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venerdì 16 aprile 2021

LA SCUOLA “ARISTIDE GABELLI” SI RINNOVA

 

Perplessità sull'intervento...


Il Restauro in corso della scuola elementare Gabelli, credo che meriti più attenzione. Quella scuola, nata con i crismi delle opere di regime, nel ventennio, è un esempio di architettura razionalista, che ha rappresentato un pezzo dell’italica storia. Uno stile, che rappresenta una qualità estetica ritenuta di rilievo.

Ne sono autori, due ingegneri (Agostino e Guglielmo Zadra) che realizzano un manufatto in chiave ambientale di ricercata sintonia con la pedagogia e la didattica, sostenuti dalla Montessori e dalla Pizzigoni, di quel periodo storico.

La scuola ha avuto anche nell’avvio, un’autorevole direzione della nota pedagogista locale Pierina Boranga.

Il tempo trascorso della scuola, fino ai nostri giorni, ci ha consegnato un complesso edilizio con i suoi connotati di vissuto, che ha accompagnato la fanciullezza di moltissimi noti e meno noti bellunesi. Ora in tempo di restauro, vale la pena di fare qualche annotazione sull’aspetto e il rispetto che va tributato all’immagine storica della scuola.

Gli attuali lavori, abbastanza lenti, hanno cominciato a fare emergere qualche elemento di riflessione. Guardando verso il materiale di risulta accumulato nel giardino, in attesa di essere portato al riciclaggio, risalta, la gran massa di infissi in alluminio anodizzato, non certamente dell’epoca. Per molti anni, ha rappresentato una non notata ferita all’immagine di quell’edificio.

In quella scelta impropria di finestre, non certo di stile, fatta nel tempo intermedio, in un territorio dove il legno è di casa e la sua naturale magnificenza è a tutti nota, appare proprio come un oltraggio al buon gusto e alla storia.

Il nuovo che va emergendo, non di meno, attira anch’esso una certa curiosità. Si vede in quelle finestre oramai sostituite, nel loro insieme un’immagine “discreta”, ma con un un qualcosa che attira l’attenzione. Ciò che appare guardando con attenzione, non è il solito legno che contorna i vetri, ma una sottile cornice che appare di un colore ruggine che fa ricordare il materiale di qualche arredo urbano presente in città. Una similitudine che fa pensare al perseverare delle scelte alloctone, pur sapendo che in “casa propria” esiste un materiale vivo (il legno) con qualità tecniche, meccaniche ed estetiche eccellenti, e sostenibile.

Forse chi governa questo territorio, non si è ancora accorto delle risorse di qualità che il territorio offre, persino dopo un disastro epocale. La tempesta Vaia, nei suoi danni creati nel bellunese, ha infatti regalato tanto legno che è stato poco considerato e anzi lasciato marcire. Eppure, si poteva intervenire con un progetto di recupero del legno ed un rilancio nel suo uso.



Oltre all’utilità come isolante termico e per tutte quelle varietà d’uso che si conoscono, si presentava anche l’opportunità per l’istituzione di un polo accademico del legno. Un luogo di ricerca per migliori applicazioni di quel materiale, la cui resilienza, elasticità e meccanica, sappiamo consentono adeguate strutture per una protezione sismica degli edifici.

Nella “capitale del legno” che ha fatto la storia delle imbarcazioni della Serenissima si sostituiscono gli infissi osceni precedenti (in alluminio) con altri non certo nostrani e per giunta con un materiale d’oltre Oceano. Il brevettato acciaio COR-TEN americano. Un materiale anche in contrasto con l’economia circolare ricercata dalla moderna cultura nell’uso dei materiali.

C’è da aspettarsi, che i bellunesi ancora non hanno visto bene, ma che comunque non faranno una piega come per i precedenti infissi.

Ci si augura soltanto che chi fa scelte per la comunità, possa riflettere sull’uso dei materiali estranei al contesto storico e culturale del bellunese. Per questo acciaio usato nelle nuove finestre non sappiamo quanto possa essere affidabile nella durata e quanto gradito sia nella fruizione della sua immagine. Il legno non si capisce perché, si cerca di “archiviarlo” e di ignorarlo, nonostante le sue ben note qualità.

Una raccomandazione per quanto detto, comunque, va fatta: attenzione a tutto quello che fa tendenza, anche nell’arredo urbano e persino nel restauro di antichi reperti. La sostituzione dei materiali, deve avere una giustificazione. Ricordiamoci che il significato di restauro è quello di assicurare la conservazione. La speranza che resta, è quella che la modernità a tutti i costi, non prenda la mano sulle opere in corso e quelle progettate da realizzare.

Giuseppe Cancemi




mercoledì 24 febbraio 2021

Vento di nuove strade sulle Dolomiti

 

BELLUNO INSISTE SULL’ANTROPIZZAZIONE

Scandaloso è ciò che ha voluto significare la stampa locale per l’accaduto, in un giorno festivo (domenica) dopo le recenti olimpiadi di Cortina. È stato sottolineato che: “Tre consiglieri provinciali hanno impiegato tre ore e mezza per andare da Cortina a Longarone”. Come se i rappresentanti del popolo avessero un qualche diritto in più rispetto ad altri comuni cittadini. Ma questo poco importa.

