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sabato 26 settembre 2015

E I NISSENI RI-SCOPRIRONO CIÀULA


Ovvero: il povero ciàula scopritore della luna vuole essere brand o metafora del mondo minerario di cui il territorio nisseno è stato primo attore?

Risultati immagini per ciaulaNel titolo prescelto: «Ciàula scopre la luna», in un progetto locale per tre Comuni del nisseno (Caltanissetta, San Cataldo e Montedoro) si riprende un antica (di alcuni decenni) intuizione, nata per recuperare quella mancanza di reddito, dovuto alla perdita dei posti di lavoro in miniera, dopo la loro chiusura. L'idea era nata dopo una cocente delusione per una promessa industrializzazione compensativa nel cosiddetto (all'epoca) triangolo della miseria (Agrigento, Caltanissetta ed Enna). La proposta, dunque, non è nuova. Da decenni si assiste, con proclami, annunci e cose simili, al fatto che quasi tutti i Campanili in territori già legati all'archeoindustria siciliana, vorrebbero candidarsi a luoghi della memoria mineraria.
Stavolta, però, la nuova perorazione appare sì diversa ma dal titolo ambiguo, e fa sorgere spontaneo un interrogativo: ma la storia del povero Ciàula in compagnia di zì Scarda, vuole essere un brand o una metafora? E di cosa?

Un Ciàula che scopre la Luna, la quale forse mai, col suo animo semplice, aveva avuto tempo e modo

per percepirla come tutti gli altri esseri umani e un zì Scarda, tragicomico, nella rappresentazione del commediografo Pirandello, evocano un qualcosa che suscita nell'immaginario collettivo solo sentimenti di compassione. Con la novella di Ciàula, per sentito dire, si corre il rischio per le nuove generazioni, di ridurre questo accostamento da mesto ricordo a semplice "amarcord": tempo da rimpiangere, da ricordare con nostalgia. La luna, per Ciàula, era la scoperta di ciò che gli era stato da sempre negato: la comune conoscenza umana del ritmo circadiano. La lacrima che solcava un viso scavato dal dolore e dalla fatica di zì Scarda, raccolta con una smorfia della bocca quasi comica, non lasciano spazio ad un rimpianto per un mondo, molto vicino a noi, ma parecchio doloroso, che non c'è più. Questi personaggi di Pirandello, così per ricordarlo, appartengono anche al triste e doloroso affido del figlio adolescente («carusu») dal padre-padrone contadino poverissimo, in ostaggio al minatore anziano di ridotte attitudini lavorative, suo creditore. Situazione che difficilmente si concludeva con il riscatto dell'ostaggio.

Se vuole essere un marchio confesso che fa molta tristezza e se non erro è stato già adottato da altri e per altri scopi.

La metafora come effetto non sembra molto diversa, per quello che si vuole veicolare, ma forse vuole essere solo una suggestione, ma le suggestioni, come si sa, durano poco.

Giuseppe Cancemi

domenica 12 luglio 2015

BELLUNO


A proposito del progetto di riqualificazione commerciale del centro storico


Il centro storico, ha una sua dimensione culturale che non può essere perpetuata a museo statico ma neanche può diventare a tutti i costi, luogo perennemente assediato da bancarelle e considerato spazio elettivamente mercantile.
A Belluno, purtroppo, mi pare che l'equilibrio tra bene culturale e utilizzazione funzionale di quel luogo sia saltato.
La spasmodica utilizzazione a fini mercantili di ogni cosa, anche dei beni culturali nel nostro caso, deve avere un limite. Il centro storico, per l'appunto, per sua innata funzione è innanzitutto luogo a misura d'uomo. È sì centro direzionale, di culto e minimamente commerciale, grazie ai suoi residenti, ma soprattutto è luogo della memoria storica, genius loci, per i suoi beni architettonici, artisti, e monumentali. Insomma, carta d'identità dell'umanità che l'ha attraversato. 

Belluno, non diversamente dalla altre città italiane, ha un potenziale di architetture e reperti storici che "raccontano", di tutto rispetto. È avvilente perciò, vedere macchine o baracche che occupano spazi che ricordano, per esempio, la Resistenza o il Risorgimento.
Il volere assecondare a tutti i costi un non sempre possibile commercio a scapito dell'unica vera attitudine del centro storico, così come perseverano gli amministratori, diventa un arbitrio che non si può accettare. I centri storici sono a prevalente vocazione culturale e non possono essere violentati da altre scelte anche se legittime. È il risultato di una cifra sbagliata portare esageratamente baracche e baracchelle in centro per assecondare, alla fine, la vendita e il consumo di bevande (bar e locali similari), ma come sembrerebbe, dovuto ad una offerta eccessiva di questo consumo. Forse, esiste un esubero di esercizi rispetto  alla effettiva domanda e, a rifletterci, non possiamo non arguire che l'eccesso di queste rivendite segnala una mancata ricerca di mercato, alla base di ogni qualsiasi isediamento/investimento commerciale. L'Amministrazione che sceglie di assecondare gli sbagli di pochi o molti che siano, è una scelta, ma non certamente a favore di una effettiva riqualificazione del centro storico e meno ancora della città tutta.

