampio respiro. Allora si dovrebbe capire che la conservazione, la salvaguardia, la tutela e l’ottica di uno sviluppo sostenibile del territorio non sono uno spreco. L’ipotesi alternativa proposta di utilizzare quanto si spende per il Parco in strade per  “raggiungere determinate aree con mezzi meccanici”  fa a pugni proprio con il valore del bene ambientale “Montagna”, che si preserva proprio se “lasciato alla sua natura incontaminata”.  L’auspicata realizzazione di strade, sembra perfino ovvio dirlo, facilitano la penetrazione antropica a danno della conservazione degli ambienti naturali nonché ai fini irrinunciabili della biodiversità. Non dimentichiamo che il 2010, è stato l’Anno Internazionale della Biodiversità e si celebra perché le azioni dell’uomo si rivolgano anche al Debito Ecologico nei confronti delle risorse naturali.
In merito a ciò che significa costruire nuove strade, basti ricordare che asfaltare, bitumare o comunque impermeabilizzare il suolo vuol dire: modificare l’assorbimento da parte del terreno delle acque meteoriche; creare nuove linee pluviali alle piogge; velocizzare la discesa a valle delle acque; in buona sostanza, creare nuove condizioni di squilibrio ambientale a favore di frane, smottamenti, trasporto di detriti e dilavamento dei terreni nonché alluvioni e disastri. 
Il turismo, elemento di grande interesse per i residenti, per chi frequenta i luoghi montani, anch’esso deve essere sostenibile, deve rimanere elitario (nel senso di scelta di nicchia per chi ama l’ambiente naturale) e non di massa, se si vogliono evitare ulteriori depauperamento degli habitat della montagna.
Per concludere, il debito pubblico è sì alimentato dagli sprechi ma non certo dalle istituzioni di difesa e promozione che, come il Parco, dovrebbero invece essere considerate fiore all’occhiello della Comunità bellunese. Non a caso la istituzione dei parchi discende da una legge che, venendo da lontano, attua due articoli (9 e 32) della Costituzione e serve a preservare per le generazioni presenti e future gli ecosistemi.

martedì 13 marzo 2012

Il grande fratello, di memoria orwelliana, a Caltanissetta



SICUREZZA, PROGETTO VIDEOSORVEGLIANZA IN CINQUE COMUNI DELLA SICILIA

Sono cinque i progetti sulla videosorveglianza territoriale relativi alla Sicilia approvati dall’ultimo Comitato di valutazione del Pon Sicurezza, il Programma gestito dal ministero dell’Interno e cofinanziato dall’Unione europea. Le proposte riguardano l’installazione di telecamere in cinque comuni dell’isola: Caltanisetta, Agrigento, Favara (AG), Alcamo (TP), Mazara del Vallo (TP). In Sicilia, come nelle altre regioni Obiettivo Convergenza, la richiesta di finanziamento da parte degli enti locali per progetti di videosorveglianza è stata molto alta.
In Sicilia, come nelle altre regioni Obiettivo Convergenza, la richiesta di finanziamento da parte degli enti locali per progetti di videosorveglianza è stata molto alta. Le amministrazioni recepiscono del resto le richieste di cittadini e commercianti di intensificare l’azione di prevenzione e controllo contro gli episodi di microcriminalità e vandalismo.
Nel quadro delle richieste in Sicilia il Programma Operativo Nazionale ‘Sicurezza per lo sviluppo Obiettivo Convergenza 2007-2013’ ha ammesso a finanziamento il progetto di implementazione dei sistemi di videosorveglianza del comune di Caltanissetta. Le nuove telecamere verranno installate in prossimità di alcune scuole, degli accessi alla città e delle arterie viarie più frequentate, della stazione e di alcune ville comunali e in alcuni quartieri considerati a rischio. Il totale di telecamere previste nel progetto è di 75.

lunedì 12 marzo 2012

BELLUNO: Crisi idrica e "Patto dei Sindaci"


Finora i problemi della siccità, del cambiamento climatico il territorio bellunese non se l’era mai posti, appartenevano ad altri, al Sud nella fattispecie. Per il passato la meteorologia è sempre stata più o meno generosa. Quasi ogni anno, con le sue precipitazioni  ha consentito senza tanti problemi al turismo bianco di svolgere le sue attività ed ha regolarmente fatto accumulare le acque nelle  falde e in superficie. Quest’anno l’inverno non è stato generoso. In molti Comuni, dall’agordino in giù, ha messo in crisi sia la stagione turistica che l’approvvigionamento idrico. Per quest’ultimo, si sono dovuti attivare interventi d’emergenza per la gestione della crisi, che appare non facile, specie per la stagione estiva, se le precipitazioni continueranno ad essere scarse.