Forse però, si voleva rimarcare di più, il disagio da sovraffollamento stradale rilevato. Nel dire dei malcapitati automobilisti, c’erano le maggiori difficoltà del momento rispetto ad altri weekend, perfino con impianti aperti. Nel resoconto giornalistico, non mancano le lamentele di buche stradali e l’indignazione per la figuraccia fatta ai recenti mondiali per questo collegamento viario (S.S. 51).

Un pezzo giornalistico come messaggio subliminale, che sembra incoraggiare un atteso aumento di viabilità, su tutto il territorio montano del bellunese, in vista anche delle attese olimpiadi del 2026. Legittime? Sì! Giuste aspettative per tutti? No!

La soluzione alla richiesta mobilità, andrebbe ricercata in una alternativa al crescente trasporto privato, con un vantaggioso incentivato trasporto pubblico, e un modificato stile di vita.

L’uomo, essere intelligente, dovrebbe sempre imparare dal suo vissuto e usare la sua memoria remota. Invece in alcune circostanze, per ciò che gli conviene, agisce e basta. Sa che valanghe, alluvioni, smottamenti, frane, etc. non sono solo calamità naturali, ma il più delle volte, causa dell’antropizzazione. Eppure ripete gli stessi errori anche di un passato recente.

Tutti i dissesti delle strade ma anche dei marciapiedi, causa di interruzioni con lavori in corso che si vedono di questi tempi, sono sì dovuti in parte alla meteorologia o alla mancata manutenzione, ma sono prevalentemente dovuti alla orografia e alla fragilità innata del territorio.

Non è un caso che le strade di montagna sono difficili e costose nella loro realizzazione e mai sufficientemente larghe per fare meglio defluire il traffico. Tutti lo sanno, ma si continua lo stesso a reclamarle a gran voce. Pur sapendo che in non pochi casi, nel breve o nel lungo periodo se ne pagheranno le conseguenze.

Ci si dimentica facilmente che le strade sono porzioni di terreno agricolo prima permeabile, che si aggiunge ad altra urbanizzazione del territorio, e che insieme rappresentano, una sempre maggiore impermeabilizzazione del suolo. Lascio immaginare cosa possa significare questa apparentemente innocua, sempre più abbondante copertura, cementata e asfaltata agli effetti di una meteorologia di montagna.

Ma c’è dell’altro. Il giusto orgoglio dei bellunesi per il territorio dolomitico (patrimonio dell’umanità) che ha un forte appeal nel mondo, non è solo per la sua irripetibile bellezza, ma anche per il modo di vivere dei suoi abitanti, in simbiosi col proprio territorio. Una grande risorsa naturale per i residenti, che però comporta limiti per chi pensa ad un “divertimentificio” tipo disneyland, che peraltro contrasterebbe con il naturale scorrere della vita esistente da secoli, di che presidia la montagna. Sobrietà, spostamenti lenti, animali anziché nel piatto, come compagni di vita, e mezzi e paradigmi diversi da quelli ancora oggi ritenuti convenzionali. Insomma, un tutto per una vera sostenibilità ambientale, e non solo a parole.

Senza demonizzare il progresso, l’esclusività di un ambiente naturale da custodire per le future generazioni, chiede solo di essere governato con parsimonia e risparmio, perché usa risorse del territorio che non sono infinite e comunque appartengono a tutti. E non solo per chi lo vive localmente.

Diversamente, non si spiegherebbero, tutti i progetti europei e a livello mondiale di limitazione nel consumo di suolo e di abbattimento dell’anidride carbonica ai fini climatici, che lo ricordo hanno traguardi temporali prossimi negli anni: 2030 e 2050.

Giuseppe Cancemi


lunedì 15 febbraio 2021

BELLUNO, PROGETTO VIARIO IN TEMPI DI TRANSIZIONE ECOLOGICA

 

Piano di Assetto Territoriale (Cavarzano e Cucciolo-Marisiga)

È noto che la città di Belluno a livello nazionale, per le graduatorie di vivibilità, da alcuni anni è sempre ai primi posti, tra quelle dove si vive meglio. In questi ultimi tempi però, tra crisi economica che non molla, tempesta Vaia e pandemia, emerge una città che appare piuttosto ambigua, sulle scelte politiche che hanno una ricaduta nel futuro.

L’attenta politica verso l’ambiente, intrapresa nel corso di questi anni, come: “Patto dei Sindaci”, “Climate action in Alpine towns”, “cittaslow”, etc., con alcune scelte nel Piano di Assetto Territoriale (P.A.T.), ne viene indebolita. Il piano infrastrutturale viario molto discusso in questi giorni, ne è la prova. Viene presentato in nome di una sostenibilità che è a prescindere dal territorio e non per il territorio. Propone un discutibile attraversamento motivato dall’intenso traffico lungo la S. S. 50 da alleggerire, all’interno di aree (Cavarzano e Cucciolo-Marisiga) con uno sviluppo urbano esistente e consolidato. In termini ambientali un aumento di nuovo consumo di suolo e un nuovo sicuro inquinamento spalmato su una maggiore area abitata. Una strana e tardiva riproposizione di antica espansione edilizia, più volte variata, anticipatrice di una futura idea di circonvallazione.