Giuseppe Cancemi

domenica 28 giugno 2015

CENTRO STORICO DI CALTANISSETTA


ENNESIMO PROGETTO DI RECUPERO IN VISTA

Mi risulta che si sta per riprendere un nuovo corso per il recupero del centro storico di Caltanissetta. Per questa attenzione che spero sia l'ultima, forse per mia scarsa informazione nutro, non da solo, qualche diffidenza e perplessità su un avvio di progetto, in apparenza ancora una volta dal profilo esclusivamente tecnico che si annuncia simile ad altri, anche di un recente passato. Forse però, questa volta si differenzia per tipologia del soggetto incaricato: l'ateneo ennese. Viene affidato lo studio, che vuole essere sperimentale, alla Facoltà di Ingegneria e Architettura dell’Università degli Studi Kore di Enna. La facoltà incaricata, nella conduzione di tale progetto, ha dichiarato di volere affrontare il suo compito con un laboratorio di restauro, allo scopo di analizzare e classificare il tessuto edilizio e le relative implicazioni che hanno stratificato il nucleo storico di Caltanissetta. L'attività che detto corso si propone, comprende una sinergia con il Sistema Informativo Territoriale Regionale, passando per quella che è oramai l'imprescindibile georeferenziazione dei rilievi eseguiti. Nulla da eccepire, dunque, per quanto si vuole mettere in moto per fare uscire dalla secca l'agognato avvio del recupero urbanistico in centro storico. Come accennato, però, mi resta un qualche timore e, cioè, che si produca un grande progetto sotto il profilo accademico ma senza avere sciolto alcun nodo (di decisione politica) di natura preliminare. Ciò posto, provo ad elencare brevemente quali sono le mie preoccupazioni. Come elemento propedeutico, penso, e non da ora, che alla base di qualcosa da realizzare per qualcuno, si deve conoscere da dove si deve iniziare, chi è o  chi sarà quel qualcuno. Per esempio, Caltanissetta può oramai considerarsi città multietnica, ma a sua insaputa. Proprio la Piazza Garibaldi, cuore di cardo e decumano in centro storico, mostra da tempo tutti i colori dei variopinti gruppi che la popolano. E non sono solo nei caratteri somatici ma anche nella varietà dei tipici abbigliamenti e vestiari a noi non molto noti, se non da poco tempo. In buona sostanza, vogliamo veramente mantenere questo centro storico? E per quale città, nel suo complesso, e abitanti nisseni nel futuro? Considerando l’ampiezza del c. s. non è difficile pensare ad una operazione di recupero assai lunga nel tempo, che impegnerà l'odierna generazione e senza tema di smentita anche qualche altra ancora da venire. Altro elemento incognita, sono le risorse da reperire per un tale vasto recupero. Sappiamo, che oggi quest’ultime sono scarse e che  in un prevedibile futuro economico, forse, non saranno certo maggiori. Dunque, nel novero di una progettazione entrano anche in gioco i tempi di realizzazione non facilmente prevedibili. Dobbiamo anche sapere che commercialmente, allo stato attuale, le aree del c. s. non sono appetibili per vari motivi, pregiudizi per primi (i cittadini non graditi, da tempi remoti, sono sempre stati confinati nelle stesse aree e, vedi caso, indovinate quali?). Ma la perplessità su una progettazione così impegnativa non finiscono qui. Il c. s., anche se non intensamente popolato, ha i suoi abitanti che non sono fantasmi e che nella complessità del piano, vanno considerati ai fini del trasferimento (trasporto delle suppellettili, alloggio provvisorio, etc.) quando saranno raggiunti dai lavori di recupero. E poi, davvero si conoscono quali sono e saranno le dinamiche anagrafiche, economiche e spaziali attuali e future?Ecco, credo che anche il migliore degli studi, se ancora una volta darà tutto per scontato e non prenderà, quindi,  in considerazione i tratti socio-economici e spaziali di una comunità nei suoi bisogni di risiedere, spostarsi, lavorare, etc.,  rischia di essere sì un'ottima esercitazione accademica ma con effetti applicativi lontani o estranei ai reali bisogni del contesto urbano. Spero che riflettendo anche su queste brevi note, si possano prendere tutte quelle misure che servono per una città, che va vista, letta e progettata attraverso la sua complessità e interezza sistemica.



Giuseppe Cancemi

venerdì 15 maggio 2015

BELLUNO

 I SEGNALI  STRADALI  VERTICALI,  SIAMO  SICURI  CHE SONO  TUTTI  LEGITTIMI?