Bisogna rendersi conto che questa crisi è un campanello d’allarme che deve farci andare ben oltre gli interventi tampone.  Pur sapendo che la difficoltà, in un territorio dove l’abbondanza idrica da sempre ha impresso una “cultura” del consumo illimitato, non è facilmente superabile.

Un evento apparentemente sporadico di siccità imputabile ai cambiamenti climatici, effettivamente, non si riconosce semplicemente se non  viene inquadrato in una cultura stocastica degli eventi.

Eppure, il lento cambiamento climatico con la diminuzione di neve e acqua, la siccità e  le alluvioni da precipitazioni copiose fuori dalle medie annuali, avrebbero dovuto insegnarci qualcosa in termini economici e di disastri. Predisporre una risposta anche di medio e lungo termine diventa allora cogente, specie per quei Comuni che stanno affrontando la crisi in questo periodo, i quali hanno un qualche motivo in più per riflettere a partire dall’uso del prezioso liquido come motivo di opportunità. Non è fuori luogo il cominciare a pensare che l’occasione è buona per aderire all' ambizioso progetto europeo in tema di emissioni, clima ed energia mediante il “pacchetto:  20-20-20”. Per la cronaca, 20-20-20 significa impegnarsi per raggiungere nell’anno 2020   il 20%  in più di efficienza energetica, il 20% di riduzione delle emissioni di  CO2 e il 20%  d’incremento nell’utilizzo di energia rinnovabile. Trattasi del “Patto dei Sindaci” che in Europa e in Italia sta raccogliendo varie adesioni tra i singoli Comuni.

Inoltre, localmente è possibile rivisitare da una parte quali prospettive progettuali e di  gestione ha il bacino idrico del territorio, e dall’altra, iniziare a porre in essere tutte quelle misure che orientino al risparmio idrico. Va rivisto il bilancio idrico di bacino. Tutte le incisioni che convogliano le acque territoriali verso i grandi affluenti del Piave e il Piave stesso possono essere occasione di occupazione per quei lavori di ingegneria naturalistica necessari per la messa in sicurezza da eventi calamitosi di precipitazioni eccezionali e per mantenere il più a lungo possibile le acque sulla terraferma.

Anche gli abitanti dei vari Comuni bellunesi possono cominciare a recitare la loro piccola parte. Una diffusa campagna di sensibilizzazione del problema idrico può avviare semplici contributi a livello familiare. I riduttori di flusso e le buone pratiche per un consumo consapevole possono propagarsi senza l’impiego di grandi mezzi.
 I Comuni dovranno cominciare ad attrezzarsi con  norme incentivanti per un uso differenziato dell’acqua (agricolo, industriale e civile) dunque distinguendo gli usi non potabili da quelli potabili.
 Nell’approvvigionamento idrico si dovrà avviare anche la raccolta e l’uso delle acque meteoriche e il riciclaggio delle acque grigie. I tempi per muoversi in questa direzione potranno essere lunghi ma bisogna pur incominciare, sapendo che acquisire un know how in materia di risparmio idrico, se in tempi relativamente brevi,  può essere utile come abilità, business da esportare a tutto vantaggio dell’occupazione e dello sviluppo. 