Non sfiora minimamente l'idea, che la ricerca di una soluzione a problemi come quello viario di Belluno, almeno per coerenza, dovrebbe avere più soluzioni sostenibili, compresa l'opzione zero.

E poi, il tema della viabilità per la sua complessità, meriterebbe più attenzione nelle analisi e nelle buone pratiche, già osservate in altre città italiane ed europee. Un utile orientamento, che bada alla riduzione delle quantità (anche stradali) attraverso nuovi paradigmi negli stili di vita.

Belluno, come realtà comunale brandizzata: “città del buon vivere” nei quotidiani, la coerenza dovrebbe essere un valore. Un’incerta idea di nuova viabilità - che continua ad inseguire attraverso la quantità, un disordinato uso delle strutture preesistenti - non è una risposta politica capace di mettere al centro delle sue azioni, la centralità dell’uomo.

Per individuare un approccio ottimale ad un sistema trasportistico locale, occorre la stessa attenzione che si rivolge alla viabilità in reti infrastrutturali più complesse.

Un piano del traffico, sia pure minimale, che vuole seguire una metodologia di progetto sostenibile, non può non guardare alle elementari componenti del traffico. Analizzando, dalle categorie (veicoli leggeri, pesanti, motoveicoli, pedoni, animali, ecc.) alla funzione del contesto territoriale attraversato (collegamento regionale, provinciale e locale); dalla tipologia del movimento (transito, distribuzione, penetrazione, accesso) alle entità di spostamento nei due sensi (con le distanze mediamente percorse dai veicoli).

Tutti elementi di mobilità che influiscono su urbanistica, logistica e sviluppo territoriale socio-economico, ma anche ambiente, turismo, salute e sicurezza.

Quel minimo che dovrebbe orientare una puntuale progettazione, alla luce di una sua relativa valutazione di impatto ambientale.

Bisognerebbe chiedersi se tali passaggi hanno guidato l’armonico inserimento nel P.A.T. della progettata viabilità, visto che si parla di un progetto pronto per essere discusso in Consiglio comunale.

Anche a questo livello occorrerebbe una valutazione economica dei progetti, con strumenti che offrano risultati idonei come le analisi multi-criterio (Multi Criteria Decision Aid). Una metodologia non su base monetaria ma sulla convenienza e i suoi riflessi di tipo socio-economico a fronte di un rilevante impatto ambientale. Insomma vantaggi o meno di costi-benefici e di costi-efficacia. Per quanto è dato conoscere, nel progetto annunciato dal Comune, invece, si bada appena ai flussi di traffico attraverso un mix di studi datati e/o anche recenti, che per quanto detto non sono sufficientemente significativi.

Nel merito del dibattito che si è innescato in città, un dato è certo, sia il Comune che chi avversa il piano viario, hanno lo stesso orientamento monocorde. Ai problemi della mobilità pensano di poter rispondere con una diversa scelta viaria, riconducibile però sempre a nuove strade. Non considerano che anche nella mobilità è cambiato un mondo. Il tema della sostenibilità, per questo, sollecita anche per le città una nuova organizzazione e una logistica fondata in primis sul trasporto pubblico collettivo.

In un quadro sistemico di servizi per la collettività, prima di affrontare un progetto di ampliamento stradale, come nel nostro caso, va messa in conto la sua razionalizzazione. Valutando processi di modifica che riguardano per esempio, l'efficienza dei veicoli (attraverso i motori nuovi, i materiali, il design, i biocarburanti, l’idrogeno) e un uso migliore delle reti e dei servizi attraverso le tecnologie ICT”(acronimo di Information and Communications Technology). Insomma a tutto ciò che incoraggia l’Europa per un nuovo futuro di trasporto che guardi alla “Next Generation”.

Il Ministero delle Infrastrutture e l’ANCI, come indirizzo strategico per diminuire l’inquinamento urbano, si sono già mossi, definendo un Piano strategico di azione per la logistica urbana, allo scopo di avviare un percorso partecipativo con gli Enti locali.

Per concludere, una concreta alternativa alle “progettate strade”, Belluno ce l’ha. Basta guardare agli orientamenti europei, che sono poi le fonti di finanziamento, e aggiungere un pizzico di facile fantasia.

Tutto può avere inizio razionalizzando l’esistente e scegliendo alcune soluzioni minime di cultura green, per invertire una tendenza stantia, sempre pronta a replicare ciò che si conosce. Si può iniziare con lo spostare l’utilizzo dei mezzi in circolazione a propulsore termico verso quelli elettrici, a partire dai segmenti a maggior efficacia e praticabilità, dando alla mobilità, per prima cosa, un incremento per il trasporto pubblico. Feltre, con l’adesione alla “Carta Metropolitana della Mobilità Elettrica” sembra avere già capito.

Il principio comunque è quello di controbilanciare il trasporto: aumentando l’offerta pubblica e mettendo in atto oltre che la logistica territoriale anche quella urbana regolamentata.