Non piace a nessuno essere multato, ma se poi ci confrontiamo con la nostra coscienza, specie se l’infrazione c'è, dovremmo serenamente ammettere il nostro torto e convircerci che la legalità è una garanzia per tutti. La CEI definisce la legalità «insieme rispetto e pratica delle leggi». C'è solo un piccolo particolare che andrebbe chiarito, si riferisce a tutti, compreso chi amministra e soprattutto a chi deve fare rispettare le leggi.
Il mio rifiuto di accettazione verso una recente multa, che poteva essere evitata, però non mi trova convinto per la modesta cifra (28,70 €) né rassegnato, nonostante la mia ragionevole e avvertita premessa. E voglio argomentare perché.
Fronte- retro dello stesso cartello in Viale Fantuzzi.
Articolo 77, regolamento di  esecuzione del  c.d.s.




Mi colloco nella media degli automobilisti, tra quelli ligi al dovere. Infatti non ho mai preso una multa da trentanni a questa parte. L'altro ieri, però, ho svoltato dove un cartello indicava di procedere diritto e ho preso una sanzione. Il segnale è lì e nessuno può negarlo. Dunque, nulla Quaestio. Ma tornando a piedi sul luogo, mi sono domandato quale poteva essere stata la necessità che ha indotto il Comune a vietare la svolta a sinistra (davanti gli uffici della Questura) e mi interessava conoscere quali motivazioni avevano fatto deliberare quell'adozione. Ricordandomi che tutti siamo uguali di fronte alla legge, mi è venuto in mente di guardare se quel segnale stradale era stato posto legittimamente proprio lì. Sorpresa! Il retro del cartello non riporta quanto prescritto dal codice della strada e perciò non osserva l'obbligo ribadito da una recente sentenza di Cassazione. Dunque quel cartello potrebbe essere lì per una dimenticanza di una pregressa situazione di circolazione o per chissà  quale altro motivo. E' perciò nasce un dubbio di legittimità (o quasi una certezza!) per quel cartello, privo di numero e data dall'atto amministrativo che lo ha imposto.
Il dubbio dell'illegittimità lo suggerisce proprio la stessa circolazione che sembra illogica. I veicoli che provengono dalla Piazza Piloni, dalla Via Caffi e dalla Via Tissi, diretti verso la stazione ferroviaria, sono costretti a dirigersi verso un nodo semaforico, Piazza Cesare Battisti, già con un suo carico di traffico importante. Il flusso dal  Viale Fantuzzi verso la rotatoria, non sembra dettato apparentemente da alcuna evidente esigenza  se non quella di alleggerire il traffico di Via Volontari della Libertà, una via relativamente poco trafficata. Comunque, allo stato, il mio errore apparentemente non  giustificato, non può essere considerato sanzionabile se quel segnale stradale è e rimane illegittimo.
Facile anche porsi alcune domanda: perché un vigile proprio lì pronto a multare tutti senza nulla fare per evitare quell'infrazione? Esiste un motivo plausibile che ha indotto la sorveglianza urbana a reprimere proprio quella trasgressione senza se e senza ma? E ancora:  Si fa altrettanto per la sosta selvaggia in Piazza Duomo, per l’uso del cellulare in marcia, per la sobrietà in auto o per il superamento dei limiti di velocità?
 Nel caso, mi è sembrato di vedere archiviata una pedagogia di rapporto favorevole alla prevenzione, tra potere e cittadino. Forse, una multa a tutti i costi poteva essere evitata e non solo per me, ma anche per altri con ben altro valore educativo. Una sanzione amministrativa nel dubbio che lo strumento che l'ha determinata sia illegittimo solleva una questione tra potere e cittadino che si può semplificare ricordando il Marchese del Grillo: «io so' io (potere) e voi non siete un ca..o (cittadini)»
 Mi sia lasciato ancora dire, che più di una giusta multa quella contestata mi è apparsa come un pretestuoso balzello stocastico.
 Forse, un'azione costante preventiva, potrebbe andare meglio se si ha a cuore veramente la «legalità». Il vigile che ha multato la «pericolosa» mia deviazione si trovava in una posizione che bastava un semplice gesto per impedirmi  di svoltare, mentre invece ha lasciato che si compisse l'infrazione. Ha scelto! Anziché prevenire, é più comprovante reprimere. La preziona presenza di un vigile in strada, graditissima, non mi è apparsa in effetti come un meritevole servizio ma piuttosto come un “agguato” fatto apposta, per un ulteriore raschiamento del fondo del barile in nome e per conto del Comune, a spese di un qualsiasi malcapitato. Mi soffermo ancora, nella fattispecie dell'infrazione, per assicurare che trattavasi di uninnocua deviazione ad angolo retto con le dovute precauzioni, lungi dal rappresentare una pericolosa situazione fissa da scongiurare. Per finire, verrebbe spontaneo dire: da quale pulpito viene la predica!
Sì perché il Comune, diciamo, che predica bene ma, in casi come questo, razzola male. Al cittadino contesta, ripeto “giustamente”, le inosservanze, ma scorda che nell'educare alla legalità la prevenzione non va esclusa. La credibilità verso le istituzioni deve essere fondata su comportamenti ineccepibili ed esemplari, le leggi e i regolamenti valgono per tutti grazie alla Costituzione.
Per capirci, queste ultime mie osservazioni, che possono apparire impertinenti, scaturiscono dalla constatazione dall'illegittimità del segnale stradale posto nel tratto Viale Fantuzzi - rotatoria, il quale obbliga a proseguire, senza potere svoltare all'altezza della Questura, lungo la via dei Volontari della Libertà. Quel cartello, anche per una recente sentenza di Cassazione, rientra tra quelli non a norma di legge, in quanto privo dell'apposita dicitura che ne attesta la sua validità. Nella sentenza tra l'altro si ribadisce: «L 'obbligatorietà della prescrizione contenuta in un segnale stradale deve ritenersi condizionata alla legittimità del provvedimento amministrativo che l'ha imposta»
Giudicate voi!