lunedì 5 marzo 2012

Lettera aperta al Direttore Generale dell’ ULSS di Belluno



Egregio Direttore, ma veramente non si può fare niente per migliorare la fruizione dei servizi offerti dall’ULSS,  a tutto vantaggio delle casse e principalmente dell’utenza?
In un’altra mia lettera alla stampa ho accennato ad una ridondanza delle informazioni e ad alcuni passaggi che possono essere “saltati” nel percorso che conduce ad una prestazione sanitaria. Provo ora ad esemplificarne uno, vissuto di recente, per averne lei contezza.
Alla conclusione del protocollo di un intervento di cataratta, a mio giudizio da profano, ineccepibile, con la visita di controllo dopo i previsti 40-45 giorni, la prescrizione rilasciatami, prevedeva un esame OCT ed una nuova visita di controllo entro 6 mesi. Come le risulterà, per fare il citato esame e la conseguente visita oculistica, bisogna andare dal medico di famiglia per poter prenotare entrambe le richieste stabilite dallo specialista. Le prenotazioni, secondo i tempi di attesa a me assegnati, sono stati: 11 mesi per l’OCT e 6 mesi per la visita oculistica. Risulta evidente che, nel caso, l’intervallo previsto per l’esame clinico, diversamente da una tempistica logica, si prolunga di parecchi mesi oltre la visita di controllo. La contraddizione di questo abbinamento nelle attese la dice lunga di per se e non solo. La ricerca di conciliare le esigenze espresse dal sanitario, comporta un ripetere di azioni e relativo onere che non giova a nessuno ma anzi esprime una disfunzione del servizio.
Ciò detto, provo ad osservare che, se la necessità dettava al controllo oculistico quel tempo, quegli esami e un nuovo ricontrollo, cosa più semplice ed economica in senso lato, non poteva allora essere la richiesta di esame e visita, per così dire, inoltrata “d’ufficio”?
Affinché il fatto singolo non venga letto come insignificante, nell’insieme dei  casi giornalmente andati a buon fine, mi permetto di dire che, comunque, i vari servizi dell’USLL sono percorsi ad  ostacoli semplificabili, e casi come quello citato non rappresentano un’eccezione, anzi, costituiscono forse la punta di un iceberg fatto di una burocrazia che non sa rinnovarsi.
Allora, sommessamente chiederei, ma  l’ULSS di Belluno dispone di uno staff professionale che si occupa, per esempio, di analisi dei flussi di dati, di procedure e di processi informatici e gestionali dell’azienda?
Se la risposta è negativa, suggerirei di far fare all’azienda un salto di qualità istituendo o “affittando” presso un’università tale servizio al fine di razionalizzare e ottimizzare percorsi, visite, interventi, tempi di attesa e quant’altro.
Se invece la risposta è positiva, egregio Direttore, ne dovrebbe trarre le conseguenze per provvedere e intervenire, allo scopo di evitare al personale dell’azienda e agli utenti di “avvitarsi” in circostanze inutilmente ripetitive. Distinti saluti.

lunedì 27 febbraio 2012

MACCALUBE

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I cosiddetti vulcanelli (o vulcanetti che si voglia) di Caltanissetta  sono un problema per chi si trova ad abitare vicino o addirittura sui terreni interessati dal fenomeno. Come si sa, sono manifestazioni gassose che provengono dal profondo sottosuolo e si rivelano all’esterno con emissioni fangose gorgoglianti nei  vari conetti di fango, in un paesaggio fango-argilloso grigio con rari ciuffi qua e là di piante, dove queste riescono a colonizzare il suolo. A parte i problemi di staticità che provocano alle costruzioni esistenti su quei suoli, anche il semplice mantenimento di un parco naturale, difficilmente si può pensare che una vegetazione non spontanea possa attecchire.
Da queste emissioni che portano all’esterno gas metano  secco e fanghiglia di argilla, il primo, se vogliamo vederlo come opportunità, non è utilizzabile come combustibile, per l’argilla invece si potrebbe vedere.
Le argille hanno struttura cristallina dalle dimensioni minime inferiori ai 2 micron e proprietà colloidali. È costituita da silicati di alluminio mescolati con altri minerali.  I tipi di argille sono chimicamente diversi e si distinguono per nome come: illite, clorite, glauconite, caolinite, montmorillonite, attapulgite e sepiolite, sette in tutto. Sin dall’antichità, l’uomo ha attribuito all’argilla proprietà curative, antisettiche e cosmetiche. L’interesse dei moderni si rivolge massimamente verso gli usi omeopatici ed estetici.
Delle argille si può parlare in termini di utilizzo industriale, ma anche  in agricoltura per gli innesti, a casa per assorbire gli odori (in frigo per esempio) e per un certo potere filtrante e assorbente, in cosmesi per le maschere di bellezza .
 Insomma, questa argilla che si ritrova all’esterno in mucchietti sul suolo di Terrapelata, oltre a testimoniare un fenomeno geologico, saprà suggerire alla fantasia umana e in particolar modo ai nisseni un uso compensativo sostenibile?