È possibile, impostare una riduzione del trasporto privato, attraverso un maggiore e migliore (ecologicamente ed economicamente) trasporto pubblico, dove specialmente per Belluno, si può pensare ad una conversione in metropolitana di superficie, dell’infrastruttura ferroviaria esistente.

Quale migliore occasione, quella di avere una mobilità elettrica su binario già pronta, lungo un'area in gran parte tra le 31 frazioni disseminate ai lati di quel trasporto?

Sommessamente mi permetto di suggerire alla politica, di uscire dall’atteggiamento provinciale, e confrontarsi sui temi che appartengono alle nuove generazioni, in campo lungo. Magari, non prima di avere fatto proprio il pensiero tanto caro agli ambientalisti : “pensare globalmente, agire localmente”

Giuseppe Cancemi

https://www.bellunopress.it/2021/02/17/viabilita-a-belluno-progetti-di-circonvallazioni-che-attraversano-i-centri-abitati-una-tardiva-riproposizione-di-unantica-espansione-edilizia/?fbclid=IwAR13JzCDoI6NlDg6_eaPvOOfjhiF3UBEIolo0oKxMbywQhedkt6OYnsaCDU



venerdì 15 gennaio 2021

NEVICATA ECCEZIONALE A BELLUNO

 Attenzione agli alberi e alle persone...


Le nevicate di fine 2020, straordinarie secondo i cultori della meteorologia, hanno impegnato non poco chi si doveva occupare della rimozione della neve caduta. Sono state liberate le strade in un tempo accettabile e la circolazione dei mezzi mobili è potuta riprendere sia pure con qualche difficoltà. Ma la neve ha anche preoccupato l’amministrazione attiva cittadina per l’eccezionale carico sui rami degli alberi, che hanno fatto temere per la sicurezza e dunque anche per l’incolumità dei passanti. Sulla messa in sicurezza e sulla circolazione però sono state prese misure che sono apparse, a mio giudizio, discutibili. Per gli alberi sospettati di cedimento si è subito pensato di intervenire drasticamente. Si è lasciato intendere che, in particolare per tre alberi secolari che adornano Piazza dei Martiri, si sarebbe intervenuto con tagli importanti.

A questo annuncio, due autorevoli interventi come quello della Presidente di Italia nostra Belluno e del naturalista Boranga, hanno cercato di frenare questo "slancio" che sarebbe potuto essere dannoso per le piante. Hanno semplicemente chiesto che prima di ogni intervento era necessario periziare lo stato di “salute” delle essenze indicate come pericolanti.

In effetti il timore di interventi distruttivi per gli alberi a Belluno non è remoto, in città negli anni passati tante piante sono state tagliate e senza un rimpiazzo compensativo.

L’altra “perla”, individuata sempre a causa della neve, si è evidenziata nella mobilità, specie dei pedoni. Il servizio dedicato alla circolazione, nelle condizioni di quei giorni, si è dimostrato più attento agli automobilisti che non agli spostamenti a piedi dei cittadini.

Va bene che bisognava e bisogna stare a casa per via della pandemia, ma dopo oltre 15 giorni da quando è nevicato a Belluno, nessuno si è accorto che i pedoni tutti i santi giorni si ritrovano quegli impedimenti alla deambulazione, che sono rimasti lì, come quelli mostrati nelle foto che nel tempo si potevano e possono essere rimossi.


 Se si guarda bene per il passaggio pedonale, si tratta di circa un paio di metri cubi da rimuovere o, se si vuole, ancora molto meno per un solco ad uso passaggio per un solo pedone. La neve sul marciapiede, poi, è veramente un assurdo che si commenta da sé.

Bisogna riconoscere che in questo caso, diciamo, la disattenzione notata verso i pedoni è più un fatto culturale che non economico. Si può pensare che per migliorare ci vuole poco: formazione a tutti i livelli e verifica dei risultati di ciò che si fa. Specie per quei servizi che hanno una fruibilità immediata da parte dei cittadini.


Mi chiedo e chiedo: ma esiste una filiera di comando che si occupa se i lavori sono stati svolti secondo opera d’arte o nella giusta maniera?

Giuseppe Cancemi









Oggi 16 gennaio 2021, rilevo che da parte dell'amministrazione non vi è stata la solita sordità che solitamente la P.A. usa nei riguardi del cittadino.

 Diciamo che come cittadino Comune apprezzo la sensibilità di chi ha fatto rimuovere o rimosso l’ingombro di neve ghiacciata che impediva il passaggio in alcuni punti del centro storico.






Le foto mostrate ne sono la prova.



Giuseppe Cancemi

lunedì 11 gennaio 2021

BASTA CON LE PROMESSE DI NUOVA VIABILITA'!

 

SONO PIU' UTILI I TRASPORTI COLLETTIVI

Cavarzano, frazione di Belluno, sviluppatasi con l'idea borghese di città giardino mai completamente realizzata, ha comunque consolidato una sua immagine di quartiere in mezzo al verde. Trasformare appena 100 metri di pista ciclopedonale in ambito di futura viabilità di penetrazione, che si colloca a ridosso di alcuni plessi scolastici, non migliora la vivibilità di Cavarzano, bensì la peggiora.