Giuseppe Cancemi

venerdì 10 aprile 2015

CENTRI STORICI

Speriamo che le celebrazioni di Le Corbusier portino fortuna... 




In Europa si celebra quest'anno la figura del famoso "homme de lettres", Charles Edouard Jeaneret-Gris, meglio conosciuto come LE CORBUSIER.
Chissà se a Caltanissetta un qualche miracolo non metta in moto il recupero del centro storico?


giovedì 9 aprile 2015

Disneyland o centro commerciale dei poveri?

LA CARICA DEI 5000

Il centro storico non è disneyland e neanche il centro commerciale dei poveri. Piuttosto rappresenta l'anima, la cultura, la storia del genius loci, la traccia tangibile delle generazioni che l'hanno attraversato e il contesto della generazione in itinere. Eppure, non sembra bastare che tutti i fine settimana ci si lamenti di atti vandalici, inquinamento acustico e abbandono di rifiuti in ogni luogo. Anzi, ci si preoccupa di tanto in tanto di fare qualche “iniezione” di inquinamento atmosferico e acustico supplementare. Domenica ci saranno 5000 moto in piazza da (sic!) “benedire”.


Giustamente il Sindaco, rivolgendosi all'opposizione, manda a dire che vuole discutere di temi e non di “poltrone”. Vero! Poco e niente interessano ai cittadini gli “avvitamenti” su temi e problemi sempre di assetto, di piccole strategie di singoli, di minuscoli gruppi e di partito. Ci si dovrebbe ricordare, sempre, che la delega a governare data dagli elettori non può essere barattata come merce di scambio. Per primi gli abitanti del centro di Belluno, da tempo avvertono i disagi appena accennati ma anche come il cuore della città si stia lentamente degradando. Molti marciapiedi sono sconnessi, le piante esistenti pian piano si vanno diradando per gli annuali abbattimenti che finiscono col fare posto ai parcheggi. Via via si sta assecondando anche una tendenza che fa crescere il contingente di auto stanziali e circolanti nelle principali aree storiche della città, mentre il parcheggio Lambioi resta quasi sempre vuoto.
I temi su cui riflettere non mancano. A breve, per esempio, perché i “bolidi da ammirare” debbono essere mostrati in piazza dei Martiri e in via Loreto e non nello spazioso parcheggio Lambioi?
L'inquinamento, non è solo quello atmosferico ma anche quello più sottile spaziale e cromatico. Il caos tecnologico non va d'accordo con lo sfondo storico e i vari inquinanti come benzene, monossido e biossido di carbonio, etc. disseminati. E neanche con la salute pubblica!

Mi chiedo e chiedo agli amministratori, a proposito di candidatura della città di Belluno a smart city, a quale di questi fattori smart: economy, people, governance, mobility, environment, living appartiene questa manifestazione a base di gas di scarico e rumore? O forse quest'ultimi non vanno contabilizzati perché sono solo inevitabili “danni collaterali”?
Per concludere, sui temi che andrebbero affrontati per il medio e lungo termine, a solo scopo indicativo me ne vengono in mente alcuni. Il verde degli alberi, per primo, che annualmente diminuisce ad opera delle ferite delle capitozzature selvagge, senza alcun risarcimento (come promesso anni fa da altra amministrazione). Non meno degno di attenzione è lo spopolamento della città e in particolare del centro storico affiancato da una contemporanea assurda invenzione di nuovi volumi edificabili. E infine, per ultimo, ma non l'ultimo, penso al tema dimenticato che riguarda il le progettate modifiche della piazza dei Martiri non compatibili con i segni della storia.
Forse, mi rivolgo agli Amministratori della città, una generale revisione di quanto accennato nei temi ricordati andrebbe fatta, ma con molta umiltà e senso di servizio al “cittadino sovrano”.