Lo schema viario di quel quartiere, voglio ricordarlo, è stato concepito almeno in parte, per una circolazione a misura d’uomo. Il traffico portato all'interno del quartiere, proveniente da una nuova cosiddetta “viabilità di penetrazione”, si troverebbe a passare per un'area più densamente abitata e frequentata da scolari e studenti, per i vicini plessi scolastici. Non è difficile prevedere che tale passaggio provocherebbe maggiori problemi di tutela delle scolaresche, e un incremento dell’inquinamento atmosferico.

Si vuole insistere, con il convincimento che la viabilità cosiddetta “Strada interna della Veneggia” sia un’opera necessaria e utile. Si dimentica che quella strada di PRG, con i suoi vincoli preordinati all’espropriazione, scaduti, non ha mai interessato nessuno, nonostante il passaggio delle varie compagini amministrative, che hanno amministrato la città.

Belluno, ai primi posti nelle annuali classifiche sulla vivibilità urbana, non può e non deve decidere alcuna modifica infrastrutturale in un quartiere verde com'è Cavarzano. E per di più, connesso con un’offerta scolastica ben adattata al quartiere, che ha nel suo excursus storico di realizzazione, una certa influenza delle città giardino di Howard.

Cavarzano oltre che per una salubrità dei luoghi, va difesa anche per una questione di memoria storica. L’Europa intera di questi tempi, tanto per ricordarlo, si sta attrezzando per combattere i mutamenti climatici, e noi che facciamo? Ci avvitiamo in un impegno che ci propone una politica di retroguardia.

L’Italia e Belluno stessa, però, sanno per esperienza cosa significa la tropicalizzazione del clima. Per la mobilità non è necessario costruire ancora, specie in montagna, nuovi percorsi o adattamenti viari che turbano gli assetti, di realtà urbane che non li richiedono. Bisogna cambiare invece i paradigmi della mobilità.

L’accettazione di un baratto, che scambia l’esistente utilità di un suolo fruito attualmente da pedoni e ciclisti, per un’occupazione con manufatto stradale, invadente, per traffico motoristico, non è certo un vantaggio per i cittadini che vivono in quel quartiere, e neanche per Belluno che si è impegnata in Europa, attraverso il "Patto dei Sindaci", per una riduzione delle emissioni di anidride carbonica.

Si rifletta su questa operazione, il suo carattere economico ricorda l’urbanistica contrattata di Berlusconi e di tutti quelli la praticano, che non sono certo dei filantropi. 


Il futuro prossimo venturo è cominciato, dobbiamo perciò svincolarci dagli antichi retaggi dell’auto come status symbol, che ancora ci condiziona nelle scelte. La politica della mobilità allora va fatta potenziando il trasporto pubblico, e non favorendo quello privato. Belluno, città che necessita prima di tutto di connettere il territorio, nel tratto ferroviario di quell’area per esempio, ha un importante carta da giocare. Penso che una proposta di conversione dell’attuale sistema di trasporto in quell’area ad esclusivo uso ferroviario, sia una opportunità da non lasciarsi sfuggire. Il nuovo trasporto elettrico in parallelo alla S.S. 50 già pronto, può essere convertito o condiviso come metropolitana di superficie. Una innovazione green in grado idi drenare passeggeri autotrasportati e mezzi di trasporto privato, proprio in quel tratto sensibile di circolazione stradale, e contribuendo anche a quella “ricucitura” di cui ha bisogno il territorio, la cui popolazione è dispersa in 33 frazioni.

Giuseppe Cancemi


sabato 7 novembre 2020

COVID-19 Anno 2020 (Tempo di coronavirus)

 

ATTIVITA’ ECONOMICHE O SALUTE?


Il serrato dibattito di questi giorni sulla scelta di chi vuole salvare l’economia e di altri la salute, non si esaurisce con una scelta di una delle parti. Riflettendoci, il soggetto da salvare, comunque, non è la persona ?

Quest’ultima, può essere colpita dal disagio economico o, alternativamente, rimetterci la vita.

Terra terra, mi viene da dire che se la produzione, il commercio, la cultura e tutto il resto serve alle persone, scegliendo di privilegiare l’economia si mantiene sì in vita l’economia, ma si trascura la vita delle persone.

Riflessione: ma se si trascura la vita delle persone in un evolversi della causa (virus) che ne produce la eliminazione, con un ritmo esponenziale, che detto con i numeri ha questa progressività… 2, 4, 16, 256… l’economia, per quale mercato, clientela, spettatore, turista, etc. dovrà e potrà sopravvivere?

Da Favole, libro 3° (La Fontaine) 

     Il Mugnaio, suo Figlio e l'Asino


L’evento contagio, per le conoscenze stocastiche elementari che abbiamo tutti, dipende dal numero di contatti che si hanno nelle nostre quotidiane relazioni sociali. Più incrociamo altri nostri simili e maggiore è la probabilità di essere contagiati. Logica vuole, che per diminuire la probabilità di essere contagiati, diventa basilare scegliere la massima riduzione possibile, di incrociare altre persone. Fatte salve le inderogabili necessità del nostro vivere.