Giuseppe Cancemi

giovedì 2 aprile 2015

Promuoviamo il mecenatismo per riappropriarci dei BENI CULTURALI

Manifesto

NISSENI..., TUTTI MECENATI!

Senza più aspettare Godot mi viene di suggerire ai nisseni tutti, un' autonoma iniziativa di

adozione del

CENTRO STORICO
(Bene culturale di tutti!)

facendoci promotori di una raccolta, anche di un singolo euro per ogni cittadino, per un progetto del cuore della città condiviso.

Si organizzi una raccolta un po' dappertutto: centri commerciali, singoli esercizi, mediante cellulare, etc.. Una sorta di colletta anche di pochi spiccioli raccolti capillarmente per dare un segnale al Comune che i cittadini per il recupero del centro storico ci stanno e non possono più aspettare ulteriormente.

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martedì 17 febbraio 2015

ALBERO GENEALOGICO

PREFAZIONE DEL LIBRO DEL MIO AMICO STEFANO

Gens Mea

Questa ricerca nasce dalla semplice constatazione che ogni persona, anche di età avanzata, con i propri ricordi non riesce ad andare oltre i suoi bisnonni, cioè  oltre le tre ultime generazioni  che l’ hanno preceduta. Il passaggio da una generazione all'altra si compie intorno ai 30 anni. Si può perciò ritenere che, con le dovute approssimazioni, il ricordo rivolto ai nostri ascendenti  non va oltre il secolo, tranne che si tratti di persone eccezionali che, nel bene o nel male, riescano ad entrare in atti, scritture, memorie a vario titolo e/o documenti noti ad una moltitudine di persone, insomma nella storia. Ma anche allora non è detto che sia chiaro il loro collegamento con i propri discendenti. In Corsica, ad esempio,  sono in troppi a dirsi discendenti di Garibaldi o addirittura di Napoleone Bonaparte.
Le persone coinvolte in questo volume sono circa ottomila (discendenti e loro coniugi), distribuiti in un numero di generazioni che va, in gran parte, attorno a sette. A partire dall’anno 2011 e andando a ritroso nel tempo, nella mia ricerca,  sono arrivato non oltre l’anno 1690.
Negli anni futuri i discendenti degli inclusi in questi novantasei alberi genealogici potranno risalire ben oltre le tre generazioni di cui dicevo prima e, se avranno la solerzia di aggiornare il proprio albero, avranno il merito di tramandare ai propri discendenti il ricordo dei propri avi..
Conoscere la propria genealogia contribuisce a rafforzare la propria identità.
L’evangelista Matteo nell’iniziare il suo Vangelo fa una lunga genealogia di Gesù, tripartita in gruppi di quattordici generazioni (in tutto quarantadue generazioni) che risalgono da Gesù ad Abramo (dal quale inizia la storia di Israele). Applicando alle quarantadue generazioni la durata di trenta anni per ciascuna, ricaviamo che Gesù venne dopo 1260 anni da Abramo. Ovviamente è probabile che tale calcolo sia fatto in difetto perché possiamo presumere che la durata della vita sia andata cambiando nel corso del tempo. Anche nella genealogia di Gesù troviamo donne non israelite e, a volte, non proprio virtuose.
Cercando in alcune biblioteche ed in internet (lingua italiana), non ho trovato libri o indizi che conducano a ricerche, nel mare delle genealogie, che assomiglino al presente volume.  Mi è stato di aiuto l’essere partito dall’albero genealogico della mia famiglia (albero b2), allargandomi gradualmente di ramo in ramo, di generazione in generazione. Questo è un libro che non va letto pagina dopo pagina, ma  soltanto consultato da chi vuole conoscere i rapporti tra i censiti in un albero. È anche possibile  risalire ad altre persone inserite in alberi diversi (attraverso i rimandi ai detti  alberi  riportati nei rettangoli gialli).
Per compilare quest’opera ho chiesto notizie a centinaia di persone (residenti in tante parti del mondo) mandando in genere ad esse copie dell’albero su cui stavo lavorando e chiedendo integrazioni, correzioni e dati anagrafici. La gran parte di essi mi ha risposto. Spesso mi hanno ringraziato dicendomi che attraverso l’albero avevano avuto la gioia di scoprire l’esistenza di parenti con i quali subito si sono messi in contatto. Chissà  se in futuro sarà ancora possibile fare una simile ricerca sia perché la dispersione delle persone nel mondo sarà sempre maggiore sia anche per la possibile entrata in vigore, in Italia, di una legge che dia ai genitori la possibilità di utilizzare come cognome dei figli sia il cognome della madre che quello del padre oppure ambedue insieme.
Ho constatato che il mio lavoro serve anche ad aggregare le famiglie dando ai rispettivi membri la consapevolezza della comune appartenenza.
Oggi siamo sempre più investiti dalla globalizzazione che produce l’effetto di ridurre le distanze ed incrementa le comunicazioni. In conseguenza vedremo i nostri figli andare via dal comune in cui sono nati e cercare lavoro altrove,  trasferendosi in qualsiasi parte del mondo.