Con un accostamento pratico, si guardi ad un caso di probabilità con dei dadi. Poniamo che si voglia con un solo lancio di due dadi, ottenere un numero >1 e <12. Sarà ben difficile che esca con un solo       

lancio. Possiamo invece rilevare, che la probabilità si fa sempre più concreta se aumentiamo il numero dei lanci.


Ecco col COVID se i “lanci” sono tanti, ci assicureremo la diffusione. A noi la scelta!


Giuseppe Cancemi

mercoledì 4 novembre 2020

CAVARZANO frazione di Belluno

 

Urbanistica indecisa

Facciamocene una ragione, l’area di Cavarzano è rimasta un luogo urbano irrealizzato e i vari tentativi negli anni, di agire secondo uno sviluppo urbano pianificato, sono falliti.

Da un secolo fa e fino ai giorni nostri, l’area, è stata sempre attenzionata da un Piano Regolatore di espansione. Il più antico ha iniziato ispirandosi alla “città giardino” di Howard, come nucleo abitativo autosufficiente, in mezzo al verde. La borghesia dei primi del Novecento, con la “Società dei Villini Cavarzano” ne è stata promotrice. Seguendo quest’impronta, altri due tentativi eufemisticamente detti di sviluppo, hanno continuato ed essere solo espansioni edilizie. Un ulteriore Piano Regolatore di Alpago Novello, noto architetto di quell’epoca, confermava l’area Cavarzano, come area di ispirazione borghese e attribuiva a Baldenich, altra area di espansione, uno spazio dedito alle costruzioni proletarie. Qui lo sviluppo lineare non è casuale. Nasce, dalla viabilità esistente di penetrazione da via Vittorio Veneto alla città storica.

Due scelte da manuale per fare “giustizia” alla rendita di posizione dei terreni del luogo, nelle due diverse pertinenze complementari nell’espansione. Facilità di lottizzazione e urbanizzazione primaria a buon prezzo, sono il risultato di tale scelta duale, delle varie amministrazioni di quell’epoca.

La successione di altri piani, procedendo secondo alcuni passaggi urbanistici, in qualche modo ha continuato ad insistere sull’idea di una residenza autonoma per strutture e relativi servizi.



Nonostante tutto però, quell’area è sempre rimasta una frazione utilizzata per ampliamenti della città di Belluno, senza una logica ricucitiva e infrastrutturale, finalizzata all’armonizzazione del sistema città. Sintetizzando, si può ancora dire che l’area Cavarzano ad oggi, non è la “città giardino” a cui la borghesia dei primi del Novecento voleva associare il suo sviluppo. Non è neanche quella pensata dall’architetto Alpago Novello, rimasta in corso d’opera. E neanche le tante varianti, compreso il prg approvato Masterplan (2012), che parla di “città sostenibile a misura d’uomo

Tutto quello che resta è una frazione non integrata con la città storica con tante idee “cartacee” o progetti se volete, di sviluppo ondivago.

Allo stato in cui siamo, oggi possiamo dire che Belluno è una città eclettica. Scientemente o casualmente ha sperimentato con alcuni dei suoi ampliamenti, alcune canoniche forme di organizzare la città. Baldenich con la sua distribuzione edilizia lungo la via Vittorio Veneto che ricorda le città lineari. Cavarzano, area di tipo satellitare, con la sua distribuzione in isolati ortogonali, conferma la sua crescita per lotti di ampliamento edilizio e originaria ambizione di centro autonomo.

Ma l’edilizia contornata da verde e tanta aspirazione borghese, col trascorrere del tempo, ha dovuto condividere il suo spazio, che voleva essere aristocratico, con un’edilizia economica dai connotati più “popolari”.

Il Masterplan infine tre le tante varianti succedutesi, arriva come ultimo della serie che fa crescere la frazione in volume edilizio, ma che comunque in termini moderni si pone per obiettivo sostenibile: un quartiere a misura d’uomo. In effetti la realizzazione di un insieme di scuole di vario grado vengono realizzate.

Ma la saga di Cavarzano non finisce qua!

Sorpresa delle sorprese, un noto dibattito promosso dal P.A.T. in questi ultimi giorni ha, tra l’altro, risvegliato un interesse di strada che rivoluzionerebbe la circolazione di un quartiere. Un’area, nei cui dintorni vi sono scuole che spaziano dall’infanzia all’adolescenza, fatta di strade con prevalente mobilità pedonale e ciclabile. Il baratto, riguarda un breve tratto di progettata pista ciclopedonale con altra strada, questa motoristica, decisa in un precedente PRG ma abbandonata da tempo.

Per quest’ultima l’Amministrazione Comunale in carica sembrerebbe mostrarsi possibilista.

La costruzione di un tratto di strada che canalizza un traffico motoristico che ora non c’è, in una quieta area che ambisce rimanere prevalentemente pedonabile, al di là di tutto, appare una scelta politica difficile da comprendere.

L’area di Cavarzano, avendo scelto a suo tempo una sua autonomia sia pure oggi incompiuta, ha realizzato comunque, proprio in quei luoghi un polo scolastico tendenzialmente, a misura d’uomo. I vari plessi che lo compongono, secondo gli ordini di scuola, sono stati collocati con il criterio delle distanze colmabili a piedi (isocrone).

Quelle preesistenze, va ricordato, appartengono ai principi della sostenibilità ma anche agli orientamenti green che l’Europa ha sposato, impegnando ingenti risorse economiche.

I tempi delle città che rincorrono la motorizzazione, in tutta Europa appartengono al passato. Si punta sempre più ad una mobilità su mezzi pubblici e, in situazioni come quella nostra, ad includere tutti gli spazi adiacenti a scuole per l’infanzia, elementari e medie nelle zone 30 (vedi P.U.T.).

La logistica dei trasporti è cambiata con e-commerce, gli scambi intermodali e i percorsi ottimizzati. Un ritorno alla scelta stradale di PRG datato, appare più che mai obsoleta perché nel frattempo a Belluno si sono modificati i trasporti, gli spostamenti e le necessità della Comunità locale.

Giuseppe Cancemi




mercoledì 21 ottobre 2020

PIANO DI ASSETTO TERRITORIALE

P.A.T. - Atto secondo

Infrastrutture fisiche e digitali per la MOBILITÀ 

La Consultazione pubblica come parte del “percorso partecipativo” prevista per l’adozione dello strumento urbanistico P.A.T. del 19 ottobre c. m., ha messo in luce una volontà, direi quasi, di stanca continuità. Una logica di sviluppo, che non contempla appropriati elementi di novità al passo coi tempi.


Le aspirazioni degli amministratori del territorio bellunese, emerse dalla consultazione, semplificando, hanno dato l’impressione di confermare un preconcetto bisogno, orientato verso un‘espansione di infrastrutture trasportistiche su gomma, come previsione predominante per il prossimo futuro. Rotatorie, raccordi, tangenziale, parcheggi e autostrada A27 e quant’altro, a beneficio dell’auto come totem, non sono sembrate “sconvolgenti” alle persone che partecipando all’incontro, hanno aderito a questa nuova forma di audizione pubblica, rivolta per teleconferenza agli stockholder del territorio. Qualcuno a proposito della mobilità, che da qui al 2050 continuerà ad essere inquinante, ha rivendicato un’attenzione, anche, verso i velocipedi o mezzi di trasporto individuale con velocità massima 30 km/h, reclamata in tutta Europa. Non sembra essersi evidenziata negli interventi alcuna volontà di scoraggiamento per il traffico su gomma, a favore di spostamenti della popolazione circolante in area montana su mezzi ferroviari.

I nuovi paradigmi della mobilità, che con il progetto green europeo rivoluzioneranno anche il trasporto, non hanno sfiorato minimamente, nel dibattito in teleconferenza, l’idea dei partecipanti, amministratori pubblici compresi. La politica dei trasporti in Unione Europea, mira a soluzioni di mobilità e logistica efficienti, sicure e rispettose dell’ambiente. Concretamente si fa promotrice di azioni per creare condizioni idonee per un’industria competitiva e capace di generare crescita e occupazione.
Nel territorio di Belluno, sappiamo, che di tanto in tanto a seguito di qualche piovasco, negli ultimi tempi, il suolo mostra sempre più la sua vulnerabilità. L'addebito per questi, a volte disastri, viene attribuito alla crisi climatica. Ma ad amplificare il danno invece, non di rado, concorre il ritardo della manutenzione o la sua totale assenza.

L’infrastruttura stradale, per l’alta diffusione della sua rete, e a causa della sua impermeabilizzazione di suolo diffusa, ne paga sovente le conseguenze. Segno, che una spinta antropizzazione non si concilia con gli ambienti naturali delle valli, che solcano il territorio.
Frazioni e Comuni, per questo, rincorrono sempre più gli eventi calamitosi ma non sempre praticando una prevenzione manutentiva puntuale. Forse, per questioni economiche, mancano di una cultura della manutenzione programmata.

A cominciare dalle novità come smart working, industria 0.4, banda larga, etc. ci si dovrà muovere molto meno e fare viaggiare di più le informazioni. L’industria dovrà anche rivedere il tempo di lavoro nelle fabbriche. Insomma possiamo dire che, per gli eventi che si preparano per il territorio bellunese, il futuro è già cominciato. La mobilità a scopo di lavoro e per altre esigenze, ha già fatto diminuire i suoi spostamenti. Si pronostica anche una revisione del tempo di non lavoro, in aumento. Tutto questo per la montagna può avere un significato, che non può essere trascurato.
Il dibattito, non ha evidenziato alcun accenno, alle risposte da dare nel merito degli spostamenti, ma neanche alla ricucitura da dare alla dispersione della popolazione nel territorio, e ai suoi raccordi con tutta la provincia bellunese. Un enorme numero di frazioni (33) formano la città e ben 61 Comuni caratterizzano il territorio provinciale, con una popolazione residente la cui età media avanza, mantenendo una sua stanzialità.
Un ulteriore allungamento dell’autostrada fin oltre il territorio di Belluno non fa bene né alla natura né al territorio.