Già oggi notiamo che coloro che si sono trasferiti permanentemente all’estero  hanno allentato i rapporti con i parenti e, se non tornano spesso al comune di origine, finiscono col non conoscere più i parenti lontani. Perdono cioè la consapevolezza della propria identità, come fossero foglie staccate dall’albero familiare sotto l’azione del vento della globalizzazione.
Dal punto di vista culturale, l’uomo sente il bisogno di essere consapevole della propria identità, che è costituita da tanti elementi: la famiglia di appartenenza, il territorio di provenienza, la lingua parlata, la religione professata ecc. Tante volte abbiamo potuto constatare che le persone emigrate in America agli inizi del secolo scorso, cercano ancora di conoscere i propri parenti, di chiarire la propria genealogia  e spesso, venendo in Italia, li cercano (anche andando a chiedere notizie negli uffici anagrafici del comune o nelle parrocchie) e stabiliscono con loro nuove relazioni. È probabile che questo volume sarà gradito a molti emigrati. Tanti hanno ricercato i legami o le radici che collegano il popolo americano di origine italiana con la nostra terra attraverso gli archivi di Ellis Island (https://www.ellisisland.org/).
La compilazione di questi alberi genealogici mi ha dato modo di rendermi conto di alcuni eventi verificatisi nel trascorrere degli anni. È cambiato il numero di figli delle coppie di sposi. Prima  era  più alto, normalmente si attestava attorno a quattro e spesso, specialmente a Milena, si andava oltre dieci. Eppure la povertà era maggiore. Col passare degli anni man mano che l’occupazione si è spostata dall’agricoltura all’industria ed ai servizi ed il reddito è andato aumentando, il numero dei figli è sceso attestandosi ad uno o due figli per coppia. Forse per una modificazione culturale e una maggiore consapevolezza genitoriale. Chissà!
La coppia prima era costituita normalmente da persone sposate in chiesa, oggi il legame matrimoniale si è allentato. Spesso si convive.
Certamente ha influito sia l’affacciarsi della donna al mercato del lavoro,  sia la crescente scristianizzazione della nostra società.
Anche i nomi che si danno ai figli sono cambiati. Prima si rispettava di più  l’usanza di dare ai figli il nome dei propri genitori. Io mi chiamo Stefano Diprima perché mio nonno si chiamava Stefano Diprima. Tale usanza è antichissima e ne abbiamo traccia anche nei Vangeli.
L’evangelista Luca riferisce che l’arcangelo Gabriele annunziò a Zaccaria, marito di Elisabetta, che avrebbe avuto un figlio e lo doveva chiamare Giovanni. Maturò il tempo ed Elisabetta partorì. «I vicini ed i parenti udirono che il Signore aveva manifestato in lei la sua grande misericordia e si rallegravano con lei. Otto giorni dopo vennero per circoncidere il bambino e volevano chiamarlo con il nome di suo padre Zaccaria. Ma sua madre intervenne: “No, si chiamerà Giovanni”. Le dissero: “Non c’è nessuno nella tua parentela che si chiami con questo nome”». Al bambino fu dato nome Giovanni perché anche Zaccaria lo volle.
Oggi sono in tanti a non sentirsi vincolati dall’antica usanza e scelgono nomi di personaggi celebrati dai media, sentiti in televisione o nelle letture di romanzi o ancora nei film. Accade anche che i cattolici, nella scelta del nome di battesimo,  non  rispettino il Codice di Diritto Canonico che dice «I genitori, i padrini e il parroco abbiano cura che non venga imposto un nome estraneo al senso cristiano» (Can. 855).
Alla base di ogni albero genealogico sta la persona. L’albero definisce il rapporto di parentelatra le persone. L’uomo è per sua natura un essere “sociale” cioè collegato ad altre persone. Detto collegamento può essere di varia natura: amicizia, conoscenza, inimicizia, parentado ecc..  Sono convinto che il collegamento più importante è l’amicizia. Il patrimonio più importante che ognuno di noi ha è costituito dalle relazioni amicali che possiede e che vorrebbe trasmettere ai propri figli. La natura aiuta l’uomo a relazionarsi con gli altri uomini sulla base della propria libertà. La parentela non è altro che un suggerimento che la natura dà all’uomo sulla scelta dei primi possibili amici.
L’uomo,  usando la propria libertà, può accoglierlo, respingerlo o semplicemente ignorarlo. Certo però è che la famiglia è l’unico luogo in cui il singolo trova normalmente e gratuitamente rifugio ed aiuto. Dal bambino all’adulto, tutti i suoi bisogni trovano risposta in famiglia.
Nelle nostre società progredite, la risposta ad alcuni bisogni è oggi passata dalla famiglia alla società. Penso alle cure di malattie gravi, alla istruzione, alla sicurezza ecc.. Ma la maggiore serenità la trovano quelle persone che hanno cercato nei parenti più vicini i loro migliori amici.
È questo l’augurio che faccio al lettore.