Gli abitanti della montagna da tempo sono abituati a condividere con chi frequenta i luoghi o transita, quella “lentezza” e contemplazione della natura che chi vive o frequenta la montagna apprezza, sapendo anche che ritempra l’uomo.
Un transito su gomma che bypassa il territorio bellunese velocizzando l’attraversamento, non è un beneficio ma un danno alle Comunità locali oltre che all’ambiente. Sarebbe auspicabile un potenziamento del trasporto pubblico, prevalentemente su rotaia, che permette di servire meglio le Comunità locali, favorendo anche la distribuzione degli occasionali visitatori della montagna.
Una situazione vantaggiosa anche per i valligiani, per preservare il loro buon livello di autonomia personale, e non indebolire quel tessuto sociale che vive in centro e in periferia.
Si vuole significare con i precedenti accenni alla popolazione e ai luoghi -riferimenti assai importanti - che il Piano di Assetto del Territorio, deve potersi sintonizzare con il vissuto dei luoghi, prima di essere coniugato con la mobilità e i trasporti.

Si eviti di cristallizzare lo strumento urbanistico, a puro e staccato riferimento teorico della realtà esistente. In buona sostanza, si dia al P.A.T. il compito di cogliere l’essenza dei nuovi bisogni in tempi di transizione, per una realtà territoriale che può collocarsi tra le città territorio intese come Smart city.

Giuseppe Cancemi


venerdì 16 ottobre 2020

RIPENSARE IL FUTURO DELLA MONTAGNA

 


Turismo bianco o futuro nero ?

Premesso che tutti vorremmo un Nevegal risorto o comunque in grado di continuare con le proprie forze, ma non è difficile comprendere che siamo fuori da ogni ragionevole aspettativa. Qualche tempo fa, già si pronosticava un turismo bianco da un futuro nero per le quote più basse dell’arco alpino.

A tutti, dovrebbe essere noto che sulle Alpi, al di sotto dei 2000 metri, sempre con meno neve, non è più possibile sciare con piste naturalmente innevate. I cambiamenti climatici fanno sentire il loro effetto e molti comprensori, sappiamo, ne soffrono le conseguenze. La gestione degli impianti ha costi non più sostenibili da tempo. La stagione sciistica si è accorciata, e per necessità di sopravvivenza degli operatori in servizio, si è arrivati ad aperture di stagione ritardate ma con piste dove compare anche l’erba. Gradatamente, si è passati verso un più diffuso innevamento artificiale sostenuto da cannoni sparaneve che economicamente aggravano il mantenimento dell’impianto.

La questione Nevegal è politica, e non può essere affrontata in termini demagogici o superficiali, perché è un problema economico, prima di tutto con riflessi sulla vita delle persone: chi vi lavora. Tutti si prodigano per il Nevegal (a parole) ma non mi sembra che alcuno abbia presentato, per la sua continuazione nella gestione degli impianti, uno straccio di “business plan”. In semplici parole, quell’idea imprenditoriale che riesce a spiegare una fattibilità nella continuazione che sia competitiva e sostenibile.



Purtroppo, s
i discute da anni come se fosse un fatto a sé stante e non come tema di interesse territoriale per Belluno. Tutto tra l’altro avviene, tralasciando quello che è l’impasse principale: il cambiamento climatico di questi ultimi anni.

La recessione del 2007, oltre al cambiamento climatico, è il punto d’inizio della crisi che avrebbe colpito i comprensori sciistici. LOCSE (Organizzazione Cooperazione Sviluppo Economico) in una sua ricerca, se ne occupa facendo notare che per il mantenimento di un comprensorio occorre un innevamento della durata di 100 giorni all’anno e un’altezza della neve di almeno 30 centimetri. Altro dato non trascurabile nella complessiva crisi determinata dal clima in montagna, riguarda la temperatura media, la quale per ogni grado in più fa alzare il livello sciabile di 300 metri.

E’ un fatto, che per i comprensori sciistici sono in atto un certo numero di chiusure verso fondo valle di chi dichiara fallimento e di altri che fanno proposte di salvataggio con ricorso ai fondi pubblici.

Volere ancora insistere nella priorità turistica delle piste da sci, può sembrare più un “accanimento terapeutico” che non altro.

La montagna ha tanto da dare e non testardamente per forza un’offerta turistica in perdita puntando quasi esclusivamente su un’attività monocorde. In tempi di transizione sarebbe bene riprendere con maggiore orgoglio le offerte di eccellenza che offre la natura dei luoghi. Insomma non sarebbe poi così difficile orientarsi verso approcci di più basso impatto ambientale.

Vengono in mente: l’accoglienza, l’ospitalità, la vendita di prodotti locali e i servizi per il tempo libero per la bellezza dei luoghi.

E  il territorio di Belluno, di risorse come quelle accennate, ne ha di primati da offrire.

Giuseppe Cancemi


Vedi anche: https://gcancemi.blogspot.com/2023/02/nevegal-riqualificazione.html