Stefano Diprima


venerdì 9 gennaio 2015

Amministrare la città



PER PARTIRE BENE... SIN DAI PRIMI CENTO GIORNI


Voltare pagina, per una città del profondo Sud che tutti gli anni regolarmente si colloca all'ultimo posto delle graduatorie sulla vivibilità delle città in Italia, è cosa ardua. Il gorgo di una quotidianità amministrativa esercitata nell'inseguire i problemi, può risucchiare ogni buona intenzione di riscossa promessa in tempo di elezioni, fatta magari in buona fede. Aggredire le problematiche amministrative quotidiane che sempre più hanno abbassato il livello dell'ordinaria amministrazione, è la prima cosa che bisogna fare. Serve anche rinvigorire ed estendere l'etica della responsabilità, rendere trasparente il palazzo comunale, avvicinare tutti i cittadini alle scelte, prima di farle e non dopo. Razionalizzare, risparmiare, riqualificare e/o spostare risorse improduttive verso capitoli che ottimizzano, qualificano l'attività amministrativa, sono categorie che devono entrare per prime nella buona amministrazione.
Come iniziare un nuovo corso di buona amministrazione della città, parte da una conoscenza condivisa dei problemi e dalle risposte da dare a questi, secondo una tempistica, una disponibilità delle risorse da impiegare, una assegnazione della priorità e alcuni criteri di base. Nei primi cento giorni, si può cominciare dall'immagine della città, dall'erogazione dei servizi, dalle facilitazioni che possono essere avviate per avvicinare gli utenti della città al "palazzo". I costi, che questo primo approccio deve avere, devono rimanere gli stessi di prima, se non meno. Sembrerebbe velleitario ma non lo è!
 Prendiamo l'immagine della città attuale non priva di degrado in generale e nell'arredo urbano, poco pulita lungo le strade, i marciapiedi e i posti di raccolta e vediamo cosa si può fare per ridare un nuovo volto alla città.

 A mo' d'esempio: se riduciamo il volume della frazione indifferenziata che finisce nei cassonetti, si possono abbattere i costi di conferimento in discarica a vantaggio del riutilizzo, delle finanze locali (e non solo) e dell'ambiente naturale dove andrebbe smaltito l'umido. Dunque vantaggi diretti e indiretti. Altro esempio, a favore dell'immagine urbana, potrebbe riguardare una più "severa", "pignola" e "accurata" pulizia cittadina. Avendo cura di difendere sì la giusta e puntuale ricompensa del lavoro svolto dagli Operatori ecologici ma non senza pretendere la contropartita apprezzabile da tutti e non senza perseguire (se necessario ed educativo) i contravventori cittadini. Un ulteriore esempio potrebbe riguardare la velocizzazione dei servizi ai cittadini, al commercio e all'imprenditoria, facendo viaggiare le informazioni e non le persone.
All'interno del Palazzo, sempre per esemplificare, i carichi di lavoro di ognuno e di tutti, previsti dalle norme (Contratti collettivi) o dalla consuetudine riconosciuta e consolidata e la dirigenza che deve vigilare, debbono assicurare il massimo della efficienza per dovere e rispetto ai cittadini sovrani. Anche gli amministratori, da parte loro, non debbono e non possono delegare agli uffici e al rispettivo personale, compiti propri della politica. Le scelte e le soluzioni di natura politica, non contrarie alle leggi e con copertura finanziaria, debbono solo essere, tradotte in azioni, ed eseguite. Non bisogna lasciare spazio alla discrezionalità. Se viene delegata ai dirigenti la conduzione degli atti che afferiscono alla sfera della loro responsabilità individuale ma che sono riconducibili alla responsabilità politica, viene dato spazio a rinvii, ritardi se non ad una elusione della esecutività.
Infine, le aggregazioni di volontariato, gli anziani organizzati (p. e. AUSER) con deleghe e responsabilizzazione sulla custodia e il mantenimento, per esempio, dei giardini pubblici o del verde di quartiere possono fornire un prezioso ausilio a costo zero.
E via discorrendo di questo passo....
Ecco, l'avvio così concepito, di aggiustamenti, puntualizzazioni, razionalizzazioni, riconoscimenti di ruoli e responsabilità, efficienza, dovere e diritto, consapevolezza, di cittadinanza attiva e partecipativa può fare da volano a una serie di altre piccole riforme dal basso se partecipate davvero.

Giuseppe Cancemi

BELLUNO: la città nel suo essere insieme urbano


IL CENTRO STORICO NON E' DISNEYLAND


Credo che il centro storico meriti più rispetto. Non si è mai spenta l'eco dei risentimenti dei suoi abitanti che si rinnova di tanto in tanto. Non sono giustificabili le “offese” e le “ferite” che vengono inferte tutte le notti dal “nottam...bullismo e quasi settimanalmente dalle varie, diciamo, “feste paesane”, in nome di un'economia che alla fine si riduce alla sopravvivenza di qualche bar. Tutto insiste come se il centro storico non fosse abitato da alcuno.
Eppure, bisognerebbe ringraziare proprio la “resistenza” di quegli abitanti del centro, se viene mantenuto un minimo di sopravvivenza per quegli esercizi commerciali di vicinato, divenuti oramai i meno sostenibili.
La politica è sorda, considera e percepisce il maggior luogo di rappresentanza della città, come strumento semplicemente da usare: senz'anima e senza abitanti. I progetti quasi sempre per il centro che mostra, sono presentati come frutto di un “concorso” in fretta e furia sempre in chiave mercantilista. Comunque, la recente volontà amministrativa di volere calmierare i prezzi d'affitto delle abitazioni, potrebbe essere un inizio di buona politica. Bisogna, però, affrontare il problema delle abitazioni nella globalità di un progetto di città che fin qui non si è visto. Tanti sono i segni che l'Amministrazione cittadina naviga a vista. Non ha una rotta tracciata. Considera la periferia urbanizzata come luogo aperto alla saturazione edilizia, il centro storico come la Disneyland di città, il greto del Fiume Piave come la futura Palm Beach, gli alberi un impiccio per i parcheggi e viabilità e l'ambiente naturale non diverso dal suolo agricolo. L'eccesso di feste “strapaesane” continuato ed aggravato da emissioni acustiche inquinanti in alcune circostanze oltre i limiti del dolore, gli affollamenti variopinti di cose e persone, e perfino la circolazione di cibi e bevande non sempre nostrani, per chi vorrebbe apprezzare, “gustare” il godimento del genius loci nel silenzio, nei colori e nei sapori propri del luogo dovrà accontentarsi
di una mistificante accozzaglia di estemporanei segni in contrasto con quello che rappresenta un centro storico. A tutti sono note le spese per i festini vari, l'aspettativa di una spiaggia a Lambioi e l'abbattimento di quei poveri alberi, sempre ritenuti malati, ma in verità utili per qualche posteggio in più. Di non meno rilievo, anzi quasi dispettoso, nella conduzione amministrativa di questa città, appare, anche, l'esclusione del centro storico nel servizio di ecocentro su mezzo mobile.


Pendono adesso, sommariamente, sul capo della città: una scelta di ammodernamento di Piazza dei Martiri che si propone di stravolgere l'immagine consolidata del salotto buono di Belluno; una permuta di volumi per agevolare nuova edilizia in zona di espansione; nuovi gadget per allietare ulteriormente le notti brave di Belluno sempre in centro storico, etc.. Bisogna riconoscere, però, che qualche iniziativa all'orizzonte appare con una qualche utilità, pur se non coordinata nel suo complesso, con risorse, bisogni, problemi e progetti. Mi riferisco alla ricercata azione amministrativa di volere con l'ATER, un approccio progettuale che potrebbe diventare ambizioso, se non si esaurisce e si limita al solo reperimento di qualche abitazione a costo contenuto. L'occasione, invece, dovrebbe estendersi e prevedere per la città un piano complessivo nella direzione di un rinnovo edilizio a rotazione continua, magari dando, forse, meglio impulso, da parte del Comune, all'Ufficio Politiche per la Casa. Non secondario è anche l'interessamento che si ha per la scuola primaria. Restituire la scuola “Gabelli” ai cittadini e ripristinare lo spazio occupato provvisoriamente, dagli attuali edifici scolastici nel Parco Città di Bologna, farebbe cessare quella deprecabile emergenza di cui l'Italia è solita abusarne.

Insomma, il primo cittadino non me ne voglia, se mi sono permesso di sottolineare una certa carenza politica che nulla ha a che vedere con le ristrettezze economiche comunali, che esistono e limitano l'azione politica, ma ciò che mi sembrava utile mettere in evidenza resta la visione d'insieme della città che rimarco: non deve mancare. Ricordo soltanto, che il centro storico non è luogo a se stante ma, piuttosto, parte nobile di un luogo abitato. L'umanità che l'ha attraversato con i suoi segni tangibili lo ha reso unico e irripetibile. Pertanto, lo ricordo per me stesso, chi non riconosce nel centro storico l'alta pregnanza storico-culturale e baratta la sua essenza di città per valori miseri ed effimeri, non solo sbaglia ma fa anche proselitismo per l'ignoranza!


Giuseppe Cancemi